Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 29 maggio 2013

Elezioni: quell'antipolitico populista di Enrico Berlinguer

"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero."

enrico-berlinguer81.jpgNon mi interessa innescare polemiche su piddini o 5 stelle. Mi interessano invece, e molto, 2 cose:
- La scoperta -dell'acqua calda- che ciò che oggi viene definito "antipolitica" è in realtà espressione della concezione più alta della politica, come dimostrato da questa intervista di cui qui riporto stralci;
- La memoria politica nulla che hanno gli italiani, e la memoria accuratamente cancellata della storia del Partito Comunista, poi PDS, poi DS e poi diluito in dosi omeopatiche nell'attuale PD. L'intervista in oggetto lanciò la cosiddetta "questione morale", che ha letteralmente dominato il dibattito politico italiano per anni. Argomento del tutto dimenticato, così come opportunamente dimenticato è stato il suo portatore, l'onorevole Enrico Berlinguer.
Eccovi la questione morale, in un'intervista a Repubblica del Luglio 1981.
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran
parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne più.
Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando
le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione,
bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. Quel che deve
interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi;
rischia di soffocare in una palude.
Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili
privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
Ecco, ricordate oggi queste: le parole di un populista antipolitico. E una questione morale che dopo trent'anni è non solo ancora presente, ma probabilmente ha vinto. Berlinguer, d'altronde, è morto.

lunedì 3 dicembre 2012

Un piccolo ripasso della parola “sinistra”.

di Silvia Truzzi -
“Mi rivolgo ai lavoratori e alle lavoratrici: nessuna conquista vi è stata regalata. Avete lottato e sostenuto duri sacrifici perché vi siete trovati contro il grande padronato, le destre, i governi della Democrazia cristiana. Per ogni lotta è stata decisiva la presenza e l’azione del Partito comunista: dare voti alle destre significherebbe compromettere le conquiste raggiunte e rendere più aspre le lotte per nuovi miglioramenti che sono necessari. Dare più voti al Pci significa creare le condizioni per nuove avanzate della classe operaia, dei braccianti, dei contadini, degli impiegati, dei tecnici, del popolo del Mezzogiorno, dei pensionati. Ai pensionati la Dc ha saputo solo promettere aumenti di poche decine di lire. I pensionati sanno che l’avanzata del Pci può garantire la soddisfazione della loro aspirazione che non è quella di ricevere elemosine, ma aver diritto a una vecchiaia serena.”
“Ci rivolgiamo a tutti coloro che amano la libertà. La Dc ha gravemente ceduto a destra, ha fatto ricorso ai voti fascisti per eleggere il presidente della Repubblica, si dichiara pronta a far rientrare nel governo il Partito liberale, non si vergogna di mettere sullo stesso piano fascisti e comunisti. Il Partito comunista è la più grande forza antifascista che ripete oggi allo scherano fascista le parole che Piero Calamandrei volle incise nella lapide di Cuneo: “Su queste strade se vorrai tornare?ai nostri posti ci ritroverai,?morti e vivi, con lo stesso impegno, popolo serrato intorno al monumento?che si chiama,?ora e sempre,? Resistenza.”
“Ci rivolgiamo a tutti gli italiani che vogliono la pace, l’indipendenza per il nostro popolo e per tutti i popoli. Il presidente degli Usa afferma che la guerra nel Vietnam minaccia la pace del mondo. Ma da chi viene questa minaccia? Forse dal popolo vietnamita? Esso non fa che opporsi a un’aggressione atroce e crudele. Noi siamo al suo fianco. La Dc sta dalla parte dell’aggressore e si ostina a voler mantenere l’Italia in una condizione di soggezione e di sovranità limitata.”
“Ci rivolgiamo al cuore e alla ragione di tutti gli italiani che vogliono una società più giusta, liberata dalle discriminazioni di cui soffrono milioni di lavoratori, di giovani e soprattutto di donne. Mi sia consentito rivolgere un benvenuto affettuoso ai nostri connazionali che vengono dall’estero per votare: sono solo una parte dei cinque milioni costretti dalla politica della Dc a percorrere la via amara della ricerca di un lavoro in terra straniera. Votiamo anche per loro. Votiamo perché tutti gli italiani possano avere un lavoro, vivere una vita libera e dignitosa nelle loro terre, nella nostra patria”.
Scampoli d’una tribuna elettorale del 1972: contesti lontani, circostanze diverse, quasi due Repubbliche fa. Intanto Enrico Berlinguer è scomparso da tutti i pantheon del centrosinistra. Eppure questo suo appello al voto – oggi che il Pd sceglie il candidato premier – non è solo un omaggio all’incommensurabile statura politica, ma soprattutto un piccolo ripasso della parola “sinistra”.

venerdì 13 luglio 2012

Le due austerità: Berlinguer vs Monti


L’austerità è un modo di essere. In questo senso Enrico Berlinguer e Mario Monti hanno, almeno in apparenza, non poco in comune in termini di garbo e sobrietà.Ma l’austerità è stata, e resta oggi, anche un progetto politico. In quanto progetto economico e culturale l’austerità berlingueriana degli anni Settanta e quella montiana dei Giorni nostri non hanno assolutamente nulla in comune.
“Austerità occasione per trasformare l’Italia”, così venne intitolato l’intervento di Berlinguer, ristampato anche di recente, in un convegno al teatro Eliseo nel 1977. Fu un intervento criticato da intellettuali di larghe vedute come Norberto Bobbio
e in modo particolarmente duro dai socialisti dell’epoca che vi leggevano il segno di un’ispirazione pretesca e moralizzatrice assolutamente fuori sintonia con lo spirito dei tempi.
Quali erano le premesse dalle quali prendeva le mosse il leader comunista? L’idea di fondo era che nella prima metà degli anni Settanta tre cambiamenti epocali avevano sconvolto la società italiana ed europea: in primo luogo le travolgenti conquiste del movimento operaio nel secondo biennio rosso del ’68-’69; poi la fine del sistema di Bretton Woods con il ridimensionamento della centralità del dollaro; e infine l’uscita dei Paesi del Terzo Mondo dallo stato di minorità, così come reso evidente dalla shock petrolifero del ’73. Queste tre sfide necessitavano di risposte all’altezza. Occorreva muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato su una riduzione della crescita dei consumi e della produzione in modo da lasciar spazio ai popoli emergenti e concentrarsi verso gli investimenti nella cultura, nei servizi alla persona, nella mobilità pubblica. Il processo avrebbe potuto comportare qualche sacrificio salariale per la classe operaia, ma in cambio di una rivoluzione produttiva che non avrebbe intaccato ma semmai accresciuto i diritti dei lavoratori e di una trasformazione produttiva dell’economia che avrebbe posto l’accento sulla qualità piuttosto sulla quantità. Tutto ciò si legava a discorsi che in parallelo facevano i più innovativi fra i leader socialdemocratici dell’epoca – da Palme a Brandt a Kreisky – nonché intellettuali in tutto il mondo, da Ivan Illich allo stesso Pasolini della critica al neofascismo dei consumi.
A ben vedere si trattava anche di una critica al tradizionale impostazione socialdemocratica che era, e ancora oggi sembra restare, più interessata alla redistribuzione dei proventi della crescita che alla qualità di questa crescita e alla partecipazione diretta alla gestione di produzione e servizi.Cos’è invece l’austerità di Monti? L’austerità montiana non è altro che la presa d’atto delle classi dirigenti finanziarie e produttive europee che il modello di crescita occidentale, ed europeo in particolare, non è più in grado di sostenere in tutto il Continente la spesa statale in stipendi e servizi pubblici.
L’idea è dunque quella che i Paesi europei “periferici” tirino la cinghia in termini salariali, occupazionali, nonché in termini di riduzione della spesa pubblica fino al punto di invogliare nuovamente i capitalisti ad investire. Come locuste i capitalisti dovrebbero allora calare in massa nell’Europa periferica, o semplicemente sbloccare le ricchezze accumulate in attesa di tempi migliori, grazie ad un abbassamento delle tutele dei lavoratori, del peso della tassazione e a nuove opportunità innescate con la privatizzazione di servizi e concessioni in precedenza forniti dalla Stato. La politica dell’austerità montiana, dettata da una miscela ideologica proposta in primo luogo dalla Banca centrale europea e dalla Germania, diventa così il coronamento del trentennio neoliberista.

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