Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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martedì 7 febbraio 2012

Può il capitalismo auto-riformarsi?

di ANTONIO MARTINS. democraziakmzero
Outras Palavras (www.outraspalavras.net, sito di San Paolo del Brasile che si occupa di “internet e post-capitalismo”, ndt) pubblica un brillante e provocatorio testo dell’economista Ricardo Abramovay. Nel recensire “La terza rivoluzione industriale” (pubblicato in Italia da Mondadori, ndt) di Jeremy Rifkin, richiama l’attenzione su alcune caratteristiche della possibile transizione a una economia post-petrolifera e post-comunicazioni di massa. Il nuovo paradigma produttivo avrebbe, come motore, l’energia generata in milioni di “microfabbriche” – edifici comuni, condomini o case che catturerebbero il potenziale energetico del vento o del sole per ridistribuirlo attraverso reti molto sofisticate. Così, gli attuali consumatori di elettricità diventebbero “prossimitori” – ossia sarebbero in grado di iniettare nel circuito l’energia che producono.

Nons i tratta di una immaginazione lontana nel tempo, ma di qualcosa che è nell’orizzonte degli attuali sviluppi tecnologici. Quel che Rifkin e Abramovay sottolineano è che, per sua stessa natura, questo nuovo paradigma rovescerebbe la concentrazione di potere che esiste nel mondo dei grandi giacimenti di petrolio e delle mega-centrali. Questo paradigma esigerebbe un potere “condiviso, decentrato e cooperativo”, come Internet. Di più: presentando Rifkin, Abramovay evidenzia i suoi legami con influenti leader politici (la cancelliera tedesca Angela Merkel, tra gli altri) e il mondo della mega-imprese. Vale a dire, l’ipotesi sarebbe quella di una evoluzione più o meno naturale per il nuovo standard – anche se Abramovay aggiunge: “Nessuna garanzia”.

La medesima ipotesi di una auto-riforma del capitalismo è stata avanzata dal giornalista Luis Nassif, nella sua rubrica economica di questa domenica (nel sito http://www.advivo.com.br/, ndt). Nassif prevede un ritorno alla fase post-Seconda Guerra Mondiale, in cui il sistema promosse una certa redistribuzione della ricchezza. Anche Nassif si basa su lavori di ricerca e di ampiezza internazionale. In questo caso, “Capitalism in crisis”, una serie coraggiosa di articoli che il non sospetto Financial Times sta pubblicando, in particolare un testo di Martin Wolf, principale editorialista del giornale. Qui, l’angolo visuale non è la tecnologia, ma le politiche economiche. Wolf si scontra con la credenza che ha orientato il Financial Times e gli economisti mainstream per tre decenni: la presunta capacità dei mercati di guidare la vita sociale. Wolf afferma, al contrario, che i beni pubblici – comprese le politiche sociali – sono i “blocchi strutturali della civiltà”. E aggiunge che un mondo globalizzato avrà bisogno di beni pubblici più sofisticati e di portata internazionale. Nassif ci ricorda che idee simili sono appena state esposte, al Forum economico mondiale di Davos, da Lawrence Summers, “uno dei teorici principali del Washington Consensus”.

lunedì 23 gennaio 2012

Quel bene comune chiamato sole

di Guglielmo Ragozzino. sbilanciamoci
L'"imperativo energetico" dello studioso tedesco Hermann Scheer è un formidabile documento su un modello di produzione energetica alternativa al petrolio, al carbone e all'atomo. E che prevede una sua gestione decentrata e autorganizzata, dai singoli e dalle popolazioni locali.

Il vantaggio competitivo tedesco nei confronti dell’economia italiana – qualcuno lo chiama familiarmente spread – risiede in misura preponderante nel formidabile attivo della Germania negli scambi internazionali di merci e servizi, a differenza del passivo che caratterizza l’Italia. È questa la spiegazione sulla quale insistono i più rinomati tra gli economisti, (talvolta anche di sinistra); e in molti suggeriscono di risalire la china, riconvertendo il sistema economico e sociale del paese per disporre di merci esportabili, contenenti più innovazione di prodotto, oppure di produrne attraverso processi più efficienti (leggi: con licenziamenti di massa).
Sommessamente suggeriamo un’altra via. Quella di imitare sul serio i tedeschi, ma nella loro transizione alle energie rinnovabili e al contemporaneo abbandono delle energie fossili, nucleare compreso. Questo percorso è quello che un autore, un vero e proprio scienziato-politico, Hermann Scheer, sociologo, ha descritto per intero nel suo ultimo libro, Imperativo energetico pubblicato alla fine del 2011 nei Kyoto Books delle Edizioni Ambiente (pp. 269, euro 25). Il tema è riassunto nelle frasi che completano il titolo originale: «100% rinnovabile ora! Come realizzare la completa riconversione del nostro sistema energetico».

L’avvocato del verde
Scheer, salutato come «avvocato del sole», «eroe verde», se ne è andato nell’ottobre del 2010. Il suo ruolo non è stato soltanto quello di pensare il futuro «rinnovabile» e di scrivere libri per spiegarlo e renderlo familiare ai tedeschi e agli altri, in Europa e nel mondo, ma anche quello di costruire una straordinaria opera di convinzione, attraverso associazioni come Eurosolar. Scheer ha reso davvero il «suo» futuro più vicino e abbordabile, nell’azione di ogni giorno, scrivendo libri, partecipando a convegni, tenendo conferenze. Ma ha fatto ben di più, operando senza tregua nella sfera politica, utilizzando in parlamento, nel suo partito, l’Spd e anche nelle amministrazioni delle città e dei Länder, ogni spazio consentito. Alla ricerca continua di scelte concrete, di leggi per rendere il mondo «rinnovabile» pratico, vantaggioso e convincente. L’imperativo energetico è tra i lavori del suo ultimo tempo ed è insieme scienza, informazione, politica. Di certo va letto come un programma molto concreto per coloro che continueranno la sua opera e si dedicheranno alla riconversione energetica della società, o meglio alla rivoluzione sociale praticata attraverso il cambio di paradigma energetico.
L’energia di origine solare deve sostituire del tutto e al più presto quella oggi utilizzata che è quasi interamente di origine fossile. Per Scheer non vi sono mediazioni possibili, le lungaggini risultano intollerabili; non si possono accettare compromessi, soluzioni pasticciate. Le grandi imprese tradizionali: del gas, del petrolio, elettriche, atomo compreso, mostrano ormai per lo più un atteggiamento tollerante nei confronti delle energie rinnovabili. È falso. Fingere di fare spazio alle novità è una mossa che consente di mostrarsi alla moda, serve per dare una patina di eleganza a un mondo energetico ancora e sempre dominato dalle energie fossili. Scheer rifiuta questo atteggiamento compiacente. Il modello rinnovabile non deve e non può essere solo una variante, un riempitivo; e neppure l’offerta di un’area di sosta gratuita e a tempo indeterminato per svolgere in tutta calma sperimentazioni, in attesa che le energie fossili si esauriscano.
Al contrario, Scheer è mosso dall’urgenza. Non è solo convinto che le energie fossili siano in esaurimento accelerato, molto più vicino di quanto non si pensi, e che perciò si dovrà comunque farne a meno quanto prima. Esse sono da eliminare oggi, in quanto dannose per l’inquinamento che determinano, per i disastri naturali crescenti e il riscaldamento globale che provocano. Quindi – ne è sicuro – prima ce ne liberiamo, meglio è; anzi è l’unica via per consentire un futuro all’umanità, è un imperativo categorico se si vuole non solo sopravvivere, ma restare umani. In questo senso va messo al bando ogni compromesso. Il solare non può coesistere con il fossile, con le sue reti estese per ogni dove.

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