Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta intellettuali di sinistra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intellettuali di sinistra. Mostra tutti i post

mercoledì 19 dicembre 2012

“Facciamo presto”, appello degli intellettuali per “l’unione civica arancione”

Fonte

“Un atto di grande generosità e di altruismo da parte dei vertici dei partiti più vicini a questo progetto, Italia dei Valori e Rifondazione in testa, perché rinuncino al nome e al simbolo così come alla spartizione delle liste arancioni”. E’ la richiesta di una settantina di personalità del mondo dell’arte, della cultura e dell’impegno civile – tra cui Fiorella Mannoia, Gino Strada, Moni Ovadia, Aldo Nove, Piergiogio Odifreddi, Guido Viale… – che rivolgono un appello, dal titolo esplicativo “facciamo presto”, a favore della costituzione di “un unico progetto di unione civica arancione in vista delle elezioni del 2013” che proprio le dispute tra e con i partiti potrebbero complicare.
Secondo i firmatari dell’appello “le prossime elezioni politiche saranno un momento costituente per la ricostruzione del nostro paese”. E “ad aprire questa porta verso il futuro saranno i cittadini e le cittadine: non le banche, non i poteri forti, non le cancellerie europee”. In quest’ottica i promotori di “Facciamo presto” rilevano che “nelle ultime settimane si è andata formando, per molti versi in modo spontaneo e fuori dagli apparati dei partiti, un’area civica e politica che si ispira alla pagina più bella della storia italiana recente: quella dei referendum vittoriosi sull’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento; quella dei nuovi sindaci che hanno vinto a sorpresa in tanti comuni piccoli e grandi”. Quest’area civica e politica a detta dei firmatari “sta già attraendo decine di migliaia di semplici cittadini così come di attivisti di associazioni, movimenti, sindacati, ma anche militanti di base ed elettori di partiti già esistenti come Sinistra Ecologia e Libertà, Partito democratico, Italia dei Valori, Federazione della sinistra, Verdi, Radicali e altri ancora”.
Perciò con l’appello “Facciamo presto” si domanda “che ci si organizzi rapidamente in un unico progetto di unione civica arancione in vista delle elezioni del 2013”. Rivolgendosi per questo ai partiti perché depongano le pretese che potrebbero pregiudicare il progetto. E chiedendo al tempo stesso “un atto di grande responsabilità ad Antonio Ingroia, a Luigi De Magistris e ai promotori di Cambiare si può! perché si impegnino in prima persona e insieme nella definizione dell’unione civica arancione e nella creazione di un comitato elettorale di garanzia per arrivare alle liste delle candidature e dare il via alla campagna elettorale”.
20121217-224534.jpg

sabato 10 novembre 2012

Autore: Vittorio Bonanni - ombrerosse
       
Una cura ricostituente, una ventata di creatività, un andare oltre i soliti schemi e le solite divisioni che hanno caratterizzato e continuano a rendere difficile la vita della sinistra d’alternativa. Chiamiamolo come ci pare ma questo appello “Cambiare si può! Noi ci siamo”, firmato da decine e decine di esponenti del mondo della cultura, del sindacato, dell’associazionismo, era proprio quello che ci voleva in un momento, tanto per cambiare, difficile per chi sta a sinistra del Pd, schiacciato tra la scelta di Sel di collocarsi nella Carta d’Intenti di Bersani, i grillini e il rischio astensionismo. Senza dimenticare il grave strappo all’interno della Federazione della Sinistra, con la decisione di Diliberto, Salvi e Patta di allearsi con Bersani e non partecipare al No Monti Day. Insomma, diciamo pure: ci voleva! Anche se con la consapevolezza che, pur avendo ora una marcia in più, la strada resta ancora in salita, da prima ridotta per utilizzare ancora un gergo automobilistico. A differenza delle paginette condivise dal Pd, da Sel e dal Psi di Nencini, il testo di “Cambiare si può”, i cui primi firmatari sono il sociologo Luciano Gallino, il magistrato Livio Pepino del Gruppo Abele, lo storico Marco Revelli, il vicepresidente di Libera Don Cozzi, Antonio Di Luca, operaio Fiom di Pomigliano, iscritto a Rifondazione e Chiara Sasso, coordinatrice Rete dei Comuni Solidali, prende nettamente di petto un modello sociale-europeo schiacciato sulle compatibilità economico-finanziarie che non lascia alcuno spazio ad una ripresa della politica, della quale farebbero volentieri a meno i padroni del Vecchio continente. Una netta presa di posizione dunque contro l’agenda Monti.
Parlavamo delle difficoltà. Il primo dicembre è già previsto un incontro importante tra gli autori di questo appello, e chi lo sta sostenendo come Rifondazione Comunista e il sindaco di Napoli De Magistris. Ma che cosa succederà ora? Si riuscirà ad arrivare ad una lista comune da proporre alle elezioni? E quali ostacoli si potranno incontrare in un ambiente che ha troppo spesso privilegiato lo scontro (vedi le tante, troppe scissioni che si sono verificate all’interno del Prc) piuttosto che valorizzare le affinità? Ne abbiamo parlato appunto con alcuni dei sostenitori di questa “Carta d’Intenti” di sinistra. «Il rapporto tra questo appello e i suoi firmatari con le altre forze della sinistra – dice Livio Pepino, magistrato e responsabile delle edizioni Gruppo Abele – lo vedo insieme di alternativa e di necessità. Mi spiego meglio. Io credo che l’esperienza di queste ultime elezioni siciliane dimostri che quella modalità che le forze di sinistra hanno scelto per essere elettoralmente presenti si sia rivelato fallimentare. Non intercettano più un bisogno, un elettorato e dunque bisogna trovare delle forme nuove che, pur non cedendo alla demagogia dei più giovani e dei rottamatori, aiutino a capire che o si cambia anche il modo di porsi di fronte all’elettorato o, al contrario, non si va da nessuna parte».

giovedì 6 settembre 2012

La terza via di Sbilanciamoci!

di Giulio Marcon - Fonte -

Il dibattito politico non affronta il merito dei problemi economici e sociali. La politica dimentica i soggetti sociali e il loro disagio. Per discutere dei contenuti e delle alternative concrete, la campagna Sbilanciamoci! riunisce associazioni, esperti e movimenti alla decima edizione della “Contro-Cernobbio”, a Capodarco di Fermo

Dalle discussioni estive sulle alleanze politiche in vista delle prossime elezioni e sulle prospettive di governo sta mancando completamento il merito: il programma e gli obiettivi che sarebbe necessario darsi per fronteggiare la crisi e avviare un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. E scompaiono – dal dibattito politico – da una parte la società con le sue sofferenze e dall'altra i soggetti (il lavoro, i movimenti, la società civile) che dovrebbero essere il perno di un cambiamento radicale del paese.
Prevale, per parafrasare – modificandolo – il detto gramsciano, una logorante “guerra di posizionamento” in cui a farla da padrone sono le continue mosse e giravolte tattiche, le battute e la loro esegesi, il detto e il non detto, gli equilibrismi sul nulla, i minuetti che cambiano di tonalità ogni giorno, le foto più o meno sfocate: cioè il rito di una politica autoreferenziale a destra come – ahinoi – a sinistra. Nella migliore delle ipotesi con l'obiettivo di andare a governare (ma per fare cosa?), nella peggiore di prendere qualche voto in più e garantire posti, prebende, accontentare clientele e cordate.
Nel merito, tutto il dibattito (quando c'è) si sta riducendo ad essere a favore o contro il “montismo” (la scelta è scontata), come se si trattasse di una sorta di mantra che ci evita di affrontare le questioni concrete che abbiamo sul tappeto e che Sbilanciamoci ed altri hanno posto in questi mesi: il modello di sviluppo che vogliamo (i SUV a Mirafiori o i bus della Irisbus, il Ponte sullo stretto o le piccole opere, i treni per i pendolari o i trafori delle alpi, i pannelli solari o il carbone, i diritti del lavoro o la flessibilità?), la redistribuzione necessaria della ricchezza contro le rendite e la finanza (la patrimoniale, la tobin tax, ecc.), una politica economica espansiva e keynesiana invece di un'austerity tutta sulle spalle della povera gente.
Tra un inconcludente programma elettorale di 281 pagine (quello dell'Unione del 2006) e una generica “carta d'intenti” (quella del PD – e forse del centro sinistra – di un mese fa dove accanto a belle parole come uguaglianza, beni comuni e lavoro sono riproposte le vincolanti compatibilità europee dell'austerity) ci dovrà pur essere una “terza via”.
È quella che Sbilanciamoci prova ad avanzare (con proposte specifiche e concrete) nella tre giorni della sua “controcernobbio” a Capodarco di Fermo (per info: www.sbilanciamoci.org) mettendo al centro, da una parte la critica ed il superamento del paradigma neoliberista (quello che, dopo un po' di restyling verrà riproposto negli stessi giorni a Cernobbio) che ci ha portato alla crisi e che ancora ne sta dominando l'orizzonte e dall'altra la costruzione di un'economia diversa fondata sul lavoro, la qualità sociale ed i diritti, la sostenibilità ambientale, i saperi. Quello che interessa sono i contenuti e le scelte di merito, gli schieramenti vengono dopo. La stagione delle cooptazioni e dei collateralismi – per una gran parte dei movimenti – è finita per sempre. Non ci si può che associare alla Fiom quando dice che non vuole dar vita ad una forza politica, né tanto meno dare un endorsement a qualcuno dei soggetti in campo.
Magari facendo molta più attenzione a quello che succede in Europa e cominciando a dire che il problema non è se continuare o meno la politica di Monti, ma se fare o meno quella di Hollande e a capire che si sta propagando un diffuso rifiuto delle politiche di austerity, come ci daranno testimonianza (dopo la Grecia) le prossime elezioni nella ultraliberista Olanda. Ed è proprio per questo che l'agenda dei contenuti e delle proposte che Sbilanciamoci rilancerà a Capodarco per un “cambio di rotta” si ricollega ai due forum promossi in collaborazione con il manifesto il 28 giugno ed il 9 luglio scorsi per un'altra Europa. Si esce dalla crisi – in Italia ed in Europa – rimettendo al centro il lavoro ed i diritti, il welfare e la conoscenza, la sostenibilità e l'ambiente. Il neoliberismo e le politiche di austerity hanno fallito: si tratta di mettere in cantiere un progetto di radicale cambiamento dell'economia e di costruzione di una vera democrazia in Italia come in Europa. Sono queste le sfide – più che le schermaglie politiciste e i tatticismi sugli schieramenti – che ci piacerebbe affrontare nei prossimi mesi.

domenica 22 luglio 2012

Gli intellettuali “di sinistra” e la crisi della zona euro

di Emiliano Brancaccio - sinistrainrete -

Man mano che la crisi della zona euro si aggrava, tra gli imprenditori italiani e persino negli ambienti della destra “rispettabile” inizia a far capolino l’ipotesi di una uscita dell’Italia dalla moneta unica. Come quasi sempre accade, allora, per riflesso pavloviano anche gli intellettuali e gli economisti di “sinistra” si vedono costretti a uscire dalle consuete ambiguità retoriche e ad assumere posizioni più chiare sul da farsi. Vari articoli pubblicati di recente, così come un seminario sulla crisi organizzato pochi giorni fa dalla Fondazione Di Vittorio e dall’ARS, hanno dato conto di questa tendenza.
Semplificando al massimo, tra gli intellettuali di sinistra, inclusi gli economisti, possiamo riconoscere due posizioni prevalenti.
Alcuni di essi ritengono che una deflagrazione della zona euro determinerebbe una catastrofe economica talmente violenta da condurre l’intera Europa sull’orlo di un conflitto bellico. La loro tesi è che l’Unione economica e monetaria rappresenta una condizione necessaria per garantire la pace tra i popoli europei. Chiunque si azzardi a evocare la possibilità di un’uscita dall’euro viene quindi immediatamente considerato un avventuriero irresponsabile, potenzialmente un guerrafondaio. In verità questi studiosi non forniscono chiare evidenze a sostegno dei loro anatemi. Nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa (Il Saggiatore, Milano 2012) abbiamo rilevato che la tesi secondo cui le unioni economiche e monetarie - e più in generale il liberoscambismo - garantirebbero la pace tra le nazioni, non trova adeguati riscontri storici. Abbiamo ricordato, in proposito, che alla vigilia del primo conflitto mondiale sussisteva piena libertà di circolazione dei capitali e vigeva un sistema di cambi fissi vincolante quasi quanto l’euro.
Anziché lanciare apodittici strali di accuse, dunque, gli intellettuali che intendono difendere la zona euro a tutti i costi farebbero meglio a fornire argomenti più convincenti a sostegno delle loro posizioni. In particolare, essi dovrebbero dirci se ritengono che, pur di restare nell’eurozona, dovremo in futuro adattarci a qualsiasi possibile divario tra tassi d’interesse e tassi di crescita del Pil nominale (con buona pace per la praticabilità di qualsiasi cosa possa vagamente somigliare a una politica economica “alternativa”, espressione che viene tuttora ripetuta come un mantra negli ambienti di sinistra). A questo proposito, bisognerebbe tener presente che negli anni Trenta furono proprio i vani tentativi di Bruning di ripagare i debiti esteri a colpi di deflazione che crearono le condizioni materiali per l’ascesa di Hitler al potere. Insomma, gli strenui apologeti della zona euro “in nome della pace” farebbero bene a considerare la possibilità che il terreno favorevole alla proliferazione del bellicismo lo stiano preparando proprio loro. Eventualità spiacevole come tutte le eterogenesi dei fini, ma tutt’altro che improbabile.
Nell’arcipelago degli intellettuali ed economisti di sinistra c’è però anche una posizione alternativa. Questa è sostenuta da chi ritiene che da un’uscita dalla zona euro si potrebbero trarre molti più vantaggi che svantaggi. Questa tesi viene in genere supportata con evidenze tangibili per l’Italia e per almeno alcuni degli altri paesi periferici dell’Unione. Ci sono tuttavia diversi aspetti, di tale posizione, che appaiono lacunosi e che andrebbero chiariti meglio. 1) In primo luogo, il trapasso da un sistema di cambi fissi a un sistema di cambi flessibili viene solitamente anticipato e seguito da ingenti fughe di capitale all’estero. Una più agevole gestione della transizione richiederebbe allora il ripristino di efficaci meccanismi di controllo dei movimenti di capitale. 2) In secondo luogo, bisognerebbe tener conto del fatto che l’uscita dall’euro potrebbe comportare una caduta della quota salari e dello stesso potere d’acquisto dei salari anche in presenza di un’inflazione moderata.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters