Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 21 maggio 2012

Quale “alternativa verde” all’austerità?

Posted by keynesblog 
Mentre le politiche centrate sull’austerità stanno incontrando sempre più resistenza a livello europeo, il problema di come immaginare realmente un rilancio della crescita rimane ancora del tutto intatto.

Il dibattito corrente tende a premiare (entro certi limiti anche comprensibilmente) le misure più efficaci nell’immediato per attutire la crisi attraversata dall’euro, soffermandosi per lo più su questioni che attengono gli equilibri finanziari europei già da troppo tempo sotto pressione. Non è tuttavia del tutto raro l’emergere di riflessioni sull’importanza dei divari tra le strutture delle diverse economie europee e sulla necessità di politiche di investimento opportunamente mirate, che dovrebbero diminuire l’entità di tali divari per consentire una sostanziale stabilità nel processo di aggiustamento macroeconomico a cui si vuole tendere. Da questo punto di vista, il riconoscimento di divari di natura tecnologica, soprattutto tra paesi nord europei e sud europei, ha assunto un ruolo cruciale poiché è proprio sulla capacità delle economie di sviluppare innovazioni che si giocano i maggiori potenziali di crescita e, di conseguenza, anche le possibilità di rendere meno onerose le situazioni in cui versano i debiti sovrani.
Lo sviluppo della cosiddetta “economia verde” appare attualmente come uno dei volani più promettenti del processo di innovazione al quale in Europa si dovrebbe dare spazio. Le premesse ci sarebbero tutte, poiché è dall’Europa che ha preso corpo il grande programma di lotta al cambiamento climatico che trova nel Protocollo di Kyoto una delle sue pietre miliari. Ma è anche vero che i processi di innovazione non si improvvisano e debbono nutrirsi di apparati di competenze scientifiche e tecnologiche che i paesi dovrebbero aver costruito in precedenza. Pur nel quadro di una giusta intuizione, la visione “ecologista” ha invece spesso sottovalutato questi aspetti, limitandosi a ragionare su come i paesi dovessero attivare risorse per combattere il riscaldamento terrestre, tralasciando le implicazioni collegate alla crescita del reddito e dell’occupazione. E’ solo più di recente che il termine “green growth” (“crescita verde”) ha iniziato ad acquisire una qualche importanza, ma il modo in cui la questione è trattata appare in molti casi ancora insoddisfacente.
In una larga maggioranza di casi si considera la spesa in tecnologie verdi come l’investimento più opportuno per stimolare la crescita: questo è vero, ma solo in parte. L’innovazione di cui si parla, dovrebbe infatti dar vita a nuovi processi produttivi, nuove filiere industriali sostitutive delle vecchie, in grado di soddisfare una domanda che si dirige verso nuovi beni. Immaginare una sorta di “keynesismo verde” come mera azione di spesa di componenti e strumenti per la realizzazione di nuovi metodi di produzione o per la produzione di energia da fonti rinnovabili, non solo sarebbe insufficiente, ma comprometterebbe strutturalmente il processo di crescita, anche nel medio termine. Questo perché se la spesa di cui si parla si dirige sulle importazioni dall’estero – nella misura in cui l’offerta o produzione nazionale sia insufficiente o in casi estremi assenti – l’aumento del reddito che si ottiene in un primo momento come beneficio dell’impatto positivo degli investimenti, incontra un limite nell’emergere di squilibri dal lato delle bilance commerciali. Ma ciò che più conta è che lo squilibrio commerciale può divenire strutturale, man mano che le tecnologie verdi, come è auspicabile, sono destinate a trasformare le modalità dei processi produttivi, se non si opta per politiche di trasformazione del tessuto produttivo, in modo tale che questo sia sempre più adeguato a rispondere ai cambiamenti di composizione della domanda.

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