Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 7 dicembre 2013

Possedere o condividere?

lemondeDiplomatique -
UN mucchio DI OGGETTI COSTOSI E INUTILIZZATI -
E se l’«utilizzo» non fosse più necessariamente sinonimo di «proprietà»? Desiderosi di farla finita con l’iperconsumo di oggetti che servono solo raramente, di fronte a un potere di acquisto in calo, numerose persone si organizzano per condividere e barattare. Un movimento in piena espansione che gruppi di privati hanno presto dirottato per allargare la cerchia… degli acquirenti.

di Martin Denoun e Geoffroy Valadon *

«A casa di ciascuno di noi, c’è un problema ecologico e un potenziale economico. Abbiamo nelle nostre dimore numerosi beni che non utilizziamo: il trapano che dorme in un armadio e mediamente verrà usato solo tredici minuti in tutta la sua vita, i dvd visti una volta o due che si ammassano, la macchina fotografica che cattura la polvere più che la luce, ma anche l’automobile che utilizziamo da soli meno di un’ora al giorno o l’appartamento vuoto per tutta l’estate. La lista è lunga. E rappresenta una somma impressionante di denaro e di rifiuti futuri.» Questo è, in sostanza, l’approccio dei teorici del consumo collaborativo. Perché, dichiara con un grande sorriso Rachel Botsman (1) una dei loro capiscuola, «avete bisogno di un foro, non del trapano; di una proiezione, non di un dvd; di spostarvi, non di un’automobile!»…È stato Jeremy Rifkin a diagnosticare questa transizione da un’epoca della proprietà verso una «epoca dell’accesso (2)», in cui la dimensione simbolica degli oggetti decresce a vantaggio della loro dimensione funzionale: se un tempo la vettura era un elemento di status sociale che ne giustificava l’acquisto aldilà del suo utilizzo, ora i consumatori hanno incominciato ad affittare i loro veicoli. Oggi, i giovani propongono l’affitto della loro automobile e delle loro case. Sono la disperazione di numerosi industriali dell’automobile e del settore alberghiero, ma altri vi vedono un distacco nei confronti degli oggetti di consumo che fa ben sperare. Le piattaforme di scambio permettono una migliore assegnazione delle risorse; atomizzano l’offerta; eliminano gli intermediari e facilitano il riciclaggio. Così facendo, esse erodono i monopoli, fanno abbassare i prezzi e apportano nuove risorse ai consumatori. Questi sarebbero così indotti ad acquistare beni di qualità, più durevoli, sollecitando gli industriali a rinunciare all’obsolescenza programmata. Sedotti dai prezzi ridotti e dalla comodità delle relazioni «peer to peer» (P2P), essi contribuirebbero alla riduzione dei rifiuti. La stampa internazionale, dal New York Times a Le Monde passando per The Economist, dedica una prima pagina a questa «rivoluzione dei consumi».I sostenitori del consumo collaborativo sono spesso delusi dallo «sviluppo sostenibile». Ma, se ne criticano la superficialità, non lo fanno generalmente attraverso un’analisi approfondita. Richiamandosi soprattutto a Rifkin, non menzionano mai l’ecologia politica. Citano volentieri Mohandas Gandhi: «Su questa terra ci sono abbastanza risorse per rispondere ai bisogni di tutti, ma non ce ne saranno mai abbastanza per soddisfare i desideri di possesso di qualcuno (3).» Ciò non impedisce loro di manifestare una sorta di disprezzo verso i sostenitori della decrescita e i militanti ecologisti in generale, visti come utopisti marginali e «politicizzati».Bostman, durante una conferenza tenuta al Technology, Entertainment and Design (Ted) (4), ha affermato che «nel 2008 abbiamo sbattuto contro un muro. Insieme, madre natura e il mercato hanno detto “stop”! Sappiamo bene che un’economia basata sull’iperconsumo è una piramide di Ponzi (5), un castello di carte». A suo avviso, la crisi, costringendo le persone ad arrangiarsi, avrebbe provocato un sussulto di creatività e di fiducia reciproca che ha fatto esplodere il fenomeno del consumo collaborativo (6). Sempre più siti internet propongono di barattare o affittare beni «dormienti» e costosi: lavatrice, vestiti di marca, oggetti high tech, materiale per camping, ma anche mezzi di trasporto (auto, bicicletta, barca) o spazi fisici (cantine, parcheggi, camere, ecc.). Questo fenomeno arriva fino al risparmio: piuttosto che lasciarlo dormire su un conto, alcuni privati se lo prestano evitando le banche (7). Nell’ambito dei trasporti, il car pooling consiste nel condividere il costo di un tragitto; una sorta di autostop organizzato e contributivo, che permette per esempio di viaggiare da Lione a Parigi con 30 euro, contro i 60 euro del treno, e di fare conoscenza con nuove persone durante il percorso. Negli anni 2000 in Francia sono apparsi diversi siti per proporre questo servizio. Poi, si è realizzata l’evoluzione tipica degli start-up del web: ci si batte per imporsi come lo standard obbligatorio gratuito, e, una volta conquistata questa posizione, si impone agli utenti una fatturazione attraverso il sito «per una maggiore sicurezza» prelevando una commissione del 12%. Mentre il numero uno francese, Covoiturage.fr, è diventato BlablaCar per lanciarsi alla conquista del mercato europeo, e il suo equivalente tedesco, Carpooling, arriva in Francia, alcuni car pooler, contrariati dalla svolta mercantile del sito francese hanno lanciato la piattaforma associativa e gratuita Covoiturage-libre.fr. Anche il car sharing è un progresso culturale ed ecologico. Piattaforme come Drivy permettono l’affitto di veicoli tra privati. Tuttavia, gli attori dominanti nel mercato sono di fatto dei noleggiatori flessibilizzati (noleggi al momento e in self service) che hanno una loro flotta privata. La riduzione annunciata del numero di veicoli è quindi relativa. Anche la flotta Autolib’ creata dal comune di Parigi con il gruppo Bolloré sul modello di Vélib’ che permettere la riduzione del numero di macchine si sostituisce ai trasporti collettivi (8). In tema di alloggi, internet ha anche favorito il decollo degli scambi tra privati. Molti siti (9) permettono di contattare una moltitudine di ospiti disposta a ricevervi gratuitamente in casa propria per qualche notte, e questo in quasi tutti i paesi. Ma il fenomeno del momento è il «bed & breakfast» informale e cittadino e il suo leader incontestato, Airbnb. Questo start-up propone di passare la notte presso alcuni ateniesi o marsigliesi che improvviseranno una generosa colazione «opzionale» per un prezzo inferiore a quello di un hotel. Una stanza vuota, o il vostro intero appartamento quando andate in vacanza, possono così diventare una fonte di reddito. In una parola: «Airbnb: travel like human» («Con Airbnb viaggiate come esseri umani»). Nella stampa economica, tuttavia, lo start-up mostra un altro volto. Si vanta di prelevare oltre il 10% della somma pagata dagli ospiti, e di vedere la sua cifra di affari di 180 milioni di dollari nel 2012 crescere tanto rapidamente quanto la sua capitalizzazione in Borsa, di circa 2 miliardi di dollari. L’azienda di car sharing City car club ricorda che «La ricchezza risiede ben più nell’uso che nel possesso – Aristotele». Ma, osservando più da vicino, il distacco rispetto alla proprietà diagnosticato da Rifkin non sembra implicare un fenomeno simile rispetto al consumo: il sogno di un tempo era quello di possedere una Ferrari; oggi, consiste semplicemente nel guidarne una. E se le vendite diminuiscono, i noleggi aumentano. Questa «era dell’accesso» rivela un cambiamento delle forme del consumo legato a un mutamento logistico: la messa in circolazione dei beni e delle competenze di ciascuno attraverso interfacce web performanti. Lungi dall’esserne spaventate, le aziende vedono in questa fluidificazione un potenziale di nuove transazioni di cui esse sarebbero le intermediarie remunerate. Da una parte, ciò permette di allargare la base dei consumatori: coloro che non avevano i mezzi per acquistare un oggetto costoso possono noleggiarlo da loro pari. D’altra parte, la mercificazione si estende alla sfera domestica e ai servizi tra privati; una stanza per gli ospiti o un posto in auto possono essere proposti al noleggio, così come un aiuto in lavori di idraulica o in inglese. Si può anche anticipare lo stesso effetto rebound registrato in ambito energetico, dove le riduzioni di spesa determinate dal progresso tecnico conducono ad aumenti dei consumi (10): le risorse che una persona guadagna dal noleggio del proprio videoproiettore lo indurranno a consumare di più. Nuove forme di greenwashing Tuttavia, esistono molte nuove pratiche che vanno in controtendenza rispetto al consumismo. Sono molto varie: i couchsurfers (letteralmente, «surfers del divano») permettono gratuitamente a sconosciuti di dormire a casa loro, dove beneficiano dell’ospitalità. Gli utenti di Recupe.net e di Freecycle.org preferiscono offrire oggetti di cui non hanno più bisogno piuttosto che buttarli via. Nei sistemi di scambio locali (Sel), i membri offrono le loro competenze su una base egualitaria: un’ora di giardinaggio vale un’ora di lavoro idraulico o di web design. Nelle associazioni per il mantenimento di un’agricoltura contadina (Amap), ciascuno si impegna ad approvvigionarsi per circa un anno dallo stesso agricoltore locale con cui può sviluppare dei legami, e partecipa volontariamente alle distribuzioni periodiche delle verdure. Questo impegno relativamente vincolante delinea un percorso che supera il semplice «consumo critico» che consiste nel «votare con il portafoglio».Qual è il punto in comune tra questi progetti associativi e gli start-up della distribuzione C2C – consumer to consumer, «dal consumatore al consumatore»? Paragoniamo i couchsurfers e gli ospiti di Airbnb: per i primi, l’essenziale sta nella relazione con le persone incontrate, ed il confort è secondario, mentre per i secondi è il contrario. I criteri delle loro rispettive valutazioni sono quindi sensibilmente differenti; ciò che primeggia su AirBnB, aldilà del prezzo, è la pulizia del luogo e la prossimità con il centro turistico, mentre su Couchsurfing.org, aldilà della gratuità, prevalgono i momenti condivisi con il proprio ospite. Allo stesso modo, le piattaforme come Taskrabbit.com propongono scambi di servizi tra privati a pagamento, mentre i Sel si fondano sul dono. Se, nei loro articoli destinati al grande pubblico, i promotori del consumo collaborativo citano spesso le iniziative associative per vantarsi dell’aspetto «sociale» ed «ecologico» di questa «rivoluzione», questi spariscono a vantaggio degli start-up quando si esprimono nella stampa economica. Non soltanto perché gli scambi non a scopo di lucro sono più difficilmente monetizzabili, ma anche perché non sono «massificabili». Infatti, si possono riunire i due percorsi sotto l’etichetta di «economia della condivisione» solo concentrandosi sulla forma di queste relazioni, e minimizzando le logiche molto differenti che le alimentano. Questo amalgama, che culmina nel gioco di prestigio che consiste nel tradurre to share («condividere») con «noleggiare» è ampiamente incoraggiato da coloro che cercano di trarre profitto dal fenomeno. Attraverso un sotterfugio simile al greenwashing (l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste, ndt), alcuni progetti come le Amap arrivano a servire da sostegno a queste industrie. Coloro che se ne fanno eco minimizzando i valori sociali che soggiacciono a tali progetti partecipano così a una sorta di collaborative-washing. Le persone che offrono il loro tetto, la loro tavola o il loro tempo a sconosciuti si caratterizzano infatti per l’adesione a valori legati alla ricerca di pratiche egualitarie ed ecologiche; ciò li avvicina di più alle cooperative di produzione e di consumo piuttosto che alle piattaforme di scambio C2C. Questa dualità si congiunge ad altre: quella che separa lo «sviluppo sostenibile» dall’ecologia politica, o ancora il movimento dell’open source – che promuove la collaborazione di tutti per migliorare i software – e quello del software libero – che promuove la libertà degli utenti in una prospettiva politica. A ciascuno di questi ambiti, si potrebbe estendere la famosa distinzione operata da Richard Stallman, uno dei padri del software libero: «Il primo è una metodologia di sviluppo; il secondo è un movimento sociale (11)



note:
* Animatori del collettivo La Rotative, www.larotative.org
(1) Cfr. Rachel Botsman, What’s Mine is Yours: How Collaborative Consumption Is Changing The Way We Live, Harper Collins, Londra, 2011; Lisa Gansky, The Mesh: Why the Future of Business is Sharing, Portfolio - Penguin, New York, 2010; www.shareable.net. In Francia: www.ouishare.net; www.consocollaborative.com; Observatoire société et consommation, www.lobsoco.com
(2) Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano, 2000.
(3) Citato in Anne-Sophie Novel e Stéphane Riot, Vive la corévolution! Pour une société collaborative, Editions Alternatives, coll. «Manifestô», Parigi, 2012.
(4) «Rachel Botsman: à propos de la consommation collaborative», maggio 2010, www.ted.com.
(5) Montatura fraudolenta, inaugurata nel 1920 da Charles Ponzi, consistente nel remunerare degli investitori grazie alla vendita costante di quote a nuovi acquirenti. Si legga Mona Chollet, «Yoga du rire et colliers de nouilles», Le Monde diplomatique, agosto 2009.
(6) Si legga Ibrahim Warde, «Ponzi, o il segreto delle piramidi», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2009.
(7) Zopa, Prosper e Lending Club sono le maggiori piattaforme negli Stati uniti. In Francia, oltre a Prêt d’union, Friendsclear ha stretto un partenariato con Crédit agricole.
(8) «“On a raté l’objectif. Autolib ne supprime pas de voitures”», L’interconnexion n’est plus assurée, 26 marzo 2013, http://transports.blog.lemonde.fr
(9) In particolare Couchsurfing.org, Hospitalityclub.org e BeWelcome.org. Quest’ultimo riunisce i delusi dei primi due.
(10) Si legga Cédric Gossart, «Quando le tecnologie “verdi” spingono a maggiori consumi», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2010.
(11) Richard Stallman, «Perché l’“Open Source” manca l’obiettivo del software libero», www.gnu.org (Traduzione di Al. Ma.)

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