Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 20 ottobre 2012

Quella che si mangia è la cultura borghese

Alberto Burgio

Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).

Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?

Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici? Come dire che, nella modernità borghese, il denaro è finalmente e in senso pieno l’«equivalente generale», la misura di ogni valore. Se avesse ragione Marx quando poi analizza il rapporto sociale come né più né meno che la coerente e organica manifestazione del processo di accumulazione del capitale? E avesse ragione il buon Debord, che, sulla scia di Marx, descrive la società contemporanea (il capitalismo maturo) come teatro della merce, nel quale lo spirito della merce – che è poi lo spirito del valore monetario – domina incontrastato e ridefinisce tutti i valori a partire da sé?

Se Marx ha visto giusto, e con lui quanti hanno provato a leggerlo seriamente, tenendo affilata la lama della critica, allora quei comportamenti – che rimangono scandalosi – cessano di essere sorprendenti. Quelle scelte e quelle omissioni – che rimangono vergognose – appaiono tuttavia coerenti. Perché questo è il punto: non c’è, nella mente della borghesia degna di questo nome, spazio per la cultura. Non c’è, nel suo orizzonte di senso, un lessico capace di scoprirne il valore. Nella mente borghese soltanto la logica dell’utile funziona. Il suo mondo è il mondo dell’economia e del mercato. La borghesia – si badi: quella migliore, quella proba e operosa – esiste e pensa e lavora e produce soltanto a questo fine: per accrescere il capitale, unico sovrano legittimo. Il resto è spreco.

martedì 28 agosto 2012

Guerra all'Iran e profitti sulle armi
di Vincenzo Borriello - rifondazione -
A volte basta poco per fare soldi, una notizia fatta trapelare, come quella di un possibile conflitto con l’Iran, per esempio, è vedi triplicare i tuoi incassi. É successo agli Stati Uniti d’America che nell’anno 2011 hanno venduto armi per 66,3 miliardi dollari. Si tratta d una cifra che rappresenta più di trequarti del mercato globale, per quanto riguarda la vendita di armamenti. Decisamente inferiori erano state le vendite nel 2010, con appena 21,4 miliardi di dollari e nel 2009 con 31 miliardi di dollari. Gli acquirenti sono tutti paesi “amici”: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Oman. Un appunto, il numero più alto di terroristi islamici arriva proprio da quelle parti.
Nonostante questo, tali paesi non fanno parte della lista degli “Stati Canaglia”. I motivi sono facilmente intuibili. Insomma, gli USA hanno riempito di armi il Medio Oriente. Il New York Times rivela che il declino dell’economia mondiale aveva causato una brusca frenata nella vendita delle armi. Le crescenti tensioni con l’Iran, però, hanno spinto i paesi confinanti a una corsa agli armamenti che si sono dotati di nuovi aerei e di sistemi missilistici da difesa. In particolare, con l’Arabia Saudita gli USA hanno firmato un accordo che prevede l’acquisto di 84 Caccia F15, l’aggiornamento di altri 70 caccia F15 comprati in precedenza, l’acquisto di svariate munizioni, missili e supporto logistico. La guerra è un affare… per pochi, ma pur sempre un affare.

lunedì 13 agosto 2012

L’altra faccia di Olimpia

- senzasoste -
Dimentichiamo De Coubertin e le sue belle frasi, come “l’importante nella vita non nel trionfo, ma nella lotta, l’essenziale non è aver conquistato, ma aver ben combattuto”. “Roba carina, ma sorpassata. Oggi le Olimpiadi sono un colossale business. Sì, ci sono (ancora) le competizioni in cui atleti di tutto il mondo si sfidano, ma è solo un pretesto per vendere scarpe e far consumare cibo-spazzatura.
Secondo il quotidiano The Independent, le Olimpiadi di Londra hanno un budget di circa 14,5 miliardi di euro, dei quali circa 1,8 vengono da sponsor privati, tra cui Coca Cola (premio per il rispetto dei diritti sindacali), BP (ultimo successo, la dispersione nel Golfo del Messico di poco meno di cinque milioni di barili di greggio), Dow (orgoglioso fornitore di napalm all’esercito degli Stati Uniti), Mc Donald’s (campione dell’alimentazione sana), Adidas (fiero difensore dei diritti dei lavoratori del sud del mondo).
Non solo le multinazionali contribuiscono a sporcare con la loro condotta la pura bellezza dell’agonismo sportivo che dovrebbe caratterizzare i giochi olimpici. Ma dimostrano di voler difendere ogni sterlina di profitto che riescano a spremere dagli spettatori (o forse dovremmo dire consumatori) delle Olimpiadi. A quanto riporta The Independent, infatti, un piccolo plotone di 300 addetti alla tutela dei marchi verranno sguinzagliati per il Regno Unito per fare in modo che gli esercizi commerciali fuori dal club non associno indebitamente il loro prodotto ai Giochi, danneggiando così i grandi sponsor.
Il quotidiano britannico rileva come il notevole impiego di risorse umane per una finalità tanto prosaica strida con il fatto che ben 3.500 soldati in licenza siano stati richiamati di gran corsa per far fronte alle esigenze di sicurezza di cui il contractor privato G4S non è stato in grado di garantire la gestione.
La notizia è drammatica ma, come in ogni situazione estrema, non mancano gli aspetti divertenti. Nella sua furia di accumulazione, la Olympic Delivery Authority (ODA) si è spinta a stabilire una lista di parole ammesse e vietate negli annunci pubblicitari. Ad esempio, è passata indenne al vaglio degli occhiuti controllori la frase vergata sulla lavagna fuori da un pub, che recitava: “Guardate i giochi olimpici qui con una birra fresca. Copertura live tutto il giorno”. Meno fortuna è toccata ai poster che lo stesso pub aveva affisso in precendenza, che sono stati censurati: “Grogglinton’s Bitter: guardate qui le Olimpiadi”. La lista delle parole proibite avrebbe fatto rabbrividire perfino il George Orwell di 1984: sono tabù infatti “oro”, “argento” e “bronzo”, “estate”, “sponsor” e perfino “Londra”, qualora vengano impiegate in contesti tali da dare l’impressione di un “collegamento formale” alle Olimpiadi.
Ma non si ferma qui il delirio delle corporation e di chi le protegge (certo non per motivi ideologici legati alla fede cieca nelle virtù del “libero(?)” mercato). Le sue deliranti proibizioni minacciano perfino quella che, citando i Monty Python, costituisce il contributo britannico alla cucina internazionale, ovvero la chip, volgarmente detta patatina fritta. In ben 40 luoghi santificati come “ufficialmente olimpici”, a ben 800 ristoratori è stato vietato servire il gustoso contorno / snack al fine di garantire l’esclusiva ai Mac Donald’s, le cui patatine sono certamente più olimpiche delle altre.
Se il lato ufficiale delle competizioni olimpiche è sfigurato dalla violenza idiota del grande business, cosa succederà lontano dai riflettori? Il quotidiano scandalistico britannico Daily Mail racconta come i lavoratori stranieri (temporanei) che lavoreranno per la pulizia del Parco Olimpico siano accampati in una specie di bidonville a Londra Est. Le condizioni igienico sanitarie del “villaggio” dei pulitori sono degne di uno slum (1 gabinetto per 25 persone, una doccia ogni 75), i container fanno entrare l’acqua piovana, mentre la paga è da fame (meno di 700 euro al mese).
Secondo i responsabili della ditta che ha vinto l’appalto (la Spotless International Services) è tutto in regola, anche se le foto di un container minuscolo nel quale devono dormire quattro persone in due cuccette separate da uno spazio di una trentina di centimetri documentano una situazione ben diversa. Addio, Olimpia!
Mario Braconi
tratto da http://www.altrenotizie.org

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