Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 28 settembre 2012

Addio vecchio dollaro. L’Iran accetta yuan

Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso De Berlanga            
Mosca e Tehran rompono il monopolio Usa negli scambi sulle materie prime
La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.
Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.

martedì 28 agosto 2012

Guerra all'Iran e profitti sulle armi
di Vincenzo Borriello - rifondazione -
A volte basta poco per fare soldi, una notizia fatta trapelare, come quella di un possibile conflitto con l’Iran, per esempio, è vedi triplicare i tuoi incassi. É successo agli Stati Uniti d’America che nell’anno 2011 hanno venduto armi per 66,3 miliardi dollari. Si tratta d una cifra che rappresenta più di trequarti del mercato globale, per quanto riguarda la vendita di armamenti. Decisamente inferiori erano state le vendite nel 2010, con appena 21,4 miliardi di dollari e nel 2009 con 31 miliardi di dollari. Gli acquirenti sono tutti paesi “amici”: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Oman. Un appunto, il numero più alto di terroristi islamici arriva proprio da quelle parti.
Nonostante questo, tali paesi non fanno parte della lista degli “Stati Canaglia”. I motivi sono facilmente intuibili. Insomma, gli USA hanno riempito di armi il Medio Oriente. Il New York Times rivela che il declino dell’economia mondiale aveva causato una brusca frenata nella vendita delle armi. Le crescenti tensioni con l’Iran, però, hanno spinto i paesi confinanti a una corsa agli armamenti che si sono dotati di nuovi aerei e di sistemi missilistici da difesa. In particolare, con l’Arabia Saudita gli USA hanno firmato un accordo che prevede l’acquisto di 84 Caccia F15, l’aggiornamento di altri 70 caccia F15 comprati in precedenza, l’acquisto di svariate munizioni, missili e supporto logistico. La guerra è un affare… per pochi, ma pur sempre un affare.

mercoledì 15 agosto 2012

Cuba 1962 – Siria/Iran 2012 – Operazione Northwoods (false flag per invadere Cuba)

Documenti USA declassificati, molto interessanti da leggere per vedere come funzionano certe cose: dopo cinquant'anni, sempre i soliti vecchi trucchi.

- fonte -

PREMESSA

Gli Stati Uniti hanno già sponsorizzato un colpo di stato in Siria nel 1949:
http://www.us-foreign-policy-perspective.org/index.php?id=323
e pianificato un altro colpo di stato ai danni del governo siriano alla fine degli anni Cinquanta:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/31/loccidente-e-la-destabilizzazione-della-siria-1957-2011-articolo-del-guardian/
Ora è la volta della Siria.
Il seguente piano fu respinto dal presidente J.F. Kennedy che, com’è noto, morì prematuramente l’anno successivo.

Cuba – Operazione Northwoods

Operazione Northwood – Pag. 1

Capi di Stato maggiore
Washington 25 D.C.
13 Marzo 1962
Memorandum per il segretario della difesa
Oggetto: Giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba (TS)
I Capi di Stato maggiore hanno preso in considerazione il Memorandum allegato per il capo delle Operazioni “Progetto Cuba” che risponde alla richiesta del suddetto ufficio per una breve, ma precisa descrizione dei pretesti che dovrebbero giustificare l’intervento militare Statunitense a Cuba.

lunedì 4 giugno 2012

Siria e Iran, le prossime due guerre sono già iniziate

sangreblooddi Giulietto Chiesa - www.ilfattoquotidiano.it
Metto in fila i fatti. Il 15 maggio ha preso avvio al confine giordano-siriano, la più grande esercitazione militare congiunta mai fatta in Medio Oriente. Vi partecipano 12.000 soldati di 47 paesi Nato e arabi, inclusa l’Italia. Dopo qualche giorno una serie di potenti esplosioni scuotono Damasco, uccidendo decine di soldati e ufficiali. Passa ancora qualche giorno e, mentre Bashar Assad è a colloquio con Kofi Annan, si viene a sapere di un orrendo massacro di oltre 100 persone nel villaggio di al-Houla.
Un’ondata di indignazione scuote il “mondo libero”. Il “sanguinario” Bashar viene additato come il responsabile. Cento morti sotto le sue bombe. Tutti civili. Il coro unanime non perdona. Austria, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti, espellono gli ambasciatori della Siria. Il generale Martin Dempsey, Capo dello Stato Maggiore degli Stati Uniti dichiara: “Queste atrocità rendono più probabile un intervento militare”.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani informa però che solo meno di 20 morti sono stati colpiti dal fuoco dei cannoni. “La gran parte delle altre vittime è stata sommariamente trucidata, sgozzata, in due incidenti separati a Taldoun”. Sembra che “intere famiglie” siano state abbattute e uccise nelle loro case. E’ questa pare, la ragione per cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è in grado di dire chi ha commesso l’eccidio. Quindi non si pronuncia. Ma i paesi sopra elencati, a quanto pare, sanno invece già tutto. C’è solo un testimone, salvo per miracolo, che riferisce di avere visto squadre di assassini in abiti civili irrompere in alcune case inneggiando a Bashar Assad.
Ma questa storia, invece di diminuire i sospetti, li accresce. Non è difficile inneggiare a Bashar mentre si sgozza un bambino. Chiunque può farlo, anche un nemico di Bashar. Le guerre di Irak e di Libia sono state precedute da episodi molto simili. Anche quella del Kosovo. La storia si ripete, ma il mainstream, che l’ha creata, se la dimentica. Coazione a ripetere.
Poi emergono le fonti di Bashar Assad. Nessuno, in Occidente le usa, le cita, le conosce. C’è l’elenco degli uccisi. Dei 49 bambini di al-Houla, uccisi, ben 31 appartengono alla stessa famiglia. In tutto le vittime, donne e bambini, sono membri di solo quattro famiglie. Ci sono anche le foto, tremende, degli sgozzati.
Una cosa molto strana, oltre che molto orribile. Un’inchiesta dovrebbe rispondere a molte domande: perché l’accanimento proprio contro quelle famiglie? Di che religione erano? Ma a Washington, Roma, Londra, Parigi ecc, tutto è già chiarissimo. Tutto congiura per rendere necessario un intervento armato dall’esterno. Bashar Assad è, oltre che sanguinario, anche autolesionista.
E ora uno sguardo all’Iran. Qualcuno ha organizzato un cyber-attacco, con un nuovo virus, contro i centri di comando iraniani. Il nuovo virus si chiama “Flame”. Ed è molto più insidioso di quello “Stuxnet” che, nel 2010, distrusse diverse centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. “Flame” permette di guardare tutto ciò che passa sullo schermo di un computer, non importa di chi e dove è situato, e anche di dirigere a distanza quello che deve fare. Chi è l’autore dell’offensiva? Il vice premier di Israele, Moshe Yaalon, dice: “Chi ritiene che l’Iran sia una minaccia è ovvio che prenda le sue misure”. Inutile commentare perché è tutto chiarissimo. Più utile è tirare le somme.
Le due guerre, contro la Siria e contro l’Iran, sono già in corso. E noi italiani ci andremo di corsa, guidati da Giorgio Napolitano. Io invece penso che dovremmo chiedere al Governo italiano di dichiarare preventivamente, il più presto possibile, che l’Italia non andrà in guerra contro nessuno e non parteciperà a nessuna guerra, né umanitaria, né preventiva. Ovvio che non c’è all’orizzonte una tale volontà di Governo. Ma, se vogliamo evitare di farci arrostire, sarebbe bene che glielo imponessimo.

sabato 24 marzo 2012

Gemellaggio Israele - Iran. We love you.


- fonte -
Perché scoppi una guerra, è necessario un nemico da odiare. E' indispensabile che la macchina dei media manovrata dai governi crei il mostro. Israele deve odiare l'Iran, perché l'Iran odia Israele e la vuole distruggere. La parola alle armi. Lo dicono la TV, la stampa, i politici. Poi un padre, un israeliano scrive in Rete di amare ogni iraniano. Lui non ha intenzione di uccidere nessuno. Si può evitare una guerra con un appello dal web? Chissà. Per adesso, trentamila israeliani e iraniani si stanno scambiando messaggi e immagini di amicizia e rispetto impensabili solo settimana scorsa. Tutto è iniziato qualche giorno fa, con queste poche righe scritte da Ronny Edry di Tel Aviv.

"Ciao, sono Ronny. Ho 41 anni. Sono un padre, un progettista grafico, un insegnante, un cittadino di Israele. E ho bisogno del vostro aiuto. Ultimamente, nei telegiornali, sentiamo preannunciare una guerra. Enorme. I governi parlano di distruzione, autodifesa, come se questa guerra non avesse a che fare con noi. Tre giorni fa, ho pubblicato un poster su Facebook. Il messaggio era semplice: "Iraniani, non bombarderemo mai il vostro paese, vi amiamo". Accanto al poster ha aggiunto: "Al popolo iraniano, a ogni padre, madre, figlio, fratello e sorella. Perché ci sia un guerra tra di noi, è necessario che prima abbiamo paura l'uno dell'altro. Dobbiamo odiare. Io non ho paura di voi, non vi odio. Non vi conosco nemmeno. Nessun Iraniano mi ha mai fatto del male. Non ho nemmeno mai conosciuto un Iraniano … giusto uno a Parigi, in un museo. Un tipo simpatico. Qualche volta qui vedo un Iraniano in TV. Parla di una guerra. Sono certo che non rappresenta tutto il popolo iraniano. Se sentite qualcuno in TV parlare di un bombardamento su di voi … state certi che non sta rappresentando tutti noi. Non sono un rappresentante ufficiale del mio Paese. Ma conosco le strade della mia città, parlo ai miei vicini, i miei famigliari, i miei amici e a nome di tutte queste persone … vi vogliamo bene. Non abbiamo alcuna intenzione di farvi del male. Al contrario, ci piacerebbe incontrarvi, prendere un caffè assieme e parlare di sport. A tutti coloro che provano lo stesso, condividete questo messaggio e aiutatelo a raggiungere il popolo iraniano."
In ventiquattro ore hanno iniziato a condividere il poster su Facebook. Nel giro di quarantott'ore gli Iraniani hanno iniziato a rispondere ai poster e ricambiare il loro amore per noi. Centinaia di messaggi che dicevano Israeliani "vi amiamo anche noi". Il giorno dopo eravamo in TV, sui giornali, prova del fatto che il messaggio stava viaggiando. Velocissimo.
Ora vogliamo fare in modo che il messaggio giunga ovunque, non solo alla comunità di Facebook, ma a tutti. Questo è un messaggio da parte della gente, per la gente.
Quindi, per favore, non odiare e aiutaci a diffondere questo messaggio." Ronny Edry

martedì 6 marzo 2012

Iran, la battaglia dei gasdotti

di Manlio Dinucci il manifesto - controlacrisi -
Sul palcoscenico di Washington, sotto i riflettori dei media mondiali, Barack Obama ha declamato: «Quale presidente e comandante in capo, preferisco la pace alla guerra». Ma, ha aggiunto, «la sicurezza di Israele è sacrosanta» e, per impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare, «non esiterò a usare la forza, compresi tutti gli elementi della potenza americana». Comprese quindi le armi nucleari. Parole degne di un Premio Nobel per la pace. Questo il copione. Per sapere come stanno davvero le cose, occorre andare dietro le quinte. Alla testa della crociata anti-iraniana vi è Israele, l’unico paese della regione che possiede armi nucleari e, a differenza dell’Iran, rifiuta il Trattato di non-proliferazione. Vi sono gli Stati uniti, la massima potenza militare, i cui interessi politici, economici e strategici non permettono che possa affermarsi in Medio Oriente uno Stato sottratto alla loro influenza.
Non a caso le sanzioni varate dal presidente Obama lo scorso novembre vietano la fornitura di prodotti e tecnologie che «accrescano la capacità dell’Iran di sviluppare le proprie risorse petrolifere». All’embargo hanno aderito l’Unione europea, acquirente del 20% del petrolio iraniano (di cui circa il 10% importato dall’Italia), e il Giappone, acquirente di una quota analoga e bisognoso ancor più di petrolio dopo il disastro nucleare di Fukushima. Un successo per la segretaria di stato Hillary Clinton, che ha convinto gli alleati a bloccare le importazioni energetiche dall’Iran contro i loro stessi interessi.
Ma l’embargo non funziona. Sfidando il divieto di Washington, Islamabad ha confermato il 1° marzo che completerà la costruzione del gasdotto Iran-Pakistan. Lungo oltre 2mila km, è già stato realizzato quasi per intero nel tratto iraniano e sarà terminato in quello pakistano entro il 2014. Successivamente potrebbe essere esteso di 600 km fino all’India. La Russia ha espresso interesse a partecipare al progetto, il cui costo è di 1,2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo la Cina, che importa il 20% del petrolio iraniano, ha firmato in febbraio un accordo con Teheran, che prevede di aumentare le forniture a mezzo milione di barili al giorno entro il 2012. E il Pakistan accrescerà le importazioni di petrolio iraniano. Furente, Hillary Clinton ha intensificato la pressione su Islamabad, usando bastone e carota: da un lato minaccia sanzioni, dall’altro offre un miliardo di dollari per le esigenze energetiche del Pakistan. In cambio, esso dovrebbe rinunciare al gasdotto con l’Iran e puntare unicamente sul gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India, sostenuto da Washington. Il suo costo stimato è di 8 miliardi di dollari, oltre il doppio di quello iniziale.
Prevale però a Washington la motivazione strategica. I giacimenti turkmeni di gas naturale sono in gran parte controllati dal gruppo israeliano Merhav, diretto da Yosef Maiman, agente del Mossad, uno degli uomini più influenti di Israele. La realizzazione del gasdotto, che in Afghanistan passerà attraverso le province di Herat (dove sono le truppe italiane) e Kandahar, è però in ritardo. Allo stato attuale, è in vantaggio quello Iran-Pakistan. A meno che le carte non vengano rimescolate da una guerra contro l’Iran. Anche se il presidente Obama «preferisce la pace».

sabato 11 febbraio 2012

…AND A TINY LITTLE HELP FROM AIRCRAFT CARRIER “ITALY” FOR ISRAEL AGAINST IRAN…

martedì 17 gennaio 2012

A PROPOSITO DI CRISI : IL PETROLIO E LA GUERRA ALL'IRAN

NEW YORK – Ecco qui un corso accelerato su come mandare a picco l’economia globale.
Un emendamento al National Defense Authorization Act firmato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nell’ultimo giorno del 2011 – quando nessuno prestava attenzione – impone sanzioni a chiunque (stati o aziende private) acquisti petrolio da Teheran attraverso la banca centrale iraniana. Pena l’esclusione, a partire dall’estate prossima, da ogni rapporto commerciale con gli Stati Uniti.

L’emendamento – a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra economica – è un regalino della Commissione per gli Affari Israelo-statunitensi (AIPAC) su commissione del governo israeliano e del suo primo ministro Benjamin “Bibi” Netanyahu.

Si è cercato in mille salse di farlo passare come il “piano B” dell’amministrazione Obama: l’alternativa? Lasciare i guerrafondai israeliani liberi di condurre un attacco unilaterale contro l’Iran e i suoi presunti programmi nucleari.

La verità è che la strategia israeliana era, se possibile, ancor più folle: impedire a qualunque Paese – a eccezione di Cina e India, forse – di acquistare il petrolio iraniano. Per di più, i sionisti americani hanno cercato di convincere tutti che ciò non avrebbe dato luogo a impennate sfrenate dei prezzi nei listini.

Intanto anche i governi dell’Unione Europea, con la loro impareggiabile capacità di tirarsi la zappa sui piedi, si sono messi a discutere se comprare o no il petrolio di Teheran. Il dubbio esistenziale è se smettere da subito o aspettare ancora qualche mese. Il risultato inevitabile, come la morte e le tasse – poteva essere altrimenti? – è stata l’ennesima impennata dei prezzi. Il greggio si aggira attorno ai 114 dollari al barile, e non accenna a diminuire.

martedì 10 gennaio 2012

EXCHANGE OF DEATH PENALTY PRISONERS BETWEEN DEMOCRATIC COUNTRIES
Amir Mirza Hekmati, C.I.A. spy. Iran enemy.
Bradley Manning, Wikileaks spy. U.S.A. enemy

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