Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta protesta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta protesta. Mostra tutti i post

sabato 22 giugno 2013

La protesta vince e non si ferma

Governo e sei città revocano gli aumenti dei trasporti. Due le vittima degli scontri: un ragazzo investito da un suv che ha sfondato una barricata e una donna soffocata dai lacrimogeni. Dilma Rousseff annulla la visita in Giappone e riunisce d'urgenza il governo. Le manifestazioni continuano. Prime voci di sospensione della Confederations Cup smentite dalla Fifa

Geraldina Colotti - ilmanifesto -
Alckmin vattene. No all'aumento del biglietto. No alla repressione. Libertà per i manifestanti detenuti. Sono gli slogan che risuonano per le vie del Brasile dopo l'aumento del prezzo dei trasporti annunciato dal governo. Dal 16 - inaugurazione della Coppa delle confederazioni, preludio ai Mondiali di calcio che il paese ospiterà nel 2014 - la popolazione è scesa in piazza a Brasilia e in una ventina di altre città: contro gli sprechi, la corruzione e il carovita. La più importante mobilitazione da vent'anni a questa parte.
La presidente Dilma Rousseff, succeduta a Lula da Silva, ha subito teso la mano al movimento, che ha incassato una prima vittoria. L'aumento del biglietto è stato revocato in almeno sei città: a cominciare da San Paolo, guidata dal contestatissimo governatore Geraldo Alckmin, conservatore e autoritario. Stesso annuncio anche da parte del socialista Eduardo Campos, probabile candidato alle presidenziali del 2014, nel nord-est povero. «Abbiamo abbassato i prezzi per favorire il dialogo - ha affermato Campos - siamo consapevoli dell'esistenza di un malcontento generale».
Le manifestazioni però continuano in più di 70 località del Brasile. Si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e corpi speciali di polizia in tenuta antisommossa. L'altro giorno, il governo ha infatti deciso di fare appello alle squadre d'élite della Forza nazionale e di inviarle in cinque delle sei città in cui si svolge la Coppa di calcio delle Confederazioni: «Avranno però un compito di mediazione», ha spiegato Rousseff. A Fortaleza, dove il Brasile ha incontrato il Messico, le manifestazioni si sono svolte nei pressi dello stadio. Per disperdere le proteste (circa 30.000 persone) la polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni video, molto gettonati su You Tube, mostrano invece poliziotti che si uniscono ai manifestanti, a San Paolo come a Rio de Janeiro: «Servire un governo simile? Mi vergogno», dice uno gettando via l'arma.
A Dilma Rousseff - la prima donna presidente del Brasile - e al suo Partito del lavoratori (Pt) si rimproverano le spese faraoniche in vista dei Mondiali, a scapito della qualità dei servizi sanitari e educativi, e la gigantesca corruzione, vero buco nero delle risorse statali. Il costo dei mondiali ammonta a 13 miliardi di dollari, quello per costruire stadi moderni a 3.500 milioni: «Vogliamo scuole moderne come stadi», gridano perciò i manifestanti.
E un sondaggio dell'Istituto Ibope dice che il 94% dei brasiliani ritiene «legittime» le loro proteste e le appoggia. La presidente Rousseff, invece - sempre secondo l'inchiesta - ha perso l'8% di popolarità negli ultimi mesi. E la sua coalizione di centrosinistra, al governo dal 2003, è chiamata a rispondere su ritardi e timidezze rispetto ai piani di riforme promessi, da rinnovare in vista delle presidenziali di ottobre 2014.
La Federazione internazionale del football (Fifa) ha mantenuto un atteggiamento cauto. Il suo presidente Joseph Blatter, da una parte ha invitato i manifestanti a «non usare il calcio per farsi ascoltare», dall'altra ha però sostenuto di capire «che la gente non sia contenta».
Sono intervenuti anche i calciatori. Pelé, leggenda del calcio brasileño, ha invitato i manifestanti a dedicarsi al tifo e non alla protesta: «Dimentichiamo tutto questo disordine che scuote il Brasile, tutte queste proteste e ricordiamoci che la squadra brasiliana è il nostro paese e il nostro sangue», ha detto Pelè, ricevendo una valanga di insulti su twitter. Altre stelle del football come Neymar, David Luiz o Hulk hanno invece espresso pubblicamente il loro appoggio alle proteste: «Mi dispiace che per chiedere miglior educazione, casa e salute sia necessario manifestare», ha scritto Neymar. Negli stadi, incuranti del divieto della Fifa, molti tifosi hanno sostenuto le proteste: «Brasile svegliati, un professore vale più di un Neymar».

giovedì 20 giugno 2013

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

Un’analisi e alcune considerazioni - sinistrainrete -

[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]
Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura


Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?

Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.

Cosa troverete in questo testo?
- Innanzitutto una ricostruzione della storia della Turchia degli ultimi dieci anni, una storia che ci fa imparare molto su come funziona la “crescita” economica nel modo di produzione capitalista e come la dimensione politica si modelli plasticamente sulle esigenze del profitto.

- Su questa base, più documentata possibile, tenteremo un’analisi delle classi sociali in Turchia e delle loro rappresentanze politiche, raccontando anche le mobilitazioni degli scorsi anni e i nuovi movimenti sindacali che si stanno delineando nel paese.

- Nel quarto paragrafo cercheremo poi di fare il punto su quest’ultima rivolta, individuandone i tratti di maggior interesse e gli insegnamenti che ci consegna.
Cominciamo però con una precisazione...


1. Questioni di metodo

Già alcuni giorni fa abbiamo scritto un breve articolo sulla Turchia: lo spunto che lanciavamo era completamente diverso dal dibattito che sta ancora imperversando in rete, ipnotizzato dalla cronaca dei fatti o dalle opposizioni semplici (del tipo “ambientalisti vs governo”, “laici vs islamici”, “movimenti vs neoliberismo”)1. Con quell’articolo, così come con questo documento, noi non intendevamo affatto dire: “ecco spiegato tutto” o peggio: “questa è la verità!”. Sappiamo che la realtà è sempre dinamica e complessa, che ci vuole molto studio e una capillare conoscenza dei fatti per poter avere un'interpretazione globale, che la contingenza politica è fatta di un coacervo di tensioni, motivi, cause, che gli stessi partecipanti alle proteste assumono in maniera variegata, a seconda della propria storia, sensibilità, contesto. Non ci sorprende affatto che chi sta in piazza dica di essere sceso perché non voleva un centro commerciale nel suo quartiere, o perché è diventato sempre più costoso e difficile bersi una birra, o ancora perché stufo dei soprusi della polizia: e non intendiamo affatto sostenere che questi motivi siano “falsi”, e che la gente non sappia perché sta in piazza per davvero. Ogni momento di rottura si situa all'incrocio di più traiettorie, è una congiuntura unica, in cui convergono insoddisfazioni individuali e rivendicazioni collettive, in cui si sollevano tante figure sociali diverse. Non è una novità dei nostri tempi: è sempre stato così – ed è questo quello che il pensiero postmoderno ignora, quando rappresenta schematicamente il passato e insegue il marketing della discontinuità ad ogni costo...

Il problema però è che per capire davvero un movimento non ci si può limitare a una sommatoria di impressioni o all'idea che questo si fa di sé. Qualcuno diceva: “Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione2.

domenica 3 marzo 2013

Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

    
Intervista a Wu Ming: «Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

Intervista a Wu Ming: «Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

di Wu Ming -
[Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che ringraziamo, appare oggi a tutta pagina su «Il manifesto». Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la sintesi di tutto quel che pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non abbiamo il tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si facciano avanti senza remore.]
Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro i l radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.

giovedì 15 novembre 2012

Una bella giornata di lotta. Questa è la crisi signori, non la potete nascondere

Autore: fabio sebastiani
        
E’ stata una splendida giornata di lotta quella di oggi. Una di quelle in cui rivedi in piazza le facce dei lavoratori e senti parole che parlano della condizione reale della gente. E’ stato così nel Sulcis, a Genova, a Trieste, a Pomigliano, perfino a Firenze, dove la protesta è stata anche di chi è senza casa. Cento piazze che non hanno soltanto detto di no all’austerità, ma hanno preteso una soluzione alla crisi. La situazione è allo stremo. Più di quanto non dicano i numeri del Censis, dell’Istat e dell’Ufficio studi di Confindustria. Ci sono previsioni di alcuni istituti bancari che parlano di una recessione doppia di quella dichiarata.
Mentre la politica si balocca con primarie, improbabili riforme elettorali, e la ricostruzione del disciolto partito del predellino (meno male che ci risparmiano il processo Ruby!) la situazione del paese sta precipitando ad una velocità che è doppia di quella di un anno fa. E la vicenda della Grecia sta lì a dimostrare (l’ha detto perfino l’Fmi, se vi fosse sfuggito) che la strada dei tagli è impraticabile come pretende la Troika. Nonostante tutto i partiti che impugnano saldamente il manganello della maggioranza parlano d’altro. Un ridicolo Pd, che continua ad avere l'ossessione centrista, sventola il vessillo degli esodati come fosse una straordinaria vittoria. E' paradossale, hanno solo limitato i danni di una pattuglia di guastatori che stava cercando di mettere in discussione diritti acquisiti. Vorrei timidamente ricordare a lor signori che se proprio gradiscono trastullarsi in badierine e medagliette ci sarebbe da tamponare la questione dei malati Sla che è di nuovo tornata alla ribalta (per la povera gente s’intende) dopo le false promesse di Elsa Piagnisteo Fornero. Questi che sono figliastri della Repubblica, o cosa?
L’Italia con la giornata di oggi ha finalmente rotto quella minorità che l’ha segnata dall’inizio del movimento degli indignados e di piazza Syntagma. Anche il Bel Paese ha scoperto di avere una opposizione. Un dato su tutti: lo sciopero ha avuto una adesione del 50%, dati Cgil. Di solito in queste occasioni le cifre sono più alte. Cosa sta accadendo? Perché le piazze erano stracolme e i luoghi di lavoro non proprio deserti? E’ semplice, a scendere in piazza sono stati gli arrabbiati, quelli che stanno vivendo la crisi sulla pelle, perché sono i "senza" e non trovano nessun punto di riferimento. Si può disquisire sulla compattezza o sulla direzione che sta prendendo il movimento, per carità. Una cosa è certa, la politica e il sindacato hanno un problema in più. La politica, perché è messa di fronte alla rabbia. Si pensa di rispondere con la solita repressione rischiando il bagno di sangue? Il sindacato perché deve costruire una piattaforma degna di questo nome e non quattro parole messe in croce che alludono a una rivendicazione. Problemi non da poco. Come disinnescano la “bomba Fiat”? Ancora con il silenzio? Come farà la Camusso, che tra poco firmerà un pessimo patto sulla produttività in cui c'è l'abolizione di fatto del contratto nazionale, a dire a Confindustria che è venuto il momento di investire e non di “macinare parole con le parole”? Non ci sarà nessuna risposta a queste domande. E’ bene saperlo. E non ci sarà per il semplice motivo che fino ad oggi la Cgil ha adottato una politia di limitazione dei danni di fronte all’impetuosità di una crisi che non lasciava spazi per la mediazione. Ed oggi questa impetuosità ha mosso i primi passi, che ci piaccia o no. E’ facile cavarsela con i facili proclami sulla violenza (la Cgil ha prodotto un testo da manuale che sembra copiato dagli anni ’70), ma la realtà è che la protesta della gente mette a nudo l’incapacità della politica e del sindacato di dare una direzione e un senso all'uscita dalla crisi. Lo strano connubio tra sindacato e politica, poi, sta producendo solo danni. Fa specie che nessuno se ne accorga. L’argomento della sponda nel palazzo non ha senso in una situazione in cui c’è più che altro collateralità. Con la Cisl dentro il Pd, non ne parliamo. Non quando in ballo c’è il fiscal compact. Oh, pardon: i trattati internazionali. Non si può chiamare con il suo nome perché i “Fantastici 5” si arrabbiano.
Siete liberi di dire quello che vi pare sulla violenza, ma non di nascondere i problemi reali del paese. Se non sapete fare i conti con la durezza della crisi nemmeno quando questa si esprime con la rabbia e l’indignazione, cambiate mestiere. Riconoscete almeno di essere inadeguati rispetto ai compiti che la fase vi impone. In piazza ci sono gli affamati e non gli esagitati. Ci sono gli studenti che vengono dalle università di classe inventate da Gelmini e Profumo. Ci sono i disoccupati che non sanno più a che santo votarsi. Ci sono, va detto chiaramente, quelli che non ne possono più di trangugiare amianto e falsità in nome di una non meglio identificata grande opera. Ci sono le "sagome" di Taranto, che muoiono come le mosche. Ci sono i reclusi del "Kampo Fpi" di Pomigliano, che tengono la dignità con i denti e sperano giorno dopo giorno che non sia arrivato il loro turno per la "gasificazione".
La Cgil ha prodotto un comunicato contro la violenza che è tutto da ridere. Nel tentativo di prendere la distanza sia dalla polizia che dagli studenti (incolpati di cosa, di voler arrivare a palazzo Chigi?) finisce con l’impastare la rabbia con la difesa dell’ordine democratico e via dicendo. Una litania che abbiamo già sentito da decenni.
E’ un comunicato che esprime una impotenza fuori dal comune. Nel giorno di una grande giornata di lotta il protagonista assoluto, quello che dovrebbe raccogliere i frutti della sua azione che fa? L’equilibrismo. Nessuno sta dicendo di difendere chi è andato sopra i toni. Il punto non è questo. Il punto è che la crisi non concede margini e sconti. E chi si assume la responsabilità di svolgere una funzione politica e sindacale non può nascondersi. Le mazzate forti a Roma sono arrivate perché gli studenti volevano raggiungere a mani nude palazzo Chigi? E’ una aspirazione da cui prendere le distanze? Non credo. E comunque è questo il tema su cui esprimersi. Ecco, non dire una parola su questo rappresenta una dimostrazione di impotenza davvero senza precedenti.

"No austerity", il 'Rise up' dell'Europa comincia dal Sud. Più di un milione in piazza

Autore: fabio sebastiani
        Oltre 300 mila studenti, in tutta Europa scesi in piazza a fianco dei lavoratori e dei sindacati, (secondo le stime dell'associazione Rete della conoscenza) più di venti manifestazioni organizzate in 27 paesi, con quattro scioperi generali (Italia, dove a dichiararlo sono stati anche i Cobas, Spagna, Portogallo e Grecia), diverse centinaia di migliaia di persone, solo in Spagna, che hanno fatto sentire la loro voce. E’ un primo bilancio della giornata dello sciopero europeo contro la crisi e le politiche di austerità. I lavoratori, sottolinea la Ces, stanno pagando "a caro prezzo" crisi e rigore: "25 milioni di europei non hanno lavoro. In alcuni paesi il tasso di disoccupazione giovanile oltrepassa il 50%. Il senso di ingiustizia è diffuso e lo scontento sociale sta crescendo", avverte nel suo manifesto.
In Italia la partecipazione è stata molto ampia. Cortei e sit in si sono tenuti in oltre 100 città. La partecipazione allo sciopero, indetto anche dai Cobas, è stata del 50% (dati Cgil). Nonostante scontri e tafferugli con la polizia a Milano, Torino, Genova Padova e Roma è stata una bella giornata di lotta. Lanci di uova contro le banche in quasi tutte le città coinvolte. Particolarmente cruente le cariche a Roma dove un enorme corteo degli studenti ha tentato di raggiungere il Parlamento: oltre 140 le persone identificate e piu' di 50 i fermati. Oggi, giorno dei processi per direttissima, è prevista una assemblea all’Università La Sapienza. A Pomigliano alcune migliaia di persone hanno partecipato al corteo della Fiom. Il segretario del Prc, che vi ha partecipato insieme a Vendola, Di Pietro e De Magistris, ha denunciato le pressioni dell'azienda per non far partecipare i lavoratori allo sciopero.
A Bruxelles le proteste sono iniziate davanti alle ambasciate di Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro, dove la gente si è riunita prima di spostarsi davanti a quella della Germania, contro cui sono state lanciate uova. 'Armati' di fischietti, bandiere e striscioni 'anti-austerity' in diverse lingue, si sono poi ritrovati davanti alle sedi della Commissione e del Consiglio Ue. Proprio alla Commissione Ue, una delegazione dei sindacati belgi guidata dal segretario generale della Ces, Bernadette Segol, ha consegnato un simbolico 'premio Nobel per l'austerity'. Insieme un boomerang con la scritta 'L'austerità vi ritornerà in faccia!'.
La Spagna è stata invasa nella serata di ieri da una vera e propria marea umana (Madrid). Al mattino era invece scattato lo sciopero generale con una partecipazione pressoché totale. Purtroppo la repressione del Governo e della polizia si è fatta sentire. La polizia spagnola ha sparato proiettili di gomma e usato manganelli per disperdere centinaia di manifestanti nel centro di Madrid, dove ci sono stati scontri e cariche. Almeno 118 fermi e 74 feriti, dei quali 43 agenti. Tra i feriti c'e' anche un ragazzino di 13 anni colpito da un agente con un manganello alla testa e ripreso sanguinante dalla tv catalana. La sua foto ha fatto il giro del web. Anche una giovane, sui vent'anni, intervenuta a soccorso del ragazzo, e' stata a sua volta colpita col manganello dalla
polizia. In serata ci sono stati scontri fra polizia e manifestanti nelle zone adiacenti la sede del Parlamento, fra la Carrera de San Jeronimo e Plaza Neptuno.
Nella piazza, dopo il corteo di protesta che ha visto la partecipazione di diverse centinaia di migliaia di persone, i manifestanti erano convocate dal coordinamento del 25-S 'Rodea el Congreso' e dal Movimento degli indignados del 15-M, per una veglia notturna davanti la sede istituzionale, e per chiedere le dimissioni del premier e del governo. Gli agenti in assetto antisommossa hanno caricato per disperdere un gruppo di manifestanti che aveva abbattuto una delle transenne Scontri e incidenti anche in Plaza Catalunya, a Barcellona, dopo il corteo di protesta convocato dai sindacati.
A Lisbona ampia adesione allo sciopero generale contro le misure di austerity ed i tagli alla spesa sociale in Portogallo dove la mobilitazione, iniziata la sera del giorno prima, ha paralizzato soprattutto i trasporti. Negli scontri seguiti alla manifestazione 48 persone sono rimaste leggermente ferite (di cui 27 manifestanti e 21 poliziotti).
Ad Atene hanno sfilato quasi in diecimila. Il corteo è stato pacifico. Tanti gli slogan e le immagini, una in particolare sta facendo il giro del mondo: una donna di mezza età dimessa e a testa bassa, che cammina innalzando un cartoncino bianco con la scritta 'Ho paura della fame, mio Dio', che sta diventando il simbolo della disperazione dei greci.
In migliaia sono scesi in piazza anche a Londra, Parigi e Berlino.Le proteste contro il rigore non sono state molto sentite in Germania. Tuttavia, senza raggiungere i grandi numeri registrati altrove, la gente è scesa in strada in diverse città tedesche. Davanti alla Porta di Brandeburgo si sono radunate diverse centinaia di persone, con slogan di solidarietà per i Paesi del Sud Europa.

O con il pd o con la rivolta.

di FRANCESCO PIOBBICHI         
L' Europa è oramai uno continente autoritario a ideologia liberista nel quale ogni forma di contestazione al comando finanziario viene schiacciata con la repressione feroce della polizia. Nulla è più come prima, lo si capisce anche guardando alla Spagna dove al crescere della protesta e della sua organizzazione aumenta la repressione. Del resto se si pensa a come le classi dominanti gestiranno l'attuazione del rigore di bilancio per i prossimi venti anni, l'immaginazione non troiva spazio.
Ieri ero in piazza con gli studenti, sono stato con loro fino alla fine, cioè fino a quando siamo riusciti a scappare dalla morsa di Viale Trastevere dove la polizia ci aveva di fatto rinchiusi. Non è la prima volta che la polizia manganella i “book block”, ma questa volta la carica è stata lunghissima, profonda e continua. Quella carica della polizia è la metafora di questo paese, chi vuol protestare sotto i palazzi del potere deve essere spinto all'esterno, la sua voce non si deve sentire, la sua rabbia non può essere accolta. Non c'è mediazione, la democrazia viene separata dagli interessi del capitalismo. Ironia della sorte, ieri vicino a quella piazza del Popolo irraggiungibile per gli studenti, si svolgeva l'incontro semi segreto del gruppo Bildeberg con la presenza di molti politici italiani. Le classi dominanti, responsabili della crisi vengono insomma ben accolte e ascoltate, mentre chi la crisi la subisce è spinto ai margini. Mentre scrivo questo articolo sento in TV l'ultimo discorso di Mario Draghi, annuncia che i governi dovranno dimostrare ai mercati di essere credibili e dovranno farlo per un lungo periodo con l'attuazione del patto fiscale ( Fiscal Compact). Un messaggio chiaro, su cui quanti pensano che con Bersani premier si apriranno spazi per le classi popolari, dovrebbero riflettere. Gli studenti questo discorso lo hanno capito molto di più di quanto si pensi, perchè sanno cosa li aspetta. A differenza delle altre volte infatti la composizione sociale di questa manifestazione segnala delle novità: studenti medi più numerosi degli universitari, ed una presenza consistente dei figli della periferia romana che hanno manifestato una maggiore radicalità. “One solution, revolution!”, gridavano, uno slogan questo che non mi capitava di sentire da parecchio nei cortei. Mi ha colpito molto la determinazione e la radicalità di questi ragazzi. Se a Ostia la mobilitazione in queste settimane è stata più consistente del centro metropolitano qualcosa vorrà pur dire. Forse vuol dire che siamo dentro ad un nuovo movimento di contestazione all'Austerity. I giovani delle periferie dei Pigs, ci hanno detto che dentro la gerarchizzazione del lavoro in Europa, loro non vogliono essere il bacino di forza lavoro disciplinato a bassi salari, ci dicono che non vogliono fare la fine delle loro madri e padri, disoccupati e precari a vita. Questo movimento va nella direzione opposta a quello che abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, e non vede ( giustamente ) nessun Governo amico, tanto più se questo è fatto con gli amici di quelli che oggi sostengono Monti e firmano una carta d'intenti che prevede il rispetto e l'obbedienza ai diktat della Merkel, mi riferisco ad esempio ai Fantastici 5. Ieri a Pomigliano un cartellone dei centri sociali lanciava un chiarissimo messaggio a chi pensa di dire parole di sinistra per andare a destra, “O con il PD o con la rivolta”. Ognuno scelga da che parte stare.

domenica 7 ottobre 2012

Il proletariato europeo nel vortice dell’austerity

Monta la protesta in Spagna, Grecia, Portogallo. E in Italia? - sinistraintrete -

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l'alloggio dei lavoratori, mentre tutt'intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.( Bertolt Brecht)

Che gli stati dell’Europa meridionale – simpaticamente chiamati PIGS, cioè “maiali”, dalle tecnocrazie dell’UE – siano in crisi, è cosa ormai nota. Come al solito, l’ottimismo dei governi ha avuto le gambe corte: in Italia si rivedono le cifre del PIL, che nel 2013 scenderà dello 0,6% (dopo che già quest'anno andrà giù del 2,4%); lo stesso si fa in Spagna, che vede il proprio PIL in calo del dell’1,4% invece che dello 0,6% finora pronosticato. Quanto alla Grecia, il suo baratro sembra senza fondo: il Ministro delle Finanze greco ha infatti appena annunciato che, dal 2008 al 2014, la contrazione del PIL è calcolabile intorno al 25%. Non meno preoccupante è la situazione in Portogallo, dove il PIL quest’anno è in calo del 3,3%. In queste condizioni lo spread con i titoli tedeschi ricomincia a salire, e non è più solo la Grecia a essere interessata dai piani di “aiuto”…
Ma queste cifre, che pure fotografano una situazione molto grave, non dicono tutto, anzi: vengono usate per nascondere qualcosa. I media infatti tendono a presentarci gli Stati – Italia, Spagna etc – come entità compatte, come unità nazionali che si siedono al tavolo delle trattative con unità nazionali altrettanto compatte – la Germania, la Francia etc –, come se fossimo ancora all’epoca degli Stati-nazione ottocenteschi e non in un’epoca di globalizzazione, di circolazione mondiale di capitali e di formazione di classi dominanti non più su base nazionale ma internazionale. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza per provare a capire cosa sta succedendo per davvero.
È persino banale dire che gli Stati non sono ordinamenti super partes, ma costruzioni politiche mediante le quali la borghesia afferma il suo potere sulle classi lavoratrici facendolo passare per “volontà generale” e “interesse collettivo”.
Quello che sta succedendo negli ultimi mesi in Europa ce ne dà la conferma.
Nonostante i media parlino sempre di “Italia”, per cercare così di far sentire tutti partecipi di un progetto nazionale, addomesticando la popolazione agli imperativi della “responsabilità” e dei “sacrifici”, è evidente che non stiamo assistendo a uno scontro fra diversi paesi, ma a una lotta fra classi sociali a livello continentale. Da un lato c’è una borghesia europea che vuole andare verso la costituzione di un’unione imperialista più forte, più competitiva a livello globale, strutturata intorno all’asse franco-tedesco; dall’altro ci sono pezzi di borghesie ancora legate alla dimensione nazionale (magari marginali da un punto di vista economico, ma ancora rappresentative da un punto di vista politico) e soprattutto una massa sterminata di lavoratori, disoccupati, precari, proletari che non intendono – e comunque non possono – più pagare questa crisi.
In altre parole, all’interno del “normale” sviluppo ineguale fra i paesi capitalisti europei, alcune frazioni della borghesia decidono – per meglio servire i propri interessi, per rafforzare la propria posizione economica e politica all'interno di ciascun paese – di applicare le misure di “austerità” decretate dall’UE, che incarna gli interessi “universali” della borghesia contro i piccoli interessi di bottega delle frazioni borghesi nazionali.
Da questo punto di vista tutti i ritornelli della destra e dei populisti, tutti gli slogan contro la “casta”, dai politici “traditori” e “corrotti”, alle lamentele sulla perduta “sovranità nazionale”, non hanno alcun senso: non perché i politici non siano anche corrotti e traditori del mandato dei cittadini, ma perché in realtà essi eseguono al meglio – nell’Italia di Monti come nella Spagna di Rajoy – gli interessi di quella borghesia da cui dipendono, borghesia che ha bisogno dell’UE per partecipare da una migliore posizione alla “gara” contro i monopoli statunitensi, giapponesi, cinesi, russi etc. Per questo motivo una vera alternativa allo stato di cose esistenti non sta né nelle ridicole proposte di taglio ai “costi della politica”, né nel miracoloso ricorso a “figure nuove”, ma nell’opposizione alle pretese delle classi dominanti, nella rottura con i loro interessi. Perché la crisi non è mai per “tutti”, ma sempre per qualcuno: quelli che hanno bisogno di lavorare per poter sopravvivere.
Che la cosa stia proprio così, lo dimostrano alcune notizie degli ultimi giorni. Il 24 settembre Publico, il principale quotidiano portoghese, apriva con quest’articolo: I salari del lavoratori calano di più di quelli degli imprenditori. In sostanza, per la prima volta da sempre, i salari del lavoratori portoghesi (i salari nominali, cioè la cifra effettivamente ricevuta, non quella calcolata in relazione all'inflazione - rispetto a quella infatti i salari erano già indietro da tempo) calano in termini assoluti, a tutti i gradini della scala sociale, ma in particolar modo nei livelli più bassi – fra gli operai, gli addetti ai servizi, gli impiegati.

domenica 30 settembre 2012

... e in Italia??

Fonte: CONTROPIANO.ORG | Autore: Sergio Cararo
L'assordante silenzio delle piazze in Italia
Nella foto, " Roma, aspettando l'i phone in Via del Corso"

Nei paesi europei le piazze ribollono della protesta contro i diktat dell'Unione Europea e dei suoi governi ma in Italia no. Una ricerca dell'università di Firenze mette il dito della piaga. Una mezza verità su cui riflettere e a cui rispondere, a cominciare dal 27 ottobre.C'è poco da ciurlare nel manico. L'articolo di Roberto Mania sul giornale-gazzetta del governo Monti (che riportiamo più sotto) mette i piedi nel piatto. Citando una ricerca dell'università di Firenze e della London School of Economics, fotografa una realtà che indica due fattori per noi estremamente significativi: il primo è che mentre in Portogallo, Grecia e Spagna sindacati e movimenti sociali animano la protesta sociale contro le misure di austerity imposte dai governi e dall'Unione Europea, in Italia il governo lavora praticamente indisturbato; il secondo è che le singole lotte (dall'Alcoa all'Ilva alla Val di Susa) sono spesso isolate e non riescono a connettersi tra loro per diventare opposizione generale, anche perchè manca la “sponda politica” in quanto il Parlamento è stato svuotato da ogni opposizione all'operato del governo. Una riflessione analoga – seppur su criteri decisamente diversi da quelli citati da Mania – viene avanzata dai compagni di Clash City Workers di Napoli che pubblichiamo in altra parte del nostro giornale.
La questione ci tocca e ci riguarda seriamente. Soprattutto alla vigilia della sfida della manifestazione nazionale del prossimo 27 ottobre a Roma che punta il dito esplicitamente contro il governo Monti e le sue politiche e contro i Trattati Europei che stanno devastando il paese dal punto di vista sociale e democratico.
E' evidente che il sostegno tripartisan (Pd,PdL,Udc) al governo Monti di oggi e, forse, anche a quello di domani ha potuto contare sulla complicità dei sindacati concertativi. Una operazione questa che ha imbrigliato ogni opposizione “generale” alle misure antipopolari del governo e della Ue/Bce ed ha tenuto divise le singole lotte di resistenza dei lavoratori o dei movimenti sociali, stendendo così una mancanza di prospettiva che ha portato i lavoratori a forme di lotte estreme (nelle gallerie o sui tralicci e le torri) per cercare di dimostrare di esistere e di avere problemi seri da risolvere. Ma tutti i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazionismo) hanno operato affinchè non ci fosse alcuna connessione o ricomposizione (scioperi generali, manifestazioni, occupazioni) né che che tale generalizzazione in qualche disturbasse la tabella di marcia del governo Monti.
Ma se questo è vero, è da qui che occorre partire cominciando anche a discutere sulle “nostre” responsabilità, ovvero quelle del sindacalismo conflittuale, dei movimenti più attivi sul piano del conflitto sociale e delle organizzazioni della sinistra di classe che hanno smesso da più o meno tempo di “tirare la giacca al Pd” rivelatasi una micidiale illusione sul piano nazionale e locale.
Se la gabbia tra politica e sindacati “complicizzati” con il governo Monti ha assicurato una sostanziale pace sociale nel nostro paese nonostante le sue misure antipopolari, occorre chiedersi come mai ancora non c'è stata una rottura di tale scenario e perchè i settori sociali in evidente sofferenza, ancora non vedano nelle nostre soggettività un punto di tenuta, resistenza e magari riaffermazione della coscienza dei propri interessi nella lotta politica.
La risposta non è affatto semplice né paiono utili attitudini autoconsolatorie che spesso liquidano la questione assegnando le responsabilità solo a “tutti gli altri”. Da qui non si sfugge. E' il punto sul quale da almeno un paio d'anni insiste con una serie di stimoli e proposte la Rete dei Comunisti, anche dalle pagine di questo giornale, o sul quale si sta discutendo ad esempio nel Comitato No Debito che ha avuto il pregio di tenere aperto un processo di ricomposizione di forze diverse a fronte del tic della frammentazione, o del tentativo di unificare le forze del sindacalismo di base (vedi l'Usb) per superarne i limiti e le “gelosie” corporative o di appartenenza e mettere in campo un sindacato conflittuale capace di intercettare le mille facce del lavoro e di non essere solo l'ultimo autobus per lavoratori e lavoratrici rimasti senza alternative. E' ormai abbastanza evidente la impetuosa riduzione dei settori sociali con “coscienza di per sè” seppur a fronte di una estensione della “classe in sè” dovuta anche alla proletarizzazione di parte dei ceti medi.
Da qualche parte occorre cominciare. La manifestazione nazionale del 27 ottobre, No Monti Day, è il primo appuntamento politico e di massa di questo autunno nato proprio dalla constatazione del vuoto politico di indicazione e conflitto che, ad esempio, “la sinistra” sta lasciando aperto perchè troppo concentrata sulle prossime elezioni – che rischiano tra l'altro di diventare le più inutili della storia repubblicana. E' ovvio che una manifestazione non riempirà mai tale vuoto, dunque occorre riempire il prima e il dopo la manifestazione di proposte, contenuti, azioni, iniziative e processi ricompositivi. E' anche per questa ragione che la manifestazione del 27 ottobre deve cercare di capitalizzare i conflitti in corso e predisporsi a quelli in prospettiva. Se questo è vero la manifestazione – a differenza del 15 ottobre dello scorso anno - non potrà che essere “a mani nude e a volto scoperto”, perchè questa è oggi la sua funzione e tale criterio deve essere compreso da tutte e tutti coloro che vi parteciperanno. Se è un punto di ripartenza non può essere un tonfo che riporta la situazione ancora più indietro di quanto ci segnalano oggi anche i giornali del'avversario di classe.
Ed è proprio rispetto all'articolo di Mania su La Repubblica di oggi che vorremmo segnalare un aneddoto. Fu proprio a causa di un articolo di Miriam Mafai su La Repubblica nell'ottobre del 2001, nel quale si compiaceva che dopo l'11 settembre in Italia non ci fossero più in giro manifestazioni o bandiere a sostegno dei palestinesi, che insieme a Stefano Chiarini nacque il Forum Palestina. Sei mesi dopo quell'articolo quasi centomila persone sfilarono a sostegno dei palestinesi per le strade di Roma il 9 marzo del 2002, anche avendo condotto una asprissima battaglia politica e culturale contro le inerzie e l'opportunismo della “sinistra” sulla questione palestinese. Una smentita a tutto tondo per chi voleva impropriamente celebrare la sconfitta di una giusta causa.
*****
Da La Repubblica di oggi 28 settembre
In Italia per adesso nessuna manifestazione anti-austerity come a Madrid e ad Atene
Roma non rischia il contagio della piazza
di Roberto Mania
ROMA — L’anomalia italiana si chiama “governo tecnico” sostenuto da una grande coalizione. Se le piazze nostrane restano vuote mentre si riempiono quelle madrilene e quelle di Atene e Salonicco per protestare contro le politiche di austerity è soprattutto perché da noi manca un’opposizione di sinistra che faccia da sponda ai movimenti sociali. La tesi emerge da un’indagine in progress (“La politica sotterranea”) che sta realizzando un gruppo di ricercatori, guidati da Donatella Della Porta, professoressa di sociologia presso l’Istituto universitario europeo di Firenze, con il coordinamento della London School of Economics. C’è il contagio della speculazione, non quello della protesta. La moneta unica non ha unificato le piazze, un po’ come con lo spread.Certo, ci sono le proteste dei lavoratori dell’Alcoa, degli operai dell’Ilva, dei minatori del Carbosulcis, dei cassintegrati della Fiat di Termini Imerese. Addirittura gli scioperi sono aumentati nell’ultimo anno del 25 per cento. Qua e là affiorano pure proteste dei precari. Ma ciascun gruppo protesta per sé, spesso scegliendo forme estreme: la discesa a quattrocento metri di profondità, le notti sui tralicci o sulle torri a sessanta metri di altezza. Qualche anno fa la salita sui tetti dei ricercatori. Nessuno, però, unifica le proteste. Non c’è un collettore. Nemmeno i sindacati lo sono, nonostante siano quasi sempre parti della protesta. Ma pesano le loro divisioni e lo scarso appeal tra i movimenti sociali di base.Dice Della Porta: «Le politiche che gli economisti definiscono liberiste non hanno risentito del passaggio da Berlusconi a Monti, al netto della delegittimazione e dell’inaffidabilità del primo. Ma quanto c’era il governo di centro-destra tutta una serie di organizzazioni più o meno vicine al Pd andava in piazza, offriva le risorse logistiche, mentre ora frena».Perché, al di là dello spontaneismo dei movimenti modello indignados od occupy, una protesta richiede uno sbocco politico. Chi va in piazza deve anche pensare che le proprie ragioni troveranno ascolto in Parlamento, quella che i ricercatori chiamano «opportunità politica». Altrimenti muta la natura della protesta che diventa testimonianza. Nel Parlamento italiano — sostiene Della Porta — «c’è una grande coalizione, anche se non si può dire dopo lo scontro nella stagione del berlusconismo». Questa è l’anomalia. Perché nella stagione dell’emergenza finanziaria, non c’è spazio per la formula antica dei “partiti di lotta e di governo”.

martedì 25 settembre 2012

Madrid: assedio al Parlamento.

Madrid: assedio al Parlamento.
       
Madrid: assedio al Parlamento. La diretta
Segui la diretta. Madrid invasa dai manifestanti. Vogliono le dimissioni del governo, lo scioglimento del Parlamento e la creazione di un'assemblea costituente con una legge elettorale proporzionale. Media e classe politica li accusano di golpismo. Città blindata.

22.05:
Secondo fonti ufficiali ci sarebbero finora 22 manifestanti arrestati e 13 feriti. I manifestanti cercano di tornare in Plaza de Neptuno o di raggiungere Sol, gridano 'se fossi poliziotto mi vergognerei'.

21.50:
cariche della Polizia contro i manifestanti anche a Puerta del Sol. Il centro di Madrid è in pieno caos, alcuni manifestanti cercano di difendersi dalle cariche lanciando contro gli agenti le transenne strappate ai cordoni, sassi, razzi.

21.35:
i manifestanti vengono spinti a forza - e a bastonate - fuori da Plaza de Neptuno. La gente si sta concentrando nelle vie e nelle piazze continue per cercare in qualche modo di non abbandonare la manifestazione. La Polizia ha ricevuto ordine di sgomberare completamente le vie adiacenti il Parlamento per poter così permettere l'uscita dal palazzo dei deputati riuniti fino ad ora in sessione plenaria. Gli organizzatori della manifestazione 'En Pie' e '15 M' stanno dando indicazioni di concentrarsi di nuovo a Puerta del Sol.

21.30:
incredibilmente il Ministero degli Interni e le autorità di Madrid parlavano intorno alle 19 di circa 6000 manifestanti in piazza. Basta vedere foto e video postati su siti web e social network - o la diretta degli avvenimenti della televisione di stato spagnola - per rendersi conto che si tratta di alcune decine di migliaia di manifestanti arrabbiati e determinati.

21.20:
ci sono decine di feriti tra i manifestanti, la gente cerca di sfuggire alle cariche rifugiandosi nei palazzi contigui al Parlamento nella zona di Neptuno. Gli arrestati sarebbero già una ventina. Oltre alle pallottole di gomma contro la folla la polizia spara colpi di fucile 'a salve' (questa la definizione del Ministero degli Interni). Camionette e agenti contro la gente, uso massiccio dei manganelli.

21.10:
altre cinque persone, tra di loro due anziani, sono stati arrestati poco fa durante le dure cariche contro i manifestanti in Plaza de Neptuno. Anche i giornalisti subisono i colpi degli agenti sempre più nervosi e incontrollabili e in molti hanno dovuto abbandonare la zona antistante il Parlamento. I manifestanti gridano slogan contro la polizia, in particolare 'traditori' e 'i criminali stanno dall'altra parte'.
21:00: visto che i manifestanti non solo non liberano le strade intorno al Parlamento ma diventano sempre più numerosi con l'arrivo di altre persone, alcune centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa e con il passamontagna in testa stanno realizzando continue e violente cariche contro i manifestanti inermi. Molti gli anziani, le famiglie con bambini. Poco fa gli agenti hanno cominciato a sparare decine di pallottole di gomma ad altezza d'uomo. Nonostante tutto i manifestanti arretrano e cercano di proteggersi come possono ma non abbandonano l'assedio al Parlamento.

20.25:
Fonti del ministero degli Interni affermano che finora ci sono almeno 15 manifestanti arrestati e una decina di feriti, alcuni dei quali sono stati condotti negli ospedali.

20.10:
nuove violentissime cariche sul lato del Parlamento che dà verso Plaza de Neptuno contro i manifestanti che però stanno resistendo - è la prima volta che accade negli ultimi anni - e stanno cercando di bloccare gli agenti. Secondo i giornalisti presenti ci sarebbero stati altri quattro detenuti. Intanto Anonymous ha poco fa attaccato il sito della Policia Nacional spagnola mettendolo fuori uso.

20.05:
alcuni giornalisti presenti sul posto riferiscono che i comandanti dei vari plotoni di Guardia Civil e Policia Nacional stanno dando ordine ai propri uomini di prepararsi a sgomberare le strade intorno al Congresso, dove sono ammassate parecchie migliaia di persone molte delle quali stanno spingendo sulle barriere di filo spinato e transenne mentre altri manifestanti si sono seduti a terra decisi a non farsi cacciare. Gli agenti stanno indossando i passamontagna...

19.50:
A Granada, in Andalusia, circa 400 persone hanno realizzato un blocco stradale interrompendo il traffico sulla Gran Vía. A Barcellona circa 600 manifestanti si sono riuniti davanti al parlamento regionale gridando slogan contro i tagli e la mancanza di democrazia.

19.35:
Tensione molto alta attorno al Parlamento, alcuni poliziotti hanno imbracciato i fucili. Ma decine di migliaia di persone continuano a spingere e a gridare slogan. Alcuni hanno lanciato dei fresbee su ognuno dei quali c'era scritto uno slogan.

19.20:
Secondo l'agenzia di stampa spagnola EFE almeno due persone sarebbero riuscite a superare la prima linea di barriere di sicurezza piazzate attorno al Congresso. Decine di migliaia di persone gridano 'Siete circondati, arrendetevi' rivolti verso il Palazzo del Parlamento. Continuano intanto gli scontri tra il Prado e San Jeronimo e ci sarebbero già cinque manifestanti arrestati. Un video delle cariche

19.05:
I manifestanti sono venuti a contatti con i cordoni di Polizia nella zona di Plaza de Neptuno, tra il Paseo del Prado e la Carrera de San Jerónimo. La Polizia ha cominciato a caricare duramente i manifestanti, si contano già alcuni contusi anche tra i giornalisti.

18.45:
A Siviglia, nel sud della Spagna, alcune migliaia di manifestante convocati dal Sindacato Andaluso dei Lavoratori e da alcune forze della sinistra radicale hanno tentato, senza successo, di occupare il Parlamento regionale per consegnare ai deputati una petizione che chiedeva l'istituzione di un salario sociale. Intorno alle 17.45 il portavoce del SAT, Diego Cañamero, ha annunciato che se il presidente del Consiglio Regionale, Manuel Gracia (PSOE), non fosse uscito dal consiglio dal palazzo i manifestanti sarebbero entrati al grido di 'occupazione, occupazione'. Ma il tentativo di irruzione è stato impedito dall'ingente schieramento di Polizia in assetto antisommossa.

18.35: la testa del corteo partito da Plaza de España ha fatto il suo ingresso a Puerta del Sol, già strapiena di gente.

18.30: le strade e le piazze del centro di Madrid sono completamente invase dai manifestanti. In piazza del Neptuno si ascoltano slogan come "Governo dimissioni" e "PP PSOE, la stessa merda". I manifestanti sono guardati a vista da centinaia di agenti in tenuta antisommossa, supportati da unità cinofile e a cavallo e da decine di camionette blindate. In prossimità del Congresso gli agenti hanno improvvisamente chiuso un tratto di strada intrappolando tra i due cordoni circa 200 persone che ora chiedono di poter uscire.

18:00:
i corrispondenti raccontano che i manifestanti sono molte decine di migliaia e sembrano molto arrabbiati e determinati ad arrivare il più possibile vicini al Congresso. Gridano 'dimissioni, dimissioni' e altri slogan contro il governo e le banche. Nervosismo tra le forze dell'ordine.

17.40:
Sono partiti due enormi cortei da Plaza de España e da Atocha mentre ci sono già migliaia di persone che circondano il Congresso tenute a distanza da poliziotti e transenne. Gli slogan più gettonati: "El pueblo unido jamás será vencido", "Que no, que no, que no tenemos miedo" (non abbiamo paura), "Menos Policía, más educación" (Meno polizia, più istruzione). Lo striscione che apre il corteo partito da Plaza de Espana recita: "Que se vayan todos" (Se ne vadano tutti).

17:00
: Prosegue l'assemblea in Piazza del Nettuno. Megafono alla mano un attivista ha gridato: "abbiamo molta più paura del mondo che ci aspetta che della strategia della Polizia".

16.40: In tutte le piazze del centro di Madrid sono in svolgimento assemblee popolari con la partecipazione di migliaia di persone. Molto grande quella in atto in Plaza de España de Madrid, un'altra è in corso nel paseo del Prado.

16.35: Riferisce il quotidiano Publico che la Polizia sta identificando vari manifestanti nella stazione di Atocha. Un gruppo di attivisti del movimento ’15 M’ di Malaga sono stati fermati e identificati addirittura due volte, la prima volta sono stati fatti scendere da un autobus e la seconda volta bloccati in piazza.

16.30: Durante un suo intervento all’interno del Parlamento, la portavoce del Partito Socialista (“l’opposizione”) Soraya Rodríguez ha detto: "Non ci piace vedere il Congresso come sta oggi. Capiamo il malessere di molti cittadini (...). Sono molte le ragioni che li animano. Ma il Congresso è il luogo dove lavorano i rappresentanti del popolo legittimamente eletti”.

16.20
: Otto attivisti che partecipavano a un'assemblea di preparazione della mobilitazione, sono stati fermati venerdì scorsi e denunciati per un reato ''contro alti organismi della nazione'', punibile fino a un anno di carcere. La delegata del governo (il prefetto) di Madrid, l'esponente del Partito Popolare Cristina Cifuentes, ha avvertito che non sarà consentito in nessun modo ai manifestanti di circondare il Parlamento, perchè ''sarebbe un reato'', anche se ha 'generosamente' autorizzato vari concentramenti e marce, oltre a un'assemblea generale, distante della Camera Bassa.

16.15 - Il delegato del governo a Madrid, Cristina Cifuentes, ha affermato ieri che tra i manifestanti ci sono gruppi neonazisti. Una sua collega di partito, la segretaria del PP María Dolores de Cospedal, è tornata a paragonare la protesta odierna con il tentativo di colpo di stato militare del 23 Febbraio del 1981, quando i militari fecero irruzione in Parlamento per imporre una svolta a destra delle nuove istituzioni spagnole uscite dalla dittatura franchista (e ci riuscirono...).
16.10: Mentre i manifestanti affluiscono a Madrid contro i nuovi tagli previsti da Rajoy – 40 miliardi di euro – l’agenzia di rating Standard & Poor's ha aumentato di otto decimi di punto le previsioni di recessione per la Spagna per il prossimo anno. Ciò significa che è previsto che nel 2013 il Pil cadrà dell’1,4% invece che dello 0,6% finora pronosticato.

Per molti oggi, in Spagna, è il 25S ( che sta semplicemente per 25 settembre), una giornata campale.
Avevano denominato la manifestazione di oggi a Madrid ‘Occupa il Congresso’. Poi media e destra spagnola avevano accusato gli organizzatori di minacciare le istituzioni democratiche e di avere nientemeno che intenti golpisti. E quindi, dopo giorni di dibattito anche aspro all’interno del vasto coordinamento che ha lanciato l’iniziativa di oggi pomeriggio nella capitale spagnola, lo slogan è diventato “Circonda il Parlamento”.

Mentre migliaia di cittadini sono già scesi in strada in diversi punti della città ed altrettanti stanno arrivando a Madrid dagli altri territori dello Stato Spagnolo, il governo di Rajoy ha promesso che forse aumenterà un po’ le pensioni ma intanto ha mobilitato almeno 1350 poliziotti per circondare e difendere il Congresso, la Camera Bassa del Parlamento, ‘protetta’ da chilometri di transenne e di reti metalliche che impediscano ai manifestanti di avvicinarsi.

Ma i manifestanti sono determinati.
Alcuni gruppi politici e sociali hanno accettato malvolentieri il cambiamento di parola d’ordine e caldeggiano ancora un’occupazione, per quanto temporanea e simbolica, di un’istituzione considerata non l’organo che rappresenta la volontà popolare ma che esegue gli ordini delle banche e dei poteri forti spagnoli e dell’Unione Europea, scaricando i costi della crisi sulla povera gente, sulle masse popolari. Altri hanno intenti meno bellicosi e puntano ad una grande mobilitazione di massa pacifica e simbolica.

I manifestanti, chiamati in piazza dal movimento ’15M’ (i cosiddetti ‘indignados’), dalla piattaforma ‘En Pie!’ (in piedi) e da altri coordinamenti creati ad hoc, puntano il dito contro "un sistema condizionato e costretto dai mercati, chiaramente insostenibile" e chiedono al Governo di dimettersi, al Parlamento di sciogliersi e l’avvio di un processo Costituente con una legge elettorale proporzionale. Parole d’ordine radicali al di là di quali saranno i comportamenti concreti dei manifestanti, che hanno messo in serio allarme l’establishment e la stampa, che continuano ad accusare gli organizzatori di ‘golpismo’.
Tre cortei prenderanno il via da diversi punti della città nel pomeriggio e si dirigeranno verso il Parlamento mentre è in corso una seduta plenaria sull’approvazione del bilancio statale preventivo per l’anno 2013. Essendo la Spagna paese altamente democratico, la legge vieta esplicitamente di manifestare vicino alla sede del Congresso quando vi sono riuniti i deputati. E così l’atteggiamento della Polizia mobilitata in forze è stato da subito assai duro: strade chiuse al traffico, blocchi improvvisi di autobus pieni di manifestanti con perquisizioni e sequestri di materiali (soprattutto telecamere e fotocamere), qualche fermo preventivo.
Ma la gente – giovani, lavoratori, immigrati, sindacalisti e attivisti di alcuni partiti della sinistra radicale – continua ad affluire nelle stazioni di Atocha e di Plaza de Espana, con l’intenzione di formare almeno una lunga e fitta catena umana intorno al Congresso a partire dalle 18. A quell'ora i tre cortei cominceranno a muoversi da Puerta del Sol e dalle Piazze Neptuno e Cibeles.
Le forze di sicurezza hanno stabilito vari filtri - a volte veri e propri check point - per evitare l'infiltrazione dei manifestanti in una enorme zona rossa attorno al palazzo del parlamento.

domenica 23 settembre 2012

Dov'è finita la protesta

il manifesto | Autore: Donatella Della Porta
 
La crisi e il governo Monti (con il Pd alleato) segna un calo della piazza. E' contro i governi di centrodestra (Spagna e Grecia) che la protesta sale. In Italia è passata nei media l'autorappresentazione del "governo tecnico"
Di fronte alle dure politiche di austerity che, già da tempo ma oggi con maggiore vigore, colpiscono ampie fasce di popolazione ("Nove su dieci", dimostra il libro di Mario Pianta), una delle domande spesso rivolte agli studiosi di movimenti sociali (così come ai loro attivisti) è: perché a fronte di una sfida così grande, la mobilitazione si mantiene limitata? Perché - diversamente da Spagna, Grecia e Stati Uniti, ma anche dall'Islanda prima di loro - c'è apparentemente così poca protesta?

Occorre innanzitutto osservare che la protesta c'è, cresce e si focalizza sui temi dei diritti sociali intrecciati con domande di democrazia reale. Una ricerca che abbiamo condotto (con Lorenzo Mosca e Louisa Parks) sulle proteste riportate su un quotidiano nazionale nel 2011, dimostra una mobilitazione non solo elevata, ma anche concentrata su temi sociali. Quasi la metà degli eventi di protesta riportati coinvolge lavoratori (in condizioni occupazionali stabili), oltre la metà se si aggiungono i precari (tabella 1). Più di un quinto coinvolgono studenti. Inoltre, se i sindacati sono ben presenti nella mobilitazione, attori importanti della protesta sono anche gruppi informali di movimenti sociali, centri sociali occupati e associazioni di vario tipo (tabella 2). Non a caso, le statistiche sugli scioperi segnalano un aumento del 25% nell'ultimo anno.

Se gli episodi di mobilitazione anti-austerity sono numerosi, è però vero che, negli ultimi mesi, sono mancate le grandi manifestazioni che avevano contribuito alla caduta del governo Berlusconi, segnalando tra l'altro che politiche neoliberiste non potevano essere imposte efficacemente da un capo di governo libertino, e variamente delegittimato. Il passaggio da Berlusconi a Monti non ha segnalato un mutamento di indirizzo delle politiche pubbliche, ma l'acquisto (a prezzi modici, a dire il vero) del sostegno ad esse di quella che era stata l'opposizione politica. Se il 15 ottobre 2011, con una grande capacità di mobilitazione, ha rappresentato una eccezione, la sua evoluzione non ha facilitato la ripresa di un processo di aggregazione nella protesta, tutt'altro.
Una prima ragione della difficoltà nel mettere in rete le mobilitazioni esistenti può essere individuata nella crisi stessa.

Ripetutamente, la ricerca sui movimenti sociali ha sottolineato che non è quando c'è più privazione (né assoluta, ne relativa) che la protesta aumenta, ma piuttosto quando maggiori risorse sono disponibili per chi vuole contestare le decisioni di chi governa. Già gli studi sul movimento operaio hanno rilevato che gli scioperi crescono con la piena occupazione, non quando aumenta la disoccupazione. Se l'insicurezza scoraggia l'azione collettiva, l'effetto depressivo della crisi non può che essere accentuato dal nuovo tipo di mercato del lavoro, e per le nuove figure produttive meno protette sul mercato del lavoro e sul luogo di lavoro. Chi è precario ha, certamente, più difficoltà a mobilitarsi in difesa dei suoi diritti, perché è più ricattabile, ha meno tempo libero, e spesso mancano gli stessi luoghi fisici di aggregazione che erano stati così importanti per il movimento operaio.
Se questo tipo di spiegazione, diciamo strutturale, ha qualche granello di verità, non ci aiuta però a capire perché in Spagna, Grecia, o negli Stati uniti (ma anche in Italia in altri momenti) i gruppi più colpiti dalla crisi economica e dalle crescenti diseguaglianze prodotte dalle politiche neoliberiste (peraltro responsabili di quella stessa crisi) si sono mobilitati in momenti di protesta ampia e visibile (dagli Indignados a Occupy). I precari hanno, tra l'altro, in Italia protestato in maniera ampia e visibile, in particolare nella prima metà dello scorso decennio.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters