Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 29 maggio 2013

Depressione, e non recessione

di Roberto Romano - sbilanciamoci -
I dati Eurostat mostrano che parlare di recessione è ormai un eufemismo a buon mercato. Nel periodo 2008-2012 l'Italia ha strutturalmente imboccato la strada della depressione
La crisi economica internazionale ha colpito tutti i paesi a capitalismo avanzato. A partire dal 2008 tutti i principali indicatori economici europei, Pil, occupazione, investimenti, produzione industriale, hanno il segno meno davanti ad ogni indicatore da almeno 4 anni, ma l’Italia ha manifestato una caduta di reddito, occupazione, produzione e investimenti molto peggiore della media dei paesi europei. Per l’Italia, infatti, più che di recessione è più corretto parlare di depressione. La crisi ha costretto un po’ tutti i Paesi a misurarsi con una situazione inedita e senza precedenti, se non per alcuni tratti simile alla grande crisi del ’29, ma l’Italia ha indicatori economici (Eurostat) che travalicano la recessione economica: il nostro paese consuma (brucia) il presente e, aspetto ben più grave, rinuncia al futuro.
Utilizzando i dati Eurostat (2008-2013) relativi a Pil, investimenti, produzione industriale e al tasso di occupazione, indicatore molto più rappresentativo della crisi occupazionale, l’Italia è un paese in piena depressione. I tassi di crescita del Pil (cumulati) tra il 2008 e il 2013, prendendo per buone le previsioni per 2013 di Eurostat e Def, sono negative per 8,3 punti percentuali, contro una crescita del 4,3% della Germania. Nel periodo considerato nessun paese di area euro è riuscito a fare peggio. Solo la Spagna si avvicina un po’ all’Italia con una crescita negativa di 5,6 punti percentuali. Quindi l’Italia ha maturato un gap di crescita molto prossimo a quello di un paese sull’orlo di un precipizio. Non bisogna mai dimenticare che un punto di Pil è pari a quasi 15 mld di euro.
Ma come spesso accade, dietro il Pil si celano fattori e oggetti che meglio di altri fotografano la crisi di struttura. Infatti, tra il 2008 e il 2012 i tassi di variazione della produzione industriale cumulata è pari a meno 21%. Tutti i paesi hanno eroso una parte della propria struttura produttiva, ma il meno 21 per cento dell’Italia non regge il confronto con nessun paese europeo. L’area euro tra il 2008 e il 2012 ha contratto la propria produzione di 10 punti percentuali, mentre la Francia, altro grande ammalato dell’Europa, ha perso il 16%. Quindi, solo l’Italia ha compromesso così in profondità la sua struttura produttiva.
Gli effetti sociali potevano anche essere peggiori se non ci fosse lo stato sociale, al quale, però, non si possono chiedere miracoli.
Le ricadute occupazionali, più precisamente il tasso di occupazione, sono senza precedenti storici. Se consideriamo che il tasso di occupazione dell’Italia, già mediamente più basso di 7 punti percentuali di quello medio europeo, l’ulteriore contrazione di 2 punti percentuali intervenuta tra il 2008 e il 2012, la maggiore tra i paesi di area euro, è lecito sostenere che l’Italia non è più un Paese europeo. La combinazione di minore crescita della produzione industriale, di minore crescita del Pil e di una ulteriore riduzione del tasso di occupazione, fanno dell’Italia un malato particolare. Parlare di recessione è un eufemismo a buon mercato. L’Italia ha strutturalmente imboccato la strada della depressione.
Ma la situazione economica e industriale è ancora più grave se guardiamo al futuro, cioè alla volontà del sistema industriale nazionale di uscire dalla crisi attraverso nuovi investimenti. L’Italia è sempre stato un paese che ha investito più della media dei paesi europei, ma il crollo intervenuto tra il 2008 e il 2012 ha un significato economico storico e senza precedenti. Infatti, l’industria italiana ha sempre investito per inseguire i paesi che generavano innovazione, cioè gli investimenti, pur non giocando il ruolo strategico che meritavano, hanno concorso a tenere agganciato il paese all’Europa; nell’attuale situazione, invece, le imprese italiane de-industrializzano. Utilizzando sempre i dati Eurostat, il tasso di variazione degli investimenti è crollato del 17 per cento tra il 2008 e il 2013, contro una media europea del meno 10 per cento. Non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo. Per esempio, nello stesso periodo, la Germania ha investito il 5,5 per cento in più, la Finlandia l’1 per cento e gli Stati Uniti il 6,5 per cento. In qualche modo l’industria italiana produce beni di consumo immediati, e non si preoccupa più della produzione futura.
Il governo Letta punta su un riordino della pressione fiscale e qualche altro intervento di tutela del lavoro, ma l’impressione è quella di un governo, ma forse anche di un Paese, che ha deciso di rimuovere dalla discussione politica dai problemi veri del paese. Prima iniziamo a discutere di questi problemi, cioè di depressione, de-industrializzazione, assenza di investimenti, meglio sarà per tutti.
Solo in questo modo sarà possibile discutere dell’abissale distanza dell’Italia dai paesi che formano l’euro, e impostare una discussione seria su industria, bilancio, occupazione e giovani.

sabato 23 marzo 2013

Le idee sbagliate che infestano l’Europa

di Pier Giorgio Ardeni
L'austerità è la soluzione, l’Irlanda si comporta bene, la Germania è il modello. Tre idee dominanti, smentite dalla realtà. Ma che tornano sempre, nelle ricette di Europa e governi e nelle pagine dei giornali
Un paio di anni fa Paul Krugman coniò il termine cockroach ideas (“idee scarafaggio”) per descrivere quelle idee sbagliate, fondate su presupposti errati ma che richiedono una continua lotta per liberarsene ("fighting bad ideas is like flushing cockroaches down the toilet; they just come right back" 12 febbraio 2011). Di bad ideas che come l'erba cattiva vanno estirpate ma poi tornano a crescere è pieno lo spazio virtuale della politica e della discussione pubblica anche in Italia. È di queste che il tavolo della discussione dovrebbe essere sgombrato, perché ci allontanano dalla soluzione dei molti problemi che sono venuti accumulandosi. E le “idee scarafaggio” sono ancora peggio della zombie economics del libro di John Quiggin (curato in italiano da Marcello Messori).
Un'”idea scarafaggio” che ritorna sempre fuori è quella secondo cui l'austerità può causare un'iniziale rallentamento dell'economia ma i vantaggi che ne derivano, nel tempo, sono maggiori delle pene che essa inizialmente procura. È un po' la teoria della medicina amara (ma in realtà è quella di Pinocchio). Sono almeno cinque anni che si pensa che l’austerity sia la soluzione per uscire dalla crisi del debito. L'idea si è affermata per lo più nei circoli dei policy makers e delle istituzioni internazionali, ma ha trovato discepoli zelanti tra i responsabili della cosa pubblica e i commentatori nostrani. Fortunatamente, da varie parti l'idea è stata messa in discussione, combattuta e confutata e da almeno due anni la battaglia è accesa: i dati mostrano come le soluzioni adottate non portino frutti, ma i proponenti dell’austerità ostinatamente insistono a riproporla. Persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dal suo chief economist Olivier Blanchard sono recentemente arrivati segnali di ripensamento. Il World Economic Outlook dell'Ottobre 2012 mostrava che dove il "consolidamento fiscale" è stato maggiore in Europa, maggiore è stato il crollo del PIL. Krugman ne ha ricavato un grafico che la dice lunga.
Non solo, ma l'avvertimento del Fondo era chiaro: maggiore e più rapida è la "aggressione" allo stock di debito, maggiore il rischio di una spirale deflazionistica e di una più forte recessione.
Come mestamente ammette Krugman, è un combattimento senza fine ("we just have to keep fighting these fights, over and over") contro chi resta incurante dell'evidenza, dopo tre anni di sofferenze imposte dalle politiche di austerity. L’Europa ristagna da ormai cinque anni, e negli ultimi tre, superata la fase acuta della crisi finanziaria non è ancora uscita dalla crisi economica che ne è derivata. Periodicamente, le stime e le proiezioni che vengono da Governo, UE, IMF e centri di ricerca continuano a procrastinare l'inizio della famosa ripresa. Una chimera. La recessione si è accompagnata a disoccupazione crescente, perdurante, permanente. E nessuno vuole chiamarla con il suo nome che è depressione. Eppure, le élites europee – o eurocratiche come qualcuno le chiama – continuano a ritenere che la crescente disoccupazione di massa non sia un problema e che tutta l'attenzione debba concentrarsi sui deficit di bilancio e sul debito.
Ci sono molti sostenitori di idee sbagliate che freneticamente hanno tentato di convincere tutti che il debito fosse il problema dei problemi, finendo per convincere anche i famosi mercati finanziari e gli ancor più famosi investitori, dando loro una mano nei momenti clou. Ma ancor più frenetici sono stati i tentativi disperati dei sostenitori dell'idea che l'austerità "paga" e che l'austerità "funziona". Gli avvocati dell'austerità "non fanno solo promesse ma anche minacce: l'austerity, sostenevano, avrebbe fatto evitare la crisi e portato alla prosperità" (ancora il buon Krugman, 31 gennaio 2013). Il debito pubblico, nelle mani degli investitori, ha un costo diverso nei diversi Paesi che pure adottano una stessa valuta. È chiaro che l'esplosione dei tassi d'interesse sui bonds e il conseguente gonfiamento del debito mettono in crisi la divisa comune, che i tedeschi in primis non possono accettare, perché loro ne sono l'asse portante. "Ciò che i tedeschi non vogliono riconoscere", aggiunge però Krugman "è che la rinascita della Germania è stata favorita da un enorme surplus commerciale tedesco a danno degli altri Paesi europei – soprattutto a danno dei Paesi oggi in crisi – che stavano avendo un boom e che godevano di un’inflazione anormale, grazie ai bassi tassi d’interesse”. A Berlino dovrebbero abbandonare “l’ossessione per l’inflazione” e pensare alla stabilità dell'euro (leggi, alla crescita).
In questa vena, la prima lezione da imparare è stata quella irlandese. L'Irlanda, come sappiamo, adottò amari tagli di spesa non appena scoppiò la bolla immobiliare e per un certo periodo fu da molti ritenuta come un esempio fulgido di virtù economica. Come infaustamente affermò Jean-Claude Trichet nel marzo del 2010, l'Irlanda dove essere considerata un modello per tutti i Paesi europei in debito. Il tasso di disoccupazione irlandese, a quel tempo era solo del 13,3 percento. Le ultime cifre disponibili oggi parlano di un tasso al 14,6 percento, tre anni dopo (appena sotto il picco raggiunto sei mesi fa). Poi venne la Gran Bretagna che, senza alcuna particolare urgenza, decise di adottare le stesse politiche di austerity con il risultato che la sua economia sta ora ristagnando. Non convinti dell'evidenza, i sostenitori dell'austerity hanno continuato a cercare success cases, trovandoli nella piccola Lituania. Se è vero che quella economia sta lentamente migliorando, è pur vero che il tasso di disoccupazione è ancora fermo al 14 percento (con un budget deficit nel 2011 pari al 13.1 percento del PIL). Oppure in Islanda che, piccola per piccola, sta sì recuperando, però non grazie a politiche di austerità.
Come ha sottolineato recentemente John Weeks, l'Irlanda è vista come un’"alunna modello" tra i Paesi europei che cercano di uscire dalla crisi, alunna di un'insegnante a tre teste peraltro chiamata con spregio Troika nelle piazze europee. Ma, come argomenta Weeks, "inspection of the Irish “success” provides an excellent insight into the economics of the 1% that preaches the austerity gospel in Europe.". Il caso irlandese, secondo Weeks, rimanda all'esempio da manuale di economia – reso famoso dall'economista indiano Jagdish Bhagwati – detto della crescita che immiserisce: un Paese in continuo surplus commerciale e reddito nazionale calante. Un'altra “idea scarafaggio” che per Weeks descrive il Paese di Mercantilia: surplus commerciale crescente e reddito nazionale calante fanno parlare di "fondamentali forti": il Paese esporta, ma la sua popolazione diviene sempre meno ricca.
Secondo la lezione impartita dalla Troika, tutti dovrebbero imparare dalla studentessa modello Irlanda, a cominciare dai Paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Mentre questi languono nella stagnazione, il PIL irlandese è cresciuto dell’1.4 percento nel 2011 e dell'1 percento nel 2012. In altre parole, sostiene la Troika, l'austerità "funziona", e i PIGS dovrebbero prendere esempio. E questo è il quadro recente dell'economia irlandese.
Qual è l'idea sbagliata che sta dietro a quest’esempio? L'austerità fa scendere salari e stipendi, facendo diminuire i costi di produzione. Questo favorisce la competitività dell'export, rivitalizzando così l'economia. La crescita dell'economia, favorita dall'export, a sua volta fa aumentare le entrate fiscali riducendo così il debito pubblico. Se gli altri PIGS facessero altrettanto, la riduzione del debito avrebbe così un effetto positivo sulla crisi dell'euro.
Ma cosa dovrebbero fare i poveri GIPSI (acronimo più carino, aggiungendo ai quattro anche l'Irlanda) per seguire l'esempio irlandese? Ci sono forse Paesi al mondo che sarebbero in grado di assorbire il gigantesco surplus commerciale che i GIPSI dovrebbero avere per poter rientrare (in questo modo) dal debito? Non certo la Germania, che invece vive di surplus commerciale (export maggiore dell'import), non certo la Francia, non certo la Gran Bretagna, che già mostra un notevole deficit commerciale. Forse la Cina? La storia irlandese mostra che il reddito pro-capite è passato dai 35.000 euro del 2007 ai 25.000 euro del 2012, nonostante la crescita aggregata del PIL. Questo è il risultato finale per gli irlandesi: export a gonfie vele, reddito nazionale in calo.
Olli Rehn, commissario UE per gli affari economici e monetari (una delle teste della Troika), ha recentemente sostenuto che le misure di consolidamento fiscale messe in atto nelle economie europee deboli hanno dato fiducia ai mercati (finanziari), quando l'evidenza che viene dall'economia reale mostra che ci sono molte ragioni per preoccuparsi e moltissime per non avere fiducia (crollo del fatturato, crollo dell'occupazione, crollo della domanda interna, etc.). Il buon Krugman ha così ironicamente accusato il Commissario UE di voler instaurare un "regno del terrore" ("Rehn of Terror") perché questa non è che un’altra “idee scarafaggio”: la fiducia, i mercati non l'hanno avuta dal consolidamento fiscale (leggi tagli di spesa), ma da quello che ha fatto la BCE. Krugman ricorda che "a recent forecast by European Central Bank (ECB) has said that recession in the debt ridden European economies which have applied tough austerity measures would last longer than initially predicted"; perché allora ostinarsi a dire che l'austerità "funziona"? È stata la mossa della BCE a dare fiducia ai mercati, non l'austerità, sostiene Krugman, e sappiamo quanto di vero ci sia in quelle parole (ricordiamo tutti il balletto dello spread la scorsa primavera prima e dopo l'intervento di Draghi). Eppure, Rehn e gli altri eurocrati insistono, e chi li critica viene accusato di anti-europeismo.
Recentemente, Paul de Grauwe e Yuemen Li hanno sostenuto che le politiche economiche dell'Eurozona sono troppo influenzate dalle "sensazioni" (market sentiment) e che paura e panico sui mercati hanno portato a politiche di austerità eccessive, se non fallimentari, nei Paesi del sud Europa, senza provocare stimoli di segno uguale e contrario nei Paesi del nord. Ne è risultata così una distorsione deflazionistica che ha prodotto un’ulteriore recessione e, forse, conseguenze ancora più gravi. Sta così diventando ovvio che, nelle parole dei due economisti, "austerity produces unnecessary suffering, millions may seek liberation from ‘euro shackles’".
Infine, un'altra “idea scarafaggio” è quella che i salari tedeschi sarebbero ben più alti di quelli degli altri Paesi europei e che il vantaggio comparato tedesco avrebbe una sola ragione, che va sotto il nome di produttività. La storia la racconta Klauz Zimmermann, direttore dell'IZA, un istituto di ricerca tedesco, rispondendo a Krugman in un'intervista: "Al di là dei primi anni dopo la riunificazione, la Germania è sempre stato un Paese orientato alle esportazioni e con un forte surplus commerciale. Ci sono poche industrie che consentono questo surplus tra cui quelle di macchinari, di automobili e siderurgiche. Le compagnie tedesche sono state estremamente competitive anche grazie a un decennio di salari ristretti (anche se più alti che nella maggior parte dei Paesi). Tuttavia, come indicato dalle recenti contrattazioni collettive nel mondo del lavoro, i salari tedeschi stanno salendo – in molti casi stanno salendo molto al di sopra dell’inflazione. Questo non solo rafforzerà la domanda interna della Germania ma permetterà anche ad altri Paesi dell’Eurozona un percorso di aggiustamento economico. Ciò presuppone, ovviamente, che quei Paesi resistano alla tentazione di un rapido innalzamento dei loro salari. Gli aumenti dovrebbero essere commisurati a reali guadagni in produttività e a migliori performance economiche. Questo ordine delle cose dovrebbe servire come modello, visto che è in aperto contrasto con quanto accaduto in molti Stati europei nell’ultimo decennio." (sic, il corsivo è mio)
Giustamente, Claudio Martini e Luciano Gallino ci ricordano che questa storia ha un rovescio della medaglia, che risponde appunto al nome di immiserising growth: "C'è un Paese in Europa che ha sofferto, negli ultimi anni, di una vera e propria sindrome da bassa crescita. Un Paese nel quale gli stipendi stagnano, quando non si riducono, e sopratutto perdono terreno rispetto alla produttività del lavoro. Un Paese dove i lavoratori e i pensionati sono stati costretti a rinunciare a molto di quello che avevano conquistato. Un Paese dove le disuguaglianze non fanno che aumentare, i ricchi sono sempre più ricchi e la povertà dilaga". Questo Paese è proprio la Germania, come mostrano due studi sulla povertà urbana in Germania e sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Peraltro, l'aumento della diseguaglianza in Germania ci dice molte cose sul "modello tedesco":
Così come è significativo l'andamento di salari e produttività (rapportando Germania ai PIGS+Francia):
Quale crescita basata su maggiore produttività, dunque? Il modello tedesco si baserebbe in realtà su uno schema collaudato: abbassate i salari e la competitività migliorerà.

lunedì 19 novembre 2012

Fiscal cliff, l’economia Usa sull’orlo del burrone

di Nicola Melloni - sbilanciamoci -

Le cause e le conseguenze del buco di bilancio degli Stati Uniti e delle politiche che si preparano ad affrontarlo. Se l’austerità sbarca in America, la recessione diventa inevitabile

L’inizio del secondo mandato di Obama non sarà certo dei più facili. I Democratici hanno mantenuto il controllo del Senato ma i Repubblicani sono ancora in maggioranza al Congresso e questo vuol dire che, una volta di più, che il Presidente dovrà trovare un compromesso con il Great Old Party per far passare i suoi provvedimenti. Ed il primo test sarà il tanto temuto fiscal cliff.
La politica e il debito in America
Vediamo l’antefatto: un anno e mezzo fa, nell’estate del 2011, il debito americano veniva affossato da Standard&Poor’s che toglieva la tripla A agli Stati Uniti. In effetti i conti macro-economici sembravano, almeno in parte, fuori controllo ed erano diventati terreno di scontro politico. Il problema è che in America il debito ha un tetto determinato per legge e solo una votazione di Congresso e Senato può aumentare lo stock di debito esistente, cosa ben diversa dalla situazione europea (o giapponese, tanto per dire) dove il debito, come ben sappiamo, può crescere ad libitum. Nel passato i legislatori americani avevano alzato il tetto massimo senza particolari problemi, ma durante il primo term di Obama le cose furono ben diverse, con i Repubblicani decisi alla guerra totale contro un presidente che, ai loro occhi, cercava di trasformare l’America in una socialdemocrazia europea[i], soprattutto alla luce del piano sanitario nazionale che era divenuto il provvedimento simbolo della politica di Obama.
E dunque i Repubblicani, travolti dal successo dei Tea Party che avevano dominato le mid-term elections, si fecero portavoci di una intransigenza fiscale mai vista prima di allora. Anche perché negli ultimi 30 anni era proprio stato il partito dei Reagan e dei Bush a dimostrare indisciplina fiscale, soprattutto con i tagli alle tasse, mirati soprattutto alle classi più agiate, accompagnati da una spesa pubblica in continua crescita, soprattutto per guerre (Bush junior) ed armamenti (Reagan). Mentre il debito di Obama era invece frutto di una situazione contingente, la crisi che aveva messo in moto tutti gli ammortizzatori sociali del caso a fronte di una ovvia frenata nelle entrate dovuta alla recessione.
Il fiscal cliff e le sue conseguenze
La situazione nell’estate del 2011 era di stallo. Entrambi gli schieramenti riconoscevano l’importanza di ridurre, almeno in termini relativi, il debito, ma le strade che volevano seguire erano opposte. Dalla parte democratica si volevano cancellare i Bush tax cuts, cioè le esenzioni per i più ricchi, da parte Repubblicana, invece, si chiedevano sostanziali tagli nella spesa sociale. Pressati dalla necessità di votare, in ogni caso, un innalzamento del tetto del debito, pena l’impossibilità per il governo federale di pagare i propri debiti, i contendenti raggiunsero una sorta di accordo di mutua distruzione. A cominciare dal Gennaio 2013 sarebbero entrati in vigore sia i tagli che le tasse maggiori – il tanto temuto burrone fiscale.
Un recente studio di Bank of America – Merrill Lynch quantifica il fiscal cliff come segue:

Fonte: The Cliff, the Economy and Capital Markets, p.7. www.washingtonpost.com
Ovviamente una manovra di questo genere avrebbe effetti devastanti sull’economia americana, che entrerebbe rapidamente in recessione, e, di conseguenza, su quella mondiale. Le stime dell’effetto cumulativo variano tra 600 e 800 miliardi, con un impatto sul PIL fino al 6% ed una recessione prevista nell’ordine dell’1%.
Nonostante il fiscal cliff sia stato fondamentalmente assente dalla campagna elettorale per le presidenziali americane, la preoccupazione tra gli investitori è salita esponenzialmente negli ultimi mesi, superando addirittura la crisi europea. Molte imprese, infatti, vedranno tagliati i fondi governativi che hanno ricevuto in questi anni. Sanità e difesa saranno i settori più colpiti (quasi il 75% dei tagli saranno rivolti a queste industrie) con un calo diretto di quasi il 10% delle entrate[ii]. Altri settori cruciali, come l’energia e soprattutto l’educazione (con oltre 180 mila bambini che rischiano di perdere l’accesso a programmi come Head Start e Child Care Assistance) soffriranno per i tagli.
Anche lavoratori e consumatori saranno colpiti dal fiscal cliff. In particolare espirerà l’estensione dell’assicurazione per i disoccupati, misura particolarmente penalizzante in una America dove la disoccupazione è ancora quasi all’8% (ed il 40% di questa è di lungo periodo). E le tasse si alzeranno non solo per i ricchi ma anche per la middle class che in America è ormai in continua riduzione. L’incremento fiscale colpirà in assoluto più i ricchi che i poveri – una crescita del 5.8% contro il 3.7%. Ma le tasche dei poveri saranno molto più leggere: il reddito per il 20% più povero si ridurrà del 2% mentre per il 40% più benestante il reddito disponibile calerà di solo lo 0.1%[iii]. Molto semplicemente i risparmi governativi si tradurranno in un minor reddito disponibile per i lavoratori più poveri, affossando l’economia reale.

venerdì 14 settembre 2012

Una carrozzella per far muovere il capitale

Una carrozzella per far muovere il capitale
di Francesco Piccioni
Nelle botti piccola sta il vino buono. In tempi di lettori deboli, il vino buono è costretto a stare in testi brevi. Ma ci vuole arte.
L'operazione è riuscita a Giovanni Mazzetti, economista orgoglioso della sua eterodossia, con un illuminante critica del pensiero unico (Ancora Keynes? Miseria o nuovo sviluppo?, Asterios, euro 8). In meno di 90 pagine propone una corsa nella teoria economica e tra i pilastri delle grandi crisi del secolo scorso per illuminare «l'idiozia» - letterale - delle politiche applicate in piena recessione, a cominciare da quel «pareggio di bilancio» che è stato inchiodato a forza nella Costituzione.
Quel «pareggio» è stato «una conquista borghese» al tempo della lotta contro la monarchia assoluta.

Ed è solo in quella fase che diventa - insieme al nuovo primo comandamento: «lasciar fare» al mercato - una pratica potentemente «progressiva». Nell'epoca dell'ascesa del capitalismo, infatti, la spinta individuale all'arricchimento è stata una molla formidabile per la messa in produzione delle risorse di lavoro esistenti.
Ma ogni cosa ha una fine e Keynes, a cavallo della prima guerra mondiale, se ne accorge. La crisi della «prima globalizzazione» e la guerra avevano mostrato che «i singoli (imprenditori, ndr) non erano in grado di tener adeguatamente conto delle più ampie implicazioni della loro stessa azione collettiva», e quindi «l'economia avrebbe dovuto subire una subordinazione ad un innovativo processo di coordinamento generale».
Ci vorrà una seconda e più distruttiva guerra - e l'affermarsi del «socialismo sovietico» - per convincere le classi dirigenti dell'Occidente ad accettare la visione di Keynes e varare politiche di spesa pubblica in deficit. Prima per «ricostruire» un sistema industriale distrutto dappertutto tranne che negli Usa, poi per garantire una stabile «piena occupazione».
Si parte dalla constatazione che «la spesa di un uomo è il reddito di un altro». Nella storia, «ogni accrescimento di capitale» è stato possibile perché «c'è stata una spesa superiore rispetto a quella necessaria a riprodurre la situazione economica al livello del periodo precedente». Se questo «di più» non viene anticipato dalle banche (come oggi), allora è necessario che lo faccia lo Stato. Questa spesa pubblica (non certo le clientele o le mazzette) fa da «moltiplicatore», attivando «una domanda potenziale che, affidata alle sole capacità degli imprenditori, sarebbe rimasta inespressa». Mazzetti dipinge il moltiplicatore keynesiano come «una carrozzella» per un capitalismo «con problemi motori»; che ha funzionato finché «ogni 100 dollari spesi dallo Stato si generavano 400 dollari di reddito reale» grazie alla risposta delle imprese.
Quando queste hanno preso a reagire meno - per troppa ricchezza, non per scarsità di risorse - è esplosa la «crisi fiscale dello Stato» degli anni '70. Il «ritorno» in tasse non era sufficiente a ripianare le anticipazioni in investimenti pubblici. Lì sono tornati in pista i liberisti «ortodossi», del tutto dimentichi del disastro in cui «il libero mercato» aveva cacciato il mondo 50 anni prima. E la parola d'ordine è diventata «tagliare la spesa».

giovedì 23 agosto 2012

Non è tutto oro ciò che è tedesco

  
Se è vero che non è più il tempo delle crescite miracolose, come sottolineava Dani Rodrik qualche giorno fa, sarà bene allora concentrarsi sulla precaria situazione dell’Europa e, in particolare, sulle prospettive di crescita della Germania, fino ad oggi considerata il “paese forte” dell’Unione, quello capace di esercitare il ruolo di “locomotiva”, giustificando in tal senso anche la propria autorità nel dettare l’agenda politica di tutta l’area.
Il campanello d’allarme è suonato il 14 agosto (cfr. Spiegel), quando sono stati resi noti dall’Ufficio statistico federale tedesco i dati macroeconomici che mostrano per la Germania una crescita nel secondo trimestre dell’anno (rispetto a quello dell’anno precedente) pari allo 0,3%. Si tratta certamente di un risultato positivo se confrontato con la “crescita zero” della Francia, e con la recessione dell’Italia (-0,7%) e della Spagna (-0,4%). Ma – si chiede l’Economist in un editoriale del 18 agosto – a queste condizioni, in che misura e fino a quando potrà la Germania fungere da “locomotiva dell’Europa”? Si tratta, è vero, di una situazione relativamente recente, poiché fino alla fine del 2011 la crescita dell’economia tedesca mostrava perfino segni di accelerazione.

La difficile situazione degli altri paesi europei, sta però ora sortendo i suoi effetti, anche se alcuni margini di manovra sembrano ancora esistere. La consistenza del surplus commerciale della Germania è infatti è ancora significativa, anche per effetto dell’avanzata sui mercati del centro Europa, dell’Asia e del continente americano e del vantaggio offerto da un euro debole. Per diversi esponenti del governo, anzi, questa è considerata una situazione florida, tale da non richiedere interventi correttivi per aumentare il ruolo di traino della domanda interna. Ma per molti economisti, così come per la confederazione generale del sindacato tedesco, la situazione appare molto meno rosea, e sarebbero piuttosto necessari interventi di stimolo sugli investimenti. I consumi interni, infatti, nel complesso stanno mostrando una discreta stabilità, mentre gli investimenti in nuova capacità produttiva stanno languendo.
In effetti anche i segnali in questo senso non sono tutti univoci, come risulta dalle tendenze del mercato dell’auto, per il quale si registra una nuova espansione nei mercati extra – europei, ed in Cina ed India, in particolare. Ma, di nuovo, sono da porre all’attenzione le prospettive di lungo periodo, poiché, allo stato attuale, i paesi dell’UE rappresentano ancora il 40% dell’export tedesco di auto.
Luci e ombre, dunque, sull’economia tedesca. Ma, soprattutto, una sostanziale incertezza, che si alimenta dell’instabilità del traino esercitato dalle esportazioni in prospettiva (volendo aggiungere – cosa che l’Economist non menziona, ma che è divenuta ormai dominio comune – anche il rallentamento della crescita delle economie emergenti verso le quali la Germania ha diretto progressivamente quote maggiori di export) e della sostanziale debolezza della componente dei consumi in quanto centro propulsore della domanda interna, poiché – come sottolinea l’Economist – i settori del commercio al dettaglio e dei servizi in Germania non sono efficienti nel “catturare” i consumatori.
Stefan Schneider, economista della Deutsche Bank, chiosa il tutto ricordando che è molto difficile per la Germania avere prospettive di crescita sotto siffatte condizioni. E ricorda così che negli anni ’90, ai tempi dell’unificazione, fu fatta proprio una politica di incentivazione dell’investimento nell’Est del paese. Oggi sarebbe il caso di ridare vita a quegli incentivi per gli investire nelle aree della periferia europea.
Ma, aggiungiamo noi, i tempi e i modi stando ai quali – e stando al quadro presentato – la Germania può essere autonomamente in grado di dare impulso alla propria economia, sembrano di là da venire. Mentre sembra assai più realistico il condizionamento che lo scenario negativo dell’economia mondiale tutta è in grado di esercitare nell’immediato, con effetti non trascurabili sulla consistenza e sulla diversificazione delle scelte di investimento.

giovedì 26 luglio 2012

Il crescente potere del neoliberalismo nel mondo

Taylan Tosun intervista Robin Hahnel - fonte -

Taylan Tosun: Perché i centri del potere finanziario internazionale temono così tanto un’inflazione anche minima? Perché quasi tutte le banche centrali di tali paesi sono incaricate di “combattere l’inflazione”? Perché gli interessi finanziari internazionali si oppongono al tipo di inflazione moderata che potrebbe ben accompagnare politiche favorevoli alla crescita e contrarie all’austerità?

Robin Hahnel: Quando i tassi d’inflazione sono più elevati del previsto i finanziatori ricevono un tasso di remunerazione, in termini reali, inferiore alle attese, mentre i debitori finiscono per pagare meno, in termini reali, di quanto pensavano di dover pagare. In generale sono i ricchi quelli che concedono prestiti, mentre il resto di noi si indebita. Questa è la prima ragione per cui i ricchi – che sono i clienti serviti dall’industria finanziaria internazionale – sono più preoccupati del resto di noi di mantenere bassi i tassi d’inflazione.

Ma c’è un secondo motivo. L’attività principale per la maggior parte di noi consiste nel guadagnare un reddito decente. Così la maggior parte di noi vuole che l’economia produca in base al suo potenziale completo, in modo da poter ricevere redditi pieni. E’ per questo che la maggior parte di noi ha interesse in politiche che, innanzitutto, prevengano le recessioni e le interrompano quanto prima possibile. E’ per questo che la maggior parte di noi ha un forte interesse a politiche favorevoli alla crescita nel corso della recessione globale più grande da ottant’anni a questa parte.

Comunque la partita principale per i ricchi consiste nel conservare ed estendere il valore della loro ricchezza, il che non è la stessa cosa del massimizzare l’ammontare del reddito generato dall’economia. I ricchi possono aumentare il loro reddito anche quando il reddito totale crolla nelle recessioni, se aumentano a sufficienza la loro fetta della torta. Cosa più importante, la ricchezza esistente può essere redistribuita che l’economia produca al massimo del suo potenziale o no. Dunque, se le condizioni che consentono ai ricchi di appropriarsi di una quota più grande della ricchezza esistente consistono in risultati economici più scarsi quanto alla produzione, allora i ricchi – e l’industria finanziaria internazionale che gli rappresenta – non avvertiranno alcuna urgenza di migliorare i risultati dell’economia.

La politica della banca centrale è un esempio eccellente di come funziona questo conflitto d’interessi. Combattere l’inflazione serve gli interessi dei ricchi ed è preteso dall’industria finanziaria per conto loro. Combattere la disoccupazione servirebbe gli interessi dei lavoratori. Negli Stati Uniti la Federal Reserve Bank ha il mandato di decidere la politica monetaria in modo tale da tenere sotto controllo l’inflazione e la disoccupazione. Tuttavia la FED, negli ultimi quattro decenni, ha reso sempre più chiaro che combatte l’inflazione prestando scarsa attenzione, se mai la presta, alla disoccupazione. La Banca Centrale Europea ha il mandato di combattere la sola inflazione, il che è esattamente ciò che è andata facendo mentre i tassi di disoccupazione in Spagna e in Grecia salivano sopra il 20%. In pratica c’è poca differenza. La differenza sulla carta è un riflesso dell’ascesa del neoliberalismo, che è semplicemente un’economia che favorisce gli interessi dei ricchi a spese della maggioranza. Il mandato della BCE è stato scritto quando il neoliberalismo era molto più forte. Quando le banche centrali di altri paesi combattono soltanto l’inflazione – e quando i media agiscono come se questa fosse la sola cosa responsabile che le banche centrali possano fare – anche questo è un segnale del crescente potere del neoliberalismo a livello globale.


TT:
Perché il neoliberalismo è così ostile alla spese pubblica in infrastrutture o all’aumento delle remunerazione dei dipendenti pubblici al fine di stimolare la domanda? Che tipo di pericolo pone la spesa pubblica ai centri del potere finanziario internazionale?


RH: Una volta capito che il neoliberalismo significa gestire il capitalismo esclusivamente negli interessi dei ricchi, è facile vedere che il neoliberalismo si oppone alla spesa pubblica per qualsiasi cosa avvantaggi la maggioranza e non loro. I ricchi non vogliono aumentare le remunerazioni dei dipendenti pubblici perché (a) non sono dipendenti pubblici, (b) dovranno pagare più tasse per pagare salari più alti ai dipendenti pubblici e (c) se i dipendenti pubblici ottengono paghe più elevate, i datori di lavoro privati – che sono ricchi dovranno anch’essi pagare di più ai propri dipendenti. La spesa in infrastrutture è più complicata. Gran parte della spesa pubblica è assistenza alle imprese e le grandi imprese che beneficiano dei contratti governativi non si oppongono a quel genere di spesa. Il genere più ovvio di spesa pubblica che è assistenza alle imprese è la spesa in sistemi di armamenti militari, che raramente è contrastata dai tagliatori neoliberali dei bilanci. Ma la spesa in infrastrutture può anche garantire grandi profitti agli appaltatori governativi. Può anche rappresentare un sussidio ad altre imprese quando crea un ambiente più redditizio in cui operare. Perciò i neoliberali non sono sempre ostili alla spesa pubblica in infrastrutture. Si oppongono ad essa quando è parte di un programma per promuovere l’occupazione quando loro preferiscono invece abbandonare i mercati del lavoro.

martedì 24 luglio 2012

La Crescita come il baratro.

di Zag in ListaSinistra
La crescita è quel venticello......
La Crescita come il baratro Il bene e il male dell'ateismo economico. Paradiso ed Inferno. Non si sa bene cosa siano, ma vengono identificati come il positivo e il negativo. Alcuni anni fa , se interrogato cos'è il bene e cosa il suo contrario si sarebbe risposto il capitalismo e il comunismo. Oggi invece l'intelletto collettivo ha spostato l'asse da concetti politici a concetti economici. E forse sta tutto qua il passaggio del moderno capitalismo. Dal produttivo al finanziario. L'esaurirsi della spinta del primo e il suo trasmutarsi nel secondo. Oggi stiamo assistendo allo sfacelo anche di questo e davanti a noi non vi è niente. Marx diceva e con lui Lenin che un periodo rivoluzionario è quando il vecchio muore e si affaccia il nuovo. Un periodo invece di decadenza è quando il vecchio decade e niente si affaccia come nuovo. Il vecchio e il nuovo si identificano e questo è il periodo più buio e pericoloso. Tutto il fecciume ci appare come nuovo e possibile, tutto pur di aggrapparci e sperare ce ci porti in salvo. Persino Grillo ci appare come l'ancora di salvataggio, persino la riedizione del Berlusconismo in chiave Berlusconi. Finanche la riedizione del montismo con o senza Monti. Basterebbero solo questi esempi per identificare il periodo di decadenza, sia morale che pratico. Cosi fu con la nascita del fascismo. Persino Mussolini apparve come il sol dell'avvenire.

E i concetti o le immagini di Crescita e di Baratro ( coniugato anche come Tunnel , ma a differenza di questa senza via d'uscita) luoghi di salvezza o di condanna.
Ma non era stata proprio la Crescita, questa crescita che infine ci ha portato a tutto questo? Allora la crescita non è il cammino nuovo che ci salverà, ma il percorrere il vecchio che fin qua ci ha condotto. Quale diversità della Nuova crescita c'è che sia diverso dalla vecchia? Forse il nuovo modello di sviluppo? Forse l'abbandono dei vecchi rapporti di potere o di rapporti fra le forze produttive? Niente di tutto questo solo Crescita. e...basta la parola. Ma non sarebbe il caso di chiedere , ma di quale crescita si sta parlando?
Ma lo so ci risponderebbero che non è il caso di sottilizzare. Quando la barca affonda ( e naturalmente ci diranno che nella barca ci siamo tutti) si pensa a salvarci senza andare tanto per il sottile. L'alternativa è .... il Baratro .
Sarà che sono diffidente e scettico.
Ma a me pare che Crescita e Baratro alfin pari son...
Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

domenica 1 luglio 2012

La storia si ripete. Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012

di ANDREA FUMAGALLI - uninomade -

La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista, che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia). L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.

giovedì 28 giugno 2012

Cesaratto, Brancaccio, Stirati, Gnesutta.


7euro sotto acqua
Quattro economisti italiani smontano i quattro più importanti “luoghi comuni” che riempiono le pagine dei giornali, nei giorni che precedono il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale si deciderà il futuro dell’Europa. Tesi economiche ripetute come un mantra, eppure false sul piano teorico ed empirico. Quattro economisti “critici” ci spiegano perché le tesi fondamentali dell’economia neoliberista non sono la soluzione, ma il problema.

1. Per salvare l’euro serve un’Europa politica basata sull’austerity? NO.
Assolutamente no se per Europa politica si intende ciò che ha più volte ripetuto Angela Merkel. L’Europa che ella prefigura è assai inquietante: una definitiva espropriazione della libertà democratica dei cittadini sulle decisioni in materia di bilancio, accentrate a Bruxelles. In cambio la Germania propone un “fondo di redenzione” in cui i Paesi metterebbero in comune il debito eccedente il fatidico 60 per cento del Pil, impegnandosi a restituirlo in una ventina d’anni. Null’altro che un rafforzamento del cosiddetto fiscal compact già imposto da Berlino: due decenni di austerità assicurata in una Europa divisa fra ricchi e poveri. È questa una prospettiva inaccettabile e disastrosa. Più Europa servirebbe, invece, se l’obiettivo fosse quello di assicurare la crescita delle aree più svantaggiate. Qualsiasi soluzione deve rispondere al problema alla base della crisi: la moneta unica ha aggravato i differenziali di competitività fra le economie europee deboli e forti. Questo ha prodotto una decade di stagnazione e poi la crisi per l’Italia, mentre la Spagna ha mascherato il problema dietro una crescita di carta, anzi di mattone, finanziata da afflussi di capitali tedeschi e si ritrova oggi indebitata sino al collo. In genere coloro che credono nei poteri salvifici dell’Europa politica tralasciano tali problemi e ne trascurano i relativi costi e ostacoli politici, provenienti soprattutto dai tedeschi. Una Europa politica genuina e sostenibile implica infatti principi di riequilibrio economico fra Paesi e di perequazione sociale fra i propri cittadini che possono essere realizzati in due modi. Il primo è una vera svolta europea volta a: mettere assieme i debiti pubblici (eurobond) stabilizzando i debiti pubblici nazionali, invece di ridurli; creare un bilancio federale degno di questo nome per sostenere domanda, occupazione e ambiente; riformare la Bce nella direzione del sostegno alla politica fiscale e sviluppo; fissare un target di inflazione almeno al 4 per cento, con l’impegno tedesco ad attenersi a tale obiettivo, dando spazio al recupero di competitività dei Paesi periferici. In alternativa si potrebbe procedere verso una “transfer union” che mantiene lo status quo nelle competitività relative, mentre i Paesi forti redistribuiscono alla periferia i proventi dei surplus commerciali sotto forma di congrui trasferimenti monetari, in modo da realizzare una perequazione negli standard di vita. Mentre la seconda strada è chiaramente inattuabile, la prima potrebbe essere tempestivamente perseguita. Ciò senza richiedere premature ed eccessive cessioni di sovranità nazionale. Ma l’opposizione della Germania a quelle ragionevoli misure è formidabile, non volendo quel Paese abbandonare il proprio modello neomercantilista basato sulle esportazioni. In verità c’è al momento un bailamme di proposte volte ad aprire un varco al muro dei nein tedeschi. La confusione è dunque grande e non promette nulla di buono e di tempestivo, mentre i mercati non perdoneranno le mezze misure. Appena i tassi sui buoni decennali italiani supereranno il 7 per cento preparatevi al peggio. di Sergio Cesaratto. Ordinario di economia politica all’università di Siena. Scrive sul blog politicaeconomiablog.blogspot.com
2. L’aumento dello spread dipende dal debito pubblico degli Stati? NO.

giovedì 5 aprile 2012

Per risparmiare occorre spendere

Posted by keynesblog
Ci è stato insegnato fin da piccoli a mettere i soldi nel salvadanaio e conservarli. Ad un certo punto possiamo rompere il salvadanaio e spendere in un solo acquisto la moneta che abbiamo “tesaurizzato”. Forti di questa convinzione, pensiamo che per spendere occorra prima risparmiare. E, finché ci limitiamo al nostro salvadanaio o a considerare una unità familiare, le cose stanno in effetti più o meno così, anche se quei soldi risparmiati dobbiamo averli prima guadagnati lavorando. Questo dovrebbe porci già qualche dubbio; ma non anticipiamo nulla e vediamo cosa accade in un sistema economico. Per illustrare come funziona l’accumulazione dei risparmi supporremo un sistema semplice, composto da famiglie e imprese. Il reddito delle famiglie deriva dalle paghe che i lavoratori percepiscono dalle imprese. Inoltre il sistema, per semplicità, è chiuso, ossia non vi sono importazioni ed esportazioni.

All’inizio le imprese investono (quindi spendono) una cifra aggiuntiva rispetto al periodo precedente, diciamo 100 milioni. Indicheremo questo investimento aggiuntivo con ∆I; quindi ∆I=100.

Cosa vuol dire che le imprese hanno investito 100 milioni? Significa che hanno acquistato nuovi macchinari o costruito nuovi capannoni o fatto acquisti in altri beni capitali. Pertanto qualcuno nell’insieme delle famiglie ha percepito quella spesa aggiuntiva: ad esempio sono stati assunti nuovi lavoratori delle imprese che costruiscono capannoni e macchinari. Pertanto il ∆I si traduce in reddito aggiuntivo per le famiglie.

Cosa faranno le famiglie di questo reddito? Non lo spenderanno tutto, ma risparmieranno una parte. Supponiamo che spendano il 70% e risparmino il restante 30%. Spendere questi 70 milioni significherà acquistare prodotti in più per 70 milioni dalle imprese. Pertanto la situazione sarà quella in figura:

Dove ∆S rappresenta il risparmio (“saving”) aggiuntivo che in questo primo passaggio è uguale a 30. Per rispondere ai consumi aggiunti (che indicheremo con ∆C) pari a 70 milioni le imprese dovranno assumere nuovo personale e compiere altre spese che, come in precedenza, si riverseranno sulle famiglie. Queste ultime risparmieranno il 30% dei 70 milioni aggiuntivi, pari a 21 milioni e ne spenderanno il 70%, pari a 49 milioni. Pertanto al secondo passaggio ∆C = 70+49 = 119 e ∆S = 30 + 21 = 51:

Il processo va avanti così, in un circolo sempre più smorzato. Vediamo i due successivi passaggi (indicheremo con ∆Y la spesa aggiuntiva delle imprese, che corrisponde al reddito aggiuntivo percepito dalle famiglie)

Passaggio 3:

∆Y = 100+70+49 = 219

∆C = 70+49+(0,7*49) = 153,3 (70% di 49 = 34,3)

∆S = 30 + 21 + (0,3*49) = 65,7 (30% di 49 = 14,7)

Passaggio 4:

∆Y = 100+70+49+34,3 = 249,3

∆C = 70+49+34,3+(0,7*34,3) = 177,3

∆S = 30 + 21 + 14,7 + (0,3*34,3) = 76

Come si può notare ad ogni passaggio cresce non solo il reddito ma anche il risparmio. Ma fino a quando? Vediamo subito il risultato finale; dato un ∆I=100 e una propensione al consumo delle famiglie c=0,7

martedì 3 aprile 2012

Se la politica si riprendesse la moneta

Posted by keynesblog on 3 aprile
Bassa crescita, alto debito e ricche occasioni di speculazione. La miscela esplosiva della crisi europea potrebbe essere evitata da una politica economica comune, partendo da una moneta che torni a servire la politica. La discussione di Sbilanciamoci.info e il manifesto sulla rotta d’Europa

di Daniela Palma, Paolo Leon, Roberto Romano, Sergio Ferrari
In Europa si vivono due crisi: la prima, economica, si esprime in tassi di crescita tanto bassi da lasciare invariato o addirittura da aumentare un tasso di disoccupazione socialmente ed economicamente molto costoso. (…) La seconda crisi colpisce lo stato. Con il Pil che non cresce, e con la spesa pubblica che aumenta per la necessaria assistenza sociale (con la stagnazione, basta un minimo aumento della produttività del lavoro per far crescere la disoccupazione), il deficit pubblico aumenta; ciò allevierebbe la crisi economica, perché quella pubblica è pur sempre domanda aggiuntiva, ma poiché il deficit è coperto dal debito pubblico – ché se fosse coperto da maggiori tasse aggraverebbe la crisi – cresce il rapporto debito/Pil. Al crescere di questo rapporto e poiché la crisi limita i risparmi nazionali destinati ad acquistare il maggior debito pubblico, è sul mercato finanziario internazionale che gli stati troveranno gli acquirenti delle loro obbligazioni. Questo innesta un movimento speculativo che, senza regolazione, tende a rafforzarsi. La speculazione sulle obbligazioni pubbliche, in fase di crisi, è sempre al ribasso: si tratta, per gli operatori finanziari, di vendere oggi per ricomprarle domani a un prezzo più basso. Quando l’ammontare del debito è una quota rilevante del Pil del paese debitore, e se l’economia non cresce e il gettito tributario non aumenta, è difficile pagare gli interessi; così, ogni nuova emissione avviene a prezzi più bassi di quelle precedenti, e la speculazione al ribasso ha successo. Tuttavia, proprio perché la speculazione funziona, gli operatori continueranno a giocare contro il debito pubblico, vincendo ogni volta, finché non si arriva alla bancarotta dello stato (…).

Nel caso dell’Europa dell’euro, poiché il fallimento di uno stato membro avrebbe conseguenze sulla moneta europea, gli altri membri intervengono e consentono al paese in potenziale bancarotta di pagare i creditori, ma lo obbligano a dotarsi di un piano di restrizioni finanziarie tanto grande quanto necessario per produrre un avanzo di bilancio pubblico, così da ridurre il volume del debito. Naturalmente, il paese in questione subirà una crisi ancora più forte, e solo se la sua economia è piccola rispetto alla somma di quelle degli stati membri, ciò potrà non avere un’influenza sulla crescita complessiva. Poiché gli operatori finanziari sperimentano questo salvataggio, e poiché non perdono di valore le obbligazioni in loro possesso, riterranno che la speculazione al ribasso contro i debiti pubblici è a basso rischio, e continueranno a operare nei confronti di qualsiasi paese membro (logicamente, verso paesi più grandi, anche per testare la resistenza collettiva dei membri), ogni volta che il tasso di crescita specifico è troppo basso per consentire al governo del paese oggetto di attenzione di aumentare il gettito tributario e ridurre il deficit (…). La prospettiva è disastrosa, anche perché la difesa dei paesi più grandi diventerebbe sempre più difficile, perché sempre più grande sarebbe il fondo rischi da erigere per evitare la bancarotta degli stati.

sabato 31 marzo 2012

SI FA PRESTO A DIRE CRESCITA

di Silvia Zamboni
Pubblico di seguito il mio articolo Si fa presto a dire crescita uscito a febbraio
sul numero 19 di micron – ecologia, scienza, conoscenza, la rivista di A.R.P.A. Umbria,
in cui riporto alcune delle riflessioni emerse nel corso dell’ultima edizione
dei Colloqui di Dobbiaco (1-2 ottobre 2011) dedicati al tema Benessere senza crescita.

Di fronte alla crisi economica e occupazionale e alla crisi del debito pubblico che attanagliano il nostro paese, la parola ripetuta come un mantra salvifico è “crescita”. Quasi taciuto, invece, è il fatto che a questa fase di stallo economico, attraversata anche da altri paesi tra quelli di più vecchia industrializzazione, si accompagna, nel mondo, la crisi ecologica dovuta alla perdita di biodiversità e al superamento della carrying capacity del pianeta. Sarebbe interessante dunque che si discutesse a quale crescita si punta, per evitare la perpetuazione di questo modello economico-produttivo che ci ha portati alla non meno drammatica crisi dei cambiamenti climatici, e che ha nel PIL l’unità di misura per eccellenza dello stato di salute dell’economia. Essendo la crisi economica intrecciata da un lato a quella energetica (leggi: fine dell’epoca del greggio a basso costo e, nel caso dell’Italia, bolletta energetica che nel 2011 ha toccato i 62 miliardi di euro) e, dall’altro, a quella dei cambiamenti climatici, perché non coglierla come opportunità di cambiamento in direzione della sostenibilità ambientale e sociale?

Anche il parlamento tedesco ha recepito i segnali di inquietudine verso la riproposizione di un’idea di crescita tradizionale, ed ha istituito la Commissione d’inchiesta “Crescita, benessere, qualità di vita”. Obiettivo della Commissione è “lo sviluppo di un nuovo indicatore di progresso che, pur facendo ancora riferimento anche al PIL”, modifichi questa unità di misura del benessere sociale “basata su criteri puramente economici e quantitativi” includendo “criteri ecologici, sociali e culturali”. “Riparare i buchi nelle strade fa aumentare il PIL, ma non rende le persone più felici, né contribuisce al progresso della società”, ha dichiarato la socialdemocratica Daniela Kolbe, Presidente della Commissione. “Per questo sono rilevanti gli aspetti ambientali; ma anche l’accesso all’istruzione, la qualità del sistema sanitario e la redistribuzione del reddito”. Parole che riecheggiano ciò che Bob Kennedy sosteneva già nel 1968, ovvero che il PIL non bastava più per indicare il grado di benessere e di progresso di una società. Una conclusione a cui è giunto anche il presidente francese Nicholas Sarkozy, che nel 2008 ha insediato la “Commissione Sarkozy sulla misura della performance dell’economia e del progresso sociale”. Di questo pool di esperti, che aveva a capo i premi Nobel Joseph E. Stiglitz e Amartya Sen, e Jean-Paul Fitoussi dell’Istituto di Studi Politici di Parigi (IEP), hanno fatto parte anche Nicholas Stern (che ha legato il suo nome al famoso Rapporto Stern del 2006 sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici), e Enrico Giovannini, presidente dell’ISTAT. Nel “Rapporto Stiglitz”, pubblicato nel novembre 2010 a fine lavori, in riferimento all’inadeguatezza dei dati statistici che orientano analisi e valutazioni dello stato di salute dell’economia, si legge che “Le statistiche di uso comune potrebbero non registrare alcuni fenomeni che hanno un crescente impatto sul benessere dei cittadini. Ad esempio, gli ingorghi di traffico possono aumentare il PIL a causa del maggiore utilizzo della benzina, ma ovviamente non la qualità della vita. Inoltre, se i cittadini sono preoccupati per la qualità dell’aria e l’inquinamento atmosferico è in aumento, le misure statistiche che ignorano l’inquinamento atmosferico forniranno una stima imprecisa di ciò che sta accadendo al benessere dei cittadini”. E più avanti: “Siamo anche di fronte a una incombente crisi ambientale, in particolare associata al riscaldamento globale. I prezzi di mercato sono falsati dal fatto che non vi è alcun onere imposto alle emissioni di carbonio; e non si è fatto nessun calcolo del costo di tali emissioni nella contabilità standard del reddito nazionale. Chiaramente, le misure di performance economica che riflettono questi costi ambientali potrebbero essere molto diverse dalle misure standard”.

sabato 25 febbraio 2012

Con una tassa sui patrimoni finanziari, 800.000 posti di lavoro.

di Francesco Scacciati , Guido Ortona , Ugo Mattei - sbilanciamoci -
La soluzione della crisi passa per un maggiore e migliore intervento dello Stato: un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare può creare 800.000 posti di lavoro

In questo intervento proponiamo quanto segue:
Ottocentomila disoccupati vengono assunti nel settore pubblico dell'economia con una retribuzione netta di 1.200 euro al mese. L'operazione è finanziata con un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare (escludendo cioè le abitazioni, i terreni ecc.)

Prima di entrare nel merito chiariamo che:
a) gli 800.000 posti e i 1.200 euro al mese vanno intesi come ordine di grandezza; nell'elaborazione tecnica che dovranno effettuare gli enti competenti se la proposta verrà accettata si potrà pensare a modifiche anche consistenti, come per esempio la differenziazione delle retribuzioni in funzione della qualifica;
b) le aliquote fiscali che verranno citate più sotto sono anch'esse un ordine di grandezza medio. È sicuramente preferibile ricorrere ad aliquote progressive. Analogamente, si potrà pensare anche a una limitata tassazione del patrimonio immobiliare. Tutto ciò di nuovo deve essere demandato a una sede tecnica.

Ci siamo sforzati di esporre la proposta nel modo più chiaro possibile; donde la forma un po' inusuale di questo testo.

1. Premessa. L'emergenza economica in cui ci troviamo è l'insieme di più emergenze. Una è quella occupazionale. Gli economisti seri concordano su questi quattro punti: a) i prossimi mesi, o anni, di recessione aggraveranno questa emergenza; b) una crescita debole, paragonata a quella degli ultimi anni prima della recessione, non è sufficiente a risolvere questa emergenza, e forse nemmeno a impedirne l'aggravarsi; c) i costi di questa emergenza sono enormi, e di lungo periodo: in quanto oltre alle gravi sofferenze di natura sia economica sia psicologica per i disoccupati (che molti politici trascurano) comprendono anche la perdita di capacità lavorative, la disaffezione verso il lavoro, e vari tipi di degenerazione del tessuto sociale; d) il mercato non è in grado di risolvere questa emergenza.

Ne consegue inevitabilmente quanto segue:

a) l'emergenza occupazionale va affrontata come tale, cioè con provvedimenti di emergenza, che devono durare fino a che dura l'emergenza.

b) È compito dello stato sostituirsi al mercato per creare occupazione.

c) Le risorse per affrontare questa emergenza devono essere sottratte al ricatto dei mercati finanziari. Infatti un aumento del costo del debito implica una riduzione delle risorse pubbliche disponibili, il che fa aumentare la disoccupazione; e contrastare la disoccupazione con nuova spesa pubblica implica un aumento del costo del debito, e così via.

d) Le risorse necessarie devono quindi provenire da una fonte consistente e stabile. La via più percorribile in tempi brevi è la tassazione della ricchezza mediante un'imposta patrimoniale.

Donde la proposta qui illustrata. Essa solleva quattro ordini di problemi: tecnici, cioè come implementarla; economici, cioè la valutazione degli effetti che avrebbe sull'economia; finanziari, cioè dove trovare i soldi per attuarla; e infine politici. Degli aspetti tecnici, economici e politici discuteremo più sotto; è importante prima di continuare verificare che i soldi ci siano, per dirla un po' brutalmente.

Ci sono. A quanto riferisce la Banca d'Italia, la ricchezza mobiliare netta degli italiani, cioè quella costituita da moneta e titoli (e non da abitazioni e altri immobili, e calcolata sottraendo i debiti) è di circa 2700 miliardi di euro, di cui almeno il 45% è nelle mani del 10% più ricco.

lunedì 20 febbraio 2012

E decrebbero felici e contenti

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio ilfattoquotidiano
Sommando il debito pubblico ai debiti delle famiglie e delle imprese, in tutti i paesi industrializzati l’indebitamento complessivo supera il 200 per cento del prodotto interno lordo. Perché? A partire da questa domanda cruciale, che tuttavia nessuno ha mai posto, si sviluppano i contributi all’analisi della crisi in corso e le proposte per ridurne le conseguenze devastanti, riuniti nel volume collettivo Crisi economica, debiti pubblici e decrescita felice, pubblicato dalle Edizioni per la decrescita felice, a giorni in libreria.
L’indebitamento complessivo dei paesi industrializzati, rispondono gli autori del volume, è necessario per assorbire la produzione crescente di merci che altrimenti rimarrebbero invendute. In altre parole la crescita della domanda, che pure è stata costante, non è in grado di assorbire la crescita dell’offerta perché la concorrenza internazionale impone alle aziende di investire continuamente in innovazioni tecnologiche che accrescono la produttività, che consentono cioè di produrre quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di occupati.

Ma se si riduce il numero degli occupati, si riduce il numero delle persone provviste di reddito, per cui la crescita del debito è diventata indispensabile per sostenere la domanda. Il meccanismo della crescita e l’incremento della competitività sono la causa della crisi in corso. Tutti i tentativi di rilanciare la crescita e di incrementare la produttività non solo non possono consentire di superare la crisi, ma se riuscissero, contribuirebbero ad aggravarla. Questa crisi, si sostiene nel libro, non è una crisi congiunturale, ma una crisi di sistema che gli strumenti tradizionali della politica economica non sono in grado di affrontare perché se si vuole rilanciare la crescita, come viene ripetuto con la ripetitività di un mantra, non si possono non aumentare i debiti pubblici; se si vuole ridurre il debito pubblico si deprime la domanda e la crisi si aggrava. Ciò che occorre è trovare il denaro per gli investimenti senza accrescere i debiti pubblici.

domenica 25 dicembre 2011

Crescita infinita?...

La fuga dalla realtà e il mito della crescita infinita
L’economia come disciplina specifica nacque alla fine del Settecento, assieme a numerose altre scienze come, ad esempio, la chimica. A partire dal quel momento l’economia coltivò, giustamente, il sogno di potersi dare regole e principi ispirandosi al modello della fisica newtoniana.
Un’aspirazione legittima nell’ambito del contesto in cui nacque. Ma i contesti cambiano e le conoscenze scientifiche mutano, si ampliano. L’economia, invece, una volta costituitasi in disciplina autonoma, iniziò ad ignorare (naturalmente a livello di orientamento dominante) gli avanzamenti delle ricerche sulla struttura e il funzionamento della natura.
Newton non avrebbe approvato. Nel corso dell’Ottocento, in particolare, l’economia non prestò particolare attenzione a due fondamentali rivoluzioni in ambito scientifico: la rinnovata conoscenza dei rapporti tra individuo e ambiente, in relazione allo sviluppo del concetto di evoluzione, e la nascita della termodinamica.
Così facendo gli economisti, pur continuando ad elaborare teorie e modelli matematici, mantennero un’immagine della realtà che corrispondeva sempre meno a quella descrivibile grazie agli sviluppi della fisica e della biologia.
Per questo motivo numerosi ed autorevoli studiosi hanno sostenuto uno stretto collegamento fra economia e follia. Kenneth Boulding ha pronunciato una frase destinata a diventare celebre: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
Questa idea, infatti, come sappiamo ormai da un secolo e mezzo, non ha alcun fondamento scientifico ed è in totale disaccordo con una percezione corretta della mondo e della natura. Come ha ricordato non molto tempo fa Hermann Daly, la maggior parte degli economisti crede «che, visto che la crescita ci ha portato tanto lontano, potremo andare avanti all’infinito». Eppure, aggiunge Daly, «i fatti sono semplici e incontestabili: la biosfera è finita, non cresce, è chiusa (con l’eccezione del costante apporto di energia dal Sole), ed è regolata dalle leggi della termodinamica.
Qualunque sottosistema, come l’economia, a un certo punto deve smettere di crescere e adattarsi a un equilibrio dinamico, simile a uno stato stazionario» (H. Daly, L’economia in un mondo pieno, in «Le Scienze», n. 447, novembre 2005, p. 114).
Purtroppo, pare che l’esistenza della termodinamica sia ancora ignota alla maggior parte degli economisti, per non parlare dei politici: «è certo che la conoscenza del II Principio della Termodinamica potrebbe far ravvedere i sostenitori del grande bluff della crescita infinita e che un corso di termodinamica ben fatto sarebbe di grande beneficio per gli studenti di Economia, particolarmente per quelli che un giorno aspirassero a diventare Ministri» (N. Armaroli, V. Balzani, Energia oggi e domani. Prospettive, sfide, speranze, Bologna, Bononia University Press, 2004, p. 13.).
Tuttavia, come ha scritto Schumpeter, una nuova «visione» può «ricomparire nella storia di qualsiasi scienza, ogni qual volta qualcuno c’insegna a vedere le cose in una luce la cui sorgente non può esser trovata nei fatti, nei metodi e nei risultati della scienza già esistente» (J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica[1954], Torino, Bollatti Boringhieri, 1972, p. 50).
Anche l’economia può dunque cambiare, a patto che accetti la realtà del mondo in cui viviamo. La storia della scienza può offrirle un grande aiuto in questo senso.

domenica 18 dicembre 2011

L'economia inesistente

di BeppeGrillo
Il valore di ogni cosa presente sul pianeta Terra non supera il 10% del denaro, dei titoli mobiliari e dei valori immobiliari. In altri termini il 90% della presunta ricchezza non esiste. La realtà è che le nostre case valgono un quarto, le azioni delle imprese quotate un decimo, i titoli pubblici possono non valere nulla e non essere più rimborsati. E' un gigantesco falò quello che sta avvenendo dal'inizio del nuovo millennio. Un incendio di proporzioni colossali che sta bruciando la carta straccia che abbiamo stampato, era solo un'iIlusione ottica. Polvere era e polvere diventerà. Pire di debiti pubblici, derivati, monete senza valore (come il dollaro americano), sono alimentati continuamente da governi senza un'idea di futuro. Una corsa folle di una macchina fuori controllo. La crescita è la soluzione, dicono i guidatori, e premono l'acceleratore. Nessun organismo in natura cresce per sempre. Vogliono stampare moneta e vendere debiti per l'eternità. Dentro a questa macchina infernale, l'attività umana serve soltanto a spostare più in là di qualche anno la resa dei conti. Il crack del pianeta. Si lavora come schiavi al servizio di una ricchezza inesistente, per un sogno malato di un modello di società al tramonto. Si scava una buca, si riempie una buca.
Nell'estate di quest'anno l'umanità aveva già utilizzato tutte le risorse rinnovabili prodotte dalla Terra. Ci stiamo mangiando il mondo come una mela, ne rimarrà il torsolo. Sono necessari due pianeti per sostenere questo ritmo. Marte può essere la prossima frontiera del consumismo. La specie umana ricorda le cavallette del cosmo. Quando le risorse naturali non esistono inventa ricchezze virtuali. Lavoriamo al servizio del nulla. Il motore si sta surriscaldando. I cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, insieme alla Turchia, il Bric mediterraneo, nel 2012 rallenteranno la loro crescita. Per mancanza di clienti. Il Nord America e l'Europa entreranno in recessione. La strategia della Cina per continuare a produrre è di comprare il debito dei Paesi in cui esporta. In sostanza, gli anticipa i soldi per poter vendere le sue merci. Più affondiamo, più neghiamo il problema. Non si può creare ciò che non esiste. Qualcuno mi svegli! AAAARGH!

domenica 30 ottobre 2011

Il sistema di usura internazionale chiamato sistema bancario..... (il debito USA è al 160% del Pil).

di Aldo Giannuli - www.aldogiannuli.it Fonte: sergiomolinari

Vi ricordate l'ombrello di Altan sempre in culo all'operaio? Beh, prima della caduta del Muro l'operaio lo considerava un corpo estraneo e cercava di divincolarsi, dopo c'è stata un'enorme propaganda per convincere l'operaio ed il precario che quell'ombrello è un prolungamento anatomico naturale dei salariati, troppi si son convinti e così è sparita la lotta sociale, la TV è un mezzo ipnotico con cui si può convincere la gente di tutto ......
Negli anni sessanta e settanta circolava un’idea, ritenuta una verità di fede, per la quale perseguire il pareggio di bilancio dello Stato era non solo sbagliato ed utopico, ma addirittura reazionario e fuori del tempo. Il disavanzo era programmato, perchè così si garantiva lo sviluppo.

All’epoca ero un giovane militante di gruppi di estrema sinistra, ma, ciò nonostante, la cosa non mi convinceva affatto e la trovavo una idea completamente sballata. Perchè se per qualche anno poteva essere necessario fare disavanzo, prima o poi bisognava rientrare e ripianare i debiti.

Molti amici e compagni mi dicevano che i miei dubbi erano completamente fuori luogo e tradivano una “mentalità ottocentesca” e un po’ reazionaria, perchè la modernità impone il disavanzo come condizione di progresso e, dunque, esso deve essere costante, strutturale, permanente. E giù citazioni di Keynes che dimostravano quanto fosse auspicabile chiudere i conti in rosso. Rispondevo “Sarà, ma non mi convince”.

Quanto al povero Keynes, (letto in età più matura) non aveva mai detto le scemenze che gli venivano così disinvoltamente attribuite: più semplicemente invitava a fare disavanzo, nei momenti di crisi, per far ripartire l’occupazione, ma nel presupposto che, nelle congiunture favorevoli, lo Stato avrebbe riassorbito il debito fatto per riassorbire il disavanzo. Infatti parlava di “intervento anticiclico dello Stato”, il che presuppone un andamento non fisso ma flessibile e speculare rispetto alle tendenze di mercato.

Ora vedo che, invece, si sta affermando un credo semplicemente opposto e si vuole addirittura introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione. Morale: o si tratterà della norma più disattesa di tutte le Costituzioni del Mondo o finirà per produrre economie ingessate. Il bilancio, per quanto possibile deve tendere al pareggio, ma, come appunto insegna Keynes, deve necessariamente essere elastico ed alternare momenti di disavanzo a momenti di recupero. Non si può essere sempre solo cicale o sempre e solo formiche.

Ma di questo riparleremo. Qui ci limitiamo ad osservare che la diretta conseguenza, di quella euforica convinzione sul pareggio di bilancio, fu un’altra idea ancora più perniciosa: quella del debito che non si paga mai e si rinnova sempre (come diceva Totò: “Ho detto che domani ti pago! E domani ti pago!”), e che, quindi, può crescere indefinitamente.

Insomma, l’idea che gira, anche se spesso non apertamente dichiarata, è che la solvibilità di un debitore c’è sino a quando può pagare gli interessi in scadenza. Che poi il debito complessivo ammonti a cifre stellari, questo non ha importanza, sino a quando i debitori rinnovano il debito. E’ questa l’idea alla base del rating che, con i suoi criteri cabalistici assegna le tre A agli Usa con il loro 160% di debito sul Pil e declassa altri che hanno un debito alla metà, in nome di altri parametri misteriosi ed ancor più misteriosamente calcolati.

Insomma l’idea è che il debito un giorno sarà pagato. Quando? Un giorno. Per ora andiamo avanti così e non poniamoci il problema del debito accumulato. Tanto poi i creditori reinvestono. “Sarà, ma non mi convince…”

Prendiamo il ragionamento dall’inizio e portiamolo alle estreme conseguenze.

Partiamo dall’idea che non è necessario saldare il debito in tutto o in parte e che ci si può affidare al tranquillo rinnovarsi delle scadenze, perchè il debito può essere rifinanziato oppure perchè esso può esser cartolarizzato e rivenduto o, infine, perchè, nel caso di debiti sovrani, è sempre possibile venderlo alla rispettiva banca centrale emettendo una pari massa di moneta (anche se questa ultima manovra è molto più agevole per il dollaro, moneta di riferimento internazionale, che per le altre monete che devono necessariamente confrontarsi con il dollaro, soprattutto per l’acquisto di commodities). Dunque, il grado di affidabilità dei debiti sovrani non sarebbe dato dalla massa del debito accumulato, ma dalla solvibilità degli interessi.

In effetti, l’esperienza storica insegna che nessuno stato (o quasi) ha mai esaurito il suo stock di debito e, tutto sommato, i default sono molto più frequenti di quanto non si creda, anche se nella maggior parte dei casi si è trattato di default domestici e non internazionali.

Questo, però, non vuol dire che il debito possa crescere all’infinito, non fosse altro perchè, ad un certo punto, il peso degli interessi si fa insostenibile e, se ciò accadesse, questo metterebbe seriamente a rischio anche il rifinanziamento delle quote in scadenza: chi investirebbe su un debitore che non paga neppure gli interessi? Dunque, si determinerebbe una frana a catena per la quale il debito accumulato sarebbe messo in gran parte all’incasso e non ci sarebbe altra strada che il default.

Anche l’assorbimento di titoli da parte della propria banca centrale non potrebbe risolvere il problema al di là di un certo punto: la continua emissione di carta moneta provocherebbe una rapida svalutazione della moneta e i titoli denominati in moneta propria perderebbero ogni capacità di attrazione per gli investitori, che capirebbero di stare acquistando a 100 quello che domani varrà 80 e dopodomani 50. Peggio ancora i debiti denominati in valuta straniera o ad essa agganciati: il costo dei loro interessi diventerebbe proibitivo, per effetto del diverso cambio determinato dalla svalutazione, e ciò affetterebbe il crollo.

Dunque, c’è una soglia critica oltre la quale il debito “implode” perchè non può più crescere e questo fa crollate tutta l’impalcatura che reggeva il debito accumulato.

Questa soglia può anche essere gradualmente spostata “in avanti” dalla crescita economica del paese indebitato che, in questo modo, guadagnerebbe nuovi margini di “indebitabilità”. Ma anche questa ipotesi è limitata ed aleatoria. Limitata perchè sulla stessa crescita peserebbe l’onere del debito che ingoia con gli interessi, risorse per gli investimenti (soprattutto se si tratta di debito estero). Aleatoria perchè non è affatto detto che la crescita debba necessariamente esserci, come dimostrano i rischi di stagnazione o, peggio, di recessione, per cui potrebbe anche verificarsi il caso contrario: che una caduta nello sviluppo crei una imprevista situazione di illiquidità che diventerebbe rapidamente insolvenza.

Pertanto, comunque la si rivolti, l’idea di un debito eterno che non si salda mai, per cui non ci si deve preoccupare della solvibilità delle passività accumulate è una idea profondamente sbagliata. Anzi, è l’errore decisivo su cui si basa l’iper capitalismo finanziario dei nostri giorni ed è la principale ragione della crisi in corso.

I “trucchi” della fiat money e della cartolarizzazione, cioè della commerciabilità infinita del debito, hanno solo creato l’illusione di un debito espandibile a piacere a sostegno di uno sviluppo illimitato e rapidissimo.

Dunque una certa soglia di indebitamento, oltre la quale non è possibile andare esiste, ma questo significa anche un’altra cosa: che raggiunta quella soglia occorre cercare di tornare indietro, saldando almeno una parte del debito accumulato. Diversamente, la capacità di intervento economico dello Stato sarebbe azzerata, proprio per l’impossibilità di fare ulteriore disavanzo quando questo fosse necessario.

Di fatto, la condizione di accettabilità del debito è che, raggiunta quella soglia, si cerchi di farlo calare (anche se non necessariamente annullare) per riconquistare una certa elasticità. Il resto è solo ideologia e questo vale anche per gli Usa, qualsiasi cosa ne dicano le agenzie di rating.

Tratto da: aldogiannuli.it

sabato 29 ottobre 2011

Gli scenari politici internazionali della crisi sistemica*

di Piero Pagliani. da Megachipdue. Fonte: sinistrainrete

1. Capitale e Potere: l’origine della crisi

1. Poche settimane or sono, in pieno attacco all’euro, “La Repubblica” mentre da una parte terrorizzava i suoi lettori parlando della caduta nell’abisso delle borse e persino dell’oro, dall’altra li invitava surrettiziamente ad investire in titoli a lungo termine del debito pubblico della Germania e degli Stati Uniti, ultimi rifugi al riparo dalla bufera planetaria.

Ma come? D’accordo la Germania, ma gli Stati Uniti? Il Paese più indebitato del mondo da che mondo è mondo?

D’acchito la perplessità è d’obbligo. Eppure, per lo meno sul breve periodo (ma difficilmente sul medio e a maggior ragione sul lungo - e qui sta una parte del trucco degli imbonitori) i titoli di debito pubblico di questi Paesi potrebbero veramente essere un affare sicuro.

Fino a quando?

Fino a quando regge la credibilità degli Stati Uniti come superpotenza dominante sul piano militare, politico e diplomatico mondiale, anche se non sul piano economico, dato che è dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso che gli USA hanno perso questo primato (o, come si diceva una volta, non sono più l’opificio del mondo). I Paesi dominanti sul piano economico devono allora essere “contenuti” o associati all’impero come viceré sub dominanti, come nel caso, per l’appunto, della Germania.

Questa frattura tra il dominio economico e il dominio politico-militare è poco comprensibile se ci si attiene alla divisione meccanica struttura-sovrastruttura. E’ molto più comprensibile se invece si assume l’ottica leninista dell’analisi dell’intreccio tra le contraddizioni sociali e quelle intercapitalistiche.

A quel punto la rinnovata lente analitica ci permette di scoprire un ulteriore problema: il predominio economico e quello sui mezzi di pagamento mondiali, entrambi appannaggio della Cina, oltre a non coincidere col predominio politico-militare non coincidono nemmeno col predominio finanziario. Le principali piazze finanziarie del mondo rimangono infatti la City di Londra, a due passi da Downing Street, e Wall Street che sta a quattro ore di macchina dalla Casa Bianca[1]. In altri termini la finanza internazionale più che la sirena dei cosiddetti “fondamentali economici” sembra stare ad ascoltare quella del potere territoriale. Non è un problema da poco per chi non riesce ad affrancarsi da una visione meccanica del rapporto tra la cosiddetta “struttura” e la cosiddetta “sovrastruttura”.

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