Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 22 aprile 2013

Il programma del prossimo governo di larghe intese

 
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La rielezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica è il viatico a un governo di larghe intese tra PD, PDL e Scelta Civica di Monti. Il programma del nuovo esecutivo, si ipotizza guidato da Giuliano Amato, è già rintracciabile nel lavoro dei “saggi” nominati dal presidente. In questo articolo Davide Antonioli e Paolo Pini analizzano le implicazioni del programma presidenziale per le politiche industriali.
di Davide Antonioli e Paolo Pini da Sbilaciamoci.info
Il gruppo dei Saggi nominati dal Presidente della Repubblica Napolitano ha reso pubblica la ricetta per affrontare la crisi individuando la loro “Agenda possibile” per il prossimo Governo (link). Ci occupiamo qui di un tema su cui Sbilanciamoci.info ha ospitato vari interventi: retribuzioni, produttività e relazioni industriali.
Il documento dei Saggi, nella sezione 3. Arrestare la Recessione, avviare la ripresa, alla fine del paragrafo 3.1 Creare e sostenere il lavoro, dedica alcune riflessioni a questi temi. Le novità sono poche, e quelle poche non sono buone.

1. Retribuzioni e produttività

Cosa suggeriscono i 5 Saggi che si sono occupati di proporre azioni per fermare il declino della produttività in Italia mediante lo strumento delle retribuzioni? Non hanno molta fantasia, e neppure sembra abbiano letto nulla, o molto poco, di quanto è stato scritto dopo l’accordo del 21 novembre 2012 tra le parti sociali, esclusa la Cgil, il noto Patto sulla produttività(www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Produttivita-un-accordo-con-nulla-di-buono-15503).
Con l’obiettivo di incrementare l’efficienza e la produttività delle imprese, e garantire un beneficio economico ai lavoratori, si afferma che occorre stabilizzare il meccanismo attuale di agevolazione fiscale delle retribuzioni variabili nel settore privato. Tale agevolazione, scrivono i Saggi,
“il cui ambito di applicazione è limitato quantitativamente ed al solo settore privato, potrebbe essere ulteriormente estesa, riguardando la quota parte di salario destinata a remunerare la qualità della prestazione. Per giungere a tale risultato si potrebbe prevedere, d’accordo con le parti sociali, uno spostamento della competenza sul tema alla contrattazione più decentrata, in modo da valorizzare anche le performance delle singole realtà produttive. Naturalmente, tale intervento dovrebbe essere accompagnato da interventi volti ad aumentare la produttività dell’impresa, senza i quali il meccanismo produrrebbe distorsioni, soprattutto nei confronti delle piccole imprese“ (p.22).
Tutto qui, non aspettatevi altro.
Si ripropone il meccanismo previsto dal decreto del 22 gennaio 2013, quando ancora deve divenire operativo, e si chiede che venga stabilizzata la defiscalizzazione, ovvero che questa venga resa strutturale, permanente se interpretiamo bene. Che venga estesa anche al settore pubblico? Oppure si intende che venga allargata la quota di defiscalizzazione? Neppure questo è detto. Si afferma invece che estendere vuol dire legare il salario alla qualità della prestazione. Sagge parole, ma cosa significa, legarla alla qualità e non solo alla quantità? Certo, si chiede che maggiori competenze previste dal contratto nazionale passino a quello aziendale. Di quali competenze stiamo parlando? Forse materie contrattuali? Tutto ciò che riguarda l’organizzazione del lavoro e dell’impresa? Le mansioni, le qualifiche? Non è detto. Forse si intende una maggiore quota di salario, tutto quello legato al recupero della inflazione passata? (dato che è rimasto solo quello, e pure quello è molto parziale, dopo l’accordo del 22 novembre 2012).
Si afferma che ciò debba avvenire accompagnando interventi volti ad aumentare la produttività dell’impresa, senza i quali si creerebbero distorsioni soprattutto nei confronti delle piccole imprese: In queste – osserviamo noi – le agevolazioni non si applicano non essendovi in queste contrattazione aziendale. Quindi le distorsioni sarebbero quelle a favore delle imprese con contrattazione in cui i lavoratori beneficiano delle agevolazioni, magari anche quando la produttività non aumenta. Ecco allora che i Saggi avanzano un sospetto implicito, ovvero che il meccanismo delle agevolazioni fiscali possa essere adottato senza alcuna azione sulla produttività, a fini cosmetici appunto, con il rischio di spreco di denaro pubblico e di diseguale trattamento dei lavoratori sul quale più volte abbiamo richiamato l’attenzione.

sabato 23 marzo 2013

Le idee sbagliate che infestano l’Europa

di Pier Giorgio Ardeni
L'austerità è la soluzione, l’Irlanda si comporta bene, la Germania è il modello. Tre idee dominanti, smentite dalla realtà. Ma che tornano sempre, nelle ricette di Europa e governi e nelle pagine dei giornali
Un paio di anni fa Paul Krugman coniò il termine cockroach ideas (“idee scarafaggio”) per descrivere quelle idee sbagliate, fondate su presupposti errati ma che richiedono una continua lotta per liberarsene ("fighting bad ideas is like flushing cockroaches down the toilet; they just come right back" 12 febbraio 2011). Di bad ideas che come l'erba cattiva vanno estirpate ma poi tornano a crescere è pieno lo spazio virtuale della politica e della discussione pubblica anche in Italia. È di queste che il tavolo della discussione dovrebbe essere sgombrato, perché ci allontanano dalla soluzione dei molti problemi che sono venuti accumulandosi. E le “idee scarafaggio” sono ancora peggio della zombie economics del libro di John Quiggin (curato in italiano da Marcello Messori).
Un'”idea scarafaggio” che ritorna sempre fuori è quella secondo cui l'austerità può causare un'iniziale rallentamento dell'economia ma i vantaggi che ne derivano, nel tempo, sono maggiori delle pene che essa inizialmente procura. È un po' la teoria della medicina amara (ma in realtà è quella di Pinocchio). Sono almeno cinque anni che si pensa che l’austerity sia la soluzione per uscire dalla crisi del debito. L'idea si è affermata per lo più nei circoli dei policy makers e delle istituzioni internazionali, ma ha trovato discepoli zelanti tra i responsabili della cosa pubblica e i commentatori nostrani. Fortunatamente, da varie parti l'idea è stata messa in discussione, combattuta e confutata e da almeno due anni la battaglia è accesa: i dati mostrano come le soluzioni adottate non portino frutti, ma i proponenti dell’austerità ostinatamente insistono a riproporla. Persino dal Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dal suo chief economist Olivier Blanchard sono recentemente arrivati segnali di ripensamento. Il World Economic Outlook dell'Ottobre 2012 mostrava che dove il "consolidamento fiscale" è stato maggiore in Europa, maggiore è stato il crollo del PIL. Krugman ne ha ricavato un grafico che la dice lunga.
Non solo, ma l'avvertimento del Fondo era chiaro: maggiore e più rapida è la "aggressione" allo stock di debito, maggiore il rischio di una spirale deflazionistica e di una più forte recessione.
Come mestamente ammette Krugman, è un combattimento senza fine ("we just have to keep fighting these fights, over and over") contro chi resta incurante dell'evidenza, dopo tre anni di sofferenze imposte dalle politiche di austerity. L’Europa ristagna da ormai cinque anni, e negli ultimi tre, superata la fase acuta della crisi finanziaria non è ancora uscita dalla crisi economica che ne è derivata. Periodicamente, le stime e le proiezioni che vengono da Governo, UE, IMF e centri di ricerca continuano a procrastinare l'inizio della famosa ripresa. Una chimera. La recessione si è accompagnata a disoccupazione crescente, perdurante, permanente. E nessuno vuole chiamarla con il suo nome che è depressione. Eppure, le élites europee – o eurocratiche come qualcuno le chiama – continuano a ritenere che la crescente disoccupazione di massa non sia un problema e che tutta l'attenzione debba concentrarsi sui deficit di bilancio e sul debito.
Ci sono molti sostenitori di idee sbagliate che freneticamente hanno tentato di convincere tutti che il debito fosse il problema dei problemi, finendo per convincere anche i famosi mercati finanziari e gli ancor più famosi investitori, dando loro una mano nei momenti clou. Ma ancor più frenetici sono stati i tentativi disperati dei sostenitori dell'idea che l'austerità "paga" e che l'austerità "funziona". Gli avvocati dell'austerità "non fanno solo promesse ma anche minacce: l'austerity, sostenevano, avrebbe fatto evitare la crisi e portato alla prosperità" (ancora il buon Krugman, 31 gennaio 2013). Il debito pubblico, nelle mani degli investitori, ha un costo diverso nei diversi Paesi che pure adottano una stessa valuta. È chiaro che l'esplosione dei tassi d'interesse sui bonds e il conseguente gonfiamento del debito mettono in crisi la divisa comune, che i tedeschi in primis non possono accettare, perché loro ne sono l'asse portante. "Ciò che i tedeschi non vogliono riconoscere", aggiunge però Krugman "è che la rinascita della Germania è stata favorita da un enorme surplus commerciale tedesco a danno degli altri Paesi europei – soprattutto a danno dei Paesi oggi in crisi – che stavano avendo un boom e che godevano di un’inflazione anormale, grazie ai bassi tassi d’interesse”. A Berlino dovrebbero abbandonare “l’ossessione per l’inflazione” e pensare alla stabilità dell'euro (leggi, alla crescita).
In questa vena, la prima lezione da imparare è stata quella irlandese. L'Irlanda, come sappiamo, adottò amari tagli di spesa non appena scoppiò la bolla immobiliare e per un certo periodo fu da molti ritenuta come un esempio fulgido di virtù economica. Come infaustamente affermò Jean-Claude Trichet nel marzo del 2010, l'Irlanda dove essere considerata un modello per tutti i Paesi europei in debito. Il tasso di disoccupazione irlandese, a quel tempo era solo del 13,3 percento. Le ultime cifre disponibili oggi parlano di un tasso al 14,6 percento, tre anni dopo (appena sotto il picco raggiunto sei mesi fa). Poi venne la Gran Bretagna che, senza alcuna particolare urgenza, decise di adottare le stesse politiche di austerity con il risultato che la sua economia sta ora ristagnando. Non convinti dell'evidenza, i sostenitori dell'austerity hanno continuato a cercare success cases, trovandoli nella piccola Lituania. Se è vero che quella economia sta lentamente migliorando, è pur vero che il tasso di disoccupazione è ancora fermo al 14 percento (con un budget deficit nel 2011 pari al 13.1 percento del PIL). Oppure in Islanda che, piccola per piccola, sta sì recuperando, però non grazie a politiche di austerità.
Come ha sottolineato recentemente John Weeks, l'Irlanda è vista come un’"alunna modello" tra i Paesi europei che cercano di uscire dalla crisi, alunna di un'insegnante a tre teste peraltro chiamata con spregio Troika nelle piazze europee. Ma, come argomenta Weeks, "inspection of the Irish “success” provides an excellent insight into the economics of the 1% that preaches the austerity gospel in Europe.". Il caso irlandese, secondo Weeks, rimanda all'esempio da manuale di economia – reso famoso dall'economista indiano Jagdish Bhagwati – detto della crescita che immiserisce: un Paese in continuo surplus commerciale e reddito nazionale calante. Un'altra “idea scarafaggio” che per Weeks descrive il Paese di Mercantilia: surplus commerciale crescente e reddito nazionale calante fanno parlare di "fondamentali forti": il Paese esporta, ma la sua popolazione diviene sempre meno ricca.
Secondo la lezione impartita dalla Troika, tutti dovrebbero imparare dalla studentessa modello Irlanda, a cominciare dai Paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Mentre questi languono nella stagnazione, il PIL irlandese è cresciuto dell’1.4 percento nel 2011 e dell'1 percento nel 2012. In altre parole, sostiene la Troika, l'austerità "funziona", e i PIGS dovrebbero prendere esempio. E questo è il quadro recente dell'economia irlandese.
Qual è l'idea sbagliata che sta dietro a quest’esempio? L'austerità fa scendere salari e stipendi, facendo diminuire i costi di produzione. Questo favorisce la competitività dell'export, rivitalizzando così l'economia. La crescita dell'economia, favorita dall'export, a sua volta fa aumentare le entrate fiscali riducendo così il debito pubblico. Se gli altri PIGS facessero altrettanto, la riduzione del debito avrebbe così un effetto positivo sulla crisi dell'euro.
Ma cosa dovrebbero fare i poveri GIPSI (acronimo più carino, aggiungendo ai quattro anche l'Irlanda) per seguire l'esempio irlandese? Ci sono forse Paesi al mondo che sarebbero in grado di assorbire il gigantesco surplus commerciale che i GIPSI dovrebbero avere per poter rientrare (in questo modo) dal debito? Non certo la Germania, che invece vive di surplus commerciale (export maggiore dell'import), non certo la Francia, non certo la Gran Bretagna, che già mostra un notevole deficit commerciale. Forse la Cina? La storia irlandese mostra che il reddito pro-capite è passato dai 35.000 euro del 2007 ai 25.000 euro del 2012, nonostante la crescita aggregata del PIL. Questo è il risultato finale per gli irlandesi: export a gonfie vele, reddito nazionale in calo.
Olli Rehn, commissario UE per gli affari economici e monetari (una delle teste della Troika), ha recentemente sostenuto che le misure di consolidamento fiscale messe in atto nelle economie europee deboli hanno dato fiducia ai mercati (finanziari), quando l'evidenza che viene dall'economia reale mostra che ci sono molte ragioni per preoccuparsi e moltissime per non avere fiducia (crollo del fatturato, crollo dell'occupazione, crollo della domanda interna, etc.). Il buon Krugman ha così ironicamente accusato il Commissario UE di voler instaurare un "regno del terrore" ("Rehn of Terror") perché questa non è che un’altra “idee scarafaggio”: la fiducia, i mercati non l'hanno avuta dal consolidamento fiscale (leggi tagli di spesa), ma da quello che ha fatto la BCE. Krugman ricorda che "a recent forecast by European Central Bank (ECB) has said that recession in the debt ridden European economies which have applied tough austerity measures would last longer than initially predicted"; perché allora ostinarsi a dire che l'austerità "funziona"? È stata la mossa della BCE a dare fiducia ai mercati, non l'austerità, sostiene Krugman, e sappiamo quanto di vero ci sia in quelle parole (ricordiamo tutti il balletto dello spread la scorsa primavera prima e dopo l'intervento di Draghi). Eppure, Rehn e gli altri eurocrati insistono, e chi li critica viene accusato di anti-europeismo.
Recentemente, Paul de Grauwe e Yuemen Li hanno sostenuto che le politiche economiche dell'Eurozona sono troppo influenzate dalle "sensazioni" (market sentiment) e che paura e panico sui mercati hanno portato a politiche di austerità eccessive, se non fallimentari, nei Paesi del sud Europa, senza provocare stimoli di segno uguale e contrario nei Paesi del nord. Ne è risultata così una distorsione deflazionistica che ha prodotto un’ulteriore recessione e, forse, conseguenze ancora più gravi. Sta così diventando ovvio che, nelle parole dei due economisti, "austerity produces unnecessary suffering, millions may seek liberation from ‘euro shackles’".
Infine, un'altra “idea scarafaggio” è quella che i salari tedeschi sarebbero ben più alti di quelli degli altri Paesi europei e che il vantaggio comparato tedesco avrebbe una sola ragione, che va sotto il nome di produttività. La storia la racconta Klauz Zimmermann, direttore dell'IZA, un istituto di ricerca tedesco, rispondendo a Krugman in un'intervista: "Al di là dei primi anni dopo la riunificazione, la Germania è sempre stato un Paese orientato alle esportazioni e con un forte surplus commerciale. Ci sono poche industrie che consentono questo surplus tra cui quelle di macchinari, di automobili e siderurgiche. Le compagnie tedesche sono state estremamente competitive anche grazie a un decennio di salari ristretti (anche se più alti che nella maggior parte dei Paesi). Tuttavia, come indicato dalle recenti contrattazioni collettive nel mondo del lavoro, i salari tedeschi stanno salendo – in molti casi stanno salendo molto al di sopra dell’inflazione. Questo non solo rafforzerà la domanda interna della Germania ma permetterà anche ad altri Paesi dell’Eurozona un percorso di aggiustamento economico. Ciò presuppone, ovviamente, che quei Paesi resistano alla tentazione di un rapido innalzamento dei loro salari. Gli aumenti dovrebbero essere commisurati a reali guadagni in produttività e a migliori performance economiche. Questo ordine delle cose dovrebbe servire come modello, visto che è in aperto contrasto con quanto accaduto in molti Stati europei nell’ultimo decennio." (sic, il corsivo è mio)
Giustamente, Claudio Martini e Luciano Gallino ci ricordano che questa storia ha un rovescio della medaglia, che risponde appunto al nome di immiserising growth: "C'è un Paese in Europa che ha sofferto, negli ultimi anni, di una vera e propria sindrome da bassa crescita. Un Paese nel quale gli stipendi stagnano, quando non si riducono, e sopratutto perdono terreno rispetto alla produttività del lavoro. Un Paese dove i lavoratori e i pensionati sono stati costretti a rinunciare a molto di quello che avevano conquistato. Un Paese dove le disuguaglianze non fanno che aumentare, i ricchi sono sempre più ricchi e la povertà dilaga". Questo Paese è proprio la Germania, come mostrano due studi sulla povertà urbana in Germania e sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Peraltro, l'aumento della diseguaglianza in Germania ci dice molte cose sul "modello tedesco":
Così come è significativo l'andamento di salari e produttività (rapportando Germania ai PIGS+Francia):
Quale crescita basata su maggiore produttività, dunque? Il modello tedesco si baserebbe in realtà su uno schema collaudato: abbassate i salari e la competitività migliorerà.

lunedì 18 marzo 2013

Il salario sociale globale di classe ...

... come meccanismo di accumulazione.

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
E poi ti vedi le prime pagine dei giornali economici e capisci già l’andazzo della giornata. Succede così che un giorno qualunque in prima pagina sul Sole 24 Ore il corrispondente da Pechino Francesco Sisci, uno che vive in quel paese da 30 anni, ha studiato in quelle università e ha contatti diretti con la dirigenza, ti informa di un piano decennale 2013-2023 di 5 mila miliardi di euro finalizzato all’urbanizzazione di 400 milioni di persone in città medio piccole, dell’ordine di 1-2 milioni di abitanti. Ti vengono in mente tante cose.
Soprattutto quando vieni informato che il piano ha come fulcro la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958 che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza.
Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e a centinaia di milioni di persone daranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita, una grande discriminazione viene meno.
Salario sociale globale di classe, prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente invece stanno via via smantellando. Tocca leggere il giornale padronale per saperlo, i siti di sinistra non ne parlano affatto, parlano dei grillini…
Qualcosa era nell’aria, da anni: alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi dal 2005 iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo di grazia: il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari, chiaro segno che lasciava presagire la riforma dell’hukou.
Ora si va oltre, molto al di là dell’immaginario: il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e contemporaneamente un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna, l’obiettivo è basare la crescita futura reflazionando la domanda interna: dalla debolezza esterna, per l’appunto dell’Occidente, alla forza interna.

venerdì 4 gennaio 2013

Silvano Agosti su Monti

Autore: Silvano Agosti - controlacrisi -
 
Non di giudizio perisce l'empio, ma dall'esser ciò che è...

Mi hanno pregato in molti di esprimere il mio parere sul presidente del consiglio signor Monti. Mi riesce difficile impiegare questo straordinario meccanismo di analisi , il cervello, per descrivere o ancor meno giudicare una persona già così terribilmente afflitta dal trovarsi al vertice di un paese che nella sostanza è da anni una sub colonia degli Stati Uniti e che da sempre offre ai suoi cittadini un prodotto sul quale c’è scritto “questo prodotto ti uccide”.
Mi limito ad esprimere il mio inconsolabile stupore di fronte al un cumulo di menzogne che gli uomini di potere devono raccontare per rimanere in sella e non essere disarcionati da feroci repressioni giudiziarie. La menzogna più clamorosa in corso d’uso è l’affermazione che “non c’è lavoro”, che “bisogna trovare nuovi posti di lavoro”, senza mai spiegare dove sono spariti i vecchi posti di lavoro. La spiegazione, qualsiasi spiegazione infatti porterebbe a rivelare che il processo di automazione delle industrie si è sviluppato a un punto tale da rendere inutile una qualsiasi partecipazione umana al processo produttivo.
Se fosse di fronte a me il vostro presidente del consiglio gli chiederei “Mi scusi ma vuole spiegare per quali prodotti verrebbero creati nuovi posti di lavoro? Forse peraltre 40 marche di detersivo o altre 26 marche di dentifricio? Non sarà forse il caso di avviare il salario sociale prelevandolo dagli immensi profitti delle multinazionali ormai automatizzate in tutti i settori della produzione?
O forse questo esasperante balletto di spred, pill o nasdak, esultanza e depressione delle borse, propositi di “crescita”, senza spiegare né come ne quando serve a distrarre i più dal chiedersi cosa realmente sta accadendo?.
Dev’essere terribilmente triste la solitudine di qualcuno che sa di dover mentire ogni giorno dalla mattina alla sera, assediato dalle lodi di ogni genere di servi istituzionali che ad ogni menzogna esultano in coro a favore del presunto salvatore dell'Italia. Il volto del vostro premier, infatti, è tragicamente tumefatto da dosi massicce di angoscia.
Mi limiterò quindi a dare liberta a un infinito senso di pena nei confronti di chiunque si renda consapevolmente complice dell’attuale catastrofica modalità di gestione del mondo, pensando con tenerezza e compassione al detto orientale “ognuno è premiato o punito per ciò che è”.

dalla pagina fb del regista Silvano Agosti

nella foto Silvano Agosti con il compagno Mario Monicelli

sabato 29 dicembre 2012

Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco


- keynesblog -
schroeder
Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro. Da Voci dalla Germania

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Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali.
Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.
La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un’istruzione media. E’ evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.
15973
Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo [cioè un minimo sotto il quale nessun datore di lavoro può assumere un lavoratore, da non confondere con il "reddito minimo garantito"], presente in altri paesi occidentali [non in Italia], la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla più grande differenza in Europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno scandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei.
In questo scenario non c’è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere.
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La Germania si è allontanata da ciò che un tempo si definiva economia sociale di mercato. Insieme alla Cina è diventata il Pariah dell’economia mondiale: compete in maniera sleale con i suoi partner, rubando posti di lavoro fino a quando questi non saranno costretti a elemosinare gli aiuti finanziari tedeschi. Fino a 20 anni fa una simile situazione sarebbe stata impensabile. La divisione della Germania e la paura del comunismo costringevano il capitalismo tedesco ad avere un maggiore orientamento sociale.
Dati da Eurostat

Lavorare peggio, un modello europeo

di Matteo Rinaldini - sbilanciamoci -
Perché peggiorano le condizioni di lavoro in Europa. Un libro spiega come i modelli organizzativi, la regolazione di mercato e la mediazione istituzionale hanno chiuso gli spazi per democratizzare i rapporti di lavoro
Il libro collettaneo Workers, Citizens, Governance. Socio-Cultural Innovation at Work, curato da Garibaldo, Baglioni, Casey e Telljohannn, ha due obiettivi espliciti: da una parte ricostruire le caratteristiche salienti delle attuali condizioni di lavoro in Europa, dell’organizzazione della produzione che si è affermata e delle istituzioni europee di regolazione dei mercati e del welfare state; dall’altra, indicare percorsi di innovazione in ambito organizzativo, manageriale e istituzionale che siano in grado di invertire la direzione dei processi socioeconomici del passato, ancora oggi largamente dominanti. Ciò che allo stesso tempo interessa gli autori dei saggi raccolti nel volume è lo stato di salute attuale, lo spazio d’azione a disposizione e le prospettive future delle organizzazioni dei lavoratori. Tuttavia, per comprendere tutto questo conviene partire dalle due tesi di fondo che rappresentano i binari su cui scorrono le riflessioni svolte nei dodici contributi che formano il libro.
La prima tesi, esplicitata già nell’introduzione, è una constatazione forte che non lascia “vie di fuga” per chi voglia riflettere sull’attuale “stato di salute del lavoro” (e dei lavoratori). La tesi recita più o meno nel seguente modo: nel modello di sviluppo economico e sociale che si è affermato in Europa non c’è spazio per pratiche di democratizzazione del mondo del lavoro e della produzione. In altri termini, i processi sociali e culturali oggi dominanti in ambito organizzativo e nel campo delle relazioni industriali implicano che l’integrazione dei lavoratori (nei luoghi di lavoro, ma anche nella società più in generale) non possa passare attraverso una rappresentanza e una cittadinanza democratica, ma attraverso l’adeguamento alle regole e ai vincoli stabilito “di volta in volta” e “di luogo in luogo” dal management. Proprio questo “di volta in volta” e “di luogo in luogo” deve, tuttavia, essere considerato attentamente per comprendere a pieno la complessità del sistema di fronte a cui ci troviamo. Infatti, al netto di una tendenza generale al restringimento della dimensione della partecipazione democratica e della qualità del lavoro nei luoghi di produzione, la situazione appare differenziata al suo interno.
La specifica frammentazione della struttura industriale, la particolare ri-articolazione della catena del valore e l’esplosione della divisione sociale del lavoro – processi che hanno in comune una stessa logica di concentrazione (di potere decisionale) senza centralizzazione (delle strutture produttive) – e il carattere iper-competitivo dei mercati in cui la posta in gioco per le imprese non è semplicemente l’acquisizione di un vantaggio rispetto agli altri competitor, ma la sopravvivenza, hanno generato uno scenario in cui all’interno della stessa filiera produttiva o della stessa attività economica è possibile trovare condizioni di lavoro molto diverse tra loro. Tutto ciò, secondo gli autori, non deve però trarre in inganno e far pensare ad una normale riproposizione di configurazioni di potere del passato. Infatti, l’elemento di novità sta nel fatto che l’integrazione “tra chi sta in basso” (imprese e lavoratori) e “chi sta in alto” (imprese e lavoratori) è diventata sempre più stretta e le linee gerarchiche si sono rafforzate in modo inedito.
L’opzione gerarchia o mercato (make or buy) attraverso cui il mainstream economico spiega il funzionamento dell’impresa come istituzione di regolazione del mercato è, se così stanno le cose, da rivedere, poiché la possibilità di scelta delle imprese lungo la filiera sembra essere sempre più ridotta fino a scomparire man mano che ci si allontana dall’impresa leader. In altri termini, la relazione di potere appare del tutto sbilanciata verso le imprese che si situano al vertice della filiera, le quali determinano tempi, quantità e modalità di produzione delle imprese da loro dipendenti di fatto gerarchicamente (anche se attraverso una relazione di mercato). Il prezzo da pagare per non sottostare a tali vincoli da parte delle imprese che si situano nella parte più bassa della filiera non è un semplice riposizionamento strategico di mercato o un riassetto organizzativo, ma la morte. E d’altra parte le imprese leader della filiera, per l’acquisita sovra-capacità produttiva globale, sono a loro volta coinvolte in una competizione internazionale per la sopravvivenza ispirata al semplice principio di mors tua vita mea.

Il salario di produttività nell’Agenda Monti

- sbilanciamoci -

L’Agenda Monti rilancia l’idea di salari flessibili, legati alla produttività o alla redditività delle imprese. Non è questa la strada giusta per la contrattazione sindacale e per far ripartire la produttività
L’Agenda Monti (www.agenda-monti.it), “Cambiare l’Italia, Riformare l’Europa. Una agenda per un impegno comune”, si propone come un Primo contributo ad una riflessione aperta, così esplicitamente dichiara il titolo. Cogliamo l’occasione per ritornare sul tema del salario flessibile in chiave di politica economica, anche perché proprio nel documento si fa riferimento all’Accordo sulla Produttività firmato dalle parti sociali il 21 novembre 2012. Due sono i passi in cui nel documento ci si occupa del tema.
Il primo nella sezione dedicata a Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia, ove si afferma:
“Serve infine lavorare sulla produttività totale dei fattori e sul costo del lavoro per diminuire quel divario con gli altri Paesi europei che crea uno squilibrio di competitività. Bisogna quindi continuare sulla strada del decentramento della contrattazione salariale lungo il solco dell’accordo tra le parti sociali dell’ottobre scorso”.
Il secondo nella sezione La riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, ove si afferma:
“La modernizzazione del mercato del lavoro italiano richiederà inoltre di intervenire per: [...]
– spostare verso i luoghi di lavoro il baricentro della contrattazione collettiva, favorendo il collegamento di una parte maggiore delle retribuzioni alla produttività o alla redditività delle aziende attraverso forme di defiscalizzazione, come avvenuto nell’accordo firmato dalle parti sociali nell’ottobre scorso”.
Questi due passi sono importanti perché hanno una valenza generale sia in termini di obiettivi che di strumenti. La produttività è necessaria per gli obiettivi di crescita e di recupero di competitività nei confronti di altri Paesi europei, ed è anche un obiettivo a cui le retribuzioni devono essere collegate nelle imprese private e nel settore pubblico in un quadro di decentramento della contrattazione salariale. La visione che emerge nell’Agenda Monti è secondo noi solo in parte condivisibile, per quello che si afferma e per ciò che non si afferma. Ci soffermiamo qui in modo sintetico su tre aspetti: il ruolo della contrattazione e che tipo; lo strumento della fiscalizzazione; la concezione di salario variabile (per chi fosse interessato alle argomentazioni, rimandiamo alla versione completa di questo lavoro, disponibile nel pdf qui sotto).
Due pilastri e un metodo
Premettiamo che il decentramento contrattuale non deve essere assolutamente demonizzato, tutt’altro. E’ sempre stato il livello negoziale nell’ambito del quale sono migliorate le condizioni di lavoro dei lavoratori ed anche le condizioni di produttività e competitività dell’impresa. Ciò è storicamente avvenuto in varie fasi dello sviluppo economico italiano ed ha trovato spesso un equilibrio con modalità centralizzate. (…) Ed anche quando gli obiettivi erano quelli macroeconomici, i due pilastri, decentramento e centralizzazione, sono stati utilizzati congiuntamente in modo complementare. (…) Anche oggi vi è un obiettivo macroeconomico da raggiungere, che è quello di riprendere un sentiero di crescita della produttività e di recupero di competitività dell’apparato industriale nazionale. Tale obiettivo non può che reggersi su due pilastri, il contratto nazionale e il contratto decentrato. E il metodo è quello della concertazione.
È significativo che ciò che viene dichiarato nell’Agenda sia il ruolo della contrattazione decentrata, sul salario, mentre la funzione della contrattazione nazionale sia intesa in modo implicito, non essendo neppure richiamata, come un livello di cui ridurre necessariamente la portata. Al contempo il metodo stesso della concertazione non è indicato come metodo di lavoro, essendo stato sostituito nella pratica del Governo Monti da quello della informazione e a volte della consultazione, come in effetti è avvenuto nel caso della riforma del sistema pensionistico ed in quella del mercato del lavoro, con esiti non particolarmente brillanti ricordiamo. (…).

giovedì 26 luglio 2012

Il salario nelle crisi

Modigliani e l’inizio della fine del Pci

Il dibattito economico odierno sulle possibili soluzioni per uscire dalla crisi si concentra sull’utilità o meno di una riduzione dei salari. Sebbene si citi spesso la frase di Marx (per cui la storia si ripete come farsa), in questo caso la farsa è che questo dibattito si ripeta ancora nel nostro paese. Infatti, durante la crisi degli anni ’70, lo stesso dibattito ebbe luogo proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel Franco Modigliani ed economisti eterodossi, molti vicini al Partito Comunista Italiano. Proprio il dibattito sul livello del salario nella crisi è un indicatore importante per misurare l’orientamento delle varie posizioni politiche e il loro cambiamento reale.

Modigliani: la riduzione del salario reale e il compito dei sindacati


Gli anni ’70 furono attraversati da diversi fenomeni economici. Da una parte si concluse il ciclo di lotte cominciano nei decenni precedenti, con la conquista di molti diritti, tra cui lo Statuto dei Lavoratori e la scala mobile per i salari. Dall’altro l’Italia, come le altre economie capitaliste fu colpita da una crisi di stagflazione, che univa quindi alla crisi della produzione un’impennata dell’inflazione.

Per uscire dalla crisi era necessario, secondo Modigliani, una riduzione del salario reale, che sarebbe dovuta passare attraverso la modifica o la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto appunto come scala mobile). La tesi di Modigliani era che questo meccanismo, di cui a prima vista beneficiavano i lavoratori, andava in realtà contro i loro stessi interessi collettivi. La scala mobile infatti conduceva, a suo dire, a un aumento del salario reale ( a causa dell’impossibilità per gli imprenditori di scaricare tutto l’aumento salariale sui prezzi) determinando così un peggioramento della bilancia commerciale italiana (le importazioni sarebbero aumentate, mentre le esportazioni sarebbero diminuite). Inoltre l’occupazione sarebbe calata. In definitiva, secondo Modigliani, il meccanismo della scala mobile tutelava i lavoratori attivi a discapito dei disoccupati. Era quindi nell’interesse dei lavoratori stessi, e compito dei loro sindacati, cancellare la scala mobile e accettare un livello salariale più basso, che fosse compatibile con la piena occupazione. Inoltre la riduzione del costo del lavoro avrebbe fermato l’inflazione.

In sostanza i lavoratori ci avrebbero guadagnato rispetto alla situazione che stavano vivendo: mentre la scala mobile generava inflazione e disoccupazione (tutelando solo una parte della forza lavoro), con le sue proposte si sarebbe sconfitta l’inflazione e si sarebbe ottenuta la piena occupazione. A fronte di un sacrificio momentaneo, si sarebbero quindi potuti ottenere benefici successivi.


Graziani: conflittualisti o compatibilisti


La figura di Modigliani rendeva le sue proposte interessanti all’interno del dibattito degli anni ’70. Questo è stato il decennio che ha segnato la crisi del pensiero keynesiano e dell’efficacia delle politiche economiche di intervento pubblico contro la disoccupazione e la crisi. Modigliani si considerava, ed era considerato, un rinomato economista keynesiano del Mit, e in quanto tale le sue proposte raccolsero l’attenzione tanto accademica quanto della pubblica opinione.

La risposta più dura alle sue analisi e alle sue proposte venne dall’economista Augusto Graziani.

Graziani vedeva infatti nelle proposte di Modigliani (e di Padoa Schioppa, coautore di un importante articolo del 1977(1)) una riaffermazione “aggiornata” dei principi marginalisti. Questi legavano in modo biunivoco il prezzo di una merce (in questo caso il salario) con la quantità acquistata di questa merce (in questo caso la forza lavoro): qualsiasi deviazione da questo equilibrio di mercato avrebbe causato disoccupazione (una minore quantità) e inflazione (per l’aumento dei salari oltre l’equilibrio). L’unica differenza rispetto ai criteri classici era che il livello salariale era determinato dall’accettazione dei lavoratori piuttosto che dalla domanda e dall’offerta. Questa posizione veniva definita da Graziani come “compatibilista”(2).

Al contrario Graziani riteneva (come altri economisti) che la società fosse divisa in classi e che il livello salariale fosse determinato dal risultato del conflitto tra le classi. In questo visione non esisteva un solo livello salariale possibile, ma le soluzioni sarebbero state molteplici. Questa impostazione veniva definita dallo stesso Graziani come conflittualista(3).

Un aumento dei salari avrebbe quindi determinato un aumento dei consumi, con una ripresa dell’economia e attraverso essa miglioramenti occupazionali.

giovedì 12 aprile 2012

Salari: la Cina è vicina

Posted by keynesblog
Un solipsimo senza fine, quello dell’Europa. Una gara infinita tra chi la sa più lunga sulle virtù dell’ “austerity” e sulle sue improbabili proprietà espansive sulla crescita. Tanto da non accorgersi più nemmeno che “la Cina è vicina” e, soprattutto, che il destino dei paesi emergenti è (guarda un po’) quello di crescere. E anche in fretta.

Ma i dati che ci provengono dall’Estremo Oriente sono più forti di qualunque mitologia voglia ancora rappresentare quei territori come un estremo della civiltà, dove stuoli di schiavi rassegnati lavorano senza tregua per soddisfare gli insaziabili bisogni degli occidentali.
Ed è quello stesso Economist che pochi mesi fa aveva rilevato l’ascesa di un nuovo “State Capitalism”, ad aggiornarci su una realtà cinese che sta facendo passi da gigante, gettando un bel po’ di scompiglio nell’economia mondiale.
Il grande protagonista di tutta questa storia è il manifatturiero, ben lungi dall’essere morto e seppellito, ma piuttosto interprete di nuove “catene del valore” in cui il ruolo dell’innovazione è assolutamente centrale. E dove il valore dell’innovazione conta, perché significa maggiore “valore aggiunto” e di conseguenza maggiore produttività (dato che questa, correttamente, deve essere misurata in relazione al valore di ciò che si produce). E tanto conta il valore delle nuove merci cinesi, da aver innescato una forte spinta al rialzo dei salari: cifre variabili, ma tutte considerevoli: 10%, 16%, addirittura 25% in qualche area produttiva. E il malcontento degli occidentali così dilaga.

lunedì 26 marzo 2012

Ma il problema è che ce le raccontano le balle o che ci crediamo?

di Zag in ListaSinistra
La miglior dimostrazione di dov'è la verità o quantomeno dove risiede la mistificazione e' quando si comincia a raccontar frottole e ad alterare la realtà.
In questo caso, come in quella della TAV la verità è sotto gli occhi di tutti ( ad aprirli però gli occhi) , ma ci raccontano le favolette di cappuccetto rosso.

E' sempre stato così. Fin da quando dicevano che i comunisti mangiavano i bambini, a quando ci raccontarono che la scala mobile creava inflazione, a quando ci dissero più volte e ripetutamente , che la riforma delle pensioni avrebbe aiutato i giovani, a quando ci hanno detto che precarizzando il lavoro (la flessibilità in ingresso di Biagi e di Treu), avrebbe aumentato i posti di lavoro .
Poi ancora sulle pensioni ci hanno detto è obbligatorio versare i contributi, ma che per avere la pensione bisogna farsi una pensione privata e che il TFR occorreva versarlo , anzi, donarlo in Borsa.

Ora ci raccontano ancora che i tagli sulle pensioni diminuirà le disparità fra giovani e meno giovani, e che la flessibilità in uscita (eliminazione dell'art 18) porterà la crescita, in un crescendo rossiniano. Tra un pò ci diranno che i sindacati in fabbrica creano malumore e conflittualità, poi che la legge la devono rispettare solo i lavoratori, mentre i padroni possono farne a meno (leggi Marchionne) e che questo è giusto che sia così. (di fatto è da sempre che lo sappiamo)

Ma il problema è che ce le raccontano le balle o che ci crediamo?

domenica 18 marzo 2012

Oltre al lavoro, vuoi anche il salario?

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -
"Se potessi avere 1000 euro al mese". Un libro-inchiesta di E. Voltolina sull'Italia sottopagata. Come i buoni lavori del ceto medio sono diventati la giungla del sottosalario giovanile

Medici, avvocati, consulenti, giornalisti, registi, commercialisti, artisti, consulenti... Titoli nobili, da ceto medio alto, un tempo. Oggi titoli di diversi capitoli della nostra “Italia sottopagata”, che aspira a quei mille euro che fino a qualche anno fa erano l'etichetta di una generazione e invece adesso sono un miraggio, per la stessa generazione e le successive. “Se potessi avere 1.000 euro al mese. L'Italiasottopagata”, è il titolo di un libro-inchiesta che esce in questi giorni per Laterza, scritto da Eleonora Voltolina – giornalista e scrittrice che qualche hanno fa ha avuto la felicissima idea di fondare La repubblica degli stagisti e da allora non si è più allontanata dal tema (o meglio, è il tema del lavoro precario e sottopagato che non si è più allontanato da lei e da noi). Il libro intreccia storie, riflessioni, normative e ricerche, seguendo un filo conduttore: che non è quello, ossessivamente proposto in questi giorni dal tavolo della megatrattativa in giù, delle forme contrattuali, bensì quello dei soldi che su quelle forme viaggiano (o non viaggiano). La risposta alla domanda: quanto mi paghi, per questo lavoro? Concreta, cruda e immediata: sempre poco, sempre meno. A volte niente.

domenica 4 marzo 2012

Germania locomotiva d'Europa. I salariati gettati nella caldaia

- leftcom -
La Germania, ormai comunemente definita “locomotiva d’Europa”, è spesso additata da economisti e governanti come esempio di politica economica virtuosa, da diffondere nell’Eurozona e altrove. Mentre invitano i lavoratori della loro area a “moderazione salariale”, flessibilità e produttività al pari dei lavoratori tedeschi, politici e “tecnici” snocciolano i loro numeri del successo tedesco, tra cui una crescita del pil superiore al 3% nel 2011, disoccupazione inferiore al 7%, il livello minimo degli ultimi 20 anni, esportazioni per un valore superiore ai mille miliardi di euro, in aumento dell’11,4% rispetto al 2010 e dirette anche verso i paesi emergenti, in particolare verso la Cina (anche se circa i due terzi delle esportazioni tedesche restano all’interno della UE). Il miracoloso “modello tedesco” era stato presentato dal Time già un anno fa, in un articolo dal titolo emblematico: “Come la Germania è diventata la Cina d’Europa” (1).

Mentre gli spagnoli, gli irlandesi ed altri europei stavano sprofondando nei debiti, costruendo troppe case e concedendosi lauti aumenti salariali, i tedeschi erano occupati a sistemare la loro economia. L’allentamento del mercato del lavoro, strettamente regolato, che ha reso più facile alle aziende assumere e licenziare, ha aiutato. La cooperazione dei sindacati ha permesso alla Germania di essere la sola economia europea, tra quelle principali, ad aver ridotto il costo del lavoro per molti anni, a partire dal 2005. La Germania sforna prodotti specializzati di una qualità tanto superiore, dalle auto sportive della BMW agli apparati per le pulizie della Kärcher, che gli acquirenti sono disposti a pagare di più per l’etichetta “Made in Germany”. Ciò ha tenuto la nazione davanti ad economie emergenti come quella cinese e la ha aiutata a beneficiare della loro rapida crescita. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute del 45% nei primi 10 mesi del 2010. Infatti, la Germania è il solo Paese tra quelli a maggiore industrializzazione, oltre al Giappone, in cui le esportazioni stanno giocando un ruolo di primissimo piano nell’economia — il 41% del pil nel 2009, a partire dal 33% nel 2000. L’industria tedesca può fornire una risposta a una delle questioni economiche più intricate che il mondo sviluppato di trova davanti: come sostenere la competitività dell’apparato manifatturiero contro le economie emergenti, caratterizzate dai bassi costi. La Germania “indica la via da seguire per gli USA e per altri Paesi”, sostiene Bernd Venohr, un consulente d’affari con sede a Monaco.

martedì 28 febbraio 2012

Esperimento Grecia. Lavoratori e pensionati, dopo i tagli.

di Argiris Panagopulos - controlacrisi -
In questi giorni della fine del mese, milioni di greci si sentono ostaggi della «troika» e del premier Papadimos. Si trovano a fare i conti con le tristi sorprese dei nuovi tagli nelle pensioni e negli stipendi, mentre il numero dei disoccupati rischia di superare un milione e mezzo di persone entro l’anno. Per il 36enne Vasilis Tsakalogiannis, che lavora in una ditta di forniture elettriche per costruzioni, la sua vita si è capovolta, ora è costretto a lavorare quasi gratis. «Eravamo sei impiegati, sono rimasto da solo e mi danno giusto i soldi per qualche caffè! Gli incassi della ditta a volte sono 20 o 30 euro al giorno. Meno male che pagano ancora la mia ragazza per il suo lavoro e possiamo sopravvivere con il suo stipendio tagliato e l’aiuto dei nostri genitori». «Uscire la sera non se ne parla da mesi. Solo raramente, per una caffetteria. Il resto è proibitivo. Siamo tornati come quando eravamo ragazzi e andavamo a mangiare a casa dei nostri genitori perché non avevamo soldi», dice Vasilis.
La verità è che le magre pensioni sono diventate l’unico reddito sicuro per intere famiglie e tanti vecchi sono costretti a condividere i loro pochi euro con figli e nipoti. «Se non avessimo i nostri genitori, potremmo morire di fame», dice la 39enne Eleni Taxmatzidou, grafica, disoccupata da quasi due anni e con una figlia alle elementari. Lo stipendio di suo marito è sceso a 900 euro dai 1.300 e solo il mutuo costa 800 euro al mese. «Dopo un anno che non pagavamo le rate, la banca ha proposto di allungarlo per pagare di meno ogni mese. Alla fine lasceremo a nostra figlia un prestito in eredità, perché non è sicuro che riusciremo a estinguerlo. Andiamo avanti solo grazie all’aiuto dei nostri genitori. Il direttore della filiale della Banca Nazionale greca (la più grande del paese) mi ha detto che loro accettano qualsiasi somma dalle persone che hanno ipoteche o prestiti. Siamo tre sorelle e tutte tre abbiamo difficoltà per pagare i mutui». Dopo le pressioni dei partiti di sinistra, di sindacati e associazioni, il governo ha congelato la pratica delle banche di prendere possesso delle case con mutui insolventi. Centinaia di migliaia di famiglie possono stare per il momento al sicuro.

lunedì 27 febbraio 2012

Italia, paese dai bassi salari: una lettura ragionata


Posted by keynesblog on 27 febbraio 2012 in Europa, Italia, Lavoro
Siamo tra i paesi europei che pagano meno i lavoratori, mentre abbiamo gli orari di lavoro più lunghi. Nonostante ciò la competitività delle nostre imprese è tra le più basse. Il quadro di un paese che ha sbagliato obiettivi e che si appresta a commettere ulteriori errori.

Ieri e oggi i quotidiani hanno riferito la diffusione dei dati Eurostat sui salari medi lordi nei paesi dell’Unione. Tuttavia i dati diffusi, per ciò che riguarda l’Italia, si riferiscono al 2006, mentre per altri paesi si arriva al 2009. Inoltre i dati italiani riguardano le aziende con più di 10 dipendenti, mentre per altri paesi il campione è l’intero mondo del lavoro. Evitiamo quindi di riportare statistiche così disomogenee e ci affidiamo invece all’OCSE che fornisce dati più aggiornati e uniformi.

OCSE: salari medi anno 2002, in US$ 2009 a parità di potere d'acquisto, prezzi correnti

Come si può notare l’Italia è una posizione defilata, ben lontana dal “centro” dell’Europa e vicina ai paesi meno ricchi.

La situazione al 2010 è invece questa:
OCSE: salari medi anno 2010, in US$ 2009 a parità di potere d'acquisto, prezzi correnti

Si può notare che la situazione è peggiorata negli 8 anni trascorsi. L’Italia viene scavalcata dalla Spagna e dalla Finlandia e viene avvicinata dalla Slovenia. In sostanza, l’Italia da ultimo paese dell’Europa “ricca” nel 2002 passa ad essere il secondo dell’Europa “povera”. Da notare anche il modesto incremento dei redditi da lavoro in Germania, paese che ha adottato una politica di stabilità salariale, ma che continua a mantenere un differenziale importante con l’Italia e il resto dei “Pigs”.

Ore lavorate
Mentre i lavoratori italiani sono tra i peggio pagati d’Europa, il numero di ore di lavoro per anno per addeto risulta fra i più alti.

OCSE: ore lavorate per addetto in un anno, anno 2010

Anche qui, si può notare come il nostro paese risulti vicino alle nazioni meno sviluppate d’Europa, piuttosto che alle maggiori economie. Si noti inoltre come la Grecia, spesso dipinta come paese di “fannulloni” risulti invece in testa tra i paesi considerati.

Costo del lavoro
Il costo del lavoro in Italia, inteso come retribuzione, oneri sociali e altre spese, risulta minore rispetto alle grandi economie europee, come si evince da questo grafico:

Eurostat: costo del lavoro totale orario, anno 2010

L’Italia si colloca al di sotto della media della zona Euro. E’ quindi privo di fondamento l’assunto che le imprese italiane paghino il lavoro più di quelle delle economie avanzate europee, ad eccezione della sola Gran Bretagna (dove è particolarmente bassa la componente degli oneri sociali).

Produttività
Il quadro è ribaltato invece quando si considera la produttività. Qui mostreremo la produttività come calcolata dall’OCSE, Prodotto interno lordo (in Euro) per ora lavorata:

OCSE: Produttività (Pil in euro / ore di lavoro) a prezzi costanti

Come si può notare, la produttività italiana risulta bassa in valore assoluto e stagnante, quella Greca è addirittura calante, mentre tutte le altre sono crescenti, sia pure con inclinazioni differenti.

In altre parole, l’Italia è un paese fermo da molti anni. La sua produzione, intesa nel senso più generale, è rimasta poco remunerativa, mentre i partner europei hanno saputo migliorare la capacità di produrre reddito.

Da notare che nel 2003 è intervenuta una significativa modifica del mercato del lavoro, con l’introduzione di nuove forme di lavoro flessibile, ampiamente sfruttate dalle imprese. Ciò però non ha avuto effetti significativi sulla produttività del lavoro.

Conclusioni
Mentre il dibattito pubblico appare tutto concentrato sulla riduzione delle tutele del lavoro, le cui conseguenze più immediate sono il contenimento salariale e l’aumento delle ore di lavoro effettive, i dati mostrano invece che le politiche sinora adottate in questa stessa direzione non hanno avuto l’effetto di ridurre il gap di produttività rispetto alle potenze economiche europee e si sono pertanto dimostrate del tutto inefficaci rispetto agli obiettivi enunciati.

Come abbiamo già evidenziato, il problema della bassa produttività italiana non può addebitarsi al fattore lavoro, che anzi risulta maggiormente a buon mercato che altrove.

Secondo l’UE “la crescita della produttività dipende dalla qualità del capitale fisico, dal miglioramento delle competenze e della manodopera, dai progressi tecnologici e dalle nuove forme di organizzazione.”

Le cause probabili delle scarse performance italiane andrebbero ricercate nella scarsa “produttività del capitale”, vale a dire dei mezzi di produzione, intesi nel senso più ampio, obsoleti o sottoutilizzati, così come nella frammentazione del capitale in moltissime microimprese che non riescono a realizzare quelle economie di scala e quell’innovazione di processo e di prodotto che permettono una maggiore competitività delle stesse e nella specializzazione produttiva. Non sorprende quindi la bassa qualificazione dei lavoratori richiesta nel nostro paese dal tessuto produttivo, che abbiamo già evidenziato in passato.

La discussione pubblica si sta quindi svolgendo sul lato sbagliato dei fattori produttivi. Riforme che tendessero a precarizzare ulteriormente il lavoro e/o ridurre i salari effettivamente percepiti, non avrebbero probabilmente impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata.

martedì 24 gennaio 2012

Ora tocca alla cassa integrazione

di Zag in ListaSinistra
Con l'inversione di rotta della ministro Fornero e l'obbiettivo della cassa integrazione come male assoluto, senza peraltro abbandonare l'art 18, credo che ormai dovrebbe essere chiaro che questi professoroni abbiano avuto il mandato di riportare la legislazione italiana in materia del sociale e del lavoro agli standard minimi europei. Là dove esiste una maggiore protezione questa deve essere riportata allo standard degli altri paese senza tener conto che a differenza degli altri paesi, qui non esiste nulla a difesa , nulla a paragone con gli altri paesi tale da poter paragonare questi a quelli. Ma non è questa l'anomalia.
Si è vero in germania, per esempio, non esiste nulla che possa paragonarsi all'art 18 , ma altrettanto il comitato di gestione( al quale fa parte anche il sindacato) al quale deve passare il vaglio dei licenziamenti individuali, mai si sognerebbe di acconsentire un licenziamento individuale. E infatti non esiste proprio una cosa del genere.
Si è vero non esiste la cassa integrazione, ma esistono in tutti i paesi europei tranne la grecia e qualcun'altro , il salario di cittadinanza che assicura per tutti coloro che non hanno un lavoro un minimo di sopravvivenza. >E non solo ,ma una rete di protezione che per noi è inimmaginabile Persino in Francia le donne madri hanno casa , e generi di prima necessità per il figlio fino all'età di tre anni, gratis, o se hanno un reddito, a prezzi minimi.
Ma per i nostri Professori tutti questo è solo un dettaglio, un particolare trascurabile. Loro sono come gli scultori per Michelangelo. Sono per il levare il di più.
Infatti la Fornero ( io la chiamo ancora con l'articolo in quanto vorrei dire la signora Fornero, ma mi risparmio il termine "signora" e lascio solo il "la". Così come appello il Monti anche qui mi risparmio il termine "signore" e lascio solo l'articolo), la Fornero dicevo dichiara, dopo le ondate di " a parole" disapprovazione che " Ma qualcosa bisogna pur fare!" Come a dire che bisogna fare qualcosa altrimenti " cosa vado a dire se no all'Europa?"
Infatti dicevo la disapprovazione " a parole" Come il 40 parola magica che non si tocca della Camusso e poi abbiamo visto se si è toccato e come si è toccato!
Per quanto riguarda il CUI ( il contratto unico) un modo come un altro per aggirare il beneamato art 18 e quindi il licenziamento individuale, forse si sono accorti che questo, tra l'altro è un duplicato del contratto di apprendistato e quindi vi è qualche ripensamento tra l'altro se persino Angeletti ammette che " con la crescita l'art 18 non c'entra nulla" beh vorrà ben dire qualcosa o no? Insomma se lo dice lui!

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