Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 22 ottobre 2012

Presentazione dossier “precarietà e reddito”

di ANDREA FUMAGALLI

Viviamo un periodo strano, quasi sospeso. Quasi fossimo in attesa di una deflagrazione che potrebbe avvenire da un momento all’altro (o forse mai?). Trascorsa una delle estati più povere e brevi degli ultimi anni, stretti nella morsa della crisi, l’autunno comincia con l’attesa, non solo dell’esito delle elezioni americane d’inizio novembre e delle sorti dell’Europa. E nello stesso tempo la nuova stagione segna la fine di un ciclo per quanto riguarda il lavoro e il processo di precarizzazione. La governance tecno-economica gioca contemporaneamente su più fronti. Da un lato, le politiche di austerity, con il loro carico nefasto di tagli al welfare, privatizzazioni, aumenti dell’Iva e delle imposte sui beni di prima necessità (vedi benzina), ci consegnano a un futuro di recessione, impoverimento e svalorizzazione della vita; dall’altro, assistiamo all’avvento del definitivo degrado, per via istituzionale e giuridica, della condizione di lavoro. Prima il collegato-lavoro del dicembre 2010 (che riduce sempre più lo spazio per il riconoscimento, per via di vertenza, dei pochi diritti del lavoro ancora esigibili), poi la riforma Fornero sulle pensioni e sul mercato del lavoro (con l’allungamento forzoso della vita lavorativa, la liberalizzazione dei contratti a termine e lo smantellamento dell’articolo 18, accompagnati da una non meglio precisata promessa di un qualche intervento minimo sugli ammortizzatori sociali e sulla loro eventuale estensione), hanno portato a compimento il processo di precarizzazione dell’attività lavorativa. Un processo iniziato nel 1984, una volta sconfitte le lotte sociali di fabbrica che avevano innervato il decennio precedente, che vanta come padrini sia le organizzazioni padronali che quelle sindacali, sia i partiti di centro-destra che i partiti di centro-sinistra.
* * * * *
Sappiamo che nel corso di questi trent’anni, la precarietà è diventata la forma del rapporto capitale-lavoro e ha assunto connotati che vanno oltre la semplice dimensione lavorativa. Essendo venute meno le tradizionali dicotomie che regolavano e definivano la governance del lavoro fordista (produzione – riproduzione; produzione – consumo; tempo di lavoro – tempo di non lavoro; reddito – salario), oggi la condizione precaria è esistenziale, generale, strutturale. Il che significa che non è più possibile pensare di “abolire” la precarietà all’interno degli attuali assetti economici e proprietari. Con questo intendiamo affermare che qualunque intervento abbia come fine di “riformare” la condizione di precarietà senza porsi il problema del superamento dei fattori di sfruttamento economico e di vita (quindi capitalistici), che l’hanno resa “strutturale”, sono destinati alla sconfitta.
La precarietà definisce, infatti, una condizione dell’esistenza. Una condizione che presenta alcuni tratti comuni ed omogenei, pur esplicitandosi in condizioni lavorative e soggettive molto differenziate. Le caratteristiche comuni sono le seguenti. Sul piano economico-professionale: incertezza di carriera, intermittenza di reddito, dipendenza economica. Sul piano psico-soggettivo: autorepressione, individualismo comportamentale, egocentrismo, senso d’impotenza, illusione di emergere nel differenziarsi, stress psico-fisico, sindrome di accerchiamento. Tali tratti comuni sono comunque soggettivamente percepiti in modo diverso a livello individuale, a seconda della storia e dell’esperienza personale e culturale di ciascuno e ciascuna. La condizione precaria non è oggi ancora in grado di definire una classe “precaria”, poiché non può esistere un processo omogeneo di presa di coscienza. Diversamente da quanto avveniva per il lavoro manuale nell’epoca fordista, laddove era la condizione oggettiva di lavoro – in quanto “esterna” alla persona – a determinare il livello di coscienza di sé, nel bio-capitalismo cognitivo, la prestazione lavorativa viene quasi totalmente interiorizzata. Così la presa di coscienza o è auto-coscienza o non è. Di conseguenza, la consapevolezza della propria condizione di precarietà non può oggi nascere che dall’analisi critica di sé, sino alla messa in discussione della propria vita: ovvero, dal riconoscimento della propria “complicità” e “partecipazione” nel sistema di controllo biopolitico dei corpi e delle menti. In un simile contesto, il processo di coscienza può avvenire al di fuori della condizione strettamente lavorativa e presuppone un processo di soggettivazione degli individui che passa attraverso l’“infedeltà” al lavoro, propagandata dalla retorica professionalista e meritocratica. Processi di soggettivazione che si spostano dall’ambito del lavoro e che si applicano sempre più e sempre meglio alla mappatura della nostra vita lavorata. Processi atti a decodificare, a decostruire e a distruggere il messaggio che prova a ipnotizzarci. Processi propedeutici a nuove forme di conflitto che dobbiamo attrezzarci ad affrontare nel prossimo futuro.

domenica 9 settembre 2012

«La troppa precarietà causa la scarsa produttività»

Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sani
A Cernobbio, dove da 38 anni lo studio Ambrosetti riunisce il gotha dell’economia e della politica italiana, si ha un’unica preoccupazione: il profitto, a qualunque costo. A Fermo, nella Comunità di Capodarco che quest’anno ospita «L’impresa di un’economia diversa», il tradizionale Forum della campagna Sbilanciamoci!, si pensa invece alle persone. E’ da qui, «dalle persone, dalle loro sofferenze» che secondo Giulio Marcon occorre partire per realizzare quel cambio di rotta invocato nel titolo di questa decima edizione della «contro-Cernobbio».
Per Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!, il rovesciamento del paradigma neoliberista deve infatti partire «dagli anziani e dai disabili che sono abbandonati dallo Stato, dagli operai dell’Alcoa che devono salire sui silos per farsi ascoltare, dai cittadini immigrati lasciati ad affogare nel canale di Sicilia, dai giovani che tornano ad emigrare all’estero, dagli studenti che vengono espulsi dalle università, dalle donne discriminate sui posti di lavoro».
Si tratta di sostituire alla centralità dell’impresa la centralità della società e delle persone, alle ricette dell’ortodossia neoliberista le proposte, concrete e innovative, per un nuovo modello di sviluppo, che sia fondato sul lavoro, sulla qualità sociale e i diritti, sulla sostenibilità ambientale e sui saperi. Per farlo, occorre innanzitutto prendere consapevolezza di una crisi ancor più profonda di quella economica in cui siamo immersi dal 2007, ha sostenuto Luigi Ferrajoli nel suo intervento, tra i più applauditi della prima giornata del Forum: la crisi della democrazia in tutte le sue dimensioni, formali e sostanziali. Una crisi che nasce dal capovolgimento del rapporto tra politica ed economia, e che segnala una vera e propria «regressione premoderna», che nega lo Stato di diritto: «Da una parte la politica abdica al governo dell’economia, in modo più radicale, esplicito e dichiarato che mai – ha sostenuto con enfasi Ferrajoli – dall’altro i mercati, i poteri selvaggi della finanza e dell’economia, utilizzano le istituzioni come semplici intermediari, assumendo i mercati come luoghi della libertà naturale» Da qui, l’affidamento alle virtù taumaturgiche della tecnocrazia, che però «è assolutamente fallimentare», ha ricordato Ferrajoli, per il quale la crisi economica rivela e approfondisce la crisi della democrazia, ma può rappresentare anche un nuovo inizio, l’opportunità per ricostruire su basi diverse il rapporto tra economia e politica.
L’obiettivo è ambizioso, perché occorre risolvere la contraddizione tra le sfide di natura globale che abbiamo di fronte e gli strumenti, pensati per la cornice nazionale, con cui ci troviamo ancora ad operare. Da Capodarco esce dunque l’idea che il «cambio di rotta» sia necessariamente anche un quadro di «cornice», di contesto entro cui collocare le iniziative di mobilitazione politica e sociale: non più soltanto la cornice nazionale, ormai inappropriata, ma una cornice più ampia, come quella europea invocata da Angelo Marano, moderatore della seconda sessione, dedicata al tema «Lavoro, ora! Per i diritti, contro la precarietà, nuova occupazione». Se Susanna Camusso, nel suo video-messaggio, ha proposto un «piano per il lavoro», per ricostruire il paese a partire dai giovani, dalla sostenibilità ambientale, dal rapporto intelligente e fruttuoso con il territorio, l’economista Andrea Fumagalli ha invece criticato «la trasformazione della flessibilità, un valore positivo, in precarietà, un valore assolutamente negativo», ricordando che «è l’eccessiva precarietà la causa principale della scarsa produttività del lavoro, non il contrario, come spesso si dice». Per combattere la «trappola della precarietà, della ricattabilità, della solitudine del lavoratore e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro», Fumagalli suggerisce di puntare a una maggiore sicurezza sociale, rivoluzionando l’intero sistema degli ammortizzatori sociali con l’introduzione del reddito minimo garantito. Una proposta su cui anche i partiti di sinistra dovrebbero finalmente esprimersi, e su cui qui a Capodarco si continuerà a discutere oggi, nel corso di uno dei 7 workshop autogestiti organizzati dalle organizzazioni aderenti alla campagna Sbilanciamoci!

venerdì 18 maggio 2012

L'intervista. Sfruttamento e ricatti tra banchi e carrelli.

Isabella Borghese - controlacrisi -
       
Si chiama Giulia ed è una visual marchandiser di Roma.
Lavora nei supermercati e ogni giorno si adopera per ottimizzare tutte le possibilità offerte dalla vendita visiva in qualsiasi spazio vendita, grande o piccolo che sia. Deve valorizzare al meglio i prodotti dell’azienda per cui lavora e di conseguenza il reparto, i punti vendita facendo in modo che gli articoli dell’azienda per cui è lì siano esattamente nel posto giusto e al momento giusto. E, questione da non sottovalutare, anche al prezzo corretto. Deve fare in modo che le merci siano collocate in modo adeguato all’interno del punto vendita perché questo serve ad avvicinare il cliente al prodotto soddisfacendo il suo bisogno di acquisto e consentendogli, inoltre, di trovare con facilità quello che cerca in un luogo ricco di prodotti che rischia, molto spesso, di diventare un posto di puro caos. Gli acquirenti in questo modo vengono aiutati, si destreggiano bene perché diventano autosufficienti attraverso la facilità di lettura dello spazio visivo. E il personale di vendita, inoltre, grazie a questo lavoro è minore e quindi le spese vengono ridotte.
Come sei diventata visual marchindiser?
Ho una laurea in Scienze della Comunicazione. Per anni ho lavorato come hostess, nei settori commerciali di varie aziende. Attualmente sono le posizioni più semplici da trovare perché sono attività che portano direttamente denaro alle aziende. Così il lavoro non te lo leva nessuno.
Con quale forma di contratto lavori?
Ho un contratto a tempo determinato per un anno, la cui retribuzione risulta pari a quella di un part time: 1000 euro nette.
E la realtà?
La realtà è che dal lunedì al venerdì lavoro dalle 6-8 ore al giorno. Talvolta mi trovo anche costretta a recuperare il sabato. Il mio è un part time che non tiene conto e nel modo più assoluto degli spostamenti quotidiani legati al mio impiego, ma solo ed esclusivamente delle ore che trascorro nei punti vendita.
Altre complicazioni?
Il rimborso spese per la benzina che mi spetta secondo contratto è pari a 0, 24 centesimi al litro. Di questa quantità 0,12 centesimi sono destinati al km per la benzina e le restanti 0, 12 sono invece la cifra stabilita per l’usura della macchina. Ma la benzina è arrivata a 1,800 euro al litro, a 1,900 euro al litro e questi, a quanto pare, tuttavia sembrano particolari, seppur non indifferenti, che devono interessare solo me, il mio povero portafogli e la mia utilitaria.Secondo contratto a me e ai miei colleghi non è prevista né la tredicesima, né la quattordicesima. Comunque, per utilizzare l’espressione dei miei capi, sono state spalmate nel nostro stipendio mensile.
Che tipo di legame esiste tra agenzia interinale multinazionale? Come vi permette di lavorare? Esistono dinamiche particolari di sfruttamento a vostro danno? Che favoriscono l’agenzia interinale, intendo, contro il vostro interesse.
Sono pagata dall’azienda e anche le note spesa finiscono alla multinazionale. Per questo l’agenzia non si fa scrupoli se vengono pompate. Ci danno un massimo di budget per le chiamate al cellulare, perché pagano loro, ma per la benzina, non battono ciglio: la nota spesa, del resto, ribadisco, va all’azienda. Secondo le disposizioni dell’agenzia interinale quando ci ritroviamo alle riunioni con l’azienda non dobbiamo mai parlare del nostro compenso né di altro che abbia attinenza con il nostro contratto. Mi è sembrato curioso all’inizio. Ma solo in principio. Poco dopo infatti non sono mancate le occasioni in cui, da diverse affermazioni rilasciate dai capi della multinazionale che ci vengono a trovare ai briefing, abbiamo dedotto che ci spetterebbero non solo i buoni pasto, ma anche un corrispettivo che, comprensivo di note spesa, si dovrebbe aggirare intorno ai 2600 euro. Ben 1600 euro di quanto recepisco ogni mese.Spesso l’agenzia interinale “ci chiede dei favori”.
Ovvero?
Chiama noi visual marchandiser che abbiamo contratti esclusivi con la multinazionale e ci chiede altre prestazioni remunerate sottraendoci così tempo al nostro impiego. Chiaramente lo chiede specificando l’assoluta discrezione verso la multinazionale con cui abbiamo il contratto. Ci chiede di eseguire altre prestazioni senza dirlo all’azienda. Noi, tuttavia, ci sentiamo sempre quasi costretti a soddisfare la loro richiesta.
Perché?
Perché quello con l’agenzia interinale è un rapporto di lavoro che occorre mantenere saldo per il futuro. È lei difatti a trovarci l’impiego. Ma questa sfaccettatura del mio lavoro, nonostante tutto, è un gran rischio e una scocciatura non indifferente: ogni volta che eseguo altre prestazioni per l’agenzia interinale vivo nel timore di incontrare qualche capo dell’azienda per cui lavoro e, nel caso in cui inciampassi in questo, la catastrofe sarebbe immediata: lui difatti mi troverebbe a fare altro e non a lavorare per l’azienda. La scocciatura tuttavia resta nell’impossibilità di rifiutare un piacere all’agenzia.
Perché? A cosa andresti incontro?
Farlo significherebbe compromettere la possibilità di lavori futuri e dunque l’unico comportamento che riesco ad assumere rispecchia quello di una donna che vive nella volontà di non perdere un contatto di lavoro che possa esserle utile a lungo termine.

mercoledì 2 maggio 2012

Lavoratori precari nella “riforma” Monti-Fornero

di Franco Pinerolo - paneacqua -

Il lavoro precario, che ormai riguarda l’80% delle nuove assunzioni, e circa 7 milioni di persone (dati Isfol), rappresenta una vera emergenza nazionale. Ma nonostante ciò, la riduzione drastica delle 46 modalità contrattuali “atipiche” esistenti, assicurata inizialmente dal Ministro Fornero, è stata incredibilmente accantonata

 
Il lavoro precario, che ormai riguarda l’80% delle nuove assunzioni, e circa 7 milioni di persone (dati Isfol), rappresenta una vera e propria emergenza nazionale, una realtà contrattuale senza tutele e diritti. Ma nonostante ciò, la riduzione drastica delle 46 (!) modalità contrattuali “atipiche” esistenti, assicurata inizialmente dal Ministro Fornero, è stata poi incredibilmente accantonata, per intervenire solo su alcune specifiche tipologie contrattuali sia applicando nuove pratiche amministrative disincentivanti -anche se per certi aspetti carenti-, sia stabilendo nuovi oneri contributivi, che però rischiano di andare a detrimento anziché a vantaggio dei precari, come vedremo.

CONTRATTI A TERMINE (O A TEMPO DETERMINATO)

a) Si tenta lo scoraggiamento di questo tipo di contratti attraverso una penalizzazione, un contributo aggiuntivo dell’1,4%, ma c’è il rischio, per non dire la certezza, che molti (im)prenditori ne scarichino il costo sulle spalle dei lavoratori. Per evitare questo pericolo il governo avrebbe dovuto accompagnare il contributo con un tetto minimo salariale, in modo che i lavoratori non potessero percepire meno di una certa cifra. Nel documento finale della Ministra Fornero, invece, il tetto minimo non c’è.
b) il contributo aggiuntivo dell’1,4% potrebbe avere come conseguenza quella di far ingrossare le fila delle 4 milioni di partite Iva, che diventerebbero per gli imprenditori più convenienti.
c) il contributo aggiuntivo dell’1,4% non si applicherà né ai contratti stipulati per ragioni di carattere sostitutivo (ad es. a chi è assente per maternità) né ai contratti a termine stagionali, né agli apprendisti: in pratica non si applicherà alla stragrande maggioranza dei contratti a termine!
d) Suona come un paradosso beffardo il fatto che il contributo aggiuntivo dell’1,4% vada a finanziare proprio ASpI e mini-ASpI (una sorta di indennità di disoccupazione introdotte con questa riforma), da cui molte tipologie di lavoro precario sono invece tagliate fuori (ne sono esclusi co.co.pro., co.co.co, collaborazioni occasionali, a chiamata, finte partite IVA, associati in partecipazione, ecc..)
e) è grave che al primo contratto a termine di durata non superiore a sei mesi sia stata tolta la causale, che era stata finora il deterrente per l’abuso di
questo tipo di contratto. Il lavoratore potrà così essere sciolto anche senza bisogno di indicare il motivo preciso del licenziamento (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo). In questo modo la precarietà complessiva viene notevolmente aumentata e resa lecita, permettendo l’abuso del contratto a termine,reiterabile senza limiti per lo stesso lavoratore, in un’altra mansione o con un’altra impresa. La conseguenza potrà anche essere che un datore di lavoro potrà avere forza lavoro di basso livello anche tutta composta di contratti precari, purché ogni sei mesi li sostituisca previa una breve formazione che gli uscenti dovranno fornire agli entranti, usufruendo pure dei “50 giorni” di sforamento concessi per il passaggio delle consegne. L’assenza di causale per il primo contratto a termine è quindi antitetica alle finalità dell’attuale disegno di legge (art.1) che ribadisce essere il lavoro subordinato a tempo indeterminato la forma comune di rapporto di lavoro.
f) La Ministra Fornero illude che allungando l’intervallo tra la stesura di un contratto a termine e l’altro con lo stesso soggetto si possa evitare che centinaia di migliaia di lavoratori continuino a essere precari. Evidentemente alla Fornero sfugge che la vigente normativa consente ai datori di lavoro di reiterare il ricorso al tempo determinato – non necessariamente con gli stessi soggetti – grazie a “causali” di tipo generico. Inoltre allungando il periodo minimo che deve intercorrere fra la scadenza di un contratto ed il suo rinnovo, si costringe di fatto il lavoratore a rimanere disoccupato per un periodo temporale più lungo.
g) Per sanzionare l’utilizzo improprio di contratti a termine, si continua a privilegiare il canale dell’indennizzo giudiziario con un minimo di 2,5 mensilità, davvero modesto, anziché la forma più logica della conversione del contratto a tempo indeterminato
h) È ridotto il periodo entro il quale si deve depositare il ricorso in Tribunale
i) i contratti a termine vengono ulteriormente penalizzati a causa dell’introduzione del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali.
l) Dopo 36 mesi di contratti a tempo determinato il governo consente di far scattare l’assunzione definitiva, ma questo avveniva anche ora (d. lgs. n. 368 del 2001).
m) per i contratti a termine manca una copertura contributiva nei periodi di non lavoro, cosicchè i precari si ritroveranno in pensione con quasi nulla.

lunedì 30 aprile 2012

UNA BUONA PROPOSTA. Un'Agenzia per l'occupazione. Obiettivo un milione di posti pubblici

Fonte: il Manifesto - controlacrisi - di LUCIANO GALLINO
Sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione. Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone. La proposta:
1) Istituire un'Agenzia per l'occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche). L'Agenzia stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle. Le assunzioni vengono però effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc.
2) Per cominciare, si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l'età: per esempio 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario.
3) L'Agenzia offre un lavoro a chiunque, in possesso dei requisiti richiamati sopra, lo richieda e sia in grado di lavorare.
4) Le persone assunte dall'Agenzia dovrebbero venire impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro (le grandi opere non presentano né l'una né l'altra caratteristica). Progetti del genere potrebbero essere: la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono); il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate; la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di intervento oggi prevalenti). Per attuare progetti del genere sarebbero richieste ogni sorta di figure professionali.
5) Finanziamento. Nell'ipotesi che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro, per crearne un milione occorrono 25 miliardi l'anno (la maggior parte dei quali rientrebbero immediatamente nel circuito dell'economia). Si può pensare a una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; una patrimoniale di scopo dell'1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro (la applica la Svizzera da almeno mezzo secolo); obbligazioni mirate.
Andrebbero altresì considerate altre fonti. Ad esempio, si potrebbe offrire a cassaintegrati di lunga durata la possibilità di scegliere liberamente se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l'istituto del distacco). Qualcosa del genere andrebbe considerato per chi riceve un sussidio di disoccupazione. In questi casi l'onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l'Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo totale.

lunedì 16 aprile 2012

La minacciosa

il manifesto - Autore: Francesco Piccioni
- controlacrisi -
Davanti a una platea di giovani metalmeccanici e precari, Landini annuncia che la mobilitazione per l’articolo 18 continua. «Non abbiamo paura, non accettiamo di menomare i diritti»

L’opposizione sociale si trova davanti a un passagio storico e ha un problema enorme: contrastare un’offensiva che sta distruggendo le condizioni di vita per la maggior parte della popolazione, ma senza disporre più degli strumenti «generali» all’altezza della sfida: uno o più partiti politici che difendono interessi sociali precisi, corpi intermedi dalle caratteristiche certe, in un quadro legislativo stabile e di garanzia. A Bologna, ieri, la Fiom ha riunito l’assemblea nazionale dei giovani delegati di fabbrica insieme a decine di altre realtà egualmente giovanili, ma che del lavoro vedono una faccia diversa e condizioni fin qui parecchio differenti.
Un dialogo in altri tempi difficoltoso e idelogizzato in una artificiosa contrapposizione tra «garantiti» e «non garantiti», tra «stabili» e precari che mai come oggi appare una costruzione ad hoc , abilmente costruita da «quelli che guidano i processi produttivi, e sono sempre gli stessi, mentre tra noi viene incentivata la frammentazione». Oggi non può più avvenire, anche se dal governo – e dai media mainstream ogni giorno piovono frasi di circostanza sulle «difficoltà dei giovani» e i «privilegi degli anziani», da «riequilibrare» togliendo qualcosa a tutti. Non ci crede più nessuno di questi ragazzi che spesso non arrivano alla trentina. Non ci credono gli operai di Pomigliano, e forse poteva essere scontato; ma non ci credono i giornalisti precari che qui prendono parola.
Ed è un segno rivelatore. L’analisi e i valori della tuta blu Maurizio Landini sono forzatamente meno distanti, ora, da quelli di un Luca Casarini, dai centri sociali o dei movimenti che stanno attraversando il paese (dall’acqua pubblica ai NoTav). Il «sostanziale smantellamento dell’articolo 18» azzera o quasi la libertà del singolo lavoratore di far valere il suo interesse nella prestazione lavorativa; senza più il baluardo del reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, infatti, si prefigura, dice Ciro in napoletano stretto, «la fine anche della Cgil». La precarietà e l’assenza di diritti stanno diventando insomma condizione comune, la necessità di unire le differenze in un’unico movimento assume evidenza solare. «Unire tutti», scandisce Landini. Davanti c’è un governo che – al pari ma con piu efficacia di Berlusconi – «sta usando la crisi per cancellare definitivamente un modello sociale e il sistema dei diritti». Un governo coerente con «un’idea di Europa che non ci piace».

venerdì 13 aprile 2012

La sinistra di classe tra legge elettorale e Articolo 18

Domenico Moro - sinistrainrete -
Dieci anni fa al Circo Massimo, contro l’abolizione dell’articolo 18, si tenne la più grande manifestazione sindacale, tre milioni di partecipanti secondo la CGIL, superata forse solamente dalla manifestazione del 2003 contro la guerra in Iraq. L’articolo 18 fu salvo, con grande entusiasmo a sinistra. Eppure, si trattò di una vittoria tattica, inserita in una sconfitta strategica per il movimento operaio, cioè in un peggioramento dei rapporti dei forza complessivi. Infatti, un anno dopo passò la Legge 30/2003 (Legge Biagi), che, bypassando l’articolo 18, abbassava drasticamente il livello di tutela dei lavoratori. Il grado di protezione del lavoro, già ridottosi con il Pacchetto Treu (varato dal Primo governo Prodi, sostenuto e partecipato anche dai comunisti) crollò al di sotto di quello di Francia e Germania.

Gli esiti delle grandi mobilitazioni contro l’articolo 18 e contro la guerra hanno denotato la medesima difficoltà della sinistra a capitalizzare organizzativamente e politicamente la forte spontaneità di massa. Il decennio che seguì vide la partecipazione dell’Italia a guerre seriali, la riduzione di salari reali e welfare, le privatizzazioni, e la crescita dei profitti dei grandi gruppi in un contesto di decadenza industriale del Paese. Dulcis in fundo, l’estromissione dal Parlamento dei comunisti, per la prima volta dal 1948.

2. Attacco forte del capitale, risposta debole

Ma veniamo all’attualità. Siamo davanti all’attacco più forte condotto dal capitale contro il lavoro salariato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non si tratta “solo” dell’attacco all’art. 18, la controriforma è estremamente articolata e colpisce tutti gli aspetti del mercato del lavoro. [1] Al confronto il “pacchetto Treu” e la Legge Biagi sembrano bacchettate sulle dita.

Eppure, la reazione della sinistra è non è stata proporzionata all’entità dell’attacco. Una debolezza che risalta nel confronto con quanto avviene in altri Paesi. In Spagna, ad esempio, lo sciopero generale del 29 marzo contro la riforma del lavoro ha coinvolto oltre 11 milioni di scioperanti e 3 milioni di manifestanti.[2] La debolezza italiana è dovuta, in gran parte, al condizionamento esercitato dal Pd sulla CGIL e su quanto è alla sua sinistra. Il governo Monti è un “governo del presidente”, nominato da Napolitano in contrasto con la Costituzione. Per quanto la democrazia sia stata sospesa, se ne mantiene una parvenza. Questa richiede una sorta di “maggioranza parlamentare”, in effetti un patto a tre, Pd-Pdl-Udc. Il Pd fu convinto da Napolitano a rinunciare a elezioni vittoriose, ed ora si trova in difficoltà perché la controriforma del lavoro va oltre quello che si aspettava. Se la CGIL avesse accettato l’accordo con il governo e Confindustria, il Pd sarebbe stato coperto a sinistra. A questo scopo la Camusso ha cercato di resistere al tavolo delle trattative, ingoiando anche la controriforma delle pensioni, e Napolitano è intervenuto reiteratamente a sollecitare un accordo. La posizione collaborativa della Camusso, però, è venuta meno sia perché la Fiom e altre componenti della CGIL hanno determinato la possibilità di una spaccatura interna, sia perché Monti ha forzato la mano, non accontentandosi di sconfiggere i lavoratori e pretendendone lo scalpo. L’articolo 18 è, però, un argomento ultra sensibile, contro il quale la mobilitazione è più agevole che contro misure pure devastanti, ma meno chiaramente percepite a livello di massa.

domenica 18 marzo 2012

Oltre al lavoro, vuoi anche il salario?

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -
"Se potessi avere 1000 euro al mese". Un libro-inchiesta di E. Voltolina sull'Italia sottopagata. Come i buoni lavori del ceto medio sono diventati la giungla del sottosalario giovanile

Medici, avvocati, consulenti, giornalisti, registi, commercialisti, artisti, consulenti... Titoli nobili, da ceto medio alto, un tempo. Oggi titoli di diversi capitoli della nostra “Italia sottopagata”, che aspira a quei mille euro che fino a qualche anno fa erano l'etichetta di una generazione e invece adesso sono un miraggio, per la stessa generazione e le successive. “Se potessi avere 1.000 euro al mese. L'Italiasottopagata”, è il titolo di un libro-inchiesta che esce in questi giorni per Laterza, scritto da Eleonora Voltolina – giornalista e scrittrice che qualche hanno fa ha avuto la felicissima idea di fondare La repubblica degli stagisti e da allora non si è più allontanata dal tema (o meglio, è il tema del lavoro precario e sottopagato che non si è più allontanato da lei e da noi). Il libro intreccia storie, riflessioni, normative e ricerche, seguendo un filo conduttore: che non è quello, ossessivamente proposto in questi giorni dal tavolo della megatrattativa in giù, delle forme contrattuali, bensì quello dei soldi che su quelle forme viaggiano (o non viaggiano). La risposta alla domanda: quanto mi paghi, per questo lavoro? Concreta, cruda e immediata: sempre poco, sempre meno. A volte niente.

domenica 4 marzo 2012

Germania locomotiva d'Europa. I salariati gettati nella caldaia

- leftcom -
La Germania, ormai comunemente definita “locomotiva d’Europa”, è spesso additata da economisti e governanti come esempio di politica economica virtuosa, da diffondere nell’Eurozona e altrove. Mentre invitano i lavoratori della loro area a “moderazione salariale”, flessibilità e produttività al pari dei lavoratori tedeschi, politici e “tecnici” snocciolano i loro numeri del successo tedesco, tra cui una crescita del pil superiore al 3% nel 2011, disoccupazione inferiore al 7%, il livello minimo degli ultimi 20 anni, esportazioni per un valore superiore ai mille miliardi di euro, in aumento dell’11,4% rispetto al 2010 e dirette anche verso i paesi emergenti, in particolare verso la Cina (anche se circa i due terzi delle esportazioni tedesche restano all’interno della UE). Il miracoloso “modello tedesco” era stato presentato dal Time già un anno fa, in un articolo dal titolo emblematico: “Come la Germania è diventata la Cina d’Europa” (1).

Mentre gli spagnoli, gli irlandesi ed altri europei stavano sprofondando nei debiti, costruendo troppe case e concedendosi lauti aumenti salariali, i tedeschi erano occupati a sistemare la loro economia. L’allentamento del mercato del lavoro, strettamente regolato, che ha reso più facile alle aziende assumere e licenziare, ha aiutato. La cooperazione dei sindacati ha permesso alla Germania di essere la sola economia europea, tra quelle principali, ad aver ridotto il costo del lavoro per molti anni, a partire dal 2005. La Germania sforna prodotti specializzati di una qualità tanto superiore, dalle auto sportive della BMW agli apparati per le pulizie della Kärcher, che gli acquirenti sono disposti a pagare di più per l’etichetta “Made in Germany”. Ciò ha tenuto la nazione davanti ad economie emergenti come quella cinese e la ha aiutata a beneficiare della loro rapida crescita. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute del 45% nei primi 10 mesi del 2010. Infatti, la Germania è il solo Paese tra quelli a maggiore industrializzazione, oltre al Giappone, in cui le esportazioni stanno giocando un ruolo di primissimo piano nell’economia — il 41% del pil nel 2009, a partire dal 33% nel 2000. L’industria tedesca può fornire una risposta a una delle questioni economiche più intricate che il mondo sviluppato di trova davanti: come sostenere la competitività dell’apparato manifatturiero contro le economie emergenti, caratterizzate dai bassi costi. La Germania “indica la via da seguire per gli USA e per altri Paesi”, sostiene Bernd Venohr, un consulente d’affari con sede a Monaco.

mercoledì 29 febbraio 2012

Auguri San Precario!

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Il 29 febbraio 2004 nasceva San Precario. E non poteva che scegliere come miglior compleanno un giorno intermittente, come l'ultimo giorno di febbraio di un anno bisestile. Avarà quindi otto anni, ma li porta benissimo, sarà perchè col giochetto del bisestile ne ha in effetti solo due! San Precario è apparso in prima assoluta al Supermercato Coop di Via Palmanova a Milano in un brumoso tardo pomeriggio per sostenere la lotta dei precari e delle precarie delle catene commerciali.
Da lì in poi è cresciuto in fretta, ha benedetto il successo dalla MayDay Parade e l'esperienza dell'EuroMayDay, ha contaminato gli aereoporti, icall-center, i luoghi dello spettacolo, gli uffici del Comune, i laboratori della ricerca universitaria come le redazioni e via dicendo.
E' stato punto di riferimento nel costruire un contro-immaginario in grado di dare forza e coscienza ai precari e alle precarie.
Ha generato i Punti San Precario e ha partecipato alle lotte di resistenza operaie
contro le ristrutturazioni negli anni della crisi. E' stato al fianco delle mobilitazioni dei migranti per i diritti di cittadinana e del lavoro.
Ha tracimato l'area milanese e metrolombarda verso l'intero territorio nazionale, partecipoando alla nascita degli Stati Generali della Precarietà. Ancora giovane si è sposato con Santa Insolvenza per dare voce e proposte per il superamento della condizione precaria. Oggi
San Precario compie due anni, ma la sua vita è già leggenda.
Buon compleanno San Precario!

Guarda il video della prima apparizione del Santo!
http://www.youtube.com/watch?v=u_q2oinAuFQ&feature=related

venerdì 20 gennaio 2012

E la chiamano crescita.

di Zag in ListaSinistra
Ora la parola è passata al capitano in seconda Boeri e alla sua idea di contratto unico. Anche lui ossessionato dal precariato, di cui qualche anno fa era fervido assertore e a quanto ne so ancora lo è.

L'assioma è che poichè vi è una giungla di contratti per tipologia, per cercare di semplificare ne aggiungiamo un altro che però contiene un aggettivo unificante, appunto, Contratto Unico. Qual'è l'aspetto qualificante di questa idea? Basta con i contratti precari, si faccia un unico contratto per tipologia, un contratto a tempo indeterminato. Il lavoratore avrà quindi tutte le garanzie e le sicurezze, i diritti equiparati a tutti i lavoratori. Ma veramente? Si certo tutti i datori di lavoro assumeranno a tempo indeterminato e tutti i lavoratori avranno ferie, malattie, diritti sindacali ( per quel che sono rimasti). Terminati i tre anni, il lavoratore potrà essere licenziato al pari di tutti gli altri lavoratori a meno che nei casi menzionati dall'art 18, in quelle aziende dove è previsto lo statuto dei lavoratori. Ma come? non si era detto che il lavoratore era a tempo indeterminato e che era uguale agli altri lavoratori? Si certo ma per i primi tre anni un pò meno e vi potrà essere la libertà di licenziamento da parte del datore di lavoro. Cioè , giusto per capire, allora si è uguali agli altri lavoratori dopo i tre anni, ma si è a tempo determinato per i primi tre anni, solo che il determinato non è stabilito. Si potrà essere licenziati in un momento qualsiasi e per qualsiasi motivo senza che si possa impugnare il licenziamento. Ma il lavoratore allora è più garantito oggi almeno sa che se è assunto a tre mesi, almeno per i tre mesi è sicuro di lavorare. Domani, con la legge dei Professori non si ha nemmeno più questa certezza, con l'aggravante ( ed è questo il vero mal di pancia) che assunti a contratto unico non si potrà nemmeno fare vertenza per il rapporto di finta parasubordinazione, come è oggi possibile!
E tutto questo viene venduto come una legge a favore dei lavoratori e per combattere il precariato! Non solo , ma questa legge è all'interno della fase due detta per la Crescita

giovedì 12 gennaio 2012

Lavoro, ritorno al passato

Autore: Dario Bevilacqua dirittiglobali
I manuali di diritto del lavoro adottati nelle facoltà di Giurisprudenza partono tutti da un concetto consolidato: il contratto tra datore e prestatore di lavoro non è uguale ai normali rapporti tra contraenti, avendo invece un contenuto e una ratio speciale, derogatoria, perché le due parti in causa sono, per definizione, in posizione di disparità sostanziale.

La debolezza del lavoratore è rinvenibile in due cause fondamentali: il suo salario è fonte esclusiva, o prevalente, di sostentamento per lui e la sua famiglia e il mercato del lavoro lo pone in condizione di debolezza, per un eccesso di domanda e una scarsità di offerta, condizionando quindi il contenuto del contratto in senso a lui sfavorevole, con effetti sullo svolgimento del rapporto, caratterizzato da una soggezione al datore di lavoro e al suo potere direttivo e disciplinare.

Da qui il caratterizzarsi del diritto del lavoro come diritto "diseguale", cioè tendente a riportare un minimo di equilibrio tra parti dotate di diverso potere nella conclusione del contratto e nella conduzione del rapporto; prefissando questo contenuto ex lege e sottraendolo alla libera disponibilità dei contraenti. Le norme che regolano il rapporto di lavoro hanno, dunque, una funzione specifica, accettata dalla scienza giuridica e riconosciuta altresì dalla giurisprudenza: assicurare una parità sostanziale, almeno nei rapporti giuridici, tra soggetti che si trovano invece in una condizione di disparità.

I temi e le proposte discussi in questi ultimi giorni, segnatamente riguardo ai licenziamenti, art. 18 dello Statuto dei lavoratori e ripensamento delle norme che regolano i rapporti tra datore e prestatore di lavoro, vanno trattati avendo bene in mente la filosofia della dottrina giuslavoristica. Occorre, in tal senso, mettere in chiaro un primo aspetto: il diritto del lavoro non ha, come finalità primaria, la crescita, il rilancio dell'economia, la dinamicità delle imprese di un Paese. Il diritto del lavoro serve - anche per favorire indirettamente il raggiungimento di questi ultimi obiettivi - a tutelare il prestatore d'opera, riequilibrando il rapporto di forza tra questi e il datore di lavoro. Questa finalità - che dovrebbe rimanere intoccabile - è funzionale al benessere dell'economia, alla tutela dell'ordine pubblico, alla pace sociale: un lavoratore ben retribuito o sicuro del suo posto lavorerà meglio e sarà disposto a fare sacrifici per l'impresa in cui lavora; un lavoratore con salario dignitoso, cui sono garantite ferie, malattia e pause pranzo sarà ben disposto a consumare, investire, creare una famiglia, iscrivere i propri figli all'università; un lavoratore garantito e retribuito in modo equo avrà meno ragioni per ribellarsi, per protestare, per cercare soluzioni nell'illegalità. E così via.

I Brezneviani delle liberalizzazioni

di Emiliano Brancaccio. Da Omnibus - La7
Guarda il video QUI

La ricerca economica non conferma l’esistenza di correlazioni significative tra precarizzazione del lavoro da un lato e crescita dell’occupazione dall’altro, né conferma l’esistenza di un legame tra liberalizzazioni e riduzioni dei prezzi. Anzi, può accadere che a seguito delle liberalizzazioni i prezzi aumentino anche più dell’inflazione. Per esempio, nel campo delle assicurazioni auto, il passaggio dai prezzi amministrati ai prezzi liberalizzati ha comportato un boom delle tariffe oltre quattro volte superiore all’inflazione. I fautori delle liberalizzazioni replicano sostenendo che non si è ancora liberalizzato a sufficienza. Così facendo però ricordano sempre di più quei “brezneviani” che all’epoca della stagnazione sovietica affermavano che non si era fatto abbastanza socialismo… Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Francesco Boccia (Partito Democratico), Lina Palmerini (Il Sole 24 Ore), Alfredo mantovano (Popolo delle Libertà). Conduce Andrea Pancani

martedì 10 gennaio 2012

Non è il lavoratore protetto a creare il precario

di Francesco Bogliacino controlacrisi
Analizziamo i modelli di chi vuole “riformare” il mercato del lavoro e abolire l’articolo 18: i risultati non migliorano la situazione dei precari, ma delle imprese

Precari contro garantiti? Proviamo a fare un piccolo ragionamento di economia. Dell’articolo 18 si si sanno i termini del problema: vieta il licenziamento discriminatorio, a cui per il momento siamo ancora tutti contrari (ma aspettiamoci qualche mossa da parte di un “riformista” con la mania di apparire sui giornali, sotto il titolo leggermente abusato “Niente tabù”) e vieta quello senza motivazione economica oggettiva, cioè consente di licenziare per una riorganizzazione dell’attività, ma non perché qualcuno si offre semplicemente di lavorare a un salario più basso.

I giuslavoristi confermano che di cause in tribunale per articolo 18 praticamente non se ne fanno; ma questo può voler dire poco, visto che le imprese e i lavoratori lo scontano nelle loro decisioni. Quanti sono i lavoratori “garantiti” dall’articolo 18, che si applica alle imprese oltre i 15 addetti? Una stima ragionevole è intorno al 45% degli occupati nel settore privato (Eurostat ci dice che gli addetti di industria, costruzioni e servizi in aziende sopra i 10 dipendenti sono il 50.75% del totale nel 2008, anno pre-crisi).
Se i garantiti creassero i precari, si dovrebbe quantomeno riscontrare un “effetto soglia” nei dati empirici: le imprese “scapperebbero” sotto i 15 dipendenti. Ci sono gli studi di Boeri e Jimeno (pubblicato nel 2005 su European Economic Review) e un Tema di Discussione della Banca d’Italia di Schivardi e Torrini (il 504 del 2004). In entrambi i casi, l’effetto soglia, se esiste, è quantitativamente molto piccolo. Questo implica che rimuovere il vincolo avrebbe un effetto molto limitato: l’Italia è terra di piccole imprese; bello o brutto che sia, non sembra causato dall’esistenza dell’articolo 18. Se avete un cane di 100 chili che passa il giorno a dormire sul divano, non avrete grande effetto aprendogli la porta di casa.

Il punto analitico è un altro. Prendiamo sul serio i modelli neoclassici del mercato del lavoro e il punto di vista dei “riformatori”. Ragioniamo di tutele in generale; ipotizziamo un mercato del lavoro standard, con imprese e lavoratori che domandano e offrono lavoro. Tutti hanno accesso alla stessa informazione. Domanda e offerta si incrociano in un punto solo che è il salario di equilibrio. Se per qualche ragione (potere contrattuale o costi di licenziamento) per un gruppo di lavoratori il salario è al di sopra del livello di equilibrio, mentre per gli altri è liberamente contrattato (cocopro e affini) sono i primi a determinare la condizione dei secondi? Niente affatto, perché ciò che conta è la condizione “al margine”, dell’ultimo lavoratore che viene assunto. Per il lavoratore “al margine” i salari sono uguali al suo salario “di riserva”, cioè appena sufficienti a convincerlo a lavorare. L’offerta di lavoro dei lavoratori “al margine” non è determinata dalle condizioni del mercato dei garantiti, ma dal salario che sono disposti ad accettare. In situazione di dualismo ci saranno lavoratori con un salario più alto e altri con un salario più basso, a parità di caratteristiche individuali e di altri fattori. È ingiusto, ma irrilevante per il risultato aggregato in termini di occupazione e salario di equilibrio. Se rimuoviamo del tutto le tutele, tutti i lavoratori avranno lo stesso salario di equilibrio, uguale a quello dei lavoratori non garantiti, che non cambiano in nulla la loro situazione. Semplicemente, i vantaggi che prima avevano i lavoratori protetti ora li ottiene l’impresa che paga salari più bassi.

sabato 19 novembre 2011

Precarietà operaia: leva decisiva per l'affossamento del capitalismo?

di Karlo Raveli. Fonte: sinistrainrete
La ricetta liberista di precarizzazione massiccia e crescente, per di più nella logica dell'economia transnazionale della conoscenza, è lo sbocco politico principale della classe oligarchica per rompere tutte le possibili egemonie, passate e future, di settori lavoratori più stabili della classe.

Dal lavoratore professionale – egemone da Marx a Luxemburg – al lavoratore-massa fordista, e passando poi per l'impiegato toyotista, il liberismo ha registrato molto bene questa necessità di scomposizione permanente della classe antagonista per sviluppare il suo dominio.

Ma non la pseudo-classe lavoratrice, bensì La classe: operaia.

La primitiva lettura marxista del lavoratore professionale (accompagnato dalla comparse di un esercito 'industriale' di riserva) come equivalente determinante della classe – da cui sorge la confusione o sinonimicità dei due termini, operaio e lavoratore, è la peggior zavorra ideologica che trasciniamo da ben oltre un secolo. Accettabile o comprensibile solo ai tempi di Marx e Lenin.

La precarietà ripropone invece al completo la figura operaia, con tutte le sue manifestazioni, forme ed espressioni. Vale a dire: se la classe operaia è l'antagonista assoluto del capitale, non lo è prima di tutto perché è sfruttata (lo sfruttamento classico concerne coloro che lavorano, non i disoccupati, ecc.), BENSÌ perché è alienata dai mezzi di produzione, da tutti i beni comuni essenziali per lavorare e produrre, e deve QUINDI sottomettersi a ogni tipo di sfruttamento fisico, culturale, intermittente o peggio ancora schiavistico (salariato) del suo lavoro, per sopravvivere.

mercoledì 12 ottobre 2011

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea.

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea
Jean Claude Trichet e Mario Draghi
Spettabili Direttori,
Ci chiamiamo Natalia e Ulisse. Non siamo banchieri, né capitani d’industria, né broker finanziari,
né titolari di agenzie di rating; non siamo capi di governo o ministri delle finanze. Non siamo il
genere di persone con cui andate abitualmente a colazione. Siamo un’educatrice e un ricercatore
universitario. O meglio, proviamo a esserlo. Io, Natalia, avevo un contratto a progetto ma ora il
progetto – che sorpresa! – è finito, e sono a casa (integra se vuoi); io, Ulisse, ho finito il dottorato di ricerca, e, mentre perdo il mio tempo dietro a concorsi e applicazioni che non vincerò mai, lavoro come partita iva in monocommittenza, a mille euro al mese, con contratti semestrali. Siamo due precari qualunque, insomma. Siamo lavoratori come molti, moltissimi altri: operai, operatori di call center, facchini, magazzinieri, autotrasportatori ecc...
Anzi, ve lo dobbiamo rammentare, perché di sicuro la cosa vi è sfuggita: siamo la maggioranza della popolazione lavorativa in questo paese. Il particolare non è secondario; si, perché non dovete credere che questa nostra sia l’ennesima narrazione lacrimevole della miseria (sfiga?) che ci attanaglia, verso la quale sfoderare il vostro paternalistico sorriso, e che liquiderete con la proverbiale pacca sulla spalla.
Non veniamo con il cappello in mano a chieder l’elemosina: questo lo lasciamo al nostro governo.
Noi non chiediamo, pretendiamo. Esattamente come avete fatto voi, con la vostra lettera minatoria del 5 agosto. Dopo aver osservato, con compiacente disinteresse, banche d’affari e speculatori finanziari arricchirsi scommettendo sui debiti della gente comune, e aver coperto la loro bancarotta quando la bolla speculativa è esplosa, usando soldi pubblici, adesso osate fare ingiunzioni; osate rimproverare un paese per la sua insolvenza sventolando lo spauracchio del default, dopo averne
prosciugato le risorse per salvare i vostri amici; osate pretendere. Ebbene, adesso pretendiamo noi.
Voi avete la forza del denaro. Noi abbiamo la forza delle moltitudini, delle idee, e della rabbia.
Voi chiedete la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali,
attraverso privatizzazioni su larga scala.
Noi chiediamo invece il libero e consapevole accesso ai beni comuni: il diritto alla casa, e a uno
spazio per la realizzazione e l’organizzazione della propria vita; il diritto alla formazione e
all’istruzione, e a spazi per la produzione di sapere collettivo; il libero accesso all’informazione,
attraverso la rimozione dei vincoli che lo limitano; il diritto alla comunicazione, con il libero
accesso ai canali e ai media di comunicazione sociale e culturale; il diritto alla mobilità, e la
garanzia della libera circolazione dei corpi, tramite la fruizione agevolata dei mezzi di trasporto; il diritto alla socialità, e a spazi comuni d’incontro e di relazione.
Voi chiedete la riforma ulteriore del sistema di contrattazione salariale collettivo, permettendo
accordi a livello d’impresa e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di
negoziazione.
Noi pretendiamo la cancellazione dell’art. 8 e dell’accordo tra sindacati e confindustria del 28
giugno, rifiutiamo il ricatto della trattativa locale, che di fatto consegna i salari e le condizioni di
lavoro all’arbitrio delle aziende, condanniamo il ruolo connivente delle sigle sindacali confederali, che svendono per trenta denari i lavoratori in cambio della legittimazione alla propria esclusiva sulla rappresentanza. Chiediamo invece la riduzione delle tipologie contrattuali, a fronte dell’attuale proliferazione di accordi collettivi, originati da una divisione del lavoro che non esiste più.
Chiediamo di definire in un’unica cornice giuridico – contrattuale le garanzie di base a tutela del
lavoro a prescindere dall’attività svolta e dal settore di appartenenza. Chiediamo un salario minimo orario e, per le attività non misurabili in termini di tempo, una retribuzione minima
Voi chiedete licenziamenti più facili, e indorate la pillola auspicando un welfare moderno e un
sistema di ricollocazione impraticabili perché non finanziati.
Voi chiedete il pareggio di bilancio e il pagamento del debito.
Noi chiediamo l’accesso incondizionato al reddito di esistenza, a prescindere da qualsiasi
condizione professionale, etnica, sessuale, generazionale, affinché sia riconosciuto che siamo
produttivi anche solo vivendo.
Noi rivendichiamo il diritto all’insolvenza, il diritto a riappropriarci di ciò che ci è stato sottratto,
con la forza e con l’inganno, da banche, speculatori finanziari, e un governo connivente. Vogliamo esercitare tale diritto come moltitudine, ponendo le nostre esigenze di produzione e cooperazione sociale prima di qualsiasi esigenza legata a logiche di profitto e sfruttamento.
Questo noi chiediamo, anzi pretendiamo. E lo grideremo a gran voce oggi, in varie piazze d’Italia, e sabato 15 ottobre a Roma.
Perché siamo stati buoni, ma mai stupidi. E ora non siamo neanche più buoni

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