Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta liberismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta liberismo. Mostra tutti i post

sabato 16 marzo 2013

L’uscita dall’euro trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus

Intervista a Gennaro Zezza 

Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti.

Tempo fa, abbiamo pubblicato sul nostro sito il suo contributo presente all’interno dell’ebook "Oltre l’austerità", dal titolo, Crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?.

Oggi vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con il professore di Cassino.


1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?

R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti. Anche se l’ideologia neoliberista è più variegata, a mio avviso ci sono tre elementi di questa ideologia che sono alla radice della crisi attuale: il primo è l’idea che se una quota maggiore del reddito va ai ceti più abbienti (e ai profitti delle imprese), gli investimenti aumenteranno, l’economia fiorirà creando posti di lavoro, e l’aumento del benessere verrà diffuso a tutti (la cosiddetta trickle-down economics). Si è quindi provveduto a ridurre le aliquote di imposta sulle fasce più alte di reddito, e la quota dei profitti sul reddito prodotto è aumentata in tutti i Paesi industrializzati. Ma se il reddito di una piccola minoranza della popolazione è aumentato rapidamente, il reddito della famiglia mediana è rimasto al palo, spingendo le famiglie verso l’indebitamento vuoi per difendere il tenore di vita relativo, vuoi per potersi permettere servizi sempre più cari, in particolare (soprattutto negli Stati Uniti) sanità e istruzione.

Un secondo elemento del neoliberismo è l’idea che i mercati, in particolare i mercati finanziari, siano efficienti e in grado di governarsi da soli. Questo ha portato ad eliminare, prima negli Stati Uniti e poi altrove, la regolamentazione che impediva alle banche tradizionali di operare in mercati più speculativi. L’ideologia prevedeva che una minore regolamentazione avrebbe consentito di finanziare un maggior numero di investimenti riducendo il rischio. Nei Paesi che hanno deregolamentato, a fronte di famiglie desiderose di espandere le proprie spese indebitandosi, è aumentata la disponibilità di credito anche a soggetti che non offrivano adeguate garanzie, perché lo sviluppo del mercato dei derivati consentiva alla banca di passare ad altri il rischio dei “prestiti facili”.

Il terzo elemento dell’ideologia neoliberista è lo specchio del secondo: i mercati sono efficienti, mentre il settore pubblico è inefficiente, corrotto, sprecone. Va ridotta la presenza dello Stato nell’economia, per avere maggiore benessere.

A distanza di oltre trent’anni dal primo governo Thatcher, dovrebbe essere ormai possibile tracciare un bilancio del programma neoliberista, e constatarne il totale fallimento: le privatizzazioni non hanno aumentato l’efficienza nella fornitura dei servizi, ma hanno senz’altro aumentato le fortune di chi ha preso in gestione i mercati prima pubblici; la deregolamentazione dei mercati finanziari ha consentito che si arrivasse alla crisi dei mutui negli Stati Uniti, che si è trasmessa rapidamente in Europa, costringendo i governi ad intervenire per salvare le proprie banche, e contribuendo in questo modo alla esplosione dei deficit pubblici; infine, la concentrazione dei redditi nelle mani di pochi ha contribuito a tener bassa la domanda, e non si è tradotta in maggiori investimenti produttivi e in un aumento duraturo del benessere.

Nonostante questi fallimenti, mi sembra che le tre idee di cui ho parlato abbiano ancora un forte fascino in Italia. E anche i movimenti contro la “casta dei politici” che si propongono di smantellare gran parte delle strutture pubbliche di governo – invece di renderle efficienti – forniscono supporto al neoliberismo.

domenica 20 gennaio 2013

Crisi dell’eurozona : si alle politiche keynesiane, no al liberismo.

    

da keynesblog
Qualcuno si pone la domanda: a che servono i sacrifici che stiamo facendo?
Nel tentativo di dare un contributo alla comprensione della situazione attuale pubblichiamo questo articolo di Ars Longa, uno pseudonimo sotto il quale si cela qualcuno in grado di argomentare bene una certa posizione, quella di coloro che si dicono keynesiani, piu’ che altro, a dire il vero, per appoggiarsi a una teoria che sembra efficace da contrapporre al liberismo che per condivisione effettiva, la quale e’ oggi impossibile da definire, tanti sono i rivoli in cui si e’ suddiviso l’originale lavoro di Keynes. Naturalmente BorsaPlus rimane autonoma e indipendente dai giudizi qui espressi.
Sono sicuro che qualcuno si pone la domanda: a che servono i sacrifici che stiamo facendo? A sentire il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio stiamo tirando la cinghia per salvare il Paese. Ci si aspetterebbe allora di vedere qualche risultato. Ma, ci dicono, non si può pretendere di vedere i risultati subito. La realtà è che, mentre noi crediamo che i sacrifici servano a salvarci, servono soltanto a cambiarci. O, per essere più chiari, a cambiare il mondo così come le generazioni cresciute o nate prima del 1989 lo hanno conosciuto.
C’è in atto una “lunga marcia” verso lo smantellamento di ogni forma di eguaglianza sociale e di intervento calmieratore dello Stato nell’economia. Una lunga marcia iniziata – più o meno – alla fine degli anni Settanta dello scorso secolo con Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Ma dietro la Thatcher e Reagan – politici brillanti ma non dotati di grande cultura economica – c’erano degli economisti, dei teorici del liberismo che possono essere considerati i veri costruttori della realtà che stiamo vivendo.
Benché gli economisti si sforzino di dimostrarlo, l’economia non è una scienza e, tantomeno, è una scienza esatta. Quando Nobel istituì il premio a lui intitolato, alla fine dell’Ottocento, non pensò che potesse esistere un premio per l’economia. Di fatto il Nobel per l’economia fu istituito soltanto a partire dal 1969. Esistono in economia delle “teorie”, ma poiché l’economia pur basando molta parte di se stessa su proposizioni basate e similari alla matematica, non è una scienza esatta ciò che produce sono teorie. Perciò dovremmo abituarci a vedere l’economia per quello che è: una ideologia. Meglio ancora: uno strumento ideologico. L’economista non è neutro, l’economista non è un tecnico. L’economista è un politico che ha una sua idea del mondo e che, invece di agire e argomentare come un politico, espone le sue idee sotto forma di “teorie”. L’economista sembra più affidabile del politico perché il castello delle sue affermazioni viene presentato con il vocabolario della scienza. Sia l’economista che il politico hanno una precisa idea di come il mondo dovrebbe essere e, in base alla propria idea, operano. La crisi delle ideologie politiche ha lasciato – negli ultimi quaranta anni – sempre più spazio alle ideologie economiche. I cittadini però, quando non gradiscono più una visione politica, nei regimi democratici possono votare e cambiare politici. Gli economisti non vengono votati e la loro ideologia, quando si afferma, permea l’intero sistema. Se vi è sembrato che negli ultimi anni i discorsi e le ricette della Sinistra assomiglino sempre più a quelle della Destra (e viceversa) non vi siete sbagliati. In politica i concetti di Destra e Sinistra sono diventati sempe più evanascenti perché a Destra come a Sinistra si è sposata una sola delle teorie economiche: la teoria liberista.
Il secondo dopoguerra, quando il mondo occidentale era da ricostruire, fu segnato dal prevalere di una teoria economica: il keynesismo, teorizzato da John Maynard Keynes. Se volete metterla in termini brutali il keynesismo ha disegnato le nostre società. L’intervento dello Stato sull’economia, il welfare state, sono invenzioni che derivano dalle teorie keynesiane. Il “Piano Marshall” di aiuti ai Paesi distrutti dalla guerra, lo “stato sociale” inglese derivano dalle idee economiche di Keynes negli Stati Uniti e di Beveridge in Gran Bretagna.
Dalla fine degli anni Settanta l’ideologia economica keynesiana è stata sottoposta ad una erosione costante da parte di un’altra teoria, quella liberista. I liberisti hanno rappresentato una teoria di opposizione al keynesismo. Una teoria che era stata considerata (a torto o a ragione) poco valida a seguito della grande crisi del 1929 e che è sopravvissuta per diversi decenni come una teoria di minoranza. Quando la Thatcher arrivo al potere non nascose di essere ispirata dalle teorie di Friedrich von Hayek che del liberismo moderno è uno dei padri fondatori. Il liberismo di von Hayek (e del suo continuatore Friedman) si è lentamente affermato. L’affermazione di una teoria economica passa attraverso il suo coinvolgimento con la politica. Gli economisti diventano i consiglieri dei politici, le loro teorie (viste come soluzioni pratiche dai politici) diventano pian piano verità. Ed è ciò che è accaduto in questi anni: il liberismo è diventato l’unico pensiero economico legittimato.

sabato 3 novembre 2012

Ritorno a Firenze. Come aprire una breccia nella muraglia liberista

Le attuali politiche dell'Europa sono indifendibili, un'altra rotta è obbligatoria. Come passare dalla protesta alla proposta e all'unione su una politica diversa. Vero antidoto all'astensione e al grillismo

- sbilanciamoci -
Da quando ci siamo trovati, e felicemente, a Firenze il 9 dicembre 2011 al Forum su “La via d’uscita” molto tempo è passato, e pare più lungo per l’infittirsi delle strette dell’“austerità” seguite in Europa dopo la crisi del 2008. La spinta dei movimenti non solo non si è affievolita, al contrario, anche se, come osserva Donatella Della Porta, la loro seconda ondata ha un carattere più nazionale, forse di minor respiro della prima, altermondialista. Ma è importante che sempre più spesso si passi dalla protesta alla proposta, dal generoso ma irrealistico “Non pagheremo la vostra crisi”, che stiamo pagando tutti i giorni, al “come è possibile una politica diversa”.
I poteri forti e le istituzioni sembrano i soli a non sentire questa voce, quando non tentano di azzittirla come in Grecia e in Spagna; e continuano a seguire la strada liberista, accumulando il peso della crisi sulle spalle dei paesi meno ricchi e delle classi subalterne. È una strada crudele e senza sbocco, come si sgolano a ripetere non dei marxisti di ferro, ma studiosi come Krugman e Stiglitz, cui si aggiunge qualche voce anche nostra, come Luciano Gallino o Guido Rossi. Il Portogallo, la Spagna, l’Italia e, più drammaticamente, la Grecia sono entrati o stanno entrando in recessione, la crescita non decolla, mentre aumenta (da noi di quattro punti) il debito per pagare il debito, senza che si veda un lumicino di ripresa, checché ne dica Mario Monti.
In Francia gli attacchi al governo Hollande e ai suoi modesti ritocchi, fatti o annunciati, alla fiscalità dei più abbienti hanno sollevato una inedita gazzarra della destra e di tutte le tv e dei grandi giornali, che impressiona anche l’opinione comune (“se il governo li tassa, si capisce che vadano fuori dal nostro paese”, sento sussurrare da poveri e povere diavole al mercato). Sempre in Francia chiude o delocalizza un’impresa alla settimana, la previsione di crescita è stata ridotta dallo 0,8 allo 0,2, grandinano i tagli sui servizi pubblici (escluse educazione e sanità), i disoccupati hanno superato i tre milioni, cioè il 10 per cento delle forze di lavoro, e non cessano di salire.
In Europa i disoccupati sono quasi 26 milioni, senza contare – vero e proprio imbroglio – i milioni di precari, ”occupati” per i pochi giorni al mese o all’anno (Gallino, Fumagalli). Se la Bce è riuscita a bloccare gli eccessi della speculazione finanziaria sui paesi indebitati, le condizioni che vengono loro fatte diventano estreme, e il tentativo è di sottoporne ogni spesa a un controllo ed eventuale veto del vertice dei più forti. Le resistenze dei paesi del virtuoso nord nei confronti del sud “cicala” dimostrano quanto sia esile la solidarietà continentale; appena l’euro sembra in salvo non si nasconde l’intenzione di arrivare a un’Europa a due velocità.
Almeno fosse una terapia crudele ma efficace. Non lo è. Non risana i bilanci e spinge alla disperazione il novanta per cento delle popolazioni, sulla schiena delle quali sgavazzano il dieci per cento dei più ricchi e, in essi, soprattutto l’uno per cento più ricco (per cui solo la produzione di lusso è sicura di fare guadagni esponenziali), con il risultato che dovunque si sta riformando un’estrema destra che non se la prende con i padroni, ma con l’Europa e i suoi meccanismi, lasciando quel che era il grande bacino della sinistra per modelli di stampo fascista, che parevano estinti per sempre con la seconda guerra mondiale. Quel che era una volta l’ovvio e magari rozzo risentimento contro i ricchi sta facilmente diventando massa di manovra dei più forti. Le pavide sinistre sembrano aver dimenticato la lezione del 1900.

giovedì 9 agosto 2012

Fermare il “delirio”. Analisi di un manifesto liberista

Posted by keynesblog

“Fermare il declino” è il titolo del manifesto di quello che si candida ad essere un nuovo partito liberale-liberista-libertarian, promosso da alcuni liberisti noti al grande pubblico come Oscar Giannino e Michele Boldrin. Al manifesto hanno aderito anche diversi esponenti del partito di Fini e della fondazione di Luca Cordero di Montezemolo.
Analizzeremo qui, punto per punto, le proposte avanzate nel documento.

1) Ridurre l’ammontare del debito pubblico: è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.
E’ stato già fatto negli ultimi 20 anni. Dopo la cessione a Fiat dell’Alfa Romeo (anni 80), nel decennio seguente l’Italia ha realizzato un’enorme dismissione di partecipazioni statali, tra cui:
  1. Alimentari: Sme, Gs, Autogrill, Cirio Bertolli De Rica, Pavesi
  2. Siderurgia, alluminio, vetro: Italsider, Acciarieri di Terni, Dalmine, Acciaierie e Ferriere di Piombino, Csc, Alumix, Cementir, Siv
  3. Chimica: Montefibre, Enichem Augusta, Inca International, Alcantara
  4. Meccanica ed elettromeccanica: Nuovo Pignone, Italimpianti, Elsag Bailey Process Automation, Savio Macchine Tessili, Esaote Biomedica, VitroselEnia, Dea, Alenia Marconi Communication
  5. Costruzioni: Società Italiana per Condotte d’Acqua
  6. TLC: Telecom Italia
  7. Editoria e pubblicità: Seat Pagine Gialle, Editrice Il Giorno, Nuova Same
  8. Banche e assicurazioni: BNL, INA, IMI, ecc.
  9. Trasporti: Società Autostrade
Negli anni 2000, inoltre, il governo ha messo sul mercato ingenti quantità di immobili di proprietà dello stato.
Questo non ha fatto “scendere rapidamente” il debito pubblico, visto anche che molte di queste società sono state vendute a prezzi bassi a causa della crisi degli inizi degli anni ’90.
Il risultato netto di queste privatizzazioni è che oggi le imprese italiane che hanno una qualche rilevanza internazionale sono solo le due principali aziende ancora controllate dallo stato: Eni ed Enel. L’esatto opposto di quello che i promotori dell’appello sostengono riguardo la presunta efficienza del privato e la irriformabile inefficienza del pubblico.

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.
Al di là degli ammiccamenti populisti (“i costi della casta politico-burocratica”; chissà perché non i costi della casta degli economisti che sbagliano le previsioni) il punto centrale è “Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione”. Ma la nostra spesa sanitaria non è affatto eccessiva, anzi è sotto la media OCSE. Addirittura è minore della sola spesa pubblica pro-capite negli Stati Uniti, assicurando però una copertura maggiore, ed è inferiore a quella di paesi come il Regno Unito, il Canada, la Francia, la Germania.
Spesa sanitaria procapite (pubblica e privata); fonte OCSE 2007, elaborazione Sole24Ore
Gli estensori dell’appello forse dovrebbero essere più chiari: quanti infermieri e medici occorre licenziare? Quanti insegnanti perderanno il loro posto di lavoro? E che dire della spesa per gli altissimi interessi che paghiamo sul debito pubblico? Perché non se ne fa alcun cenno?
Riguardo i sussidi alle imprese, rimandiamo a quanto già detto in un precedente articolo.
3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l’evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.
Tutti vogliamo meno tasse. Il problema è fare in modo che il maggiore reddito disponibile non finisca in risparmio. Per ora quel che succede è che lo Stato preleva dalle tasche degli italiani troppo e lo destina in quantità sempre crescenti a pagare gli interessi ai rentier (sia italiani che stranieri) detentori di titoli di stato. Forse sarebbe il caso di analizzare come risolvere questo problema, dopodiché abbassare le tasse sarà facile senza compromettere i servizi.
4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.
La concorrenza nei trasporti ferroviari c’è da alcuni mesi: il risultato è che le tariffe standard sono sostanzialmente le stesse tra operatore pubblico e privato, mentre le FS, pressate dalla concorrenza, sono indotte a ridurre i servizi meno remunerativi (treni notte, trasporto locale).
L’energia è già liberalizzata. Per la verità, se si guarda questo grafico, si nota come le tariffe di mercati liberalizzati da più tempo siano cresciute più delle nostre e soprattutto più di quelle francesi, dove la liberalizzazione è molto indietro e il principale operatore è una società controllata dallo stato (ma è largamente indipendente dal petrolio).
Variazioni dei prezzi dell’elettricità nei principali paesi europei
(percentuali sull’anno precedente) – Autority energia ed Eurostat
Quanto alle privatizzazioni, di cui si è già detto, aggiungiamo che questo è senz’altro il momento meno indicato a causa della svalutazione delle nostre imprese, che già sta favorendo importanti acquisizioni estere.
5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.
Dal 2003 l’Italia ha diminuito le protezioni dai licenziamenti (cioè ha aumentato la flessibilità) più di ogni altro paese OCSE. Il risultato è che l’occupazione non è aumentata, l’incertezza è diventata la condizione standard del lavoratore, i figli guadagnano meno dei padri. Ovviamente non si è proceduto ad alcuna compensazione in termini di welfare: difficile sostenere contemporaneamente che occorre diminuire la spesa pubblica mentre si propongono misure che la farebbero aumentare a dismisura. A meno che tali costi non siano a carico di imprese e lavoratori, ovvero si trasformino in un aumento dei contributi (quindi dell’imposizione). Ma non si era detto al punto 3) di diminuire la tassazione su lavoro e imprese?
Da questo punto in poi procederemo più velocemente perché si tratta di ovvietà o di ripetizioni dei punti precedenti.
6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse.
Nulla da dire.
7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l’efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l’indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.
Un sistema carcerario umanizzato richiede più spesa, ma non possiamo farla perché il punto 2) dice che dobbiamo ridurla. Stranamente però, il manifesto “liberale” non dice nulla circa la depenalizzazione dei reati “fascistissimi” che non sono percepiti più come tali: consumo di droghe, violazioni del copyright, ingiuria, ecc. Questo farebbe risparmiare tempo e denaro e farebbe funzionare più speditamente la giustizia, molto più che la “netta distinzione dei percorsi”.
8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.
“Eliminare il dualismo occupazionale” richiederebbe dare ai giovani le stesse garanzie dei padri. Ma questo è l’opposto di quanto affermato in precedenza. L’alternativa è fare il contrario, ovvero togliere garanzie ai lavoratori a tempo indeterminato, come si è iniziato a fare con la riforma dell’art.18. Ma come questo aiuterebbe i giovani è difficile immaginarlo. Riguardo gli “strumenti di assicurazione contro la disoccupazione” si è già detto.
“Facilitare la creazione di nuove imprese”: è stato già fatto. Ora si può aprire un’impresa con un solo euro. Trovare un cliente che si fidi di una società senza capitali è altro discorso. Peraltro il problema del nostro paese è l’esatto opposto: ci sono troppe aziende e troppo piccole per realizzare quelle necessarie economie di scala che permettano l’aumento della produttività.
9) Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio.
Ma come, non si era detto al punto 2) che bisogna intervenire anche sull’istruzione per ridurre le spese? Riguardo all’abolizione del valore legale del titolo di studio, gli unici che se ne avvantaggerebbero sono le scuole e le università private, come accade negli Stati Uniti.
10) Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo.
Il federalismo porta ad aumentare l’inefficienza moltiplicando i centri di spesa e di decisione. Non a caso infatti nella spending review si è puntato molto sugli acquisti centralizzati. Si guardi alle Regioni che già oggi sono più autonome, come la Val d’Aosta e la Sicilia: non esattamente un modello in termini di efficienza. Certo, il manifesto parla di “pareggio di bilancio”, ma dare alle Regioni una più ampia autonomia in termini di entrate significa una cosa semplice: più tasse. Darla in termini di spesa significa più spesa, magari in prebende agli amici degli amici, come ci ricordano sempre gli stessi firmatari del manifesto. Il pareggio di bilancio si fa anche tassando al 100% i redditi privati e spendendo il 100% degli introiti: gli estensori dell’appello vogliono una repubblica federale socialista?
La strada è semmai opposta, a partire dall’abolizione delle province (tutte).
In conclusione, il manifesto “Fermare il declino” potrebbe tradursi in “accelerare la caduta” o “ripetere gli stessi errori”. I suoi estensori appaiono in definitiva animati da una sorta di visione “delirante” della crisi, in quanto staccata dalla realtà dei fatti e spesso autocontraddittoria. Ma, al di là della buona fede di costoro, il ridimensionamento del settore pubblico ha ben altri e più smaliziati sponsor.

martedì 10 aprile 2012

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli
- sinistrainrete -
La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.

Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.

Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...

«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».

domenica 5 febbraio 2012

Il riformismo impossibile

di Zag in ListaSinistra
La responsabilità della borghesia italiana e dei partiti della “sinistra” parlamentare di aver permesso, direttamente e indirettamente, a Silvio Berlusconi di mantenersi ai vertici della politica e di tornare più volte al governo è un dato storico pacifico e non più in discussione. I guasti, nell’accezione più ampia del termine, che tale scelta ha provocato sotto il profilo economico, sociale e politico, trovano una pregante trasposizione metaforica, peraltro non sfuggita alla stampa internazionale, con quanto avvenuto presso l’isola del Giglio.

La domanda è: avrebbe potuto il “centrosinistra” agire diversamente e smarcarsi da tali responsabilità, elaborare e proporre un programma politico alternativo invece di aderire convintamente alle politiche neoliberiste e rincorrere la platea delle partite Iva che altro non chiedeva che poter continuare a evadere ed estorcere plusvalore alle più favorevoli condizioni? La risposta credo sia già risolta nella domanda, nel fatto che le classi medie stesse hanno creduto di poter cavalcare il sogno che si offriva loro, all’incontro di molti, diffusi e compositi interessi, non solo di taluni partiti e non solo di forze nazionali.

Una situazione economica e del debito difficile che però aspirava con l’entrata nell’euro di trovare una qualche soluzione. Non poteva essere così per molti motivi: per via della particolare struttura produttiva italiana, per la miopia del padronato che invece di innovare e investire punta sulla riduzione dei salari, per lo stato di arretratezza endemica di molte zone del paese peraltro infestate dalla criminalità organizzata collusa col potere politico, per l’enorme evasione fiscale, per il parassitismo e il disinteresse delle classi dirigenti, per l’enorme e spesso inefficiente apparato burocratico, per lo spreco ingente nella spesa pubblica, per le stridenti diseguaglianze, ecc..

domenica 22 gennaio 2012

Le elezioni prima delle elezioni

di: Stefano Rizzo paneacqua
Illinois, Michigan, Wisconsin, Ohio, Pennsylvania. Se in questi stati un tempo industriali e ora fortemente colpiti dalla recessione i democratici riusciranno a convincere gli elettori che le ricette neoliberiste repubblicane non producono posti di lavoro ma soltanto più povertà e più disuguaglianze, allora ci sono delle possibilità anche a livello nazionale per Obama e per il partito democratico

La prima vera battaglia per le presidenziali americane ci sarà probabilmente a fine giugno in Wisconsin. E’ in quello stato del Midwest che si stanno radunando le truppe per uno scontro dal quale emergeranno indicazioni significative su chi sarà il vincitore a novembre e su quali saranno gli equilibri politici nel nuovo Congresso. E’ una storia che abbiamo già in parte raccontato e che risale alla primavera scorsa quando svariati neoeletti governatori repubblicani incominciarono a mettere in atto una serie di politiche di austerità e di riduzione del bilancio dei rispettivi stati, con annesse politiche antisindacali, che provocarono massicce manifestazioni di protesta in tutta la regione.

L’alfiere di questa nuova politica fu appunto il governatore del Wisconsin, Scott Walker, eletto l’anno prima in una elezione che rovesciò i risultati ottenuti da Obama nel 2008. Mentre Obama aveva vinto in Winsconsin con un margine di ben 14 punti percentuali sul suo avversario McCain, solo due anni dopo le assemblee legislative e il governatore dello stato passarono nelle mani dei repubblicani: era uno dei tanti segnali dello scontento montante nell’elettorato per la crisi economica, sfruttato ampiamente dal partito repubblicano e dalla sua ala estremista dei Tea Party e favorito dalla debole risposta dei candidati democratici.

venerdì 20 gennaio 2012

E’ la nuova moda.

Emiliano Brancaccio
E’ la nuova moda: tutti sostengono le liberalizzazioni e qualcuno invoca persino i vecchi metodi di Ronald Reagan per reprimere le proteste dei taxi. Ma, al di là dei taxi che ben poco contano, quali sono stati i reali effetti delle grandi liberalizzazioni già largamente attuate negli Stati Uniti e in Europa? La ricerca economica mostra che le liberalizzazioni non necessariamente accrescono la concorrenza, non è affatto detto che provochino riduzioni dei prezzi e talvolta implicano addirittura aumenti, ed inoltre, nei casi minoritari in cui i prezzi sono effettivamente diminuiti, ciò è avvenuto in larga misura a seguito di abbattimenti dei salari e dei diritti dei lavoratori, e in alcuni settori anche grazie a sussidi pubblici. La verità è che sulle liberalizzazioni si continua a fare ideologia liberista. Ma, mentre l’Italia liberalizza, gli altri paesi riattivano la politica industriale, e potrebbero sfruttare l’ulteriore apertura dei nostri mercati per acquisire a prezzi di saldo gli ultimi pacchetti di capitale nazionale.

Landini tra i taxisti, Monti in fonderia

di NICOLA CASALE e RAFFAELE SCIORTINO. Fonte: uninomade
È bene non sottovalutare la “fase due” del governo dei banchieri, e del presidente, già battezzata Crescitalia. Siamo di fronte a un tentativo dagli esiti incerti, visto il precipitare della crisi globale che l’avvertimento via downgrading di Wall Street a Berlino sembra annunciare.[1] Nondimeno esso indica un percorso che ha dietro di sé una logica ferrea.

Se la riduzione del debito pubblico scaricata sui soliti noti resta conditio sine qua non di ogni possibile exit strategy dalla crisi o anche solo di un suo tamponamento – per il rilancio del sistema è necessario reinvestire sul lavoro. Un peculiare reinvestimento che nel cuore dei “paesi avanzati” ripropone modalità dirette di espropriazione e proletarizzazione, una sorta di “accumulazione originaria” rinnovata da spalmare su uno spettro il più ampio possibile di attività umane già inserite nel circuito della merce ma non ancora del tutto o direttamente sussunte dal capitale finanziario. La finanza è economia “reale”, appunto.

La liberalizzazione della licenza dei taxisti – ma più in generale le misure contro edicolanti, benzinai, piccoli esercenti, ambulanti, le stesse “libere professioni” ecc. – cosa deve produrre infatti nelle intenzioni del governo? Due cose. Primo, un’espropriazione secca di reddito da liberare verso grande distribuzione, grandi studi professionali e finanziarie. Parte del salario “autoprodotto” dai padroncini che diventa profitto per nuove e vecchie corporations che possiedono il capitale utile a rastrellare licenze, concessioni e quant’altro. Secondo, deve produrre manodopera a costi nettamente inferiori di oggi eliminando garanzie e diritti anche ad ampie fasce di lavoro autonomo, conservandone magari l’”indipendenza” ma solo come paravento per lo scarico dei rischi sugli individui.

Costringere il 99% a vendersi a meno, a vendersi tutto: l’1% non conosce altro modo per rendere di nuovo interessante l’investimento produttivo ovvero la “crescita”. È un caso che tra le misure del governo ci sia di nuovo uno strisciante attacco all’articolo 18 della “casta” degli operai? Dopo pensionati e fruitori di prime case, le attenzioni sono davvero per tutti in attesa che si escogiti il modo di attingere direttamente ai risparmi da sacrificare sull’altare dello spread… E non è finita, il cuore del governo batte anche e soprattutto per il pacchetto di privatizzazioni dei servizi pubblici locali da trasformare in terreni di caccia per il profitto. Santa finanza!

mercoledì 18 gennaio 2012

Tassisti, parliamone

di Guido Viale ilmanifesto
Tassisti, parliamoneIl pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l'esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l'assoluta inconsistenza del liberismo nell'affrontare i problemi

Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l'esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l'assoluta inconsistenza del liberismo nell'affrontare i problemi: sia nel cielo dell'alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti.

Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l'impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant'anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa.
Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.

Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D'altronde, senza tariffe di riferimento - ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti - non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.

venerdì 13 gennaio 2012

Piero Bevilacqua. Consumare di notte. Sulla liberalizzazione degli orari del commercio.


controlacrisi
Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.

Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli USA e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico - che nell'ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura - lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto. Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono.

La proposta del governo italiano in carica di prolungare l'orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all'opera nelle “società più avanzate”. Sembra una semplice iniziativa volta a facilitare gli acquisti dei cittadini-consumatori e naturalmente cova la speranza di innalzare il ritmo dei consumi. Ma essa contiene molto altro, costituisce il tassello di un processo, in atto da tempo, di distruzione di un modello di civiltà. Si fa presto a scoprirlo. E' sufficiente andare a vedere che cosa è accaduto là dove gli orari dei negozi sono stati deregolamentati per tempo.

Negli USA, che sono oggi “ il punto più avanzato dello sviluppo”, è possibile scoprire la trappola in cui sono caduti i cittadini americani, trascinati da decenni in una “bolla consumistica” che alla fine è esplosa con immenso fragore. I fondatori del gruppo Take Back Your Time, riprenditi il tuo tempo, hanno compreso, e denunciano da anni, che la spinta all'iperconsumo cui sono stati spinti i cittadini americani è stato un surrogato della riduzione dell'orario di lavoro. I guadagni di produttività oraria realizzati nell'industria e nei servizi USA non sono stati utilizzati , come era accaduto sino ad allora, per accrescere il tempo libero. Qui si è interrotto un antico percorso delle società industriali contemporanee. Gli incrementi produttivi sono stati monetizzati, tradotti in salario, grazie all'esca lucente di consumi sempre più abbondanti. Dove non bastava il salario, naturalmente, il credito bancario veniva amorevolmente in aiuto dei bisognosi di acquisto. Il risultato, dopo oltre un trentennio di questa gioiosa modernità, è che i lavoratori americani si sono trovati a lavorare in media 50 ore alla settimana e 350 ore annue in più dei loro equivalenti europei. Non c'è di che stupirsi. Come si fa a rinunciare ai sontuosi beni offerti da una smisurata macchina produttiva, a prezzi sempre più economici, resi sempre più indispensabili da una pubblicità senza quartiere? Come si fa rinunciare, se bastano un paio d'ore di straordinario al giorno per avere i dollari necessari a comprare l'ultima consolle, la macchina nuova, una pelliccia da sogno?

LIBERALIZZAZIONI Quello che non si dice

di Tonino Perna ilmanifesto
«Si restituisca a tutti i sudditi di sua maestà, come ai soldati e ai marinai, la libertà naturale di esercitare qualsiasi tipo di attività piaccia loro, si abbattano così i privilegi esclusivi delle Corporazioni e si revochi lo statuto dell'apprendistato, che sono vere usurpazioni della libertà naturale, e si aggiunga a ciò la revoca delle leggi sui domicili, in modo che un operaio povero, quando perde un'occupazione in un mestiere o in un luogo, possa cercarne un'altra in un altro mestiere o in un altro luogo...» (Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, p. 459).
Il padre dell'economia politica moderna, il fondatore del pensiero economico liberale, mise al centro della sua teoria la lotta alle Corporazioni, in quanto impedivano lo sviluppo della concorrenza e la crescita economica di una nazione. Smith era convinto, infatti, che la causa prima della povertà e della disoccupazione fosse dovuta alla mancanza di un libero mercato del lavoro, correlata alla presenza di monopoli gestiti dalle corporazioni che impedivano al capitale il libero accesso alle diverse attività. Le liberalizzazioni sbandierate dal governo Monti, e osannate dalle "lenzuolate" di Bersani, sono perfettamente coerenti con la teoria smithiana, che risale alla fine del XVIII secolo, usando spesso lo stesso linguaggio e gli stessi ragionamenti.
Anche Marx vedeva nelle Corporazioni un constraint, un vincolo, allo sviluppo del capitalismo, ma da un'altra angolazione: «Il capitale denaro formatosi mediante l'usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa» (Marx, Il Capitale, Cap. XXIV, p. 209). E spiegava bene i termini dello scontro sociale che si registrò in quel periodo: «Le leggi delle Corporazioni impedivano sistematicamente, limitando all'estremo il numero dei garzoni che potevano essere impiegati da un singolo maestro artigiano, che questi si trasformasse in capitalista... La Corporazione respingeva gelosamente ogni usurpazione da parte del capitale mercantile, l'unica forma libera di capitale che le si contrapponesse. Il mercante poteva comprare tutte le merci; ma non poteva comprare il lavoro come merce» (Cap. XII p. 59).
In sintesi, sia Smith che Marx hanno visto nelle Corporazioni delle arti e mestieri un vincolo allo sviluppo del capitalismo. Con la differenza che Marx, che certo non difendeva le istituzioni feudali, aveva colto la vera natura dello scontro: la mercificazione del lavoro, l'espansione della sfera di influenza del capitale, un ruolo rilevante nella fase dell'accumulazione originaria del capitale. Non di certo uno strumento per combattere la povertà o la disoccupazione. Anzi, questo processo comportava una crescita della proletarizzazione che investiva i lavoratori autonomi, gli artigiani e i contadini.

giovedì 12 gennaio 2012

I Brezneviani delle liberalizzazioni

di Emiliano Brancaccio. Da Omnibus - La7
Guarda il video QUI

La ricerca economica non conferma l’esistenza di correlazioni significative tra precarizzazione del lavoro da un lato e crescita dell’occupazione dall’altro, né conferma l’esistenza di un legame tra liberalizzazioni e riduzioni dei prezzi. Anzi, può accadere che a seguito delle liberalizzazioni i prezzi aumentino anche più dell’inflazione. Per esempio, nel campo delle assicurazioni auto, il passaggio dai prezzi amministrati ai prezzi liberalizzati ha comportato un boom delle tariffe oltre quattro volte superiore all’inflazione. I fautori delle liberalizzazioni replicano sostenendo che non si è ancora liberalizzato a sufficienza. Così facendo però ricordano sempre di più quei “brezneviani” che all’epoca della stagnazione sovietica affermavano che non si era fatto abbastanza socialismo… Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Francesco Boccia (Partito Democratico), Lina Palmerini (Il Sole 24 Ore), Alfredo mantovano (Popolo delle Libertà). Conduce Andrea Pancani

mercoledì 11 gennaio 2012

Il totalitarismo dei consumi.

di Goffredo Adinolfi. ilmanifesto
La liberalizzazione degli orari di vendita ha portato con sé, in Portogallo, quella delle licenze di costruzione. E la città ne è uscita sfigurata
C'è una cosa su cui il Portogallo è sicuramente molto avanti rispetto all'Italia: le liberalizzazioni. Qui questo annoso e antipatico problema degli orari dei negozi è stato risolto da tempo: la libertà di scelta dei negozianti è ampia e così i clienti non sono più vincolati da «assurde» leggi dal carattere vagamente bolscevico (come accade ad esempio in Germania, Svizzera o Belgio) che impediscono loro di acquistare quando meglio credono. Dalle 9 del mattino alla mezzanotte, dal lunedì alla domenica supermercati, libri, farmacie, tecnologie varie, vestititi eccetera: non resterete mai a secco.
Concomitante, o conseguente, a questo processo di liberalizzazione degli orari di vendita anche la liberalizzazione sostanziale delle licenze di costruzione. La Lisbona dei quartieri arabi come l'Alfama e la Mouraria, del Fado di Amalia Rodriguez e della Rivoluzione dei Capitani di aprile si è «finalmente» modernizzata. Nuovi panorami caratterizzano oggi la città, fra i quali certamente merita di essere citato l'avveniristico centro commerciale «Colombo» che, fino a pochi anni fa, era uno degli spazi di vendita più grandi d'Europa, facilmente raggiungibile con la metropolitana. Un luogo, o meglio un non luogo, fatto di strade, piazze, parchi e, non ci crederete mai, anche una piccola cappella. Si sa quando facciamo acquisti ci sentiamo sempre un po' in colpa, nel caso ci si confessa e via possiamo alleggerire oltre che il portafogli anche il nostro cuore.
Anche la meravigliosa Praça de Touros, a Campo Pequeno, è stata devastata dal centro commerciale: sotto il circo delle corride, potrete trovare para-farmacie, supermercati e, chiaro, fast food in abbondanza. Chissà, potrebbe essere un modo per finanziare i costosi restauri del Colosseo o per dare una nuova vita al Pantheon o a Campo dei Fiori, non vi pare?
Beh certo ogni processo di modernizzazione ha i suoi contraltari, ma si sa un prezzo va pure pagato per il progresso. Avere un negozio al centro commerciale è caro e se ne sei fuori nessuno ti conosce, difficile reggere sul mercato. Chi se lo può permettere? Così le grandi catene prendono il posto dei vecchi, slabbrati e polverosi negozietti: Zara, Massimo Dutti, Vobis, Calzedonia e Mediaworld tanto per citare a memoria. Processo di uniformizzazione? Forse, ma suvvia non facciamo i polemici, in fondo il fatto che ci si vesta tutti negli stessi negozi potrebbe avere anche qualche aspetto positivo: ricordate il tanto criticato modello sovietico?
A ben guardare c'è però un altro piccolo regalo che i processi di liberalizzazione di orari e licenze hanno portato: la desertificazione delle città e questo per due motivi. Innanzitutto, il piccolo commerciante i soldi per tenere aperto il suo negozio dalle 9 del mattino alla mezzanotte non li ha e quindi deve chiudere. In secondo luogo perché le catene si concentrano in pochi spazi, oltre ai centri commerciali ci sono le vie del centro, solo quelle più trafficate, chiaro! Così la rua Augusta, che porta alla maestosa praça do Comercio, quella della scena finale del film Sostiene Pereira, diventa uguale a tante vie del centro di altri luoghi sparsi un po' in tutto il mondo, ma questo è problema studiato. Lo aveva previsto Pasolini nel 1974 che una società ancora troppo contadina come quella portoghese male avrebbe resistito al «totalitarismo del capitalismo del consumo».

venerdì 6 gennaio 2012

USA al 94° posto nella classifica della disuguaglianza. Lo dice la CIA

Autore: Maurizio Acerbo. Fonte: controlacrisi
Il blog di Michael Moore, impegnatissimo fin dall'inizio nel movimento Occupy, è una miniera per antiliberisti in cerca di informazioni.
Oggi campeggiava sulla homepage la copertina di Shock Economy, il libro di Naomi Klein.

Moore ironizza per la sorpresa che membri dell'establishment repubblicano mostrano di fronte a dati sulle conseguenze di un trentennio di liberismo sulla società americana.

SCIOCCATO
Anche persone come John Bridgeland, ex assistente di George W. Bush, si stanno risvegliando sul fatto che gli Stati Uniti hanno meno mobilità economica della maggior parte del resto del mondo (come si poteva leggere in un articolo del New York Times linkato).


Poi Moore prosegue:

Forse questa cosa ha qualcosa a che fare con questa?
Secondo la Cia, gli Stati Uniti hanno una maggiore disuguaglianza economica di 94 su 134 paesi ... tra cui Uzbekistan, India e Iran.

Ovviamente con il link al sito della famigerata CIA

Con una battuta Michael Moore mostra la correlazione tra crisi di uno dei miti americani per eccellenza, quello della diffusa opportunità di ascesa individuale nella scala sociale, e la crescita dela disuguaglianza indotta dalle politiche liberiste.

In Italia governo, tv e grande stampa, centrodestra e centrosinistra continuano a ripeterci le virtù delle liberismo di cui gli Stati Uniti sono stati il laboratorio più avanzato da Reagan in poi nascondendoci il fatto che si tratta di un clamoroso fallimento.

Se il sogno americano è diventato per pochi lo pseudo-riformismo bipartisan italiota è una fregatura per tutti.

Robert Reich: il bene pubblico è in agonia

Secondo l'economista “stiamo perdendo i beni pubblici fruibili da tutti, pagati dalle tasse di tutti e soprattutto dei più ricchi. Al loro posto abbiamo beni privati fruibili dai molto ricchi e pagati da tutti noi” DI ENRICO GALANTINI

di Enrico Galantini. Fonte: rassegnait
Ieri sul suo sito, Robert Reich, già ministro del Lavoro con Bill Clinton, ha pubblicato un lungo e interessante post sul “declino del bene pubblico”. Un tema che riguarda gli Usa in campagna elettorale, certamente, ma che parla anche a tutti noi.

Il punto di partenza del suo ragionamento è l’evidente declino negli Stati Uniti di tutto ciò che si può definire bene pubblico: scuole, università, ospedali, strade, parchi, campi sportivi. “Molto di ciò che viene definito pubblico è sempre più un bene privato pagato da chi lo utilizza”, dice Reich. Di contro, “gran parte del resto di ciò che è considerato pubblico è divenuto così di bassa qualità che chi può cerca di trovare alternative private”.

Come è successo tutto ciò, in una nazione in cui all’inizio del 900 si puntò proprio sul pubblico per favorire il progresso della nazione? “Eccellenti scuole, strade, parchi, campi sportivi e sistemi di viabilità avrebbero unificato la nuova società industriale, creato cittadini migliori e generato prosperità diffusa. L’educazione, ad esempio, era meno un investimento personale di quanto non fosse un bene pubblico – in grado di portare vantaggi all’intera comunità e in ultima analisi alla nazione”. E questo puntare sul pubblico aumentò anche con la Grande depressione, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, nota Reich: “Forti istituzioni pubbliche erano un argine contro, volta per volta, la povertà di massa, il fascismo e poi il comunismo. Il bene pubblico era tangibile: eravamo davvero una società tenuta assieme da bisogni comuni e comuni minacce”.

Ora evidentemente non è più così: Perché? La crisi economica è ovviamente una ragione. Certo non la sola. “La deriva – osserva Reich – in realtà è iniziata più di tre decenni fa con la cosiddetta ‘rivolta fiscale’ di una classe media i cui redditi avevano smesso di crescere sebbene l’economia continuasse ad andare bene”. La concentrazione della ricchezza e dei profitti nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone ha fatto il resto, “instaurando un circolo vizioso di risorse in diminuzione e qualità in peggioramento, che creava ulteriore fuga dalle istituzioni pubbliche”.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters