Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 3 aprile 2013

Le tasse, la recessione e la diseguaglianza

di Guglielmo Forges Davanzati

Negli ultimi anni il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto. Ne hanno beneficiato imprese e contribuenti con redditi elevati, ma non il sistema economico nel suo complesso. È venuto il momento di promuovere una riduzione dell’onere fiscale a beneficio dei redditi più bassi per rilanciare i consumi e la crescita

Nel corso del 2012, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il suo massimo storico, ed è fisiologico il fatto che pressoché tutti i partiti politici dichiarino di volerla ridurre. Si tratta di una congerie di proposte che spesso si basano esclusivamente su ragioni di equità distributiva, a fronte del fatto che la distribuzione dei carichi fiscali ha effetti rilevanti sulla crescita economica. Sebbene implicitamente, esse sono formulate sotto il vincolo del tendenziale pareggio del bilancio pubblico, così che la detassazione di alcuni gruppi sociali non può che implicare l’aumento della pressione fiscale su altri soggetti. E soprattutto si tratta di proposte che non si sa quando e sotto quale forma saranno tradotte in leggi, a fronte del fatto che, nell’immediato, per effetto delle ultime decisioni assunte dal Governo in carica, i contribuenti italiani saranno ulteriormente gravati da tasse (l’incremento dell’IVA e dell’IMU, in primo luogo), per un importo stimato di circa 15 miliardi di euro.

Sulla questione, si confrontano schematicamente due orientamenti.

1) Si ritiene, come si è ritenuto negli ultimi venti anni, che la riduzione delle imposte a beneficio dei lavoratori autonomi, delle imprese e, più in generale, dei redditi elevati generi incrementi di produzione derivanti dal fatto che questi individui reagirebbero (in quanto possono farlo) a una minore tassazione lavorando di più e, per quanto riguarda le imprese, investendo di più. Di fatto, seguendo questa linea, si è prodotta, negli ultimi anni, una condizione nella quale il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto, ovvero – in termini percentuali – le famiglie con redditi bassi pagano più (o comunque non pagano meno) di quelle con redditi elevati. Al di là di considerazioni che attengono all’equità, va rilevato che queste politiche non hanno prodotto i risultati sperati: il tasso di crescita non è aumentato, e anzi si è ridotto, anche negli anni precedenti lo scoppio della crisi. Si è anche ritenuto che la detassazione dei redditi elevati possa disincentivare l’evasione fiscale. Ma anche questo nesso non ha funzionato: l’evasione fiscale è costantemente aumentata nel corso degli ultimi venti anni, pure a fronte del fatto che l’onere fiscale sugli individui più ricchi si è costantemente e significativamente ridotto. Evidentemente la detassazione non ha alcun effetto sulla “moralità fiscale” dei contribuenti. A ciò occorre aggiungere che l’Italia è arrivata solo nel 2012 all’adozione di provvedimenti di tassazione sulle rendite finanziarie in linea con quelli previsti negli ordinamenti dei maggiori Paesi OCSE.

E’ utile osservare che, stando alle ultime rilevazioni ISTAT, l’incidenza delle imposte sul reddito per tipologia e classe di reddito è stabilmente superiore per i redditi da lavoro dipendente rispetto al lavoro autonomo. Anche sulla base di questa evidenza, si può sostenere che – al di là della legittimazione ‘scientifica’ di politiche di detassazione delle imprese – la scelta in ordine alla distribuzione del carico fiscale non è affatto neutra, e risente dei rapporti di forza degli attori coinvolti e della loro rappresentanza politica. In altri termini, la ripartizione del carico fiscale sembra essere più il risultato di una contrattazione politica che prescinde da considerazioni relative agli effetti macroeconomici, che non l’esito di una scelta finalizzata a generare maggiore crescita economica. Lo si può affermare tenendo conto di una duplice considerazione. In primo luogo, l’aumento della tassazione sugli utili d’impresa (con particolare riferimento alle imprese di grandi dimensioni) può determinare la loro delocalizzazione, così che può essere sufficiente la sola minaccia di delocalizzazione per spingere il Governo a evitare l’adozione di queste misure. In secondo luogo, l’aumento della tassazione su imprese e banche può avere l’effetto di traslare il maggior carico fiscale su prezzi e tassi di interesse, soprattutto in una condizione nella quale queste operano in forme di mercato con bassa intensità competitiva. A ciò si può aggiungere che, per il solo obiettivo di “fare cassa”, è conveniente tassare maggiormente i lavoratori dipendenti, ai quali è sostanzialmente preclusa la possibilità di evadere.

martedì 26 febbraio 2013

“Il pianeta delle disuguaglianze. E’ l’ingiustizia che uccide la democrazia”, di Zygmunt Bauman

- manuellaghizzoni -

Nel suo nuovo libro Bauman tratta il tema della ricchezza che non dà benessere
“La corsa al profitto individuale non è un vantaggio per tutti: le disparità crescono”. Uno studio recente dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (World Institute for Development Economics Research) dell’Università delle Nazioni Unite riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Ma questa è solo l’istantanea di un processo in corso… Notizie sempre più negative e sempre peggiori per l’uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualità della vita di tutti noi, si susseguono di giorno in giorno.
«Le disuguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel»: è la considerazione con cui Michel Rocard, Dominique Bourg e Floran Augagner concludono l’articolo “Le genre humain menacé” pubblicato a firma di tutti e tre in Le Monde del 2 aprile 2011. Nell’epoca dei Lumi in nessun luogo della terra il livello di vita era di più di due volte superiore a quello della regione più povera. Oggi, il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. E questi, non dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa…
L’ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi — un abisso di profondità tale che già è al di sopra delle capacità di scalata di chiunque salvo gli arrampicatori più muscolosi e meno scrupolosi — è una ragione evidente per essere gravemente preoccupati. Come gli autori dell’articolo appena citato ammoniscono, la principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa, sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto. Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell’economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l’accendersi dell’ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell’OCSE il reddito interno reale per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale è aumentato con una velocità del 10 per cento superiore rispetto a quello dei più poveri. In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide è in realtà diminuito.
Le disparità di reddito si sono quindi notevolmente ampliate. «Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice è attualmente 14 volte quello del 10 percento al fondo», si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily Telegraph, uno dei quotidiani più entusiasti nell’esaltare la «mano invisibile» dei mercati che sarebbe capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e magari qualcuno in più). Warner aggiunge: «La crescente disuguaglianza del reddito, benché ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti diventano contemporaneamente più ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano già un reddito elevato — che è quanto sta accadendo nella realtà di oggi — si avvia evidentemente a diventare un problema».
L’ammissione, cauta e tiepida nel suo tenore ma piena di comprensione anche se solo semivera nel suo contenuto, arriva al culmine di una marea montante di scoperte dei ricercatori e di statistiche ufficiali che documentano la distanza rapidamente crescente fra quelli che sono in cima e quelli che sono in fondo alla scala sociale. In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che pretendono di essere riciclate come credenza popolare non più soggetta a riflessione né controllata né messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di «filtrare verso il basso» così da rendere un po’ più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici…
Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad autoriprodursi in maniera sempre più estesa e accelerata, non è certo una notizia. E tuttavia a riportare di recente l’eterna questione della disuguaglianza, delle sue cause e delle sue conseguenze, al centro dell’attenzione pubblica, rendendola argomento di accesi dibattiti, sono stati fenomeni del tutto nuovi, spettacolari, sconvolgenti e illuminanti.
La Repubblica 25.02.13

domenica 16 dicembre 2012

Pochi possiedono troppo, troppi possiedono poco

 rifondazione
poveri10di Antonio Cipriani
Non avete mai il dubbio che la crisi mondiale sia un simulacro? Che sotto il sofisticato meccanismo di spread, mercati e soluzioni drastiche non ci sia niente di quello che ci appare? Che il senso mediatico della crisi basta da solo a governare da solo il sistema mondo? Non si tratta di un riflesso dietrologico, ma di punti interrogativi ad alimentare il senso critico, quindi il senso di appartenenza e di partecipazione a un consesso sociale. A una democrazia.
Beh, a me dubbi affiorano costantemente. Per natura, per educazione al senso critico, perché è troppo fastidioso adagiarsi sull'onda cullante del discorso mediatico.
E oggi, leggendo questa notizia me ne sono affiorati tanti: nel nostro paese la metà della ricchezza è posseduta dal 10% delle famiglie. Di contro, il 50% più povero della popolazione possiede il 9,4% della ricchezza totale.
Viviamo in una società di pochi ricchi che possiedono troppo e troppi poveri che possiedono poco.
Allora se la parola crisi ha un senso, se deve avere un senso che valga non soltanto per gli speculatori e per i gruppi oligarchici che dominano la finanza internazionale, lo deve avere dando il giusto peso alle cose della vita reale. E la vita reale ci dice quello che ha rilevato nella sua indagine sulla ricchezza delle famiglie Bankitalia che dice nel suo documento: "La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all'opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata".
Possiamo parlare di ingiustizia sociale? O il concetto di ingiustizia e di eguaglianza, legato alla disparità estrema di possibilità, è troppo estremista? Allora è troppo estremista anche la Costituzione italiana quando parla di eguaglianza in senso formale: " Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". E, soprattutto, quando dice: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Parole chiare, nette contro l'ingiustizia sociale, per un' eguaglianza in senso sostanziale.
Così mi sembra assurdo discutere della rava e della fava mediatica, quando sulla strada della nostra democrazia c'è un macigno di questa portata, che va a violare i diritti fondamentali delle persone. Dice Zygmunt Bauman: "C'è stato un collasso tra le democrazie nazionali (quelle votate dalla gente), e dalle esigenze dei mercati, travolgendo i diritti sociali delle persone, i loro diritti fondamentali". A questo siamo. Al disastro della spoliazione della politica, della trasformazione in dati di fatto di situazioni che un tempo avremmo definito inaccettabili e che in futuro noi e i nostri figli torneremo a definire inaccettabili.
Inaccettabile che pochi detengano il potere economico e di tutto ciò che ne consegue. Che pochissimi e in istituzioni internazionali non democratiche, gestite da persone non elette dal popolo e che non rappresentano quindi esseri umani che vivono nella società possano gestire la vita di tutti. Supportati dai mezzi di comunicazione principali che funzionano come apparato ideologico dei mercati (come delle politiche di guerra), in mano a pochissimi, quindi guidati dagli interessi dei gruppi finanziari che non hanno alcuna necessità che esista una democrazia reale, che origini dalla partecipazione alla politica.
Per concludere, penso sia il tempo di non cullarsi sull'onda mediatica e sulle parole chiave della crisi di sistema. Penso sia il tempo di tornare a separare il grano dal loglio, di riprendersi la politica, la piazza, l'appartenenza a una comunità. Partendo da qualche dubbio. E dalla pratica della libertà, in prima persona, in ogni luogo di lavoro.
da www.globalist.it

venerdì 17 agosto 2012

Quali politiche dell'eguaglianza

Gli effetti della rivoluzione conservatrice. Il tratto fondamentale del nostro tempo, il tono dell'epoca, è dato dal crescere smisurato della diseguaglianza. In tutti i paesi.


di Luigi Agostini - rassegnait -
Quali politiche dell'eguaglianza, foto di sakocreative (immagini di foto di sakocreative)
Il tratto fondamentale del nostro tempo, il tono dell’epoca, è dato dal crescere smisurato della diseguaglianza. In tutti i paesi, una piccola percentuale di popolazione detiene la gran parte dei redditi e dei patrimoni. Il fatto da sottolineare è che tale processo non è tanto un prodotto puramente ereditato dal passato, ma il frutto invece di un’inversione della tendenza di tutto il dopoguerra, di una rottura – affermatasi fino agli anni ottanta – di una politica di contrazione delle diseguaglianze.

Molti sottolineano come l’esplosione delle diseguaglianze metta in discussione l’essenza stessa dell’ideale democratico. Le grandi rivoluzioni della fine del Settecento – quella americana e quella francese – non avevano mai separato la democrazia come regime della sovranità del popolo dalla democrazia come forma di una società di eguali. Condorcet riassumeva cosi l’idea di modernità che aveva ispirato la rivoluzione francese: una marcia continua verso l’eguaglianza tra le nazioni e all’interno delle singole nazioni, la formazione progressiva di un homo aequalis rispetto al precedente homo hierarchicus della società nobiliare.

La diseguaglianza deve quindi essere pensata come un fatto sociale totale: non si limita solo a una pure nevralgica questione di redditi e patrimoni, ma investe le basi del vivere in comune. Con i suoi effetti in termini sociali di secessione, di separazione, di ghettizzazione; con i suoi effetti in termini politici di crisi della democrazia e di destabilizzazione delle varie forze della sinistra, storicamente portatrici dell’idea di eguaglianza. Oggi, come i più acuti osservatori sostengono, stiamo vivendo il tempo della secessione dei ricchi. L’eguaglianza delle opportunità è ancora, nella sinistra, l’idea dominante. È inevitabile chiedersi quale relazione si è realizzata tra tale idea di eguaglianza e il processo esplosivo delle diseguaglianze, che ha proceduto dagli anni ottanta.

L’eguaglianza delle opportunità, che ha trovato in Italia nel famoso discorso di Claudio Martelli sui “meriti e i bisogni” la sua formulazione più efficace, e nella pratica blairiana l’esperienza più organica, fonda una teoria della giustizia come teoria delle diseguaglianze legittime che porta a conseguenze disarmanti: una dissociazione tra giustizia distributiva e giustizia redistributiva, marginalizzando l’aspetto della redistribuzione; l’improponibilità del discorso sul livello minimo di risorse che una società democratica deve assicurare a tutti i suoi membri; una riduzione della questione sociale al tema della povertà, da affrontare attraverso la solidarietà umana piuttosto che attraverso la solidarietà di cittadinanza. In sostanza, un ritorno all’età delle leggi sui poveri, quelli che non arrivano alla fine del mese.

L’eguaglianza delle opportunità si è risolta, nel concreto, in un assecondamento più che in un contrasto delle dinamiche antiegualitarie della cosiddetta rivoluzione conservatrice. In verità, il vento della rivoluzione conservatrice, nel suo procedere, non ha incontrato ostacoli insormontabili. Una riformulazione dell’idea di eguaglianza diventa essenziale per il futuro della sinistra di matrice socialista. L’esplosione della grande crisi – è la crisi che dà, è la crisi che toglie e, ricorrendo a esempi domestici, ne sanno qualcosa Berlusconi e Bossi, ma anche Veltroni, che propone al Lingotto un partito liberal, mentre nel mondo esplode la più grande crisi del capitalismo – ripropone il discorso sull’eguaglianza in tutta la sua nettezza ed essenzialità.

Oggi, al tempo dell’individuo, l’eguaglianza può essere riproposta in tutta la sua potenza di idea-forza nel produrre e nel vivere il Comune e i suoi corollari, i Beni Comuni, come perno dell’organizzazione sociale, della società. Siamo, come sostiene Pierre Rosanvallon, alla seconda crisi dell’eguaglianza, dopo quella agli inizi del Novecento; alla prima, che la destra costruì attorno alle idee-forza del nazionalismo, della xenofobia, del protezionismo, la sinistra rispose con lo Stato sociale redistributivo. Nell’attualità, la risposta non può che essere più complessa: si tratta di passare dalla “solidarietà meccanica tra simili (di categoria, di etnia, di religione ecc) alla solidarietà organica tra singoli”, per usare la formula di Émile Durkeim.

Il quadro concettuale va riordinato quindi alla radice per rispondere alla stessa crisi: invece che meriti e bisogni, capacitazione e diritti, sul percorso indicato già dagli anni novanta da Martha Nussbaum, da Amartya Sen, da Bruno Trentin. L’affermazione dell’idea socialista nel ventunesimo secolo si giocherà attorno alla questione della democrazia integrale e del suo connotato egualitario; ma tale affermazione implica la costruzione di una macchina politica con molti motori – sindacato, cooperazione, autorganizzazione, movimento dei consumatori ecc –, che sappiano sprigionare nel loro operare quotidiano l’orwelliana air de l’égalité.

* Vicepresidente Federconsumatori

sabato 21 luglio 2012

Sapete quanto guadagna il vostro capo?

Le diseguaglianze che crescono, e i cambiamenti nella loro percezione. Un'anticipazione dal libro "Le ricchezze oscene", di Phillippe Steiner (Ets, 2012)

Con la crisi finanziaria l’ordine economico si trova a doversi confrontare con una situazione che rende desuete tutte le nostre convinzioni sulla scala delle disuguaglianze, nonché sul mercato che dovrebbe fornire una misura del merito alla base di queste stesse disuguaglianze. La legittimità di quest’ordine appare messa in discussione, e non solo dalla base della gerarchia sociale.
Per comprendere l’ampiezza dei cambiamenti provocati dall’attuale crisi bisogna tornare indietro di una decina d’anni. Un’indagine internazionale, condotta nel 1999, fornisce risultati interessanti riguardo alla percezione delle disuguaglianze di reddito prima della crisi (1). Quattro dati saltano agli occhi: 1) La forma della distribuzione dei redditi è mal nota: la maggior parte delle persone se la rappresenta come un triangolo (una larga base di poveri e pochi ricchi) o come un rombo (pochi poveri, pochi ricchi e una classe media molto ampia), quando essa ha piuttosto la forma di un rombo troncato alla base. 2) Le disuguaglianze sono considerate troppo forti in tutti i paesi: si va dal 66% delle persone intervistate negli Stati Uniti all’89% in Spagna, passando per l’82% e l’87% in Gran Bretagna e in Francia. 3) La distribuzione dei redditi a forma di rombo è quella a cui gli individui aspirano: in questo modo un ampio ceto medio riposerebbe su uno stretto vertice di poveri e su questa base si innalzerebbero progressivamente i ceti più ricchi, fino a disegnare uno stretto vertice di persone ricchissime. 4) Alla fine, se gli stipendi e la loro gerarchia sono abbastanza noti, le remunerazioni più alte non lo sono affatto.
Se all’epoca si chiedeva alle persone di stabilire il rapporto tra quello che guadagnava il capo di una grande impresa e quello che guadagnava un operaio non specializzato, si ottenevano le risposte riportate nella prima riga della tabella qui sotto.
Rapporto tra il reddito del capo di una grande impresa e il reddito di un operaio non specializzato secondo l’indagine ISSP del 1999
Svezia Spagna Germania Stati
Uniti
Gran
Bretagna
Francia
Indice
stimato
3,8 5 8 12,5 12,5 16
Indice
auspicato
2,1 2,8 5 45 5,6 6,3
Gli ordini di grandezza erano già allora abbondantemente sballati, dal momento che nel 2002 il rapporto tra lo stipendio di un operario non specializzato francese e il reddito medio dei capi del gruppo CAC 40 erano di 1 a 177; nello stesso periodo, negli Stati Uniti, era dell’ordine di 1 a 300. In realtà, lo scarto stimato dagli intervistati corrispondeva piuttosto al rapporto tra il reddito dell’operaio non specializzato e i redditi delle classi medie superiori, come se gli intervistati non riuscissero a vedere al di sopra di quelli.
La seconda riga della tabella mostra invece il rapporto che le persone intervistate consideravano auspicabile per ciò che riguarda la disuguaglianza di retribuzione tra l’amministratore delegato e l’operaio non specializzato. Ne risultava implicitamente la misura dell’uguaglianza nei diversi paesi. Fatta eccezione per la Germania, si può osservare come la riduzione auspicata della disuguaglianza fosse tanto più alta quanto più elevata era la disuguaglianza percepita: in Svezia e in Spagna sarebbe stato sufficiente dividere la disparità di reddito per un fattore di 1,8, mentre in Francia o negli Stati Uniti sarebbe stato necessario dividerlo per 2,5.
Cos’è successo dopo? Lo studio realizzato nel 2010 mostra un’evoluzione nelle risposte dei francesi: lo scarto stimato è stato moltiplicato per 4 (passando dall’1 a 16 all’1 a 63) e lo scarto auspicato è stato moltiplicato per poco meno di 3. L’esplosione delle disuguaglianze non è quindi sfuggita ai francesi. Questo significa forse che nel tempo l’opinione pubblica si adatta e finisce per accettare un livello sempre crescente di disuguaglianza? Quest’interpretazione, piuttosto comoda, non è tuttavia soddisfacente per una ragione essenziale: sia prima sia dopo la prova della crisi finanziaria, le risposte lasciano trasparire una forte sottovalutazione delle retribuzioni oscene. Certo, dal 1999 al 2010, l’errore di valutazione è diminuito della metà, ma è restato tuttavia considerevole, soprattutto se si pensa quanto siano sottostimati i picchi massimi di queste retribuzioni.
L’inchiesta del 2010 mette così in luce una differenza nella capacità di valutazione dei redditi. Per i redditi ordinari, le risposte fornite dai francesi intervistati sono molto vicine alle statistiche dell’Insee (2): l’errore medio va dal 10 al 14% per i redditi dell’operaio non specializzato, dell’impiegato e del medico, ed è pari a zero per il reddito di un insegnante, valutato in maniera pressoché esatta. Le risposte diventano invece meno precise quando si tratta dei ministri, il cui reddito è sopravvalutato del 23% – anche se c’è da dire che, in questi casi, il reddito monetario non è che una parte del reddito reale, che dipende anche dalle agevolazioni extra (alloggio, spese di viaggio, di rappresentanza, vitto, ecc.). Ma è con i redditi più elevati che le persone intervistate perdono la bussola: stimando il reddito dei capi delle grandi imprese intorno a 70.000 euro mensili, la sottovalutazione oscilla tra il 500 e il 300%, a seconda che si tenga conto o meno di stock options e bonus differiti! Lo stesso fenomeno si riproduce in scala minore per quanto riguarda il reddito delle «stelle del calcio»: con 165.000 euro al mese, il loro reddito è sottostimato del 190% (3).
Questa forte differenza nella capacità di valutazione dei redditi ha innanzitutto un significato sociale: c’è un baratro tra i redditi delle persone che si trovano alla sommità della gerarchia e quelli di tutti gli altri. Mentre l’ammontare dei redditi percepiti nel mondo economico ordinario è ben noto, i redditi che prevalgono al vertice della gerarchia non lo sono affatto. La sottovalutazione mostra come l’ammontare di questi redditi sfugga completamente al mondo economico ordinario, benché le persone intervistate abbiano ben compreso che le disuguaglianze si sono accresciute.

(1) Considero solo i dati relativi all’Europa (Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania) e agli Stati Uniti. Per una visione più generale dell’indagine, cfr. il libro di Michel Forsé, Maxime Parodi, Une théorie empirique de la justice sociale, Hermann, Paris 2010, capitolo 6.
(2) [L’Insee (Institut national de la statistique et des études économiques) è l’ente incaricato della produzione e dell’analisi delle statistiche in Francia].
(3) Nel 2009, il reddito medio dei dieci calciatori francesi più pagati del campionato si aggirava intorno ai 3,8 milioni all’anno.
* Il testo qui pubblicato è uno stralcio tratto dal primo capitolo del libro "Le ricchezze oscene", di P. Steiner, Ets 2012 (10 euro).

venerdì 29 giugno 2012

Le balle che la Germania racconta ai tedeschi. E a noi

di Matteo Zola - eastjournal -

Merkel New Statesman E1340887644352
La disoccupazione tedesca non è mai stata così bassa, al 6,7%, mentre l’economia tiene botta alla crisi continuando a crescere. I diritti dei lavoratori sono garantiti, il welfare tedesco è più efficiente che mai, il bilancio mantiene segno positivo, la società è ricca, forte e unita. Deutschland Deutschland über alles!
Balle.
La Germania non sta bene, la ricchezza è apparente, i dati sull’occupazione sono gonfiati, e il rigore economico tedesco è un’invenzione. Partiamo dal debito pubblico che, nonostante la congiuntura economica nazionale positiva, è arrivato alla fine del primo trimestre 2012 al record storico di 2.042 miliardi di euro, per la prima volta sopra i duemila miliardi. Lo ha reso noto l’Ufficio federale di statistica Destatis. Già la Primavera scorsa Eurostat quantificò il debito pubblico esplicito della Germania in 2080 miliardi di euro (pari all’82% del Pil): il primo debito dell’eurozona a sfondare la soglia dei duemila miliardi. Il debito esplicito è quello determinato dalle emissioni di buoni del tesoro, autentici contratti con i quali lo Stato si impegna, alla scadenza, a pagare il capitale ricevuto in prestito con l’aggiunta di interessi. C’è anche il debito pubblico “implicito” che consiste in una proiezione della spesa, attualizzata, per assistenza sociale, pensioni, sanità (il welfare, insomma) cui un Paese dovrà far fronte negli anni a venire.
I dati di debito esplicito e implicito non si possono sommare (come invece fece Libero ingannando il lettore), poiché solo i primi sono suscettibili agli umori del mercato, i secondi sono piuttosto una stima presente e futura di spesa. Ciò detto, resta il fatto che il debito pubblico tedesco “esplicito” è ai record storici.
Veniamo ora al tasso di disoccupazione, ufficialmente al 6,7%. Peccato che gran parte dei lavoratori, specie i più giovani, siano assunti con mini-job. Si tratta di lavori scarsamente retribuiti (circa 400 euro mensili) che occupano ormai circa sette milioni di tedeschi (su 39 milioni di occupati rappresentano il 18% circa della forza lavoro). Questi lavoratori non pagano tasse e hanno sussidi pubblici a integrare il magro stipendio. Erano nati come “lavoretti” integrativi per giovani, nel settore turistico o nella ristorazione, ma sono diventati una regola del mercato del lavoro tedesco. Al 6,7% di disoccupati occorre quindi aggiungere il 18% di sottoccupati. E la musica cambia. Anche per chi un lavoro ce l’ha le cose non vanno benissimo: gli abituali aumenti degli stipendi, la redistribuzione dei dividendi, sono per molti un ricordo del passato. Non è un caso che nell’industrializzato nord Reno-Vestfalia il partito di governo sia stato clamorosamente battuto. I tedeschi, crisi o non crisi, non vogliono rinunciare a nulla.

mercoledì 16 maggio 2012

Disarmare i mercati per la democrazia dei beni comuni

  
 

di Marco Bersani (Attac Italia).


Un contributo per capire la situazione italiana e internazionale.

1. La crisi morde, attanaglia, non dà respiro. Investe l’economia e la società, l’ambiente e le condizioni di vita, la democrazia e le relazioni sociali. La crisi rivela. Scopre la grande menzogna di quaranta anni di modello neoliberista e l’enorme espropriazione sociale messa in atto ai danni delle persone ...

Allora, grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, l’ideologia neoliberale ha raccontato a tutti la favola oggi trasformatasi in incubo: “Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà ai movimenti di capitali; togliamo loro ‘lacci e lacciuoli’, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato a regolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non eliminerà le diseguaglianze sociali, produrrà a cascata benessere per tutti”.

La favola ha trovato un suo primo momento di impasse già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando, contrariamente a quanto enfaticamente annunciato, le diseguaglianze tra la parte più ricca e quella più povera del pianeta si sono rivelate mai così ampie nella storia dell’umanità, al punto che la stragrande maggioranza della popolazione può essere considerata “fuori mercato”, ovvero talmente impoverita e depredata da non poter accedere neppure al ruolo di consumatore. Contemporaneamente, la parte minoritaria della popolazione,che ha continuato a detenere un potere d’acquisto, si è trovata nella condizione di aver sostanzialmente già comprato quasi tutto, determinando per il modello capitalistico una situazione di sovrapproduzione di merci e una crescente difficoltà nell’allocarle su nuovi mercati.

2. La prima conseguenza di questa impasse è stata l’abnorme espansione dei mercati finanziari: Poiché l’obiettivo di ogni detentore di capitali è quello di ottenere, nel più breve tempo possibile, più denaro di quanto ne avesse prima, in caso di difficoltà nel campo della produzione di merci e di servizi, si apre la via della valorizzazione dentro la sfera finanziaria e del capitale fittizio. Con esiti da incubo che alcuni semplici dati possono ben chiarire : gli scambi di valute all’interno del sistema finanziario hanno oggi superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno a fronte di un commercio transfrontaliero di beni di 10.000 miliardi di dollari l’anno; i prodotti finanziari derivati, negoziati sui mercati non regolamentati “over the counter” hanno raggiunto una cifra pari a 12/15 volte l’intero Pil del pianeta.

lunedì 14 maggio 2012

Anziani sempre più poveri. Uno su cinque è a rischio povertà. In Italia penalizzati anche dall'età pensionabile.

- controlacrisi -
In Europa il 20% degli anziani è a rischio povertà e di esclusione sociale. Una percentuale che vale anche per l'Italia a causa dello scarso potere d’acquisto delle pensioni, della bassa qualità e accessibilità dei servizi di welfare e del costante aumento del costo della vita, dei prezzi e delle tariffe. A dirlo è lo Spi Cgil in occasione del convegno organizzato a Roma l’11 maggio dal titolo “L’Unione europea tra paure e speranza. I pensionati di fronte alle incognite della crisi”.

Peggio dell'Italia, secondo i dati del sindacato, oltre ai paesi balcanici, fanno il Belgio (21%) e la Spagna (oltre il 26%). Meglio, invece, altri paesi come l’Olanda (6%), Francia (12%), Germania (14%) , la Slovacchia (16%) e la Danimarca (18%) dove le pensioni hanno un valore più alto e lo stato-sociale è di maggiore qualità.

Un altro dato allarmante, che emerge dalla ricerca dello Spi, è relativo al potere d'acquisto delle pensioni. Nell’Europa a 27 il 68% del reddito da pensione è assorbito dal costo della vita. Una percentuale alta, ma di gran lunga superata da quella dell’Italia, che si attesta intorno all’84%. Il nostro paese – osserva lo Spi Cgil - ha, quindi, allo stesso tempo i redditi da pensione più bassi in Europa e il costo della vita più alto, peraltro sempre di più in crescita. Sotto la media, invece, la Germania dove solo il 43% del reddito viene destinato al costo della vita, la Spagna con il 58%, la Francia con il 60% e la Svezia con il 66%.

Un altro aspetto che vede penalizzati gli anziani italiani, secondo lo Spi, è quello dell'età pensionabile. Nel resto dei principali Paesi eruopei, infatti, il meccanismo che regola la previdenza è flessibile, contraddistinto nella maggior parte dei casi dalla possibilità di andare in pensione primo o dopo l’età stabilita attraverso un meccanismo di incentivi e disincentivi.

Il pre-pensionamento con conseguenti disincentivi è possibile in Belgio, Danimarca, Germania e Spagna. In Francia, invece, è previsto a 56 anni in caso di lavoratori precari e a 55 anni in caso di grave disabilità. Il pre-pensionamento non è previsto nel Regno Unito e in Svezia.

Molto più complesso è il quadro che riguarda i pensionamenti posticipati . Sono ammessi, infatti, in tutti i paesi Ue ma con diverse articolazioni. In Germania, Finlandia, Regno Unito e Spagna ad esempio non hanno alcun limite d’età. In Belgio è possibile, fatta eccezione per i dipendenti pubblici mentre in Danimarca è possibile per la pensione pubblica di vecchiaia fino ad un massimo di 10 anni dopo l’età pensionabile e fino a 75 anni per la pensione integrativa.

Anche la Francia fa storia a se
. In questo caso il pensionamento posticipato è possibile dopo i 60 anni per aumentare l’importo della pensione o dopo i 65 anni se non si hanno sufficienti requisiti assicurativi. In Svezia, infine, è possibile continuare a lavorare anche dopo i 67 anni purché vi sia una contribuzione con il datore di lavoro.

Infine, lo Spi traccia anche un quadro di prospettiva sull'andamento demografico nel vecchio continente. Attualmente, in Europa si contano circa 87 milioni di persone over 65 anni , il 60% delle quali sono donne e il restante 40% uomini. Il dato, però, è destinato ad aumentare nei prossimi 30 anni segnando il progressivo invecchiamento della popolazione europea.

In Italia, ad esempio, nel 2010 gli over 65 anni erano 15 milioni
. Nel 2020 invece saranno 16 milioni, nel 2030 19 milioni e nel 2040 arriveranno a toccare quota 21milioni. Il dato subirà un calo nel 2060 quando il numero di anziani arriverà a quota 20 milioni. Le stesse dinamiche si registreranno negli altri paesi Ue.

In Germania, infatti, si passerà dai 20 milioni registrati nel 2010 ai 25 milioni del 2040 . Anche in questo caso il dato è previsto in calo nel 2060 quando gli anziani tedeschi saranno circa 23 milioni. In Francia, invece, gli over 65 ad oggi sono 15 milioni e diventeranno 21 milioni nel 2040 e 22 milioni nel 2060. In Spagna, infine, gli anziani registrati nel 2010 hanno toccato quota 8 milioni e arriveranno a 15 milioni nel 2040 e a 16 milioni nel 2060.

venerdì 6 gennaio 2012

USA al 94° posto nella classifica della disuguaglianza. Lo dice la CIA

Autore: Maurizio Acerbo. Fonte: controlacrisi
Il blog di Michael Moore, impegnatissimo fin dall'inizio nel movimento Occupy, è una miniera per antiliberisti in cerca di informazioni.
Oggi campeggiava sulla homepage la copertina di Shock Economy, il libro di Naomi Klein.

Moore ironizza per la sorpresa che membri dell'establishment repubblicano mostrano di fronte a dati sulle conseguenze di un trentennio di liberismo sulla società americana.

SCIOCCATO
Anche persone come John Bridgeland, ex assistente di George W. Bush, si stanno risvegliando sul fatto che gli Stati Uniti hanno meno mobilità economica della maggior parte del resto del mondo (come si poteva leggere in un articolo del New York Times linkato).


Poi Moore prosegue:

Forse questa cosa ha qualcosa a che fare con questa?
Secondo la Cia, gli Stati Uniti hanno una maggiore disuguaglianza economica di 94 su 134 paesi ... tra cui Uzbekistan, India e Iran.

Ovviamente con il link al sito della famigerata CIA

Con una battuta Michael Moore mostra la correlazione tra crisi di uno dei miti americani per eccellenza, quello della diffusa opportunità di ascesa individuale nella scala sociale, e la crescita dela disuguaglianza indotta dalle politiche liberiste.

In Italia governo, tv e grande stampa, centrodestra e centrosinistra continuano a ripeterci le virtù delle liberismo di cui gli Stati Uniti sono stati il laboratorio più avanzato da Reagan in poi nascondendoci il fatto che si tratta di un clamoroso fallimento.

Se il sogno americano è diventato per pochi lo pseudo-riformismo bipartisan italiota è una fregatura per tutti.

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