Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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domenica 22 gennaio 2012

Le elezioni prima delle elezioni

di: Stefano Rizzo paneacqua
Illinois, Michigan, Wisconsin, Ohio, Pennsylvania. Se in questi stati un tempo industriali e ora fortemente colpiti dalla recessione i democratici riusciranno a convincere gli elettori che le ricette neoliberiste repubblicane non producono posti di lavoro ma soltanto più povertà e più disuguaglianze, allora ci sono delle possibilità anche a livello nazionale per Obama e per il partito democratico

La prima vera battaglia per le presidenziali americane ci sarà probabilmente a fine giugno in Wisconsin. E’ in quello stato del Midwest che si stanno radunando le truppe per uno scontro dal quale emergeranno indicazioni significative su chi sarà il vincitore a novembre e su quali saranno gli equilibri politici nel nuovo Congresso. E’ una storia che abbiamo già in parte raccontato e che risale alla primavera scorsa quando svariati neoeletti governatori repubblicani incominciarono a mettere in atto una serie di politiche di austerità e di riduzione del bilancio dei rispettivi stati, con annesse politiche antisindacali, che provocarono massicce manifestazioni di protesta in tutta la regione.

L’alfiere di questa nuova politica fu appunto il governatore del Wisconsin, Scott Walker, eletto l’anno prima in una elezione che rovesciò i risultati ottenuti da Obama nel 2008. Mentre Obama aveva vinto in Winsconsin con un margine di ben 14 punti percentuali sul suo avversario McCain, solo due anni dopo le assemblee legislative e il governatore dello stato passarono nelle mani dei repubblicani: era uno dei tanti segnali dello scontento montante nell’elettorato per la crisi economica, sfruttato ampiamente dal partito repubblicano e dalla sua ala estremista dei Tea Party e favorito dalla debole risposta dei candidati democratici.

Appena eletto Walker si mise subito al lavoro. Tagliò drasticamente il bilancio dello stato, ridusse i servizi sociali, licenziò numerosi dipendenti pubblici e costrinse i rimanenti ad accettare tagli nei salari. Tutto questo in nome della “fiscal probity”, la riduzione del debito pubblico che intanto era diventato il mantra della politica repubblicana e che veniva propugnato senza tenere in nessun conto l’impoverimento già in atto della popolazione colpita dalla crisi economica. Ma Walker fece di più e questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: sicuro della sua maggioranza repubblicana, presentò un disegno di legge per vietare l’organizzazione sindacale dei dipendenti pubblici. Vi aggiunse anche un dettaglio particolarmente odioso: la legge non si sarebbe applicata ai vigili del fuoco e ai poliziotti, ma “solo” agli insegnanti e agli altri addetti ai servizi sociali. Non per caso i primi sono per lo più uomini e i secondi per lo più donne.

La risposta popolare, dei sindacati tutti e, per la verità, anche del partito democratico (che l’anno prima aveva perso le elezioni) non si fece attendere. Il campidoglio di Madison, la capitale dello stato, fu occupato dai manifestanti per settimane e ne nacque un vasto movimento di protesta che ottenne la solidarietà dei lavoratori di altri stati dove i governatori repubblicani stavano mettendo in atto le stesse ricette neoliberiste e antisindacali. Da Madison la protesta si estese a tutto il paese, continuò sotto traccia anche dopo gli interventi delle varie polizie e, dopo l’estate, si trasfuse nei più variegati movimenti di “Occupy Wall Steet” e “Occupy America”.

Per parte loro i deputati democratici misero in atto uno stratagemma per bloccare la legge voluta da Walker: fare mancare il numero legale nella camera dello stato. Ma poiché la legge consente al governatore di precettare i deputati che non si presentano in aula, decisero di fuggire nel vicino Illinois rendendosi irreperibili per settimane intere, come criminali scappando dalla polizia dello stato che veniva a cercarli.
Ma la protesta non si fermò. L’ultimo strumento a sua disposizione, di fronte all’irremovibilità del governatore, fu di fare partire nei suoi confronti, nei confronti del vicegovernatore e di alcuni parlamentari repubblican,i una campagna per “richiamarlo”, cioè per annullare l’elezione dell’anno prima. Quello del “recall” è un antico istituto della democrazia diretta americana, praticato abbastanza di frequente nei confronti di giudici e procuratori sgraditi e anche nei confronti di altre cariche elettive minori. Ma in tutta la storia americana soltanto due governatori sono stati rimossi con un voto.

Quella contro contro Walker sembrava quindi una battaglia impossibile da vincere. E invece i manifestanti misero in piedi un comitato ad hoc, sostenuto dai sindacati e dal partito democratico, che nel giro di poche settimane ha raccolto più di un milione di firme (ne servivano poco più di 500.000) per richiedere nuove elezioni. Si tratta di una cifra imponente, in uno stato che conta appena 5 milioni e mezzo di abitanti e che corrisponde a quasi la metà dei votanti nelle elezioni del 2010. Queste firme sono state presentate pochi giorni fa alla commissione di controllo dello stato, che, una volta verificatele, dovrà indire nuove elezioni entro sei settimane, presumibilmente a fine giugno.

Le prospettive per Walker a questo punto non sono buone, nonostante sia intenzionato a dare battaglia e nonostante abbia ricevuto il sostegno di importanti gruppi di pressione a livello nazionale, che si sono mobilitati a loro volta raccogliendo fondi e riempiendo i suoi forzieri elettorali di milioni di dollari. Non sono buone anche perché il vento, che era stato favorevole ai democratici nel 2008 e che si era rovesciato nel 2010, sembra ora di nuovo avere cambiato direzione. Già tre senatori dello stato, i più accesi sostenitori di Walker sono stati rimossi con altrettante elezioni cosicché adesso i repubblicani hanno una maggioranza di un solo voto. E anche la vicegovernatrice è stata oggetto di una petizione per la sua rimozione.

Ma la questione, come dicevamo, va al di là del caso Walker e dello stesso Wisconsin. Riguarda l’intera regione del Midwest che sarà cruciale nelle elezioni presidenziali di fine anno: Illinois, Michigan, Wisconsin, Ohio, fino alla Pennsylvania Se in questi stati un tempo industriali e ora fortemente colpiti dalla recessione i democratici riusciranno a convincere gli elettori che le ricette neoliberiste repubblicane non producono posti di lavoro (Walker ne aveva promessi 250.000, che non si sono visti), ma soltanto più povertà e più disuguaglianze, allora ci sono delle possibilità anche a livello nazionale per Obama e per il partito democratico.

Non bisogna dimenticare infatti che la battaglia di novembre non è solo per chi sarà il prossimo presidente. Se Obama dovesse vincere, ma allo stesso tempo i democratici perdessero l’esile maggioranza che hanno attualmente al senato e non riconquistassero il controllo della Camera, per Obama sarebbe una importante vittoria personale sì, ma di scarso significato politico. Perché la paralisi istituzionale che ha contrassegnato il suo primo mandato continuerebbe e lui dovrebbe definitivamente rinunciare a quel sogno del cambiamento possibile che era stato lo slogan della sua campagna elettorale e che invece gli elettori hanno visto allontanarsi sempre di più.
Questa volta per sapere qualche mese prima come andrà a finire bisognerà guardare alle elezioni del Wisconsin.

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