Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 19 aprile 2013

Perché la Bce di Draghi sbaglia politica

Mario Draghi continua con la sua politica – denaro facile alle banche e tagli di spesa – che fa cadere la domanda e restringe il credito alle imprese. Si tratta di un errore economico e di un pericolo politico

- sbilanciamoci -

Il governatore Mario Draghi ha comunicato che la Banca centrale europea intende mantenere invariato il costo del denaro, invitando i governi dell’Eurozona a intensificare le riforme strutturali e ad accelerare il consolidamento fiscale e la ristrutturazione del sistema finanziario. Niente di nuovo, ma il riproporlo con forza, in presenza del lungo e non ancora concluso processo recessivo accentuato dalla politica di austerità in corso, indica – se di un’ulteriore conferma ci fosse bisogno – quanto radicata sia nel pensiero dei governanti europei la convinzione che la politica finora condotta sia corretta e non possa essere abbandonata.
In sostanza, il governatore ribadisce – in consonanza con i suoi predecessori – che non vi è spazio per alcuna alternativa all’attuale coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale. A una gestione della politica monetaria non restrittiva (i tassi d’interesse sono mantenuti a livelli bassi) si associa un severo patto fiscale la cui logica è di contenere la spesa per consumi, soprattutto di quelli pubblici, con l’effetto di breve periodo di ampliare lo spazio per i risparmi e quello di più lungo periodo di contenere il peso (interpretato come inefficienza) dello Stato. La politica monetaria più accondiscendente dovrebbe quindi garantire condizioni di credito più favorevoli per l’investimento privato la cui crescita, assieme al funzionamento più flessibile del mercato del lavoro, sarebbe il volano che assicura l’espansione produttiva, del reddito e dell’occupazione.
Ma perché le cose non vanno come i nostri governanti ritengono che dovrebbero andare? Perché le banche, nonostante l’ampio sostegno che ricevono dalla Banca centrale, non espandono i loro finanziamenti? La risposta è implicita nella sollecitazione di Draghi, più volte reiterata nel passato, che non si è fatto ancora abbastanza, che occorre ancora maggiore consolidamento finanziario, occorre maggiore flessibilità.
La possibilità che le difficoltà risiedano nello stesso schema logico dell’austerità non sembra venga nemmeno presa in considerazione. Eppure per sostenere l’attività delle imprese e i loro investimenti non è sufficiente mantenere bassi i tassi d’interesse ufficiali (quelli sotto controllo della Bce), ma occorre che non aumentino i tassi bancari sul credito alle imprese. Nella fissazione di questi tassi certamente le banche si avvantaggiano del contenimento dei tassi sui fondi liquidi (correlati fortemente ai tassi ufficiali) che sono però una parte minore del tasso praticato dalle banche alla loro clientela dovendo esse tener conto del rischio di perdite nel caso l’impresa non sia in grado di onorare l’impegno assunto; è il ricarico del premio per questo rischio che è il fattore maggiormente condizionante il tasso d’interesse che le banche richiedono per il loro finanziamento.
La crisi ha, da un lato, indotto politiche monetarie che hanno spinto i tassi monetari a un livello così vicino allo zero da non poterne prevedere ulteriori contrazioni ma, dall’altro lato, ha prodotto condizioni di incertezza, che si riversano sia sul conto economico delle banche che sulle prospettive produttive della loro clientela, che sospingono verso l’alto il premio per il rischio.
In effetti, la crisi finanziaria ha fatto emergere perdite – effettive e attese – sui titoli in portafoglio delle banche le quali hanno appesantito il conto economico e le hanno indotte a irrigidire le condizioni dei loro prestiti, sia per garantirsi attivi più sicuri, sia per aumentare i ricavi a copertura delle perdite realizzate e previste. Analogo shock si è poi ripetuto per le banche coinvolte nella crisi dei debiti pubblici, in particolare per i paesi europei che avevano una situazione più precaria a questo riguardo; le perdite subite – effettive e attese – hanno accentuato il comportamento restrittivo delle banche, molto caute nell’esporsi ulteriormente. In questa situazione, un pesante ruolo negativo l’ha avuto la linea di politica finanziaria europea che, scaricando sui singoli paesi l’intero onere del rientro, ha fatto mancare il puntello dell’Unione europea a una gestione di maggior respiro del consolidamento finanziario, col risultato di drammatizzare la situazione. C’è voluta la decisione di Draghi di intervenire a sostegno dell’euro – tardiva e limitata – per calmierare, ma non riassorbire completamente, la pressione dei mercati.

venerdì 12 aprile 2013

Draghi, chi è “proprietario” dell’euro?

- rinascita -

Non avendo ottenuto una risposta esauriente dal Commissario Europeo Olli Rehn, nonostante due interrogazioni, il parlamentare europeo Marco Scurria ha deciso di scrivere direttamente al governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, per cercare di sciogliere definitivamente il problema della proprietà dell’euro all’atto dell’emissione.
Sulla questione-principe che determina il servaggio dei popoli europei, non soltanto Scurria (Fratelli d’Italia), ma anche Mario Borghezio (Lega Nord) da tempo sono protagonisti di questa battaglia per restituire ai cittadini la sovranità sulla moneta.
Non si tratta, nella fattispecie della richiesta rivolta da Marco Scurria, di una battaglia di “verità sostanziale” ma dell’esigere una risposta a prescindere dell’esistenza o meno di “teoremi monetari” o di dichiararne l’essenza “complottistica”. Qui si tratta di avere risposte certe, di “diritto”: è una “questione giuridica” che va risolta definitivamente. “Perché – come scrive su “rapporto aureo” Francesco Filini - tutto ciò che non è codificato dalle leggi è per definizione fuori legge”.
Non bisogna lasciare soli quei rari rappresentanti del popolo che con perseveranza e coraggio insistono su questo tema.
Riprendiamo qui la lettera inviata al Governatore della BCE.

Egregio Governatore,
sono costretto a rivolgermi a Lei per trovare una risposta definitiva ad una domanda che centinaia di persone, singolarmente o attraverso associazioni, in Italia e in Europa mi stanno ponendo. Purtroppo il commissario europeo per gli affari economici e monetari, Olli Illmari Rehn, non ha saputo dare una risposta efficace alle interrogazioni parlamentari poste dal sottoscritto, che le allego, sulla natura giuridica della nostra moneta unica. Infatti non è ancora chiaro il motivo per cui la Banca Centrale Europea risulta, di fatto, proprietaria dell’Euro all’atto della sua emissione, nonostante nessun trattato internazionale attribuisca la proprietà giuridica del mezzo monetario all’Istituto da Lei presieduto.
Sappiamo benissimo che la moneta, come ogni bene mobile, deve necessariamente avere un suo proprietario sin dal momento in cui viene creata. Non risulta chiaro il motivo per il quale la Banca Centrale Europea, a cui spetta, secondo quanto stabilito dall’articolo 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, il diritto esclusivo di emettere moneta, ovvero autorizzare le Banche Centrali Nazionali ad emettere il mezzo di scambio, si appropri di quest’ultimo senza alcuna copertura legislativa. Non a caso le banconote a corso legale che circolano nell’Unione riportano la sigla della BCE e, quelle di recente emissione, la Sua firma come Governatore.
Sappiamo bene che i valori monetari creati, anche di recente con la manovra da Lei voluta per dare una risposta alla crisi che va sotto il nome di Long Term Refinancing Operation (LTRO), acquisiscono valore soltanto nella fase della circolazione o meglio nel momento in cui avviene l’addebito al nuovo proprietario. Sono quindi gli accettatori a dare valore al mezzo di scambio e la logica vorrebbe che questi ultimi fossero i legittimi proprietari. Ma non intendo con questa missiva entrare in questioni che attengono alla politica, così come non intendo mettere in discussione in questa sede l’indipendenza delle Banche Centrali.

domenica 31 marzo 2013

I mercati hanno vinto le elezioni

Autore: Francesco Piobbichi
Tutto come prima. Anzi peggio
Tutto come prima. Chi ha vinto le elezioni si chiama Mario Draghi e la sua vittoria gli permetterà di gestire il Paese per altri 6 mesi con il pilota automatico permettamente operativo. Il pilota automatico di cui parlava Draghi non è altro che l'insieme delle norme previste dai trattati (Fiscal Compact) recentemente approvati e ratificati dal nostro Parlamento, che di fatto rendono operativo il rigore di bilancio in maniera permanente. Napolitano oggi lo ha chiarito senza troppi giri di parole, Mario Monti -ha detto Re Giorgio- è ancora in carica, e visto che c'è il semestre bianco lo sarà per altri mesi. Quanto basta per tenere i conti in ordine, per andare in Europa e rassicurare Berlino e tenere l'Italia sotto la scure della BCE. Meglio di così per banche e padroni non poteva andare: tenere in piedi un governo tecnico, che non può essere sfiduciato in quanto decaduto, ma che lavora per l'ordinaria amministrazione oliando il funzionamento del Fiscal Compact.
Così mentre Monti continuerà con la sua azione, i partiti in parlamento inizieranno una campagna elettorale che durerà a lungo promettendo paradisi artificiali al popolo del Gabibbo senza muovere un dito rispetto ai nodi di fondo. Per certi aspetti Napolitano ha fatto sue le proposte di Grillo dei giorni scorsi, "un parlamento può continuare ad operare senza un nuovo Governo" aveva detto il comico genovese, omettendo però che con questa proposta il vecchio Monti dimissionario resterà in carica fino a che non verrà votata la fiducia ad un nuovo Governo. Per tirare avanti in questa stuazione Napolitano nominerà due gruppi ristretti per continuare a lavorare per trovare un programma comune per fare le "riforme". Per quanti mesi ancora durerà tutto questo non è dato sapere, dato che dopo la fine del mandato di Giorgio Napolitano occorrerà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, che poi eventualmente scioglierà le camere e fisserà la data delle elezioni, che forse si terranno ad Ottobre. Intanto Bersani resta in silenzio e Renzi scalpita, Monti approva ed il Pdl esprime fiducia al Presidente. Nessuna forza politica parlamentare ad ora, ha fatto una proposta sensata sulla crisi e contro i trattati internazionali che ci hanno messo al collo il cappio dell'austerity. Il M5S grida all'inciucio, ma ad ora sta facendo la figura di dhi diceva di cambiare tutto ed alla fine è stato il miglior strumento per non cambiare niente.

martedì 26 marzo 2013

La BCE torna in cattedra

In 15 slide Draghi mostra l'agenda all'Europa

Clash city workers - sinistrainrete -

Ci risiamo: ancora una volta ci troviamo a commentare un intervento del presidente della Banca Centrale Europea. Sono ormai anni che seguiamo con una certa attenzione i contributi di Mario Draghi: sin da quando, da governatore della Banca d’Italia, segnando una discontinuità con i suoi predecessori, si distingueva per la capacità di rappresentare pienamente il punto di vista e gli interessi del grande capitale europeo fuori da logiche di tipo nazionale. Una capacità di sintesi e di raccordo che lo ha portato a presiedere la Bce, l’istituzione comunitaria che di fatto in questi anni ha scalzato tutte le altre, avviando un processo di centralizzazione delle funzioni esecutive e d’indirizzo politico inimmaginabile fino a pochi anni fa.

La crisi dell’Eurozona e la conseguente necessità di interventi di politica monetaria, tesi a stabilizzare i mercati e in particolare a difesa dei debiti sovrani, ha posto la Bce nella possibilità di poter imporre ai governi dei singoli Stati europei la propria “agenda” condizionando così la propria azione di tutela all’applicazione di determinati provvedimenti.

La lettera inviata il 5 agosto 2011 dalla Bce al governo italiano (che ha imposto misure durissime come l’anticipo del raggiungimento del pareggio di bilancio al 2013 e che successivamente ha determinato le dimissioni di Berlusconi e la nomina di Mario Monti alla guida dell’esecutivo con il compito di riformare pensioni, mercato del lavoro e di tagliare il welfare) è esemplificativa del nuovo ruolo assunto dalla Banca Centrale Europea.
Un ruolo e un meccanismo che è stato poi di fatto istituzionalizzato nel settembre 2012 attraverso l’adozione del piano per le Outright Monetary Transactions, il cosiddetto piano anti spread.

Questo piano prevede che la Bce proceda all’acquisto illimitato dei titoli di stato a breve termine sul mercato secondario per gli stati che ne facciano richiesta al fine di ridurre i rendimenti. L’attivazione del piano di OMT è però legata ad una “rigida ed efficacia condizionalità” ovvero la sottoscrizione da parte degli stati di un programma del fondo ESM (European Stability Mechanism). I programmi dell’ESM sono misure vincolanti per gli Stati che “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite”. In parole povere il “salvataggio” è condizionato alla cessione della propria sovranità, ad una sorta di commissariamento da parte dell’ESM – con modalità simili a quelle utilizzate dal Fondo Monetario Internazionali di cui ricordiamo i “brillanti” interventi dei decenni passati che hanno distrutto le condizioni di vita e di lavoro di decine di milioni di lavoratori a tutte le latitudini ed in particolare nei paesi sudamericani…


Draghi sale in cattedra: l’analisi delle slide


Fatta questa breve premessa, necessaria a delineare il contesto, passiamo ora all’oggetto vero e proprio dell’articolo. Nonostante i media nazionali non ne abbiano quasi fatta menzione, troppo occupati a celebrare il nuovo Papa e a seguire l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, a Bruxelles il 14 e 15 marzo si è tenuto il Consiglio Europeo di primavera. La notizia non sta tanto nello svolgimento del summit, in cui non si è presa nessuna decisione di particolare rilevanza, ma nell’intervento fatto da Draghi nel corso del Consiglio. Il governatore della Bce ha infatti radunato tutti i leader dei paesi dell’Unione, li ha fatti accomodare e, con fare quasi scolastico, con l’ausilio di una ventina di slide ha fatto il punto della situazione per poi concludere “assegnando” i compiti da fare a casa. Dati i precedenti e soprattutto la rilevanza assunta dalla Bce e dal suo governatore, così come ricordato nella premessa, pensiamo sia il caso di sederci virtualmente anche noi in quella sala, analizzare le slide e fare il punto sulle conclusioni.

Il documento si intitola “Euro area economic situation and the foundations for growth”, ovvero “La situazione economica della zona Euro e le basi per la crescita”. Le prime slide ci forniscono semplicemente una serie di dati macroeconomici come l’andamento del Pil nell’area Euro dal 2007 ad oggi, andamento che mostra una recessione pari quasi all’1% per l’anno in corso, per poi passare ai dati sulla disoccupazione sempre per lo stesso periodo che vedono primeggiare Spagna e Grecia che in meno di sei anni hanno più che raddoppiato il proprio tasso arrivando rispettivamente al 26,2% e al 26,4% (approfittiamo per ricordare come questo genere di statistica riguardante il tasso di disoccupazioni siano di fatto falsate a causa della non armonizzazione dei sistemi di welfare e quindi possono indurre a visioni distorte della realtà, come nel caso dell’Italia, che si attesta al di sotto della media dell’area euro, ma che finora aveva un sistema di ammortizzatori sociali che lasciava il lavoratore anche nei periodi di inattività dovuta a crisi e/o ristrutturazioni legato alla propria azienda).

Draghi è poi passato all’analisi della bilancia dei pagamenti, all’andamento dei conti pubblici
e in particolare al rapporto deficit/Pil e Debito/Pil oltre che all’andamento del credito alle imprese (che segnala una forte flessione per Spagna e Italia). Si tratta di dati abbastanza noti su cui non occore fermarsi più di tanto.

La parte interessante del documento arriva con la ottava slide intitolata “basi per la crescita”.
Qui il nostro caro Draghi pone una domanda: da dove viene la crescita? Come ogni bravo insegnante ci fornisce la risposta. La crescita deriva dal:
  • rafforzamento della domanda globale;
  • sostegno della politica monetaria di ancoraggio alla stabilità dei prezzi;
  • ripristino di fiducia, competitività e credito.
Queste risposte meritano a nostro giudizio un paio di considerazioni.

Per quanto riguarda il primo punto è interessante vedere come il governatore si guardi bene dal parlare di un rafforzamento della domanda per quanto concerne la zona euro (che tra l’altro sarebbe l’area di sua competenza), ma usa il termine globale. Questo perché è cosciente del fatto che le politiche che intende mettere in campo indeboliranno ulteriormente la domanda interna attraverso l’abbassamento dei salari e diventa quindi fondamentale, in un modello produttivo orientato alle esportazioni, che ci sia un rafforzamento della domanda a livello globale.

La seconda affermazione invece pone come condizione per la crescita il sostegno incondizionato a quello che da sempre è il mandato della Bce: mantenere l’inflazione sotto il 2%. Un mandato che tutela uno degli interessi principali del grande capitale e in particolare di quello finanziario bancario, ovvero non vedere erosi i propri profitti dalla svalutazione della moneta.

La terza risposta pone la questione della fiducia e della competitività, ovvero la certezza da parte di chi investe che si concretizzino le condizioni necessarie alla profittabilità del proprio business. Tradotto in altri termini: governi autoritari capaci di imporre le proprie decisioni e aumento dello sfruttamento dei lavoratori.

Infine si parla di credito inteso come tutela delle banche in modo che possano svolgere tranquillamente e soprattutto senza rischi la propria attività di intermediazione finanziaria. Nelle slide seguenti è lo stesso Draghi a spiegare nel dettaglio le problematiche legate a competitività e fiducia.

La slide 9 mostra due grafici che rappresentano: l’andamento dei salari dal 1999 al 2011 e l’andamento della produttività nel medesimo periodo di due insiemi di paesi: quelli in surplus e quelli in deficit (i paesi sono assegnati al gruppo Surplus/Deficit se hanno avuto un avanzo di conto corrente/disavanzo nel 2007, l'ultimo anno pre-crisi). Senza grandi sorprese scopriamo che nei paesi in surplus i salari sono cresciuti molto di meno rispetto a quelli in deficit. E, anche per quanto concerne la produttività, la tendenza viene confermata: i paesi in surplus hanno una maggiore produttività rispetto a quelli in deficit. Questi dati non fanno altro che dare una conferma empirica a quella che è da sempre una caratteristica del modo di produzione capitalistica, ovvero più si abbassano i salari, più intensi sono i ritmi di lavoro, tanto più aumentano gli investimenti e si può esportare e conquistare nuove fette di mercato attraverso la possibilità di applicare prezzi più bassi ai prodotti finiti.

Il governatore passa poi nella slide 10 ad analizzare l’andamento dei salari e della produttività nei singoli paesi dell’area Euro. La Germania risulta chiaramente il paese in cui sono cresciuti di meno i salari ed è aumentata di più la produttività: ecco spiegato, a chi ancora non l’avesse capito, il tanto celebrato miracolo tedesco frutto di 10 anni di blocco degli aumenti delle retribuzioni e di riforme del lavoro e del welfare devastanti, come nel caso della Hartz IV. Situazione speculare invece per l’Italia dove gli stipendi sono aumentati nella media dell’UE e il livello di produttività è rimasto quasi immutato dal 1999, sia per la capacità da parte dei lavoratori di porre un argine agli attacchi del padronato che per un arretramento strutturale del modello produttivo.

La slide 11 è intitolata “profitability problems”, letteralmente problemi di redditività. Qui si pone la questione centrale per la borghesia europea ovvero la possibilità di far profitti. Vengono mostrati due grafici (sempre riguardanti i due medesimi insiemi di paesi): in uno viene mostrato l’andamento dei margini di profitto e nell’altro una curva che rappresenta i “contratti negoziati” e il tasso di occupazione. Anche per quanto concerne i margini di profitto i paesi in surplus ovviamente battono di gran lunga i paesi in deficit, dato che viene confermato anche per il tasso di occupati. Un'altra ovvietà dato che è normale che solo chi è in condizione di mantenere bassi i salari può competere, quindi esportare e realizzare profitti. Lo stesso vale per il tasso di occupazione, in quanto più esistono condizioni di profittabilità più aumentano gli investimenti e quindi il numero di occupati.

Seguono poi una slide sulla “Fiducia” misurata con l’andamento dei rendimenti dei bond societari e dei titoli di stato che testimoniano negli ultimi anni un ritorno di fiducia con tassi più bassi. L’unica a fare eccezione è l’Italia che presenta negli ultimi mesi una leggera inversione di tendenza.

La tredicesima slide invece riguarda la questione del credito ed in particolare l’andamento del Tasso di interesse sui nuovi prestiti alle imprese dei principali paesi della zona Euro. Qui i dati divergono nettamente e mostrano come Italia e Spagna siano penalizzate da tassi d’interesse molto più alti rispetto a Francia e Germania, questo differenziale è dovuto a quelle che sono le prospettive di crescita per i singoli paesi. I tassi alti hanno però l’effetto di aggravare ulteriormente la situazione innescando un circolo vizioso dove all’aumento del costo del denaro corrisponde un peggioramento degli outllook che porta ad un nuovo aumento dei tassi d’interesse.

Il penultimo grafico rappresenta invece il rapporto deficit/pil dei singoli paesi, mostrando i risultati raggiunti negli ultimi anni dalle politiche di austerity. Ma il pezzo forte è la slide finale intitolata “Conclusioni”, di cui pensiamo sia opportuno riportare la traduzione letterale:
  1. riesaminare i mercati dei prodotti e del lavoro per verificare se sono compatibili con la partecipazione all’unione monetaria;
  2. riforma dei contratti di lavoro per i paesi con pressanti problemi di competitività;
  3. piena attuazione della legislazione sul mercato unico.
Il primo punto suona come una vera e propria minaccia. O si è in grado di orientare la produzione verso settori che possano permettere di esportare e si forniscono condizioni di lavoro perché ciò sia profittevole o si è fuori dall’unione monetaria.
La seconda affermazione è un vero e proprio bagno di realtà. Se si vuole l’incremento degli investimenti, la crescita e quindi l’aumento dei profitti, non c’è altra strada che aumentare lo sfruttamento. Come Marx ci ha insegnato, l’incremento del saggio di profitto può essere raggiunto esclusivamente diminuendo i salari, allungando la giornata lavorativa e aumentando la produttività. Quando Mario Draghi parla di riforma dei contratti di lavoro intende esattamente questo: abbassamento delle retribuzioni e incremento dell’orario e dei ritmi di lavoro. Probabilmente la lettura di queste slide sarebbe molto utile a coloro i quali (in particolare nell’ultimo periodo nel nostro paese) in buona fede ragionano in termini di compatibilità con questo modo di produzione o rivendicano una sua riforma che porti a un capitalismo dal volto umano magari depurato da corruzione e disonestà.

Il terzo ed ultimo punto invece appare a una prima lettura più criptico. In realtà è una precisa esortazione a eliminare tutti gli ostacoli presenti a una vera concentrazione dei capitali nell’area Euro. È un appello, rivolto ai governi di tutti i paesi dell’Unione e in particolare a quelli cosiddetti periferici, a non intralciare le fazioni di borghesia più forti nella loro opera di assimilazione di mercati e settori produttivi.

La ricetta è chiara, il piatto è servito: non ci resta che ingoiare il boccone amaro?

giovedì 21 marzo 2013

La democrazia sostituita dal "pilota automatico"

di Dante Barontini

Mario Draghi dice quel che nessuno vuol sentire: "non contanto i risultati elettorali, né in Italia né altrove; abbiamo creato un pilota automatico per imporre il consolidamento di bilancio". Chiunque vinca.

Quando la verità è agghiacciante, c'è sempre un tecnico che ha l'obbligo di dirla. Un po' come la “lettera scomparsa”, che sta davanti agli occhi di tutti. La questione del vero “programma di governo” che da Palazzo Chigi o altrove sarà calato su questo paese è stata “rivelata” ancora una volta da Mario Draghi, presidente della Bce, quella banca centrale politicamente irresponsabile (in senso tecnico, perché non ha nessun governo o parlamento continentali in grado di “condizionarla”) che ordina “riforme strutturali” ai singoli governi nazionali dimentica di avere – unica al mondo – uno statuto illogico che la obbliga a tener conto solo del tasso d'inflazione. La quale, perciò, non possiede strumenti ordinari di intervento sui mercati oltre il banale e ormai spuntato gioco sui tassi di interesse. E che, inoltre, quando ha reso iniziative “non convenzionali” (ovvero non previste dallo statuto) è stata duramente bacchettata dalla vera banca centrale europea: Bundesbank.

La lunga premessa serve solo a ricordare l'assetto squilibrato del pulpito da cui Mario Draghi ha parlato negli ultimi giorni per mostrare la “grande tranquillità” sua e dei mercati (spesso anche lui sembra confondere i due ambiti) davanti ai risultati imprevisti delle elezioni italiane.

In sintesi: «questa è la democrazia», specie in un sistema monetario con 17 paesi (18 da luglio, entra la Croazia) all'interno dei quali si vota più volte nell'arco di quattro o cinque anni. Ma la democrazia, per l'appunto, è quel regime politico in cui le elezioni determinano cambiamenti nelle figure di governo, mutamenti orientati da valori anche ideali o ideologici, e quindi mutamenti anche notevoli nell'ordine delle priorità. Potenzialmente un caos, insomma, tra popoli differenti, sistemi industriali disomogenei, culture e sistemi legislativi e fiscali anche molto diversi.

Come fa, dunque, Draghi a rimanere calmo e a presentare “i mercati” sulla sua stessa lunghezza d'onda?

Possiamo quasi specchiarci nelle sue parole di ieri, che noi andiamo ripetendo – fortunatamente sempre più ascoltati – almeno dal momento dell'insediamento del governo Monti: le elezioni non determinano più alcun cambiamento al livello del “programma di governo”. Il pilastro fondamentale della “politica” - le scelte sulla produzione e redistribuzione della ricchezza prodotta o accumulato all'interno di un determinato territorio – è stato da tempo affidato ad organismi sovranazionali, guidati da “comitati tecnici” che nessuno ha eletto (la famosa Troika composta da Unione Europea, Fondo monetario Internazionale e la stessa Bce). Berlusconi, Monti, Bersani o Grillo – dall'alto della vetta di sovradeterminazione che Draghi abita – sono assolutamente intercambiabili, con le dovute differenze di stile e presentabilità a tavola, perché dovranno fare esattamente le stesse cose. Il margine di scostamento è minimo, o ogni allontamento dalla massima efficienza prescritta sarà fatto pagare in termini di spread o di “procedure d'infrazione”. Ma nell'insieme il programma è tracciato.

lunedì 29 ottobre 2012

Silenzio, parla Draghi!


121029draghiMentre cresce l'attesa per l'esito delle consultazioni elettorali in Sicilia, evento che potrebbe fornire dati estremamente interessanti, la Finanza europea lancia il suo attacco. Udite udite, a farlo è niente meno che Mario Draghi. Forse qualcuno ha sottovalutato l'importanza ed il ruolo (o il compito?) del presidente della Banca centrale europea. Sono i numeri a fare i fatti, e forse anche a decidere, specialmente in un momento storico come questo, lo stesso destino delle popolazioni. Lasciata la scena nazionale al fido scudiero Monti, l'ex presidente di Banca Italia si è concentrato sul controllo della macchina finanziaria europea. Altro che Frau Merkell! Il passaggio smarcante che lo stesso Draghi ha fornito a quella che attualmente è la nazione più potente d'Europa è arrivato proprio ieri (dom.28 ottobre, ndr.). L'occasione è venuta con l'intervista al settimanale tedesco Der Spiegel.
E' lecito sorridere dunque, quando si fa un gran parlare di tecnici e tecnicismo: questa è pura politica economica che ha chiare e lucide intenzioni! In gran parte d'Europa c'è stata una grossa avanzata delle sinistre, e non non solo "sinistre" intese in senso generico, quanto forze politiche che rivendicano una vera alternativa. La "cosa" non poteva sfuggire ai "nostri eroi" che siedono nei nobili scrigni degli organismi che controllano la finanza continentale. Il tempismo è la premessa della lungimiranza, e Draghi non è uno sprovveduto. Con le elezioni Regionali si apre anche in Italia una stagione di appuntamenti che, definire importanti, è sicuramente ed estremamente riduttivo. Ma cosa ha detto o fatto il "financial brain" della BCE? Semplicemente che si trova d'accordo ("pienamente d'accordo") con il ministro delle finanze tedesco Wolfang Schauble nell'appoggiare un intervento diretto della Commissione europea sui bilanci nazionali. La traduzione è inequivocabile: basta con la gestione "allegra" dei singoli paesi con la conseguente supervisione della BCE e della UE che si arrogherà quei poteri decisionali che finora ha cercato di gestire in maniera indiretta (riuscendoci egualmente..!). Le dichiarazioni di Draghi sono esplicite: "solo il trasferimento di sovranità permetterà di ristabilire la fiducia nella zona euro". Alcuni Paesi, continua il presidente della BCE, "non hanno capito di aver già perso la sovranità da molto tempo perché sono pesantemente indebitati e questo li rende dipendenti dal buon volere dei mercati". Il terreno per l'intervento di Draghi era stato arato e dissodato già da tempo. La creazione del Super-Stato europeo è oggi più di una mera fantasia. A sostegno di questo percorso sono stati fino ad oggi i vari Monti, Casini ed altri esponenti del PDL ai quali ha fatto ovviamente seguito l'area neoliberista che sostiene l'attuale governo dei "tecnici".
Ad appoggiare la folta schiera di chi sostiene le politiche liberiste del presidente della BCE è, ahimé, lo stesso Stefano Fassina, braccio destro (e sinistro) di Pierluigi Bersani, nonché Responsabile economico del Partito Democratico. Vorremo tanto capire il punto dove vuole andare a parare Fassina, specialmente quando afferma che "Il potere di intervento da parte della Commissione europea sui bilanci nazionali di tutti i paesi euro è caratteristica fondamentale della fiscal union, tappa decisiva e urgente dell’integrazione politica della zona euro". Ci auguriamo di aver compreso male ma sembra un modo di continuare a legittimare, almeno in questo momento, la politica liberista portata avanti dal governo Monti... “Va chiarito, dice ancora Stefano Fassina, che il potere di intervento deve fondarsi su una legittimazione democratica diretta attraverso la scelta del presidente della Commissione nelle elezioni europee quale leader di una coalizione politica e attraverso il coinvolgimento del Parlamento europeo nelle decisioni”.

giovedì 25 ottobre 2012

Draghi si spiega al Bundestag

Fonte: il manifesto | Autore: Anna Maria Merlo       
Si aggrava la recessione per i 27 paesi, ed esplode ovunque il debito pubblico. La Grecia ottiene due anni di tempo in più per rientrare nei parametri; ma la pagherà più cara PARIGI. Il Fiscal Compact e la «regola aurea» dovevano servire - ufficialmente - a ridurre il debito pubblico, che «toglie sovranità» agli stati e li mette in mano alla finanza internazionale. Purtroppo, l'obiettivo è stato mancato. I dati di Eurostat confermano un aumento generalizzato (con la sola eccezione della Gran Bretagna) del debito pubblico nella zona euro e nella Ue a 27 nel secondo trimestre di quest'anno. L'area euro ha un debito di 8517 miliardi (salito in tre mesi dall'88,2% del pil al 90%), i 27 sono a 10840 (dall'81,4% all'84,9% in tre mesi).
Il paese più virtuoso è l'Estonia, con un debito del solo 7,3%, seguito da Bulgaria (16,5%) e Lussemburgo (20,9%). La Spagna, che all'inizio della crisi aveva un debito molto basso, ora è al 76% (era al 72,9% da gennaio a marzo). La Germania è il principale debitore in termini assoluti, con 2169 miliardi, l'82,8% del pil (era l'81% all'inizio dell'anno), ma Berlino si finanzia con tassi negativi, che riguardano, anche se in misura inferiore, per il momento anche la Francia, che ha un debito di 1833 miliardi, pari al 91% del pil (è salita dall'89,1%). Unica eccezione è la Gran Bretagna che è riuscita a far calare leggermente l'indebitamento dall'86,1% all'86% nel secondo trimestre.
Questa situazione non scuote Mario Draghi, presidente della Bce, che però ammette «una disoccupazione deplorevolmente alta» e una prospettiva di «economia debole a breve termine» nella zona euro.
In missione a Berlino, per convincere gli scettici del Bundestag attenti ai dubbi della Bundesbank sul programma di acquisto di Bond da parte della banca centrale, Draghi ha assicurato che «l'intervento sui debiti pubblici non porterà a finanziamenti surrettizi», perché sono stati «predisposti interventi per evitarlo». Draghi ha ricordato che il programma, approvato da Merkel, riguarda acquisti di Bond solo sui mercati e non direttamente dai governi. I programmi di aggiustamento, poi, sono la garanzia dell'indipendenza della Bce.
I programmi di aggiustamento stanno soffocando la Grecia, al punto che persino la troika (Bce, Fmi, Commissione Ue) sembra rassegnata a concedere ad Atene due anni di più per ricondurre il deficit di bilancio sotto il 3%. La data-limite sarà il 2016 e non più il 2014. La Grecia ottiene un po' di respiro sui tempi, come già è stato concesso (un anno in più) a Spagna e Portogallo. All'Eurogruppo del 12 novembre, la troika potrebbe così sbloccare la tranche di 31,5 miliardi del programma di aiuti per evitare il default del paese. Ma due anni di più di tempo per Atene significano altri soldi da versare ad Atene da parte dei partner: mancherebbero tra i 15 e i 18 miliardi di euro.
Merkel deve fare approvare al Bundestag questo nuovo intervento. Alla Grecia viene imposto, in contropartita, di proseguire nel programma di aggiustamento: riforma del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, privatizzazioni, riforma del mercato dell'energia. I tagli dovranno essere dell'ordine di 13,5 miliardi per il 2013-14.
Intanto, è la Commissione a chiedere soldi. Mancano 9 miliardi per chiudere il bilancio 2012, per finanziare fondi regionali, agricoli, ricerca e anche Erasmus (che ha un buco di 90 milioni). Lo scontro si annuncia feroce per il bilancio 2013: la Commissione ha chiesto un aumento del 6,8% sul bilancio di 219,1 miliardi del 2012. Ma gli stati, soprattutto i contributori netti (tra cui Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna), non vogliono andare al di là del 2,7%. Il parlamento europeo è schierato con la Commissione e ha appena bocciato un taglio di 5 miliardi deciso dal Consiglio la scorsa estate. Londra vuole approfittare della trattativa per ridurre ancora il contributo britannico.

domenica 9 settembre 2012

Il calcio al barattolo della Bce di Draghi

Fonte: il manifesto | Autore: Gabriele Pastrello
       
La decisione salva-spread della Banca renderà inutile l’intervento. Sicuramente fino a novembre; poi non si sa
La notizia che la Bce acquisterà titoli in quantità illimitata non è una notizia. Quando un banchiere centrale di fronte a un attacco speculativo al ribasso dice, come fece Draghi a fine luglio, che farà «tutto il necessario» per difendere l’euro, gli arzigogoli interpretativi sono superflui; non poteva voler dire altro che farà quello che solo adesso ha detto che farà. Il resto è tattica e sceneggiate.
Ma sono comunque interessanti le clausole della dichiarazione. E’ vero infatti che ha usato l’aggettivo «illimitato» per le quantità, cruciale per definire l’azione del «prestatore di ultima istanza». Ma ha limitato le scadenze ai soli titoli fino a tre anni. Le ragioni possono essere diverse: forse una maggiore sensibilità dei titoli con scadenze basse a fattori di rischio speculativi; o forse perché, essendo già nei portafogli delle banche come riserva, una loro conversione in conti correnti presso la Banca centrale non aumenta la base monetaria e quindi non minaccia, stante i timori della Bundesbank, fiammate inflazionistiche; o forse con l’intenzione di ammansire la Bundesbank delimitando l’ampiezza dell’intervento.
Draghi ha inoltre insistito molto sulla condizionalità, cioè sull’esigenza che i paesi i cui titoli necessitano di essere sostenuti debbano richiederlo ai due fondi di stabilizzazione, accettando le condizioni sulle politiche e sulle riforme. Nulla di nuovo anche qui. Draghi è un sostenitore convinto delle politiche di compressione sociale, taglio del welfare e dei salari; dall’intervista al Wall Street Journal di febbraio in poi ha ripetuto più volte che spetta ai governi, la «seconda gamba», attuare le cosiddette riforme. Eppure c’è un aspetto poco chiaro. Come aveva detto di recente, la Dichiarazione del 6 settembre riguarda interventi di emergenza per situazioni di emergenza. Ora, se ci fosse un attacco, difficilmente gli Stati coinvolti richiederebbero l’intervento, dato il costo politico della richiesta – l’intervento della Troika: Bruxelles, Fmi e Bce – prima che la situazione diventi insostenibile.
Ma a quel punto sarebbe improbabile che ci fosse tempo per tutta l’istruttoria; è più probabile che, data l’urgenza, la Bce intervenga prima che tutta la procedura del Memorandum d’intesa sia completata. Cosa succederebbe se ci fossero condizioni che un paese non fosse disposto ad accettare? La Bce lascerebbe affondare l’euro? Improbabile. Per di più c’è nella Dichiarazione un oscuro riferimento a programmi di intervento dei Fondi di stabilizzazione sul mercato primario, e non solo su quello secondario.
Restava un’unica linea difensiva anti-Draghi, per quanto pretestuosa. E cioè che l’acquisto di titoli di debiti sovrani, che comporta la creazione di moneta da parte della banca centrale, possa avere come conseguenza una crescita dell’inflazione. Ma Draghi ha neutralizzato in anticipo la critica dichiarando che, contestualmente, provvederà a sterilizzare l’eventuale aumento della quantità di moneta. Cioè se, da un lato, acquistasse titoli spagnoli o italiani da banche spagnole o italiane, contemporaneamente metterà in atto operazioni che riducano la quantità di moneta negli stessi paesi. Peraltro è difficile capire come, ad esempio, liquidare in euro i titoli di un fondo giapponese faccia aumentare i prezzi degli alimentari a Roma o a Madrid. Inoltre, si è già visto che l’aumento di liquidità delle banche dovuto alla precedente azione di Draghi, quella del rifinanziamento triennale, non si è trasformata in credito all’economia, e quindi in ripresa con tensioni sui prezzi.
Interessante è stata la reazione dei mercati alle dichiarazioni di Draghi, non tanto per la crescita delle borse italiane e spagnole, ovvia, quanto per l’asta andata male dei Bund tedeschi. Si tratta di una chiara conferma del fatto che vendere spagnolo o italiano, nei mesi scorsi, e acquistare tedesco non aveva nulla a che fare con i differenziali nei fondamentali macroeconomici o fiscali, bensì con l’aspettativa che la zona euro si rompesse. In questo caso, chi avesse acquistato Bund si sarebbe trovato in mano un titolo rivalutato. Se la prospettiva si fa dubbia non ha più senso, almeno per il momento, comprare tedesco.
La Dichiarazione di Draghi, come tutti si aspettano, renderà inutile l’intervento. Sicuramente fino a novembre; poi non si sa. Il punto dolente è che l’austerità sta marciando, e non si capisce proprio come i suoi effetti, che si svilupperanno con forza in inverno, potranno essere rovesciati a primavera, visti i nuovi tagli di bilancio già previsti per il 2013; pace Monti e il suo ottimismo. Stavolta è la dinamica recessiva reale che potrebbe retroagire sulle condizioni finanziarie e bancarie, peggiorandole, e quindi favorire una nuova stagione di attacco all’euro. Ma non prima dell’anno nuovo.

sabato 8 settembre 2012

Tanto rigore per nulla e alla fine Draghi tira fuori il bazooka. Ma l’austerità non è finita

 
Da 537 (24 luglio) a 370 punti (ieri, 6 settembre) con la possibilità concreta di ulteriori ribassi: tanto è sceso lo spread tra Buoni del Tesoro italiani e titoli di stato tedeschi al solo annuncio di “acquisti illimitati” dei titoli dei paesi periferici da parte della banca centrale. A Mario Draghi non è servito, per ora, neppure muovere un dito per tenere a bada i “mercati” (o per essere più precisi la speculazione). E’ quello che molti hanno definito il “bazooka” della BCE, contro il quale nessuno speculatore può confrontarsi. Secondo la Bundesbank, che ha votato contro, la BCE sta violando i trattati. Ma questo davvero ora non importa a nessuno.

Qualche riflessione, quindi, è d’obbligo. La prima è che tutto ciò che è stato raccontato sull’attenzione dei mercati alle politiche fiscali (restrittive) dei paesi, sulla “credibilità”, sulla “fiducia”, era poco più che propaganda. I mercati hanno tranquillamente ignorato il fiscal compact, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, la riforma dell’art.18, il taglio alle pensioni (e le migliaia di esodati). Tutte queste politiche non hanno e non potevano avere un’influenza positiva sullo spread. Ma l’hanno avuta e l’avranno ancora, di segno negativo, sull’economia reale.
La seconda riflessione consegue dalla prima: se tutto quanto si è fatto finora è stato pressoché inutile (a parte le manovre della BCE), allora si potevano adottare le misure annunciate ieri da Draghi già all’inizio della crisi dei debiti sovrani, risparmiando all’Europa tre anni di pena. Ovviamente non vi erano le condizioni politiche per farlo, ma ciò non toglie nulla all’obiezione. Se Draghi non sta violando i trattati oggi, non li avrebbe violati neppure ieri.
La terza riflessione riguarda il futuro. Il presidente della BCE ha ribadito più volte che gli acquisti saranno “condizionati” al rispetto di impegni da parte dei governi e al coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale. Pur senza entrare nei dettagli, è chiaro di cosa Draghi stava parlando: austerità di bilancio, riduzione dei salari (in ogni rapporto la BCE insiste su questo punto), ridimensionamento del welfare.
Ma chi sta già attuando politiche di questo genere non sta affatto migliorando le sue performance economiche. Al contrario.
L’Irlanda dal 2008 vede il suo prodotto nazionale lordo in continua caduta, mentre il PIL è tornato a contrarsi all’inizio del 2012. Non solo: nonostante la contrazione della spesa pubblica, il deficit irlandese è peggiore di quello greco.
In Portogallo, altro paese “aiutato”, l’economia si sta contraendo (-3,3%) più delle già pessime aspettative, mentre le entrate fiscali diminuiscono a causa della recessione. Una strategia quindi che non solo distrugge l’economia reale, ma anche nel breve termine compromette le stesse finanze pubbliche. Certo, lo spread di questi paesi è sceso, ma è una ben magra consolazione di fronte ad una economia in caduta libera.
In Grecia la situazione è ormai oltre il limite della civiltà. La Spagna è ad un passo dalla richiesta di aiuti per le sue disastrose finanze.
Per quel che riguarda l’Italia le previsioni peggiorano: ieri l’OCSE ha annunciato un crollo del 2,4% del PIL nel 2012, contro l’1,7% delle previsioni precedenti. E il Financial Times sembra non avere dubbi: anche l’Italia chiederà gli “aiuti” europei entro l’anno, delegando le politiche economiche alla trojka BCE-UE-FMI.
L’ultima riflessione riguarda l’efficacia delle mosse annunciate dalla BCE. Lo scenario migliore sarebbe quello in cui la banca centrale non fosse costretta ad attivare concretamente i programmi di acquisto. C’è da sperare cioè che i mercati percepiscano la minaccia del bazooka come insuperabile, così che la speculazione sui titoli dei paesi periferici si fermi senza nessun atto concreto della Banca centrale. Se invece così non fosse, l’ulteriore rigore dei bilanci pubblici al quale gli acquisti verrebbero subordinati procurerebbe danni forse peggiori che lo spread stesso, come spiegato in precedenza.
Infine è ancora da chiarire come la BCE “sterilizzerà” l’acquisto dei titoli dei paesi periferici per non incrementare l’offerta di moneta e quindi (nella sua visione) alimentare l’inflazione.
Intanto l’Europa rimane ancora per qualche giorno con il fiato sospeso: il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca deciderà se l’ESM è conforme alla legge fondamentale.
Concludiamo con una nota positiva. Il quotidiano tedesco Welt ieri ha titolato nell’edizione on line: “I mercati finanziari festeggiano la morte della Bundesbank”. E questa sarebbe davvero una bella notizia.

venerdì 3 agosto 2012

Con l'euro, senza l'euro, contro l'euro?

L'uscita dal tunnel non c'è stata. Restano i dilemmi del "calabrone" euro, che non poteva volare e molti vogliono continuare a far volare. Alternative di cui valutare le conseguenze politiche, oltre che economiche

Il tanto atteso “sblocco” della situazione europea non c’è stato. Nel presentare la recente decisione di non variare i tassi, il governatore della Bce Mario Draghi ha riconosciuto che la presenza di premi al rischio estremamente elevati per alcuni paesi e la conseguenze segmentazione dei mercati finanziari mina l’efficacia della politica monetaria. Ha altresì affermato che la Bce prenderà in considerazione le misure necessarie per affrontare il problema (leggi, acquisto di bond sul mercato secondario) ma ha anche segnalato che si tratta di direttive che andranno poi concretizzate in un disegno preciso nel prossimo mese. Inoltre ha sottolineato sia il disaccordo tedesco, sia il richiamo al consolidamento fiscale per quanto riguarda i paesi in difficoltà. Significativa in tal senso l’affermazione in conferenza stampa secondo cui in presenza di insostenibilità fiscale per i paesi delle periferia, l’unica opzione sul campo per attivare un intervento - della Banca Centrale o dei due Fondi di Stabilità – è una richiesta formale del Paese e una accettazione della conditionality che a tale intervento è usualmente associata [1].
Il problema della stabilità dell’euro è tutt’altro che risolto, in sostanza, e alcune domande più di fondo si pongono.
Nel discorso di Londra di Mario Draghi del 26 luglio, che tanto ha fatto esultare i mercati, c'erano un paio di passaggi che a mio avviso non sono stati sufficientemente discussi. Innanzitutto, il presidente della Bce afferma che l’euro ha le caratteristiche di un bumblebee (un calabrone) che riesce a volare, anche se non dovrebbe. In secondo luogo, prima di affermare che farà di tutto per salvare l’euro, vuole rimarcare l’investimento politico fatto nella moneta unica.
Krugman, che è lettore attento, riprende entrambi i punti in un suo recente editoriale sul NY Times. Traducendo in un linguaggio più chiaro, afferma che l’euro è stato un errore (punto 1), ma sostiene che un suo fallimento comporterebbe un colpo all’unificazione politica (punto 2).
È davvero così?
Sulla creazione dell’euro, giacché pensare a un controfattuale (cosa sarebbe successo senza l’euro) a questo livello di aggregazione è francamente complicato, si può dare una risposta dal punto di vista strettamente economico, con riferimento alla definizione di un’area monetaria ottimale. Senza entrare troppo nel tecnico, è oramai palese che le economie dell’area euro mostrino persistenti elementi di diacronia nell’andamento del ciclo e che non abbia quei requisiti di mobilità e flessibilità che sarebbero richiesti in teoria. Detto in altri termini, a fronte di differenze di competitività, eliminata la variabile del cambio come meccanismo di ripristino dell’equilibrio esterno (e inesistente un meccanismo fiscale di compensazione tra aree), non resta che un aggiustamento sul lato dei prezzi (inclusi i salari). I fattori devono essere mobili a sufficienza da andare dove sono più produttivi e i prezzi devono dare i segnali corretti.
I problemi sono due: la mobilità interna del lavoro è molto bassa, visti i costi di aggiustamento molto alti legati a differenze linguistiche, culturali e amministrativo-burocratiche, ma soprattutto, esiste un problema opposto legato ai capitali. Mentre i capitali si sono mossi dal centro alla periferia, come racconta il modello standard, l’afflusso di capitali non ha portato a crescita della produttività nella periferia (promuovendo convergenza nella competitività), ma ha finanziato bolle speculative che hanno poi portato alla crisi [2].
È evidente che i requisiti di mobilità dei fattori si possono anche modificare endogenamente, ma visto il tempo trascorso dalla creazione dell’euro e visti gli orizzonti temporali su cui è necessario risolvere i problemi, si può affermare abbastanza tranquillamente che questa opzione non è sul tavolo in questo momento.
Atteso che in punta di teoria l’euro non era sostenibile, rimane da esplorare il secondo punto.

mercoledì 28 marzo 2012

Euro-truffa: nuova interrogazione a Bruxelles

di Francesco Filini - rapportoaureo -
Dopo l’ultima inesauriente risposta del Commissario Olli Rehn sulla natura giuridica della proprietà dell’euro, il parlamentare europeo Marco Scurria ha deciso di andare fino in fondo presentando una nuova interrogazione per chiarire una vicenda che, senza alcuna esagerazione, potrebbe rimettere in discussione l’intero sistema.
E’ fondamentale ricostruire dei passaggi che, nonostante la loro semplicità, ancora non vengono ben compresi da gran parte della popolazione. Attualmente la BCE, conglomerato delle banche centrali dell’UE interamente in mano a privati, crea denaro dal nulla (da fine dicembre il Governatore Mario Draghi ha emesso valori monetari per oltre 1000 miliardi di euro) e lo presta alle banche commerciali con un tasso di favore dell’1%. Ricevuto il prestito di denaro le stesse banche commerciali possono decidere se acquistare o meno titoli del debito con tassi che vanno dal 4 al 7% emessi dagli Stati con grossa anemia monetaria. Basandosi su calcoli svolti esclusivamente in funzione del loro profitto. Quindi abbiamo un ente privato come la BCE che crea valore dal nulla e lo presta alle banche che a loro volta riprestano lo stesso denaro maggiorandone gli interessi.

Va chiarita una questione di non poco conto. Il valore del denaro non può essere dato da chi lo emette ma esclusivamente da chi lo accetta. Un caso limite molto semplice fa capire molto bene la vacuità del denaro: se mettiamo un governatore di una banca centrale a stampare monete su un’isola deserta il denaro non assume alcun valore perché mancano gli accettatori che convenzionalmente riconoscono nel mezzo monetario la rappresentazione, la certificazione del loro lavoro. Questa è quella che il prof. Giacinto Auriti chiamava “teoria del valore indotto“, dimostrata scientificamente da un professore Universitario con l’esperimento del Simec a Guardiagrele. In poche parole se da domani un gruppo di persone decidesse di utilizzare dei pezzi di carta diversi dagli euro per scambiarsi reciprocamente il prodotto del loro lavoro (com’è accaduto per il Simec e come accade per le local money in circa 7000 comuni del mondo intero) non accadrebbe nulla di straordinario: nel corso della sua storia l’uomo infatti ha utilizzato i più disparati mezzi monetari, come sale, conchiglie, piume, pepite d’oro, chicchi di caffè eccetera, riconoscendone convenzionalmente il simbolo di valore.
Lo stesso euro è un semplice pezzo di carta non coperto da alcuna riserva (dal 15 Agosto 1971 il Presidente Usa Nixon ha abolito la convertibilità del dollaro con l’oro) usato come mezzo di scambio all’interno dell’Eurozona, così come convenzionalmente stabilito dagli Stati dell’Unione con il Trattato di Maastricht del 1992. E’ di fondamentale importanza capire che il valore del denaro è dato dal lavoro dei cittadini e non dal banchiere. Ecco perché il denaro deve appartenere al popolo, ecco perché prima del 1694 (anno di fondazione della prima Banca Centrale, la Bank of England che ha introdotto e imposto negli anni la sterlina come moneta nominale), il compito di battere moneta apparteneva al “Cesare”, all’autorità statale che imprimeva la sua effige sul conio.

sabato 3 marzo 2012

Caro presidente Draghi, rilegga il suo maestro Federico Caffè

Postato da keynesblog il 3 marzo 2012 in Citazioni e testi classici, Italia, Welfare

“Il problema dello stato garante del benessere sociale (poiché un problema indubbiamente esiste) [è] quello della sua mancata realizzazione; non già quello del suo declino, o del suo superamento”.

(In difesa del Welfare State, 1986).

“Ogni auspicabile guadagno di efficienza richiede (…) una riaffermazione senza equivoci dei principi sui quali si fonda lo Stato del benessere. Non la sua crisi ci porta, oggi, a considerare gli indici di malessere, ma il fatto di aver sempre trovato argomenti per non realizzare in pieno una garanzia valida del benessere sociale, o per ridimensionare quel tanto che era stato faticosamente ottenuto. Una nuova epoca di scelte si apre: ma essa non può comportare opportunistici arretramenti, bensì ferma fedeltà agli ideali del progressismo riformatore; siano essi o meno vendibili sul mercato delle idee correnti”

(L’assistenza negata, in «Rinascita», 13 luglio 1985).

nota: Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, si è laureato con Federico Caffè nel 1970 ed è stato successivamente suo assistente. Caffè è stato uno dei più importanti economisti italiani ed uno dei primi a portare il pensiero keynesiano in Italia. E’ scomparso misteriosamente senza lasciare traccia il 15 aprile 1987.

martedì 21 febbraio 2012

The Draghi Put

di Pasquale Cicalese - sinistrainrete -
Greenspan Put: così è stata qualificata l’asset inflation statunitense negli ultimi decenni. A partire dal crack borsistico di Wall Street del 1987, l’espansione illimitata di moneta da parte della Federal Reserve garantiva spettacolari aumenti di azioni (in tal modo le pensioni americane, legate ai corsi azionari, venivano corrisposte), obbligazioni e delle materie prime. Essendo il dollaro moneta internazionale, l’inondazione di liquidità monetaria provocava aumenti dell’inflazione mondiale. Del resto la Greenspan Put era in voga già negli anni sessanta, a tal punto che il Generale De Gaulle si batté per ripristinare il gold standard alternativo al gold exchange standard, basato sulla convertibilità del dollaro in oro.

Ad ogni sintomo di recessione americana o di sgonfiamento di bolle azionarie, Greenspan rispondeva con l’abbattimento dei tassi di interesse e dando liquidità illimitata alle investment-banks di Wall Street.

L’inflazione era contenuta principalmente grazie ad una trentennale gelata dei salari reali, mitigata con il keynesismo finanziario analizzato accuratamente da Riccardo Bellofiore, a cui si aggiungeva il keynesismo militare (guerre imperialiste). Insomma, burro e cannoni.

La Greenspan Put ha provocato, oltre che un aumento dell’asset inflation, l’esplosione di bolle speculative succedutesi negli ultimi venti anni: bolla dell’high tech, bolla immobiliare (mutui subprime), bolla obbligazionaria.

Con la crisi mondiale del 2007 il suo successore, Ben Bernanke, reitera la Greenspan Put dando al sistema finanziario americano la bellezza di 14 mila miliardi di dollari e portando a zero i tassi di interesse.

A livello contabile, l’esplosione del debito privato viene parzialmente mitigata dall’aumento vertiginoso del deficit e del debito federale, nel mentre alle banche di investimento viene riconosciuto il conteggio degli asset – soprattutto mutui subprime – a costo storico, non già a costo di mercato, dacché ciò avrebbe provocato un imponente svalutazione dei prestiti concessi. La polvere viene nascosta sotto il tappeto: il problema è che essa rimane, a tal punto che Mario Margiocco – uno dei maggiori specialisti italiani del mercato americano - quantifica in circa 5 mila miliardi di dollari i prestiti delle banche che prima o poi dovranno essere svalutati, continuando imperterrito il crollo dei prezzi immobiliari americani, senza contare poi i prestiti al consumo e quelli dati agli studenti.

venerdì 20 gennaio 2012

Riprendiamoci l’Europa!

di COLLETTIVO UNINOMADE

1. Non c’era bisogno delle parole di Mario Draghi per capire che la crisi ha ormai raggiunto in Europa una soglia di irreversibilità. Crisi di «dimensioni sistemiche», aveva detto Jean-Claude Trichet un paio di mesi fa. Ora Draghi, suo successore alla guida della Banca Centrale Europea, ci informa che «la situazione è peggiorata» (16 gennaio). Difficile capire che cosa significhi il peggioramento di una crisi di «dimensioni sistemiche». Certo è che gli scenari che si prospettano per i prossimi mesi sono assai cupi, non solo per chi ormai da anni sta pagando la crisi e il farmaco che la alimenta – l’austerità, o più “sobriamente” il rigore. Anche settori consistenti del capitale e delle classi dirigenti europee cominciano a essere assaliti dal dubbio che, nel gigantesco processo di riassestamento globale degli equilibri di potere in atto, corrono il rischio di figurare tra i perdenti. Lo spettro del “declino”, se pur non ha smesso di aggirarsi per le metropoli statunitensi, ha preso a frequentare con maggiore assiduità le strade e le piazze d’Europa – o almeno di intere regioni europee. E non mancano i commentatori che intravedono dietro l’azione delle agenzie di rating una razionalità militare, le prime manovre di una «guerra mondiale del debito» in cui l’obiettivo della sopravvivenza del dollaro come moneta sovrana a livello mondiale (con il conseguente mantenimento degli attuali centri di comando sui mercati finanziari) può giustificare lo sgretolamento dell’euro. Sullo sfondo, le notizie che arrivano dallo Stretto di Hormuz ci ricordano che di fronte a una crisi di questa profondità e durata la guerra può essere una “soluzione” da tentare non soltanto sul terreno della finanza e dei debiti “sovrani”.

Diciamolo chiaramente: l’Unione europea, per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, è finita. Non è un fatto di cui rallegrarsi. Noi stessi abbiamo di tanto in tanto pensato che le lotte e i movimenti potessero trovare nell’istituzionalità europea in formazione, sul terreno della cittadinanza e della governance, un quadro di riferimento più duttile rispetto agli assetti politici nazionali, uno spazio dentro e contro il quale costruire campagne e articolare piattaforme rivendicative. Bene, quello spazio non esiste più. È questa la prima lezione da trarre dalla crisi in questa parte del mondo. La seconda, tuttavia, è per noi altrettanto importante: sul terreno nazionale ogni ipotesi di fronteggiamento democratico o socialista della crisi si sta mostrando per quello che è – un’illusione priva di ogni efficacia e tendenzialmente pericolosa. Ce lo insegnano due anni di resistenza durissima, e tuttavia appunto ristretta al terreno nazionale, alle politiche di austerità nei Paesi più colpiti dalla crisi. La Grecia è da questo punto emblematica. Difficile immaginare un dispiegamento più radicale e assortito di lotte di resistenza di quello messo in campo in quel Paese – dall’occupazione delle piazze a scioperi generali durati per giorni e giorni, dai tentativi di assalto al Parlamento al blocco di intere città. E tuttavia l’efficacia di questa mobilitazione permanente, in termini di contrasto alle politiche draconiane di tagli e smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, è stata pari a zero.

lunedì 16 gennaio 2012

Il Titanic Euro in vista dell’iceberg

di Bruno Amoroso - ilmanifesto - fonte: comedonchisciotte
Collisione imminente per la nave del capitano Draghi. Chi salverà i cittadini europei dal naufragio?

Il Titanic Euro è ormai a vista d’occhio dalla collisione con l’iceberg della speculazione finanziaria internazionale. A bordo il capitano, Mario Draghi, con l’ausilio del personale precario e dei mozzi – Merkel, Sarkozy e Monti – mantiene la calma e si accinge a pulire i vetri della nave con i pannicelli caldi chiamati «liberalizzazioni» e «disciplina di bilancio», e del «mercato del lavoro». Qualche telefonata arriva dalla terra ferma dagli attoniti osservatori (Wolf, Galbraith, Krugman ecc.), che raccomandano di mettere in mare le scialuppe di salvataggio per salvare quanti più paesi è possibile e tentare di fermare l’iceberg prima dello scontro. Mario Draghi e i suoi mozzi hanno già pronti gli elicotteri per il loro salvataggio.

Le misure estreme da prendere – estreme perché ormai è già tardi – sono quelle di inviare dei missili ben mirati che frantumino l’iceberg della finanza e del gruppo di potere che ha pilotato l’Europa dalla zona dell’Ue alla zona della Grande Germania. Il primo missile, che potrebbe partire dall’Italia, è quello di nazionalizzare le grandi banche nazionali togliendogli ogni ruolo nel campo del credito e del controllo finanziario, mettendole in liquidazione mediante il trasferimento delle loro funzioni al sistema del credito cooperativo e popolare nelle sue varie forme assunte dal credito locale.

lunedì 9 gennaio 2012

Il gioco si fa sulla pelle dei lavoratori, ma il tavolo da gioco è da un'altra parte

di Zag in ListaSinistra
E' passato quasi sotto silenzio o perlomeno ha fatto poco rumore la notizia che il Super Draghi ha fatto dono di 489 miliardi di euro, destinati a 523 banche europee in difficoltà a un tasso di interesse dell’1% per tre anni. In questo non allontanandosi molto da quell'altro pacco dono preparato dalla Fed americana che si è fatta carico di titoli tossici legati ai mutui subprime per 1,45 trilioni di dollari che ancora ha sul groppone e che ancora non riesce a scrollarsi di dosso ( in realtà sono i popoli della terra che si sono sobbarcati questa monnezza a loro insaputa e senza nessuna contropartita.) La differenza sta nel fatto che la BCE l'operazione non l'ha fatta direttamente , ma dalle sue succursali. Ora la Fed ha compiuta l'operazione per sgravare le banche dai loro titoli tossici e consentendo così di non essere sommersi dallo sterco da loro stessi prodotto. La BCE invece ha colmato il sogno di alcuni(molti) economisti keynesiani, comparsi tutto d'un colpo e all'improvviso dopo la crisi rivelatasi nel 2008. La loro tesi è che immettendo liquidità nel sistema si possa spingere le banche a rilanciare il credito alle industrie e ai privati in modo da creare crescita nell'economia reale.
Ma il primo dubbio che sovviene è che sino a che i salari non saliranno e fino a che il potere di acquisto di lavoratori e pensionati non aumenta e sopratutto fino a che si continuano a fare manovre tutte lacrime e sangue per i lavoratori, c'è poco da immettere merci sul mercato, c'è poco da aumentare la produzione se poi le merci rimangono invendute nei magazzini.
E tutto questo anche se il meccanismo potesse veramente funzionare. Ma , appunto , vi è un altro inghippo all'origine. La banche ricevono danaro all'1% mentre i tassi d'interesse per i titoli di stato viaggiano al 7%. Cioè una rendita secca dell'6% ! Quindi le banche prendono soldi dallo stato per finanziare lo stato il quale a sua volta rigira il danaro alle stesse banche. I primi guadagnano un 6% e lo stato ci perde un altrettanto 6% . D'altronde questa genialata non è nuova, ma proviene da quella mente eccelsa del Tremonti pensiero con i suoi Tremonti bond. Niente di nuovo, ancora sotto il cielo!

Il dato che non si vuole/possono leggere è che non si dice, è che i famosi paesi a rischio default, i PIGS, costituiscono ancora la principale fonte di osservazione dei famosi CDS che sempre più perversano e pervadono i mercati di tutto il mondo. Questi cosidetti Credit Default Swap sono dei contratti assicurativi contro il default degli stati. Cioè una insolvenza di uno stato significa che la banca provvede a risarcire l'investitore coperto dal rischio default. l valore di mercato dei CDS sui titoli di stato è tanto più elevato quanto più una nazione è a rischio. Ad es. l’assicurazione contro il rischio di mancato pagamento degli interessi sui titoli greci corrisponde quasi al 100%, ossia bisogna raddoppiare il capitale investito in titoli greci se si vuole essere assicurati contro il rischio. Per i titoli italiani siamo al 5%, per quelli portoghesi all’11% e per i Bund tedeschi all’1%. Ma non finisce qua. Le Banche nel corso di questi anni hanno emesso molti duplicati di questi contratti assicurativi utilizzati a loro volta come prestiti, cui si deve un interesse, truffando così investitori di vario genere e le stesse banche che si trasferivano vicendevolmente questa spazzatura. L’esposizione delle grandi banche d’affari sui CDS di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna ammonta a circa 500 miliardi di dollari

Da questo si chiarisce come la corsa sia da un lato da parte delle banche possessori di CDS a comprare titoli di stato per evitare che questi vadano in default e quindi costretti a pagare gli investitori di queste assicurazioni, e più volte visto che gli stessi CDS sono state riciclate più e più volte e dall'altro gli investitori che giocano al ribasso per favorire la corsa al default di quegli stati di cui posseggono i titoli e riscuotere la forma assicurativa.

Se non si ferma questa corsa , questa folle corsa, se non si ferma questa corsa a forme di investimenti drogati, derivati e similari, se non si ritorna a mettere regole e divieti ai capitali finanziari liberi di scorrazzare in giro per il mondo , non basteranno tutte le manovre Montiane o Tremontiane, a fermare lo spread o i gli interessi sui titoli di stato. I giochi si fanno sulla pelle dei cittadini, ma il tavolo da gioco è da un'altra parte!
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Zag(c)

lunedì 24 ottobre 2011

Troppo grandi per fallire, e anche per essere salvati.

di Pitagora. Fonte: sbilanciamoci
Così com'è l'Europa non può salvare un paese come il nostro. Per evitare il disastro, sistema finanziario e Unione dovranno cambiare. E necessariamente l'Italia dovrà cambiare governo

Nell'intervento d'apertura del convegno «L'Italia e l'economia internazionale, 1861-2011» organizzato dalla Banca centrale per celebrare i 150 anni dell'unità del nostro paese il governatore uscente, Mario Draghi ha ripercorso alcune tappe dello sviluppo economico italiano e ha mandato numerosi segnali. Otto i principali: l'Italia è troppo grande per uscire dalla crisi con gli aiuti dall'estero; la crisi è sistemica e l'Italia può contagiare l'intero sistema finanziario europeo; la stagnazione economica dell'ultimo decennio ha concorso significativamente all'esplodere della crisi; l'apertura internazionale del sistema economico in Europa e nel mondo sono processi che non possono essere fermati; la situazione è difficile ma non disperata; l'obiettivo del risanamento dei conti pubblici non può essere disgiunto dal rilancio dell'economia; per rilanciare l'economia occorre intaccare i privilegi di «gruppi sociali organizzati» stratificatisi in molteplici campi di attività; «Occorre agire con rapidità. È stato già perso troppo tempo».

La difficile situazione attuale, tuttavia, è il risultato delle modalità con cui è stata realizzata l'Unione monetaria in Europa e delle risposte che sono venute da imprese, banche e governi. Prima dell'unificazione monetaria l'equilibrio tra le economie dei paesi europei si poteva realizzare attraverso la leva del cambio e delle svalutazioni. Quando si formava un disavanzo eccessivo nei pagamenti con l'estero, la riduzione del valore della moneta ripristinava la competitività delle imprese e nel volgere di qualche tempo l'equilibrio nei conti internazionali; ciò non era immune da conseguenze sul piano interno, perché l'aumento dei prezzi delle merci importate innescava un processo inflazionistico che a sua volta portava a effetti redistributivi e accentuava le tensioni sociali. I paesi con monete forti, capaci di attrarre capitali esteri, erano invece avvantaggiati da un costo del capitale più ridotto.
L'unificazione monetaria è stata un elemento centrale dell'Unione europea, che fu guidata da motivi ideologici e realizzata in pochi mesi per scongiurare il timore della ricostruzione di una Germania unificata forte e militarizzata; l'unione fu promossa senza adeguate riflessioni sulle conseguenze economiche e finanziarie in un mondo che andava mutando con una velocità senza precedenti.

mercoledì 12 ottobre 2011

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea.

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea
Jean Claude Trichet e Mario Draghi
Spettabili Direttori,
Ci chiamiamo Natalia e Ulisse. Non siamo banchieri, né capitani d’industria, né broker finanziari,
né titolari di agenzie di rating; non siamo capi di governo o ministri delle finanze. Non siamo il
genere di persone con cui andate abitualmente a colazione. Siamo un’educatrice e un ricercatore
universitario. O meglio, proviamo a esserlo. Io, Natalia, avevo un contratto a progetto ma ora il
progetto – che sorpresa! – è finito, e sono a casa (integra se vuoi); io, Ulisse, ho finito il dottorato di ricerca, e, mentre perdo il mio tempo dietro a concorsi e applicazioni che non vincerò mai, lavoro come partita iva in monocommittenza, a mille euro al mese, con contratti semestrali. Siamo due precari qualunque, insomma. Siamo lavoratori come molti, moltissimi altri: operai, operatori di call center, facchini, magazzinieri, autotrasportatori ecc...
Anzi, ve lo dobbiamo rammentare, perché di sicuro la cosa vi è sfuggita: siamo la maggioranza della popolazione lavorativa in questo paese. Il particolare non è secondario; si, perché non dovete credere che questa nostra sia l’ennesima narrazione lacrimevole della miseria (sfiga?) che ci attanaglia, verso la quale sfoderare il vostro paternalistico sorriso, e che liquiderete con la proverbiale pacca sulla spalla.
Non veniamo con il cappello in mano a chieder l’elemosina: questo lo lasciamo al nostro governo.
Noi non chiediamo, pretendiamo. Esattamente come avete fatto voi, con la vostra lettera minatoria del 5 agosto. Dopo aver osservato, con compiacente disinteresse, banche d’affari e speculatori finanziari arricchirsi scommettendo sui debiti della gente comune, e aver coperto la loro bancarotta quando la bolla speculativa è esplosa, usando soldi pubblici, adesso osate fare ingiunzioni; osate rimproverare un paese per la sua insolvenza sventolando lo spauracchio del default, dopo averne
prosciugato le risorse per salvare i vostri amici; osate pretendere. Ebbene, adesso pretendiamo noi.
Voi avete la forza del denaro. Noi abbiamo la forza delle moltitudini, delle idee, e della rabbia.
Voi chiedete la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali,
attraverso privatizzazioni su larga scala.
Noi chiediamo invece il libero e consapevole accesso ai beni comuni: il diritto alla casa, e a uno
spazio per la realizzazione e l’organizzazione della propria vita; il diritto alla formazione e
all’istruzione, e a spazi per la produzione di sapere collettivo; il libero accesso all’informazione,
attraverso la rimozione dei vincoli che lo limitano; il diritto alla comunicazione, con il libero
accesso ai canali e ai media di comunicazione sociale e culturale; il diritto alla mobilità, e la
garanzia della libera circolazione dei corpi, tramite la fruizione agevolata dei mezzi di trasporto; il diritto alla socialità, e a spazi comuni d’incontro e di relazione.
Voi chiedete la riforma ulteriore del sistema di contrattazione salariale collettivo, permettendo
accordi a livello d’impresa e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di
negoziazione.
Noi pretendiamo la cancellazione dell’art. 8 e dell’accordo tra sindacati e confindustria del 28
giugno, rifiutiamo il ricatto della trattativa locale, che di fatto consegna i salari e le condizioni di
lavoro all’arbitrio delle aziende, condanniamo il ruolo connivente delle sigle sindacali confederali, che svendono per trenta denari i lavoratori in cambio della legittimazione alla propria esclusiva sulla rappresentanza. Chiediamo invece la riduzione delle tipologie contrattuali, a fronte dell’attuale proliferazione di accordi collettivi, originati da una divisione del lavoro che non esiste più.
Chiediamo di definire in un’unica cornice giuridico – contrattuale le garanzie di base a tutela del
lavoro a prescindere dall’attività svolta e dal settore di appartenenza. Chiediamo un salario minimo orario e, per le attività non misurabili in termini di tempo, una retribuzione minima
Voi chiedete licenziamenti più facili, e indorate la pillola auspicando un welfare moderno e un
sistema di ricollocazione impraticabili perché non finanziati.
Voi chiedete il pareggio di bilancio e il pagamento del debito.
Noi chiediamo l’accesso incondizionato al reddito di esistenza, a prescindere da qualsiasi
condizione professionale, etnica, sessuale, generazionale, affinché sia riconosciuto che siamo
produttivi anche solo vivendo.
Noi rivendichiamo il diritto all’insolvenza, il diritto a riappropriarci di ciò che ci è stato sottratto,
con la forza e con l’inganno, da banche, speculatori finanziari, e un governo connivente. Vogliamo esercitare tale diritto come moltitudine, ponendo le nostre esigenze di produzione e cooperazione sociale prima di qualsiasi esigenza legata a logiche di profitto e sfruttamento.
Questo noi chiediamo, anzi pretendiamo. E lo grideremo a gran voce oggi, in varie piazze d’Italia, e sabato 15 ottobre a Roma.
Perché siamo stati buoni, ma mai stupidi. E ora non siamo neanche più buoni

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