Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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domenica 30 dicembre 2012

Crisi Europa: la Germania "deporta" anziani e malati ad est

Si delocalizzano a forza i vecchi, in Asia e all'est: spediti altrove perché non ci sono soldi per mantenerli in Patria. L'Europa è un orrore senza fine.

anzianigermania.jpgLa parola brucia, scotta. Eppure è il Guardian, autorevole quotidiano britannico, ad usarla nel catenaccio sotto il titolo: "inumana deportazione".
Si tratta della sbalorditiva notizia che arriva dalla Germania. Ecco il testo del Guardian, in traduzione:
Un crescente numero di anziani e malati tedeschi vengono spediti all'estero per cure di lungodegenza in ospizi o centri di riabilitazione, a causa dei costi crescenti e del livello in declino dell'assistenza tedesca. L'iniziativa, che ha visto migliaia di pensionati ricollocati in case dell'Europa dell'Est e dell'Asia è stata pesantemente criticata dalle organizzazioni di welfare come "deportazione inumana".
Il problema è la popolazione che invecchia e gli alti costi sociali dell'assistenza, che in un momento di tagli ed austerity non può provvedere a tutti. Così, come si delocalizzano le industrie per risparmiare sui costi, ora si delocalizzano a forza anche anziani e malati per lo stesso motivo. Ma qui si tratta di esseri umani, e non di macchinari.
Circa 7000 di essi si trovano oggi in ospizi in Ungheria, 3600 in Repubblica Ceca e Slovacchia, altre centinaia in Spagna, Grecia e persino Thailandia o le Filippine. Il Guardian ha parlato con molti di essi, ed hanno dichiarato che sono stati costretti a tale scelta con estrema riluttanza. Inoltre, sembra che aziende specializzate nel business degli anziani stiano aprendo sedi in questi Paesi proprio per stipulare convenzioni col sistema sanitario tedesco e "ricevere" i vecchietti spediti colà dalla Germania.
Le associazioni lanciano l'allarme: anziani spesso poco presenti a se stessi che si ritrovano in posti lontani, con lingue diverse, fuori dalla loro casa e dal loro quartiere. In posti dove, come accade per le industrie, l'obiettivo è il risparmio all'osso.
Non so esprimere quanto trovo agghiacciante quello che sta accadendo. Non voglio arrivare a fare orridi paragoni col passato. Ma sempre più trovo inumana e terribile questa orrenda Europa e il suo metodo di governo, da cui vorrei scappare insieme a tutto il mio Paese. Ripeto ciò che ho detto altre volte: chi voterà "per l'Europa" è mio nemico.

lunedì 19 novembre 2012

Crisi, i nuovi poveri sono i cinquantenni in giacca e cravatta che dormono in aeroporto

- controlacrisi -
Chi sono i nuovi poveri di oggi? raggiungono l'aeroporto in serata, dopo il lavoro con il loro trolley alla mano, si lavano nei bagni e lì rimangono per la notte fino alla mattina seguente, quando si prepararano, rimettono le loro cose in valigia, salgono su un autobus e si recano a lavoro.

Questa è la vita degli uomini di mezza età che a seguito di una separazione perdono la casa di famiglia e, anche se hanno ancora un lavoro non hanno la possibilità di pagare un altro affitto.

A descrivere questa nuova sfaccettatura della povertà italiana è Alberto Bruno, Commissario provinciale di Milano della Croce Rossa. "Nel 2011 sono state 250mila quelle assistite continuativamente - ma per quest'anno si stima un notevole incremento fornendo loro aiuti alimentari ma non solo. Negli ultimi 2-3 anni - spiega il Commissario Straordinario della Cri, Francesco Rocca - registriamo un forte aumento dei bisogni da parte delle famiglie, che chiedono oltre a beni primari come il cibo, aiuto nel pagamento delle bollette, o per l'acquisto degli occhiali o dei libri per i figli".
"Solo nell'area metropolitana di Milano - dichiara Bruno -distribuiamo aiuti alimentari a 50mila nuclei familiari in stato indigenza, di povertà conclamata e certificata, con un aumento esponenziale di anno in anno. Ma il nostro lavoro rappresenta solo un terzo del fabbisogno, coperto da altre realtà associative, facendo salire dunque a 150mila le famiglie in difficolta' solo nella nostra zona".

"Il welfare - spiega Bruno - è ormai un termine vuoto e una chimera nel nostro Paese, e la crisi colpisce anche il sistema di solidarieta' dei cittadini, così come dell'industria".

Un esempio per tutti: "i supermercati e le catene della grande distribuzione oggi non hanno più eccedenze alimentari, i cibi restano sugli scaffali fino a poco prima della data di scadenza, e le associazioni non possono piu' contare sulle donazioni di quel surplus di cibo da distribuire quotidianamente agli indigenti. Se prima avevamo due uova per due persone, oggi abbiamo un solo uovo per una frittata da dividere in due".
"Le nuove povertà - afferma Rocca - sono una delle principali nuove sfide che stiamo affrontando e dovremo affrontare sempre più nel prossimo futuro. La geografia della povertà, ridisegnata dalla crisi economica è in continuo cambiamento e purtroppo con dati statistici destinati ad aumentare sempre di più. Gli effetti -aggiunge - si fanno sentire infatti sulla classe media italiana che si impoverisce sempre più, ma anche sull'esercito degli 'invisibili', gli immigrati che, magari perdendo il lavoro, faticano ancora di piu' ad integrarsi, e i poverissimi che vengono ancora più marginalizzati. Noi dobbiamo ripartire da lì, da quella zona scura, scurissima, dove migliaia di persone sono costrette a vivere".

"I nuovi poveri devono rappresentare la nostra priorità - aggiunge il Commissario straordinario della Cri - e per loro dobbiamo ridisegnare i nostri interventi, affinche' essi possano recuperare una dimensione di dignita' e di umanita' che le difficolta' economiche e l'emarginazione sociale tendono ad annullare. Anche in Spagna - riferisce - la Croce Rossa ha avviato una campagna, battezzata "Ora più che mai", per far fronte a quella che ormai è più che un'emergenza poverta'".

Quanto alle forze e alle risorse da destinare alla solidarieta': "Oltre al problema economico, amplificato da un welfare carente - sostiene Rocca - la crisi ha toccato in generale anche il volontariato, perche' il precariato diffuso e le difficolta' lavorative si riflettono sulla gestione del tempo degli italiani da dedicare ad attivita' benefiche. Noi siamo abbastanza fortunati - conclude - perché abbiamo circa 25mila giovani e registriamo un aumento del numero di pensionati volontari".

giovedì 6 settembre 2012

Ricette per il welfare

di Grazia Naletto - Fonte -
Salute, istruzione, casa, pensioni. I diritti sociali, visti solo come costi, non sono più per tutti. Come fermare la deriva? Siamo in apertura di anno scolastico: ragazzi, famiglie, docenti e dirigenti scolastici dovranno confrontarsi con l’eredità dei decreti Gelmini e i tagli imposti dalla spending review. Ovvero: tagli a tempo pieno e attività extradidattiche, aumento dei costi delle mense scolastiche e delle tariffe mensili dei servizi per l’infanzia. Solo per fare alcuni esempi.
Ciò accade nel contesto di un dibattito pubblico sulle caratteristiche e gli effetti della crisi a dir poco schizofrenico: da un lato (e giustamente) le inchieste sulle aziende in crisi, sulla crescita della povertà e della disoccupazione giovanile, sulla dilatazione della povertà, sulla crescita delle disuguaglianze economiche e sociali; dall’altro la visibilità pressoché esclusiva delle opinioni di “tecnici”, governativi e non, a sostegno di quella che viene proposta come “l’unica via di uscita” dalla crisi: quella dell’austerity e del contenimento della spesa pubblica, in primo luogo di quella sociale.
Tale schizofrenia non è certo casuale: risente di un dibattito internazionale egemonizzato dalla teoria neoliberista che ha imposto l’assioma dell’esistenza di una relazione di incompatibilità tra welfare ed efficienza economica. Così, a partire dagli anni ’80, i governi europei hanno eroso sistematicamente le garanzie offerte dal sistema di welfare. È stato messo in discussione il principio che sta alle fondamenta dello stato sociale: la scelta universalista in base alla quale lo Stato è tenuto a farsi carico di alcuni bisogni sociali fondamentali (salute, istruzione, abitazione, pensioni) trasformandoli in diritti per tutti.
In Italia l’argomentazione in base alla quale questa scelta sarebbe indotta dai costi eccessivi delle politiche pubbliche non regge: la spesa sociale italiana è nella media europea e non si capisce perché i soldi mancano per gli asili e le scuole pubbliche, per l’edilizia pubblica residenziale, per gli ospedali, ma ci sono se si tratta di partecipare alle “missioni umanitarie”, di finanziare nuovi sistemi d’arma o le scuole private.
È opinabile anche l’argomentazione secondo la quale il privato garantirebbe una “migliore efficienza”: di sicuro sino ad oggi i tagli ai servizi sociali hanno significato un aumento dei costi per i cittadini (si pensi soltanto al vero e proprio ruolo di sostituzione del welfare svolto dalle assistenti familiari, per lo più straniere, i cui costi ricadono sulle famiglie).
Infine risulta più che discutibile la tesi che individua nella spesa pubblica un “costo” che ostacola la crescita economica: investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, riorganizzare i sistemi di protezione sociale territoriale, intervenire a sostegno delle persone non autosufficienti, significa anche creare lavoro e favorire l’innovazione del nostro sistema produttivo, oltre che sostenere la coesione sociale (si leggano i molti contributi pubblicati su www.sbilanciamoci.info).
I cambiamenti demografici, le trasformazioni nel mondo del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, la crescita dell’occupazione femminile, le migrazioni pongono certo il problema di misurarsi con bisogni sociali in aumento e di tipo nuovo. Ma la risposta sta in un diverso utilizzo delle risorse, nel riorientamento e nella riqualificazione dell’intervento pubblico, anziché nella sua costante riduzione.
La difesa dell’intervento pubblico nelle politiche sociali rappresenta dunque una via da seguire: ci sono servizi e attività che non possono essere consegnate al mercato. Di conseguenza, un sistema fiscale ispirato ai principi di progressività ed equità (l’introduzione di una patrimoniale seria sulle rendite e i grandi patrimoni e di una tassa sulle transazioni finanziarie), resta lo strumento fondamentale per finanziare servizi che devono essere garantiti a tutti.
Ambito strettamente connesso alle politiche di welfare, inoltre, è quello del mercato del lavoro: la deregolamentazione introdotta in Italia negli ultimi anni, lungi dall’aver prodotto un aumento dell’occupazione, ha comportato danni crescenti in termini di coesione sociale. Né certo i contenuti della recente riforma del lavoro, che ha modificato l’art.18 e innalzato i costi dei rapporti di lavoro atipico (rinunciando all’annunciata riduzione delle tipologie di lavoro “flessibile”, evitando di abbassare i costi del rapporto di lavoro dipendente e di ampliare il sistema di protezione sociale per i lavoratori precari), sembrano mutare le linee seguite sino ad oggi.
È dunque necessario un welfare nuovo che sappia rispondere alle nuove necessità di una società che a causa della crisi vede aumentare le persone precarie, povere e sempre più sole. Poiché siamo i primi a diffidare delle “ricette facili”, torniamo a discuterne collettivamente a Capodarco dal 7 al 9 settembre.

lunedì 19 marzo 2012

Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

a cura di Giuliano Battiston - sinistrainrete -
Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.

domenica 4 marzo 2012

2012, attacco al Welfare State

di Vladimiro Giacché - keynesblog -
È almeno dal maggio del 2010 – allorché la crisi greca, pessimamente gestita dall’establishment europeo, esplose con virulenza – che lo Stato, e in particolare i suoi servizi sociali e le sue prestazioni assistenziali e previdenziali, hanno preso il posto di banche e speculatori sul banco degli accusati per l’attuale crisi. Grazie ad un vero e proprio coro dei principali mezzi d’informazione.
Il Washington Post espresse già allora con ammirevole chiarezza il concetto fondamentale: “Quanto stiamo vedendo in Grecia è la spirale della morte del welfare state. … Ogni nazione avanzata, inclusi gli Stati Uniti, deve affrontare la stessa prospettiva… I problemi sorgono da tutte le prestazioni assistenziali (indennità di disoccupazione, assistenza agli anziani, assicurazioni sanitarie) oggi garantite dagli Stati”. Ma il necrologio dello stato sociale letterariamente più ispirato uscì il 15 maggio sul Sole 24 Ore, a firma di Alberto Orioli. La sua premessa: “il welfare state del Vecchio continente si scopre vecchio come la sua patria. E insostenibile”. La sua conclusione: va messo in gioco “il costoso sistema di protezione sociale pubblica (che ormai aveva incluso anche la gestione dei posti di lavoro statali) che ha incarnato per quasi due secoli l’anima stessa del modello economico continentale. Pubblici dipendenti, pensionati e pensionandi da antichi referenti di un’Europa politica costruita tra un perenne compromesso tra stato e mercato e tra individuo e società si sfarinano di fronte ai colpi della crisi finanziaria che rischia di diventare crisi di moneta e poi crisi di nazioni”. Ovviamente i “pubblici dipendenti, pensionati e pensionandi” che “si sfarinano” sono una licenza poetica e grammaticale, ma l’espressione rende comunque abbastanza bene l’idea di quanto sta accadendo un po’ ovunque a causa dei “pacchetti anti-crisi” varati da praticamente da tutti i governi europei.

Questi inviti a smantellare il welfare “per mettere sotto controllo il debito pubblico” sono piuttosto singolari. E non soltanto perché chi li formula si era ben guardato dal lanciare analoghi allarmi quando – non molti mesi prima – gli stati sborsavano migliaia di miliardi per salvare banche e società finanziarie. Ma anche per un altro motivo: se scorporiamo il debito complessivo di ciascun Paese nelle sue varie componenti (debito pubblico e debito privato), ci accorgiamo che la componente di gran lunga preponderante è tuttora rappresentata dal debito privato (famiglie e imprese). Secondo recenti elaborazioni di Morgan Stanley, nei paesi del G10 il debito privato è sempre un multiplo del debito pubblico: in particolare, nel Regno Unito è superiore di 8 volte, in Europa di 4, in Giappone di 3, negli Usa di 2,5 volte. E allora, perché puntare proprio sul debito pubblico?

sabato 3 marzo 2012

Caro presidente Draghi, rilegga il suo maestro Federico Caffè

Postato da keynesblog il 3 marzo 2012 in Citazioni e testi classici, Italia, Welfare

“Il problema dello stato garante del benessere sociale (poiché un problema indubbiamente esiste) [è] quello della sua mancata realizzazione; non già quello del suo declino, o del suo superamento”.

(In difesa del Welfare State, 1986).

“Ogni auspicabile guadagno di efficienza richiede (…) una riaffermazione senza equivoci dei principi sui quali si fonda lo Stato del benessere. Non la sua crisi ci porta, oggi, a considerare gli indici di malessere, ma il fatto di aver sempre trovato argomenti per non realizzare in pieno una garanzia valida del benessere sociale, o per ridimensionare quel tanto che era stato faticosamente ottenuto. Una nuova epoca di scelte si apre: ma essa non può comportare opportunistici arretramenti, bensì ferma fedeltà agli ideali del progressismo riformatore; siano essi o meno vendibili sul mercato delle idee correnti”

(L’assistenza negata, in «Rinascita», 13 luglio 1985).

nota: Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, si è laureato con Federico Caffè nel 1970 ed è stato successivamente suo assistente. Caffè è stato uno dei più importanti economisti italiani ed uno dei primi a portare il pensiero keynesiano in Italia. E’ scomparso misteriosamente senza lasciare traccia il 15 aprile 1987.

domenica 26 febbraio 2012

2012: attacco al Welfare

di Vladimiro Giacchè - sinistrainrete -
È almeno dal maggio del 2010 – allorché la crisi greca, pessimamente gestita dall’establishment europeo, esplose con virulenza – che lo Stato, e in particolare i suoi servizi sociali e le sue prestazioni assistenziali e previdenziali, hanno preso il posto di banche e speculatori sul banco degli accusati per l’attuale crisi. Grazie ad un vero e proprio coro dei principali mezzi d’informazione.
Il Washington Post espresse già allora con ammirevole chiarezza il concetto fondamentale: “Quanto stiamo vedendo in Grecia è la spirale della morte del welfare state. … Ogni nazione avanzata, inclusi gli Stati Uniti, deve affrontare la stessa prospettiva… I problemi sorgono da tutte le prestazioni assistenziali (indennità di disoccupazione, assistenza agli anziani, assicurazioni sanitarie) oggi garantite dagli Stati”. Ma il necrologio dello stato sociale letterariamente più ispirato uscì il 15 maggio sul Sole 24 Ore, a firma di Alberto Orioli. La sua premessa: “il welfare state del Vecchio continente si scopre vecchio come la sua patria. E insostenibile”. La sua conclusione: va messo in gioco “il costoso sistema di protezione sociale pubblica (che ormai aveva incluso anche la gestione dei posti di lavoro statali) che ha incarnato per quasi due secoli l’anima stessa del modello economico continentale. Pubblici dipendenti, pensionati e pensionandi da antichi referenti di un’Europa politica costruita tra un perenne compromesso tra stato e mercato e tra individuo e società si sfarinano di fronte ai colpi della crisi finanziaria che rischia di diventare crisi di moneta e poi crisi di nazioni”. Ovviamente i “pubblici dipendenti, pensionati e pensionandi” che “si sfarinano” sono una licenza poetica e grammaticale, ma l’espressione rende comunque abbastanza bene l’idea di quanto sta accadendo un po’ ovunque a causa dei “pacchetti anti-crisi” varati da praticamente da tutti i governi europei.

Questi inviti a smantellare il welfare“per mettere sotto controllo il debito pubblico” sono piuttosto singolari. E non soltanto perché chi li formula si era ben guardato dal lanciare analoghi allarmi quando – non molti mesi prima – gli stati sborsavano migliaia di miliardi per salvare banche e società finanziarie. Ma anche per un altro motivo: se scorporiamo il debito complessivo di ciascun Paese nelle sue varie componenti (debito pubblico e debito privato), ci accorgiamo che la componente di gran lunga preponderante è tuttora rappresentata dal debito privato (famiglie e imprese). Secondo recenti elaborazioni di Morgan Stanley, nei paesi del G10 il debito privato è sempre un multiplo del debito pubblico: in particolare, nel Regno Unito è superiore di 8 volte, in Europa di 4, in Giappone di 3, negli Usa di 2,5 volte. E allora, perché puntare proprio sul debito pubblico?

domenica 8 gennaio 2012

Pronti i nuovi ammortizzatori sociali: i licenziati andranno a cena da mamma.

di Alessandro Robecchi, pubblicato in Il Misfatto.
Una straordinaria riforma del Welfare a costo zero: i nuovi disoccupati vittime della crisi potranno dormire sotto i ponti senza pagare l’Ici – Offerta dalla Camorra: “Assumiamo noi, ma con turni festivi e notturni, e senza pause” – Marchionne indignato: “Copioni!”

Servono urgentemente nuovi ammortizzatori sociali per far fronte alla crisi. Tutti d’accordo, dal Presidente della Repubblica, che ha lanciato l’accorato appello, ai sindacati. Già, ma come fare? Le fabbriche di ammortizzatori contattate dal governo hanno subito declinato l’invito: “Se un lavoratore finisce col culo a terra non c’è ammortizzatore che tenga, come minimo rovina i semiassi e la coppa dell’olio”. Solo la Fiat si è offerta di fornire agli italiani rimasti senza lavoro un nuovo ammortizzatore, quello della vecchia Panda: “Ai disoccupati che abbiamo creato noi – dice un dirigente del Lingotto – li montiamo di serie, gli altri potranno pagarli a rate”. Ma non è solo alla meccanica che ci si rivolge per alleviare le situazioni critiche di tanti italiani spinti verso la soglia di povertà. Raffaele Bonanni, il capocomico della Cisl, ha avanzato ieri nuove soluzioni: “Uno zio in Puglia da cui mandare i bambini è una buona soluzione – ha detto -. Ma anche i nonni al posto degli asili funzionano bene. Un altro buon ammortizzatore sociale è la vecchia cara moglie: perché mandarla a lavorare pesando sui conti delle aziende quando si può farle fare la badante al nonno invalido?”. La Confindustria si è detta interessata, anche se ha sollevato un problema di produttività: “Non si potrebbero affidare a ogni moglie due nonni invalidi?”. Intanto, molte organizzazioni si offrono come ammortizzatori sociali sul territorio. La Camorra, per esempio, fa sapere che potrebbe assumere qualche migliaio di disoccupati campani. “Lo facciamo da anni e ci troviamo benissimo – dice Ciccio Mezzacanna, capobastone di Caserta Sud – anche se i nuovi assunti entreranno senza contratto e a salario minimo, una cosa che ci ha insegnato Marchionne”. In ogni caso, come dice il governo, bisogna fare presto e agire prima che i disoccupati si costruiscano da soli ammortizzatori sociali improvvisati, come la rapina al supermercato, al distributore di benzina o al tabaccaio. “Sarebbero soluzioni provvisorie – dicono al ministero del Lavoro – mentre l’Europa ci chiede riforme strutturali”.

domenica 25 dicembre 2011

In guerra contro i poveri.

di Frances Fox Piven * Fonte: nwoit
Dall'ideologia razzista alla war on drugs, passando per ogni deregulation finanziaria. Storia dello smantellamento del Welfare e dei programmi di assistenza governativa Oltre la metà dei bambini sotto i 6 anni con una madre single vive sotto la soglia di sopravvivenza. Per la destra, sono i nuovi nemici

Siamo in guerra da decenni ormai: non solo in Afghanistan o in Iraq ma qui, a casa. È una guerra contro i poveri, ma se non ve ne siete accorti non stupitevi. I giornali e i tg della sera qui non riferiscono spesso il bilancio dei caduti di questo conflitto. Per quanto devastante, la guerra contro i poveri è passata inosservata - finora.
Il movimento Occupy Wall Street (OWS) ha posto al centro della politica la concentrazione di ricchezza al vertice della società. Ora promette di fare altrettanto con la povertà in America.
Rendendo Wall Street un bersaglio simbolico, e definendosi un movimento del 99% della società, OWS ha puntato l'attenzione pubblica sulle diseguaglianze estreme, che ha presentato come un problema fondamentalmente morale. Fino a poco fa, per «morale» nella politica s'intendeva la liceità delle preferenze sessuali o i comportamenti personali del presidente. La politica economica, tra cui i tagli fiscali per i ricchi, le sovvenzioni e protezioni statali per le assicurazioni e le aziende farmaceutiche, la deregulation finanziaria, erano avvolte da una nuvola di propaganda o considerate troppo complesse per gli americani comuni.
Ora, d'incanto, la nebbia si è dissipata e la questione della moralità del capitalismo finanziario contemporaneo è divenuta centrale. I dimostranti sono riusciti in questo grazie soprattutto al potere simbolico delle loro azioni, scegliendo come nemico Wall Street, cuore del capitalismo finanziario, e accogliendo gli homeless e gli esclusi nelle loro occupazioni. Lo slogan «noi siamo il 99%» ha ribadito il messaggio che quasi tutti stiamo soffrendo delle smodate speculazioni di pochissimi profittatori (e non è lontano dalla realtà: l'aumento del reddito dell'1% più ricco negli Usa negli ultimi trent'anni è quasi pari alla perdita di reddito dell'80% più povero).
Soglie da fame
Alcuni fatti: all'inizio del 2011, il Us Bureau of Census (l'Istat americano) ha riferito che il 14,3% della popolazione Usa - cioè 47 milioni di persone (un americano su 6) - vive sotto la soglia ufficiale di povertà, fissata a 22.400 dollari annui per una famiglia di 4 persone. Circa 19 milioni vivono in «estrema povertà», cioè il loro reddito familiare è meno della metà della soglia di povertà. Oltre un terzo degli estremamente poveri sono bambini. Anzi: oltre la metà dei bambini sotto i 6 anni con una madre single sono poveri. Estrapolando da questi dati, Emily Monea e Isabel Sawhill della Brookings Istitution stimano che nel nostro futuro americano c'è un ulteriore, drastico aumento dei tassi di povertà e di povertà infantile.

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