Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 24 maggio 2013

Il diritto di avere diritti

Carlo Formenti, Stefano Rodotà - sinistrainrete -

Per una replica da Rodotà

Carlo Formenti
Bellissimo il titolo – Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012, 433 pp., € 20,00) – del saggio di Stefano Rodotà perché sintetizza perfettamente il nodo centrale attorno acui ruotano i molti temi di un lavoro stimolante e complesso. L’obiettivo di questo articolo, tuttavia, non è recensire il libro, né ricostruirne nel dettaglio i percorsi argomentativi, bensì evidenziarne quelle che mi paiono le tesi più interessanti e, al tempo stesso, metterne in luce alcune aporie per sollecitare repliche e approfondimenti da parte dell’autore. In particolare intendo concentrarmi su quattro punti: 1) Chi è il titolare del «diritto di avere diritti» evocato nel titolo e in che modo può essere fatto valere questo «meta-diritto»? 2) Quanto e come questo concetto può contribuire a tutelare quei diritti sociali che rischiano di essere spazzati via dallo strapotere del mercato? 3) Come si inquadra il tema dei beni comuni nello scenario descritto dal saggio? 4) Come si definiscono i «nuovi diritti» associati all’avvento della rete e quali ostacoli si frappongono alla loro realizzazione?
Partiamo dal primo punto, che a mio avviso è quello che solleva più problemi. Per Rodotà il titolare del diritto di avere diritti è la persona. Attenzione però: per capire il senso che l’autore attribuisce a tale termine occorre andare oltre i confini classici in cui lo rinchiudono le tradizioni del pensiero giuridico, filosofico, sociologico e psicologico.
L’idea di persona che ci propone Rodotà è un’«immagine» che deve essere costruita ex novo, allo scopo di fronteggiare la crisi di civiltà associata al collasso della sovranità nazionale, cioè di quello che, almeno finora, è stato il «contenitore» per eccellenza tanto dei diritti quanto dei soggetti (i cittadini degli Stati-nazione) che ne erano titolari. La persona, nell’era globale, si presenta, secondo Rodotà, come una sorta di «luogo» sovranazionale, come il nuovo centro di imputazione di quei diritti fondamentali che rischiano di evaporare assieme ai confini. Detto altrimenti: la persona è la figura sotto la quale si raccolgono tutte quelle singolarità che chiedono di essere riconosciute e rispettate a prescindere da ogni appartenenza geografica, etnica, religiosa, linguistica, ideologica ecc. A prima vista suona astratto, senonché Rodotà tenta di ancorare l’astrazione della persona e dei suoi diritti alla concretezza dei bisogni e dei desideri di coloro che la «incarnano»; in altre parole, il «nuovo costituzionalismo» è ritagliato sulle rivendicazioni di una molteplicità di soggetti concreti (donne, minori, migranti, comunità indigene, minoranze religiose, sessuali e quant’altro) che pretendono riconoscimento formale alle proprie esigenze materiali e spirituali di dignità, uguaglianza, libertà, giustizia, cittadinanza, solidarietà (l’elenco è tratto dalla Carta europea dei diritti, che Rodotà cita a più riprese); e che, in qualche modo, almeno sul piano di principio, lo ottengono. Ma è appunto qui che iniziano i problemi, dal momento che, come lo stesso Rodotà riconosce, proclamare un diritto non equivale ad assicurarne il rispetto: «chi» è, dunque, il soggetto deputato a farli rispettare?
La risposta è che occorrono istituzioni che svolgano questa funzione. Tuttavia, come è noto, mentre esistono istituzioni in grado di proclamare quei diritti (vedasi la già citata Carta dei diritti europei e, prima ancora, la Dichiarazione dei diritti universali da parte dell’Assemblea generale del’Onu, che risale al 1948), non esistono – o, se esistono, hanno competenze limitate e controverse, come la Corte internazionale di giustizia – istituzioni in grado di renderli effettivi. Non è quindi risolto il problema cruciale di ciò che gli americani chiamano enforcement, termine pregnante che ben fa comprendere come nessun diritto possa essere considerato effettivo se non in presenza di una «forza» in grado di imporne il rispetto. Né basta che esista la forza, visto che quest’ultima, per essere conforme ai principi e allo spirito del «nuovo costituzionalismo» di cui parla Rodotà, dovrebbe essere riconosciuta come legittima. Nel caso delle «guerre umanitarie» che si sono moltiplicate negli ultimi decenni, per esempio, sono state questa o quella grande potenza (o il loro concerto) che si sono arrogate, senza esserne legittimate, il ruolo di imporre il rispetto dei diritti umani, un ruolo «sporcato» dall’ambigua compresenza di interessi di potere.

domenica 10 febbraio 2013

La tutela della salute

- lundici -
Quando decisi di iscrivermi all’università, nel lontano…va beh, basti sapere che si trattava del secolo scorso, ero alla ricerca di un qualcosa che coniugasse passione per la scienza e impegno nel sociale. In pieno periodo idealista tardo-adolescenziale, mi sembrò quindi naturale scegliere la facoltà di Medicina.
Allora non immaginavo che avrei potuto lavorare un un’azienda molto più attenta a tutelare la forma (leggasi servizio stampa e marketing) che la sostanza (leggasi personale sanitario).
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Questo recita la prima parte dell’Articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana.
In che modo lo Stato italiano tutela la salute dei propri cittadini?
Facciamo un po’ di storia, partendo dall’età pre-repubblicana. Dopo l’unificazione nazionale (1861) l’organizzazione dell’assistenza sanitaria spettò al Ministero dell’Interno, che istituì la Direzione generale della sanità (1888). In ambito legislativo, particolarmente rilevanti in quel periodo furono la legge n. 5849/1888 (che imponeva una prima organizzazione nei servizi sanitari, nell’esercizio delle professioni ad essi attinenti, nei servizi di profilassi e d’igiene di abitati e generi alimentari) e la legge n. 6972/1890 (cosiddetta legge Crispi), che trasformò ospedali, case di riposo e opere pie, da enti privati a Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza (IPAB).
Negli anni successivi e fino al 1946, furono istituiti diversi enti mutualistici, che avevano compiti previdenziali e sanitari (ad esempio l’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, l’INPS, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, l’ENPAS, Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per i dipendenti Statali, e altre). Nel 1945 la Direzione generale della sanità fu sostituita dall’Alto commissariato per l’Igiene e la Sanità (ACIS).
Cosa avvenne subito dopo l’entrata in vigore della Costituzione? I cambiamenti furono lenti e di efficienza discutibile: in realtà si proseguiva la politica di sviluppo della protezione assicurativo-previdenziale contro le malattie e gli infortuni.
Con la legge n. 296/1958 fu istituito il Ministero della Sanità, affiancato, nelle sue funzioni, a livello centrale dal Consiglio Superiore di Sanità, con ruolo consultivo, e dall’Istituto Superiore di Sanità, a carattere tecnico-scientifico, mentre a livello periferico operavano gli uffici dei medici provinciali e gli ufficiali sanitari dei Comuni.
Nel 1968, anno della riforma ospedaliera, furono promulgate leggi molto importanti, tra cui la n. 108, concernente le norme per l’elezione dei Consigli regionali delle regioni a statuto normale, tuttora vigente. Con la riforma ospedaliera, i nosocomi furono trasformati in enti autonomi, tutti con la medesima organizzazione e indirizzati allo svolgimento di attività di ricovero e cura. La legge n. 386/1974 rese l’assistenza sanitaria gratuita per coloro che si fossero iscritti ad una mutua.
Ammalarsi sta diventando un lusso?
Ora veniamo al momento topico: l’istituzione del Servizio (nota bene: servizio!) Sanitario Nazionale (SSN), con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978 (regalone natalizio!). I principi su cui si basa ancora oggi, ispirati all’articolo 32 della Costituzione, sono: l’universalità, secondo la quale sono garantite prestazioni sanitarie a tutti, senza distinzioni di condizioni individuali, sociali e di reddito; l’uguaglianza, in virtù del quale tutti, a parità di bisogno, hanno diritto alle medesime prestazioni (e qui si potrebbe aprire un’ampia parentesi, che per ora vi risparmio); la globalità, secondo la quale non si considera la malattia, ma la persona in generale.
Se vi interessano gli obiettivi del SSN, qui potete trovarli. Contemporaneamente all’istituzione del SSN, furono create le Unità sanitarie locali (USL), cui venne concretamente affidata, sul territorio, la gestione dell’assistenza sanitaria.

giovedì 24 gennaio 2013

Noi li espelliamo loro li picchiano

Fonte: il manifesto | Autore: Luca Fazio  
RESPINGIMENTI. Human Rights Watch denuncia lo scandalo dei migranti minorenni arrivati nei nostri porti e ricacciati in Grecia, dove sono maltrattati

MILANO. Se qualche anima bella non ha il coraggio di guardare la scena dei cani che sbranano uno schiavo «negro» nell'ultimo film di Tarantino ambientato nell'America razzista di 160 anni fa, può consolarsi immaginando la scena raccontata da un ragazzino afghano scoperto in un camion nel porto di Patrasso (Grecia, settembre 2011). Si chiama Assad H. Non è un film. «Uno mi ha storto la mano dietro la schiena e l'altro ha lasciato la catena con cui teneva il cane e ha detto qualcosa al cane, che mi ha attaccato. Mentre l'altro ufficiale mi teneva. Ho pianto, i commandos mi hanno portato dietro i binari in modo che nessuno potesse vedermi, e mi hanno lasciato lì».
Anche Sadaat S, afghano, 16 anni, diverse volte ha provato a saltare su un camion per raggiungere l'Italia via mare. E ci riproverà ancora. «Molte volte cerco di andarmene, ma loro mi catturano. Mi hanno fatto male. Mi hanno messo in prigione. Cerco di salire dentro un camion. Non ho soldi per un trafficante. Alcuni dei miei amici hanno fatto la traversata... in un camion frigorifero con cibo e carne. Sono morti». Ahmed S., anche lui minorenne, lo scorso maggio era anche riuscito ad arrivare in Italia, ma lo hanno rispedito indietro. Sempre Patrasso. «Quando ci prendono vogliono la nostra Sim e allora me la sono nascosta bene in tasca. Così mi hanno fatto male, in tutti i modi, calci, pugni, su tutto il corpo. Questo è successo il giorno dopo il mio ritorno dall'Italia. Ero andato al porto per provarci di nuovo... Ora non ho i documenti con me. Ho paura della polizia, perché mi farà del male. Ci catturano all'interno del porto e se non c'è nessuno lì, ci fanno del male, del male sul serio».
Ogni anno migliaia di persone cercano di raggiungere l'Italia nascondendosi sulle navi che attraversano l'Adriatico, un numero superiore ai migranti che sbarcano o muoiono nel mare di Lampedusa. Sono di più, ma fanno meno notizia, e probabilmente molti ce la fanno. Tra i protagonisti di queste storie di ordinaria immigrazione ci sono anche bambini e adolescenti che scappano dalle guerre. Poi ci sono «i cattivi», le autorità greche: la Grecia, come ha certificato anche la Corte europea dei diritti dell'uomo, ha un sistema di asilo che non funziona caratterizzato da condizioni inumane e degradanti di detenzione, con una lunga teoria di violenze xenofobe già documentate. Infine, ci sono i «complici», cioé noi, le autorità italiane, che in violazione di tutte le leggi del diritto internazionale rispediscono in Grecia quasi tutti i richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste. Bambini soli compresi. Senza controlli e senza tanti complimenti, anche se le leggi italiane proibiscono l'allontanamento immediato e senza riscontri di bambini migranti.
Non era ragionevole immaginarsi procedure diverse, ma adesso questa violazione di un diritto umano è documentata da un rapporto presentato da Human Rights Watch intitolato Restituiti al mittente: le riconsegne sommarie dall'Italia alla Grecia dei minori stranieri non accompagnati e degli adulti richiedenti asilo. L'associazione ne ha incontrari tredici. Si comporta così la polizia di frontiera dei porti di Ancona, Bari, Brindisi e Venezia, facendo finta di ignorare le condizioni spaventose che i migranti incontreranno in Grecia. L'associazione ha intervistato 29 persone, tra bambini e adulti, 20 dei quali «rispediti al mittente» nel 2012, durante il governo di Mario Monti, quello che aveva restituito la credibilità internazionale all'Italia.
Dopo aver rischiato la morte per soffocamento, o lesioni permanenti, nascondendosi nei camion o nelle intercapedini tra una merce e l'altra, i migranti «rispediti» solitamente vengono affidati ai comandanti dei traghetti commerciali e trascorrono altre ore di navigazione rinchiusi in celle improvvisate o nelle sale macchine, a volte ammanettati, nutriti alla meno peggio. Per legge, invece, il governo italiano dovrebbe disporre accertamenti per tutti coloro che affermano di essere minorenni, ma solo uno dei ragazzi intercettati da Human Right Watch ha detto di essere stato sottoposto a un controllo. Una radiografia al polso. «La maggior parte di quelli che abbiamo incontrato - spiega Alice Farmer - sono ragazzi afghani in fuga dai pericoli, dal conflitto e dalla povertà. L'Italia deve comportarsi responsabilmente verso questi bambini e garantirgli tutele adeguate a cui hanno diritto». Quasi inutile aggiungere, invece, che il diritto di asilo viene palesemente calpestato, per tutti, adulti compresi: nei porti le domande di asilo sostanzialmente non vengono prese in considerazione. La polizia di frontiera di Bari, per esempio, su 900 stranieri scoperti tra il gennaio 2011 e il giugno 2012 (più di 50 al mese) ha concesso solo 12 permessi. Quasi nessuno può testimoniare cosa avviene quando si scatena la caccia all'uomo nei porti italiani. Le ong sotto contratto per offrire servizi ai migranti scoperti di solito non possono nemmeno avvicinarsi. Significa che quasi nessuno viene informato sul suo diritto di presentare domanda di asilo. Non ci sono interpreti e molti sono costretti ad esprimersi a gesti davanti ai poliziotti.
Secondo Human Right Watch, la Corte europea dei diritti umani presto dovrebbe emettere una sentenza di condanna contro l'Italia proprio per i respingimenti verso la Grecia. Si tratta di un caso specifico che risale al 2009, quando Maroni era ministro degli Interni. Trentacinque persone, tra cui dieci bambini, sostengono che quel procedimento di espulsione fosse in violazione del loro diritto alla vita e alla protezione contro la tortura e i maltrattamenti. Ieri proprio il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, ha ammonito l'Italia a non respingere i migranti in Grecia. «La Corte di Strasburgo - ha aggiunto - nel 2011 ha già condannato uno stato, il Belgio, per il rinvio automatico di un migrante che chiedeva asilo in Grecia, dato che il sistema di asilo di questo paese è fortemente deficitario. L'Italia deve fare la sua parte per assicurare che le richieste di asilo fatte dai migranti siano attentamente esaminate», perché «i respingimenti automatici sono incompatibili con la protezione dei diritti umani»

Razzismo, la Grecia è in crisi anche di diritti

Fonte: il manifesto 
ATENE Dal muro di Evros all'operazione «Xenios Zeus», violenze all'ordine del giorno
Nel gennaio del 2011 una sentenza della Corte di Strasburgo diede un quadro chiaro sulle politiche dell'immigrazione della Grecia dichiarando che la Repubblica ellenica viola l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell'Uomo infliggendo ai migranti e ai richiedenti asilo trattamenti inumani e degradanti.
Evros o l'accesso dalle isole dell'Egeo, Atene e poi Patrasso, fino ai porti italiani dell'Adriatico per poi essere respinti indietro, il Mediterraneo è diventato un trappola per migranti e la Grecia, tra centri di detenzione e squadracce razziste animate dai militanti xenofobi di Alba dorata, spesso è la gabbia definitiva.
La prima tappa, per molti già la fine di ogni speranza, per anni è stata lungo il fiume Evros che separa la Grecia dalla Turchia nel nord del Paese. Ora, da quando il muro di 6.000 metri cubi di cemento, 800 tonnellate di acciaio, 370 chilometri di filo spinato (costato ben 3,2 milioni di euro) divide la frontiera, l'afflusso di migranti (provenienti soprattutto dal Maghreb, dall'Iraq, Afghanistan, Iran, Pakistan e dalla Siria) si è spostato attraverso le isole dell'Egeo orientale dai confini più labili. Oggi Pashalis Syritoudis, il capo della polizia di Orestiadas (città al confine nord-est della Grecia) può annunciare con soddisfazione che l'arrivo di migranti irregolari al confine terrestre con la Turchia si è praticamente arrestato.
Il viaggio per mare o per terra è solo una parte dell'incubo, perché una volta messo piede sul suolo ellenico può accadere di essere arrestati e rinchiusi in centri di detenzione disumani, in celle minuscole dove mancano acqua calda ed elettricità. Dove violenze e soprusi della polizia costituiscono la realtà quotidiana. Difficile da lì contattare organizzazioni e avvocati, l'accesso alle procedure per la richiesta di asilo è di fatto negato. L'operazione di «pulizia» Xenios Zeus (beffardamente intitolata al dio greco dell'ospitalità), avviata a fine agosto, sta dando i suoi terribili frutti. E poco importa, denunciano Amnesty International, Human Rights Watch, l'Unhcr e Medici senza Frontiere, che le autorità elleniche violino il diritto internazionale arrestando anche soggetti appartenenti a categorie tutelate come i richiedenti asilo e i minori accompagnati. O che la polizia sbagli obiettivo picchiando selvaggiamente dei turisti scambiandoli per immigrati. È accaduto all'inizio di gennaio, lo ha denunciato la Bbc, e solo in quel caso sono arrivate delle scuse.
L'allarme razzismo nel Paese è altissimo, episodi di xenofobia sono all'ordine del giorno, in alcuni casi sono stati coinvolti deputati del partito dell'estrema destra Alba dorata, ma per l'Europa - che con imbarazzo bollò la costruzione del muro come «questione interna» - è prevalentemente un problema di flussi. È di pochi giorni fa l'appello lanciato dal presidente dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, Jean-Claude Mignon: l'Europa deve aiutare la Grecia a gestire il flusso di immigrati che continuano ad arrivare sul suo territorio - ha detto - «il continuo flusso di immigrati pone un serio problema ad Atene che si ritrova contemporaneamente a dover affrontare una crisi economica senza precedenti». Tutto qui.

lunedì 14 gennaio 2013

Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”



«In Europa – sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo “Il diritto di avere diritti” – siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».
Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. o credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.


 - lavorincorsoasinistra -     

Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l’emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l’Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell’economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell’Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l’economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L’Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt’altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt’altro che ascrivibili ad un’orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l’aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L’idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l’intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.
Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l’agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all’esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un’alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell’Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c’è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?
Perchè forse allora c’era l’autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l’avanzata del movimento operaio. Oggi non è così…C’è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all’articolo 18 e contro l’articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.

venerdì 30 novembre 2012

Nuovi diritti: il catalogo è questo

Fonte: laterza.it - lavorincvorsoasinistra - 

Pubblichiamo un estratto dal nuovo saggio di Stefano Rodotà: “ll diritto di avere diritti” (Laterza, 2012).
È questo il mondo nuovo dei diritti. Un mondo non pacificato, ma ininterrottamente percorso da conflitti e contraddizioni, da negazioni spesso assai più forti dei riconoscimenti. Un mondo troppe volte e troppo spesso doloroso, segnato da sopraffazioni e abbandoni. E così «i diritti parlano», sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla. Registrarne minutamente le violazioni non autorizza conclusioni liquidatorie. Solo perché sappiamo che vi è un diritto violato possiamo denunciarne la violazione, svelare l’ipocrisia di chi lo proclama sulla carta e lo nega nei fatti, far coincidere la negazione con l’oppressione, agire perché alle parole corrispondano le realizzazioni. Lo storico appello alla «lotta per il diritto» si declina, oggi, come lotta per «i diritti». E proprio il dilatarsi degli orizzonti spaziali e temporali, insieme alla percezione sempre più diffusa che la persona non può essere separata dai suoi diritti, scardina la cittadinanza come proiezione e custodia di una identità oppositiva, feroce, escludente, che separa e non unisce. La cittadinanza cambia natura, si presenta come l’insieme dei diritti che costituiscono il patrimonio d’ogni persona, quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, e così avvicina e non divide, offrendo anche all’eguaglianza una nuova, più ricca dimensione. È rivelatore questo mutamento di significato del riferimento alla cittadinanza, la cui connotazione «esclusiva» è ormai accompagnata, e spesso beneficamente offuscata, da una sua versione «inclusiva», appunto quella dei diritti di cittadinanza.
Questo mutare dell’idea di cittadinanza rende meno proponibile la tesi che vuole ogni discorso sui diritti solo come la coda lunga di una pretesa egemonica, irrimediabilmente colonialista, di un Occidente che vuole imporre i suoi valori a culture e tradizioni diverse, negandone ragioni e particolarità, continuando a praticare un imperialismo che si tinge con i colori della democrazia e invece legittima l’uso della forza. Oggi dobbiamo guardare assai più in profondo, oltre le stesse ipotesi e ricerche di chi, come Amartya Sen, si è impegnato nel mostrare come esistano radici culturali comuni proprio intorno a valori fondativi dei diritti. Oggi assistiamo a pratiche comuni dei diritti. Le donne e gli uomini dei paesi dell’Africa mediterranea e del Vicino Oriente si mobilitano attraverso le reti sociali, occupano le piazze, si rivoltano proprio in nome di libertà e diritti, scardinano regimi politici oppressivi; lo studente iraniano o il monaco birmano, con il loro telefono cellulare, lanciano nell’universo di Internet le immagini della repressione di libere manifestazioni, anche rischiando feroci punizioni; i dissidenti cinesi, e non loro soltanto, chiedono l’anonimato in rete come garanzia della libertà politica; le donne africane sfidano le frustate in nome del diritto di decidere liberamente come vestirsi; i lavoratori asiatici rifiutano la logica patriarcale e gerarchica dell’organizzazione dell’impresa, rivendicano i diritti sindacali, scioperano; gli abitanti del pianeta Facebook si rivoltano quando si pretende di espropriarli del diritto di controllare i loro dati personali; luoghi in tutto il mondo vengono «occupati» per difendere diritti sociali. E si potrebbe continuare.
Tutti questi soggetti ignorano quello che, alla fine del Settecento, ebbe principio intorno alle due sponde del «Lago Atlantico», non sono succubi d’una qualche «tirannia dei valori», ma interpretano, ciascuno a suo modo, libertà e diritti nel tempo che viviamo. Qui non è all’opera la «ragione occidentale», ma qualcosa di più profondo, che ha le sue radici nella condizione umana. Una condizione storica, però, non una natura alla quale attingere l’essenza dei diritti. Perché, infatti, solo ora tanti dannati della terra li riconoscono, li invocano, li impugnano? Perché sono essi i protagonisti, i rabdomanti di un «diritto trovato per strada»?
Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica. E così, con l’azione quotidiana, soggetti diversi mettono in scena una ininterrotta dichiarazione di diritti, che trae la sua forza non da una qualche formalizzazione o da un riconoscimento dall’alto, ma dalla convinzione profonda di donne e uomini che solo così possono trovare riconoscimento e rispetto per la loro dignità e per la stessa loro umanità. Siamo di fronte a una inedita connessione tra l’astrazione dei diritti e la concretezza dei bisogni, che mette all’opera soggetti reali. Certo non i «soggetti storici» della grande trasformazione moderna, la borghesia e la classe operaia, ma una pluralità di soggetti ormai tra loro connessi da reti planetarie. Non un «general intellect », né una indeterminata moltitudine, ma una operosa molteplicità di donne e uomini che trovano, e soprattutto creano, occasioni politiche per non cedere alla passività e alla subordinazione.
* Stefano Rodotà è professore emerito di Diritto civile dell’Università di Roma La Sapienza. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È stato presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e ha presieduto il gruppo europeo per la tutela della privacy. Editorialista di “Repubblica”, autore di numerose opere tradotte anche in diverse lingue

giovedì 30 agosto 2012

L’intramoenia??!!

Privatizzare la sanità? Diciamo addio ai diritti
di Ivan Cavicchi
In una stanza di un grande ospedale pubblico di Roma, due letti, un malato è assistito in intramoenia cioè paga come se fosse in una clinica privata e come se il suo medico curante fosse un libero professionista; l’altro è assistito o dovrebbe essere assistito solo perché ne ha o ne avrebbe diritto. Il primo ha saltato qualsiasi lista di attesa ed è seguito con particolare solerzia il secondo ha dovuto fare una lunga trafila, paga il suo diritto con le tasse e chi lo cura deve tenere conto dei budget, dei vincoli, delle restrizioni, degli standard ecc. Il primo può ricevere le visite dei suoi parenti a qualsiasi ora del giorno, il secondo no. Il primo al pomeriggio prende il the con i pasticcini il secondo guarda. Milioni di malati si rivolgono ogni giorno ai centri di prenotazione per curarsi, i tempi delle liste di attesa sono spesso irragionevoli, molti di loro optano per l’intramoenia e mettono mano al portafoglio. Questa è quella che si chiama “libera professione intramoenia” istituita nel ’99 con la riforma Bindi, scritta dall’attuale ministro della salute Balduzzi, che a quel tempo curava gli aspetti giuridici di quella riforma, risultato di un accordo con i sindacati medici ospedalieri che accettavano di essere sottopagati dal pubblico ma con la facoltà di rifarsi sul privato cittadino.
L’intramoenia è un modo per far pagare ai cittadini parte della retribuzione di un medico e per fare incassare alle aziende una percentuale sui loro guadagni. Essa sino ad ora è stata uno dei fattori più potenti del processo di privatizzazione della sanità pubblica. Ma quando soldi e medici si incontrano non è infrequente degenerare nella speculazione. Resto dell’idea che la professione medica debba essere redditizia ma non lucrativa anche se una commissione di inchiesta del Senato proprio sull’intrarmoenia ha scovato una tale quantità di abusi da dimostrare che in questo caso il lucrativo prevalere sul redditizio.
Sempre sull’intramoenia i Nas, indagando su una piccolissima parte del sistema sanitario, hanno denunciato 365 medici per aver preso denaro dai malati per visite effettuate per conto delle aziende ospedaliere e per aver dirottato pazienti nei propri studi privati (quotidianosanità.it 17 febbraio).
Per non parlare dell’evasione fiscale che nel caso dell’intramoenia sembra essere la regola.
Ebbene nonostante tutto questo, malgrado tutto questo, un comunicato del Consiglio dei ministri del 25 agosto ci informa che bisogna incentivare la libera professione intramoenia per accelerare la privatizzazione della sanità pubblica. La foglia di fico per coprire le vergogne, dice il ministro Balduzzi, è la “trasparenza”. Pensare di risolvere il pantano dell’intramoenia con la “trasparenza”, per chi conosce la sanità italiana, è ridicolo. L’intramoenia si è rivelata alla prova dei fatti un grave errore. Essa andrebbe abolita ma essendo una forma della retribuzione dovrebbe essere ricontrattata e riconvertita in ben altre forme salariali e legata a ben altri condizionali. Ma nessuno ha il coraggio di fare questo discorso.
Oggi il governo Monti al contrario vuole usarla con indubbia trasparenza per privatizzare da dentro il sistema quindi senza smontare niente, ribaltando i due presupposti di partenza della riforma Bindi: 1) nel servizio pubblico l’attività privata e quella pubblica non sono più incompatibili ma contigue; 2) il rapporto di lavoro del medico nei confronti del pubblico non è più esclusivo, cioè a tempo pieno, ma diventa la somma di un doppio tempo parziale rispetto al pubblico e al privato. Cioè si torna indietro almeno di trenta anni. Devo ammettere sconsolato che l’idea di servirsi della cupidigia come se fosse un cavallo di troia per far fuori il servizio pubblico, è geniale quanto diabolica. Perchè è una idea che purtroppo funzionerà. Per farla fruttare il più possibile in autunno, con il patto per la salute, basterà ridurre le prestazioni di diritto cioè costringere la gente a pagarsi quote sempre più crescenti di assistenza pubblica.
Ma non basterà. C’è un’altra operazione subdola alla quale con tutta probabilità prima o poi si ricorrerà, per smantellare quello che resterà del servizio pubblico, ed è quella del ritorno alle mutue. Anche questo sarebbe permesso da una norma a dir poco incauta, della riforma Bindi. Tale norma ha sdoganato le mutue precedentemente e perentoriamente cancellate dalla riforma del ’78. Ritornare alle mutue significa dare la possibilità ai cittadini forti, cioè quelli che appartengono a categorie sociali con più reddito, un lavoro e un contratto, di avere doppie assistenze accentuando l’ingiustizia a spese dei cittadini più deboli ai quali dovrà bastare un sistema pubblico residuale. Con le mutue, ad esempio, le spese private per l’intramoenia potranno essere rimborsate. Non mi meraviglia, quindi, leggere dai giornali che la Legacoop entri improvvisamente in campo proponendo mutue integrative, e che sia nata Confcooperative per lanciare il welfare integrativo e che la Bocconi, veda nei fondi integrativi il suo nuovo business.
Mi colpisce tuttavia una grottesca coincidenza: la Germania ha appena varato una riforma sanitaria per sanare il deficit delle sue mutue. Cioè ha fatto quello che abbiamo fatto noi trent’anni fa e che inesausti di fallimenti, vorremmo ripetere per non cambiare mai. E già perché oggi come ieri privatizzare la sanità, cioè curare non secondo il diritto ma secondo il reddito, in qualsiasi modo lo si voglia fare, è grottescamente e cinicamente un modo per far pagare ai cittadini il prezzo del non cambiamento.
ilfattoquotidiano.it

martedì 7 agosto 2012

Mercoledi 8 AGOSTO assemblea ore 19:00 Piazza Masaccio – Taranto

 


Il comitato spontaneo ed apartitico “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” ti invita a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà mercoledi 8 agosto alle ore 19:00 in Piazza Masaccio nel cuore del Rione Tamburi, il quartiere più martoriato dall’inquinamento prodotto dall’Ilva.
Il comitato siamo tutti noi, operai Ilva, lavoratori, pensionati, disoccupati, studenti, malati, pescatori, mamme e chiunque abbia bisogno di far sentire il proprio “BASTA” al ricatto tra salute e lavoro. NOI LI VOGLIAMO ENTRAMBI.
Questi diritti sono nostri e ce li stanno negando da troppo tempo. L’Ilva ha violentato Taranto ed i suoi abitanti per cinquant’anni, è arrivato il momento di presentare il conto. Chiediamo che lo Stato e Riva si facciano carico della nostra salute, della bonifica dell’ambiente e della ricollocazione dei lavoratori.Nessun partito, nessun sindacato, solo cittadini e lavoratori uniti da un obiettivo comune e dalla stessa rabbia. Nella lotta per la salvaguardia delle risorse della nostra città, la nostra salute, il nostro lavoro, il futuro dei nostri figli siamo tutti indispensabili. Non lasciare che altri decidano per te, la tua partecipazione è necessaria.Ci trovate su Facebook:

domenica 1 luglio 2012

Voi siete qui - Un nuovo servizio di assistenza

pubblicato in Il Manifesto

Buongiorno. Si segnala ai gentili utenti che da oggi entra ufficialmente in vigore il nuovo servizio di assistenza per lo sviluppo e il sostegno alla retorica nazionale.
Il servizio è dedicato in special modo ai mezzi d’informazione, ma anche i normali cittadini possono facilmente chiamare il numero verde a disposizione per consigli, assistenza, supporto tecnico.
Per insulti alla Merkel, trionfo dell’orgoglio nazionale, indici di Borsa (solo se positivi) e Spread (solo se in discesa) digitare 1. Per aiuti alla ripresa e investimenti europei digitare 2.
In questo caso sarete rimandati a un altro menu dove una voce registrata elencherà le opzioni a vostra disposizione:
per aiuti alle banche digitare 1.
Per aiuti alle banche digitare 2.
Per aiuti alle banche digitare 3.
Per versare una sottoscrizione volontaria alle banche digitare 4. Per tornare al menu principale digitare il vostro Iban, al resto pensiamo noi.
Per sostegno al governo Monti (obbligatorio) digitare qualsiasi numero.
Per assistenza emotivo-psicologica in vista della finale dei campionati europei di calcio digitare 3. Uno speciale menù vi guiderà verso le possibili opzioni.
Seguire le istruzioni a seconda della personale inclinazione politico-culturale.
Per “Viva Balotelli anche se è negro” digitare 1.
Per “Viva Balotelli e non importa se è negro” digitare 2.
Per “Il merito è di Cassano e i gay sono cazzi loro” digitare 3.
Si segnala che il servizio aggettivi e sinonimi sarà attivo questa sera a partire dalle ore 20.
Per “glorioso manipolo” digitare 1.
Per “l’orgoglio dei nostri ragazzi” digitare 2.
Per “L’Italia ritrova il suo spirito nei momenti di difficoltà” digitare 3.
Per la personalizzazione dei complimenti di Napolitano digitare 4.
Per “In fondo siamo un grande paese” digitare 5 (in questo caso è possibile un’attesa di 20-30 anni). E’ inoltre disponibile lo speciale servizio “Io l’avevo detto”, che individua e cancella le vostre precedenti affermazioni disfattiste, sia sul vertice europeo che sulle partite degli Europei.
Questo servizio è a pagamento (il ricavato verrà devoluto alle banche).
Alessandro Robecchi

sabato 30 giugno 2012

Germania: Hitler difensore diritti umani !!!


        Germania: Hitler difensore diritti umani (ANSA) - BERLINO, 30 GIU - La meta' dei liceali tedeschi non sa che Hitler era un dittatore, mentre un terzo di loro pensa che sia stato un protettore dei diritti umani. E' il risultato shock di un sondaggio condotto dai ricercatori della Free University di Berlino. In base alla ricerca, realizzata intervistando piu' di 7.500 studenti intorno ai 15 anni, solo la meta' e' capace di affermare che l'ex Germania Occidentale era uno Stato democratico, mentre il 40% si dice incerto in quale tipo governo vive oggi.

Fonte: ansa

venerdì 18 maggio 2012

L'intervista. Sfruttamento e ricatti tra banchi e carrelli.

Isabella Borghese - controlacrisi -
       
Si chiama Giulia ed è una visual marchandiser di Roma.
Lavora nei supermercati e ogni giorno si adopera per ottimizzare tutte le possibilità offerte dalla vendita visiva in qualsiasi spazio vendita, grande o piccolo che sia. Deve valorizzare al meglio i prodotti dell’azienda per cui lavora e di conseguenza il reparto, i punti vendita facendo in modo che gli articoli dell’azienda per cui è lì siano esattamente nel posto giusto e al momento giusto. E, questione da non sottovalutare, anche al prezzo corretto. Deve fare in modo che le merci siano collocate in modo adeguato all’interno del punto vendita perché questo serve ad avvicinare il cliente al prodotto soddisfacendo il suo bisogno di acquisto e consentendogli, inoltre, di trovare con facilità quello che cerca in un luogo ricco di prodotti che rischia, molto spesso, di diventare un posto di puro caos. Gli acquirenti in questo modo vengono aiutati, si destreggiano bene perché diventano autosufficienti attraverso la facilità di lettura dello spazio visivo. E il personale di vendita, inoltre, grazie a questo lavoro è minore e quindi le spese vengono ridotte.
Come sei diventata visual marchindiser?
Ho una laurea in Scienze della Comunicazione. Per anni ho lavorato come hostess, nei settori commerciali di varie aziende. Attualmente sono le posizioni più semplici da trovare perché sono attività che portano direttamente denaro alle aziende. Così il lavoro non te lo leva nessuno.
Con quale forma di contratto lavori?
Ho un contratto a tempo determinato per un anno, la cui retribuzione risulta pari a quella di un part time: 1000 euro nette.
E la realtà?
La realtà è che dal lunedì al venerdì lavoro dalle 6-8 ore al giorno. Talvolta mi trovo anche costretta a recuperare il sabato. Il mio è un part time che non tiene conto e nel modo più assoluto degli spostamenti quotidiani legati al mio impiego, ma solo ed esclusivamente delle ore che trascorro nei punti vendita.
Altre complicazioni?
Il rimborso spese per la benzina che mi spetta secondo contratto è pari a 0, 24 centesimi al litro. Di questa quantità 0,12 centesimi sono destinati al km per la benzina e le restanti 0, 12 sono invece la cifra stabilita per l’usura della macchina. Ma la benzina è arrivata a 1,800 euro al litro, a 1,900 euro al litro e questi, a quanto pare, tuttavia sembrano particolari, seppur non indifferenti, che devono interessare solo me, il mio povero portafogli e la mia utilitaria.Secondo contratto a me e ai miei colleghi non è prevista né la tredicesima, né la quattordicesima. Comunque, per utilizzare l’espressione dei miei capi, sono state spalmate nel nostro stipendio mensile.
Che tipo di legame esiste tra agenzia interinale multinazionale? Come vi permette di lavorare? Esistono dinamiche particolari di sfruttamento a vostro danno? Che favoriscono l’agenzia interinale, intendo, contro il vostro interesse.
Sono pagata dall’azienda e anche le note spesa finiscono alla multinazionale. Per questo l’agenzia non si fa scrupoli se vengono pompate. Ci danno un massimo di budget per le chiamate al cellulare, perché pagano loro, ma per la benzina, non battono ciglio: la nota spesa, del resto, ribadisco, va all’azienda. Secondo le disposizioni dell’agenzia interinale quando ci ritroviamo alle riunioni con l’azienda non dobbiamo mai parlare del nostro compenso né di altro che abbia attinenza con il nostro contratto. Mi è sembrato curioso all’inizio. Ma solo in principio. Poco dopo infatti non sono mancate le occasioni in cui, da diverse affermazioni rilasciate dai capi della multinazionale che ci vengono a trovare ai briefing, abbiamo dedotto che ci spetterebbero non solo i buoni pasto, ma anche un corrispettivo che, comprensivo di note spesa, si dovrebbe aggirare intorno ai 2600 euro. Ben 1600 euro di quanto recepisco ogni mese.Spesso l’agenzia interinale “ci chiede dei favori”.
Ovvero?
Chiama noi visual marchandiser che abbiamo contratti esclusivi con la multinazionale e ci chiede altre prestazioni remunerate sottraendoci così tempo al nostro impiego. Chiaramente lo chiede specificando l’assoluta discrezione verso la multinazionale con cui abbiamo il contratto. Ci chiede di eseguire altre prestazioni senza dirlo all’azienda. Noi, tuttavia, ci sentiamo sempre quasi costretti a soddisfare la loro richiesta.
Perché?
Perché quello con l’agenzia interinale è un rapporto di lavoro che occorre mantenere saldo per il futuro. È lei difatti a trovarci l’impiego. Ma questa sfaccettatura del mio lavoro, nonostante tutto, è un gran rischio e una scocciatura non indifferente: ogni volta che eseguo altre prestazioni per l’agenzia interinale vivo nel timore di incontrare qualche capo dell’azienda per cui lavoro e, nel caso in cui inciampassi in questo, la catastrofe sarebbe immediata: lui difatti mi troverebbe a fare altro e non a lavorare per l’azienda. La scocciatura tuttavia resta nell’impossibilità di rifiutare un piacere all’agenzia.
Perché? A cosa andresti incontro?
Farlo significherebbe compromettere la possibilità di lavori futuri e dunque l’unico comportamento che riesco ad assumere rispecchia quello di una donna che vive nella volontà di non perdere un contatto di lavoro che possa esserle utile a lungo termine.

giovedì 22 marzo 2012

Le balle del governo sull’articolo 18

di Paolo Ferrero - ilfattoquotidiano -
Attorno alla vicenda dell’articolo 18 raccontano un mucchio di balle. La principale è che la tutela dei licenziamenti discriminatori sarebbe stata estesa a tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche quelli che lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti. Dipinta in questo modo sembrerebbe che l’articolo 18 sia stato addirittura migliorato. Vediamo perché è una balla:

Il governo ha deciso di togliere l’applicazione dell’articolo 18 per quanto riguarda i licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche o tecnico organizzative. Che cosa succederà se questa norma andrà in vigore? Il datore di lavoro che vuole licenziare Paolo Ferrero che fa? Semplicemente licenzia il sottoscritto motivandolo con ragioni organizzative, ad esempio che il mio lavoro non c’è più, oppure che la mia professionalità non serve più all’azienda. Dopodiché, io faccio ricorso contro il licenziamento perché la motivazione è falsa in quanto l’azienda ha semplicemente messo un altro lavoratore a fare il lavoro che prima svolgevo io. Il tribunale verifica che ho ragione io e dichiara nullo il licenziamento ma a quel punto non può più ordinare la mia reintegrazione sul posto di lavoro ma solo condannare l’azienda a pagarmi una indennità. In quel modo io non ho più il posto di lavoro e l’azienda mi ha fatto fuori pagando una “multa” di alcune decine di migliaia di euro. Questo perché la motivazione adottata dall’azienda nel licenziarmi non sarebbe più “coperta” dall’articolo 18 che è proprio la norma che permette al magistrato di ordinare la reintegrazione sul posto di lavoro.

L’articolo 18 infatti, al contrario di quel che viene detto, non è una norma contro le discriminazioni ma una norma che prevede la reintegrazione sul posto di lavoro del lavoratore licenziato ingiustamente. Se si toglie la copertura dell’articolo 18, non è più possibile per la magistratura riportare al lavoro chi viene ingiustamente licenziato.

In queste condizioni è evidente che qualsiasi datore di lavoro voglia licenziare un dipendente perché comunista, omosessuale o perché fa rispettare la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro o si rifiuta di svolgere mansioni non previste dal contratto o perché si lamenta che il padrone non gli paga tutto lo stipendio, non dovrà far altro che licenziare questa persona per ragioni economiche o tecnico organizzative e il gioco è fatto. Quella persona non rientrerà mai più nel suo posto di lavoro.

Qualcuno potrebbe dire: ma a quel punto si fa una causa per dimostrare che il padrone ti ha licenziato non per ragioni economiche ma per ragioni politiche. Sembra facile, ma è pressoché impossibile provare questo fatto, sarebbe una specie di processo alle intenzioni, alle opinioni del datore di lavoro.

La manomissione dell’articolo 18 operata dal governo coincide quindi alla totale libertà di licenziamento da parte dei datori di lavoro in ogni azienda, grande o piccola che sia. Invece di ridurre la precarietà il governo ha reso precari di colpo tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici.
In pratica il governo ha tolto ai lavoratori la possibilità di essere cittadini nell’ambito del rapporto di lavoro riducendoli a una merce, che ha un certo costo -la multa- ma nessun diritto. Un’altra buona ragione per mandare a casa il più in fretta possibile questo governo dei poteri forti.

lunedì 19 marzo 2012

New York, Occupy fa primavera

MARTINA ALBERTAZZI il manifesto - dirittiglobali -
Occupy Wall Street festeggia i suoi sei mesi di vita scendendo in strada a New York, in una marcia che secondo gli organizzatori è solo l'inizio di una primavera piena di eventi. Ieri mattina alle 11, i manifestanti si sono riuniti di nuovo a Zuccotti Park per celebrare l'arrivo della nuova stagione. «Nei primi sei mesi di vita abbiamo cambiato il dibattito nazionale, nei prossimi sei mesi vogliamo cambiare il mondo», hanno scritto sulla homepage del sito. E l'atmosfera a Liberty Square è proprio quella di risveglio dopo i mesi invernali in cui il movimento era sembrato giù di tono, per alcuni addirittura morto. All'una del pomeriggio circa 150 persone, molte vestite di verde per celebrare il giorno di San Patrizio, hanno iniziato a marciare verso Battery Park, più precisamente verso l'Irish Hunger Memorial, il monumento inaugurato nel 2002 per ricordare il milione di vittime delle carestie in Irlanda dal 1845 al 1852. «La strada che stiamo percorrendo ha bisogno di una svolta - racconta Jack, 53 anni, che lavora come attore in un teatro, mentre mostra una copia del suo passaporto irlandese - Gli appuntamenti come questo sono importanti, perché ci permettono di far sentire la nostra voce». Ma non preferirebbe festeggiare San Patrizio in un bar a bere, come fanno tutti? «Io festeggio così, perché amo le mie radici irlandesi, ma l'America è il mio Paese e Occupy Wall street sta cercando di salvarlo», risponde. Mentre il corteo si dirige verso Lower Manhattan, scortato da circa cinquanta poliziotti a piedi e in scooter, un centinaio di manifestanti è rimasto invece a Zuccotti Park, tra canti, balli e tamburi riportando la memoria allo scorso settembre, quando il movimento era appena nato e scene come questa erano all'ordine del giorno. «Questa sera dormiremo qui e ci riprenderemo la piazza», afferma convinto Rick, 23 anni, mentre riprende fiato dopo aver gridato uno degli slogan più celebri, «Siamo il 99% e lo sei anche tu». Davanti alla piazza il numero di agenti della polizia di New York è nettamente superiore a quello dei manifestanti. E gli arresti sono iniziati già nel primo pomeriggio, quando due persone sono state portate via in manette, a quanto pare con l'unica colpa di aver distribuito volantini. L'entusiasmo pacifico del resto della folla però non si è fatto intimidire. Qualche manifestante parla con i pochi cronisti rimasti a Zuccotti Park, altri improvvisano comizi e invitano i passanti a unirsi a loro, annunciando una stagione vivace, che proseguirà fino alle elezioni presidenziali di novembre. E non solo a New York, come ha raccontato Cynthia Price, 46 anni, che da Los Angeles si è trasferita qui, per iniziare una piccola attività con il marito John: «Pago le tasse, ho una casa tutta mia e mi ritengo una cittadina modello, al contrario di questo governo cleptomane. È il motivo per cui scendo in piazza con Ows e andrò a Washington a manifestare davanti al Congresso. Stasera però torno nel mio appartamento e lascio l'occupazione di Zuccotti Park in mano ai giovani».

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#occupy wall street, la lotta continua
La polizia di New York ha arrestato la notte scorsa decine di indignati di 'Occupy Wall Street' durante un raduno indetto per ricordare l'inizio del movimento di Zuccotti park sei mesi fa. L'atto repressivo della polizia di Obama è avvenuto poco prima della mezzanotte locale (le 5.00 in Italia) è giunto al termine di una giornata di dimostrazioni e marce nella parte meridionale di Manhattan. Il regime non ha fornito cifre sugli arresti, ma le persone portate via ammanettate sono state decine. Tre donne rimaste ferite sono state medicate in un'ambulanza. Nel corso della giornata erano state fermate 15 persone ed era stato annunciato il ferimento di tre agenti. Dopo le manifestazioni svoltesi nel pomeriggio attraverso il distretto finanziario di New York i dimostranti si sono dati appuntamento per la sera nel parco e intorno alle 23 c'erano circa 500 persone. Tra loro anche il regista Michael Moore. «È la nostra offensiva di primavera», ha detto Michael Premo 30 anni che si è autodefinito il portavoce del movimento. «La gente pensa che il movimento Occupy sia finito, è importante che vedano che siamo tornati», ha aggiunto. La polizia è rimasta a sorvegliare la zona senza intervenire fino a quando alcuni dimostranti hanno cominciato a montare una tenda. Circa un centinaio di agenti sono allora entrati nel parco e i dimostranti si sono seduti rifiutandosi di obbedire all'ordine di andarsene. A quel punto i poliziotti hanno ammanettato i dimostranti portandoli via nei furgoni. Il movimento Occupy Wall Street era nato il 17 settembre dello scorso anno a Zuccotti Park per protestare contro le politiche finanziarie statunitensi accusate di incrementare il divario tra ricchi e poveri. La polizia in novembre aveva sgomberato l'accampamento dei dimostranti.

Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

a cura di Giuliano Battiston - sinistrainrete -
Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.

domenica 18 marzo 2012



di Zag in ListaSinistra
Piazza Vittorio. Il giorno dopo gli arresti di Paolo Di Vetta perché manifestava davanti al Cipe, per il diritto alla casa.
Giornata per riprendersi la città , il diritto a manifestare nel centro di Roma. Obbiettivo : raggiungere il Campidoglio, ma si è mediato con la questura per arrivare solo a Largo Ricci. Corteo composto da molte donne e bambini, un corteo che fin dall'inizio dimostra compostezza. Un corteo pacifico. Molti gli immigrati, molti i giovani. Riconosco molti volti di militanti da sempre in lotta per i diritto alla casa.
Sono qualche migliaia. Mi ferma un signore di colore. Mi chiede se sono giornalista, NO ! non proprio , ma non mi fa finire che subito sciorina parole smozzicate. Capisco che ha pagato 500 euro per il permesso di soggiorno. E' andato al CAF e mi fa vedere la domanda,
"Ho pagato ma niente documento. Io non sono clandestino". Mi fa vedere il passaporto.
"Perché niente documento. Io pagato 500 Euro. Io lavoro sono badante , perché polizia non da a me il documento. Perché non dice niente ha me".
Il tutto inframmezzato da un Capito, Capito. Si ho capito compagno , ma posso fare poco per te.
"Ciao compagno" mi saluta.
"Ciao" gli rispondo e mi da un cinque chiuso in un pugno che porta al petto
Vi è un ragazzino che seriosamente distribuisce un volantino, dove si rivendica il diritto di poter vivere in una casa con acqua e luce.
Il corteo ha già imboccato via Cavour e non mi resta che precederlo, prendere lo scooter e portarmi verso Piazza Venezia. Ma mi accorgo che a metà di via Cavour vi è uno sbarramento di blindati: anche i lati e le traverse sono bloccate da autoblinde. Mi fanno passare( mi spaccio per giornalista fotografo) lascio lo scooter in una traversa e torno indietro, verso il corteo.
Gli organizzatori sono avvertiti, si parlamenta per cercare di capire cosa fare. Vi sono donne e bambini, ma sopratutto non si vuole ripetere la mattanza del 15 Ottobre.
Quel giorno pesa come un macigno.
Ci si avvicina allo sbarramento e una delegazione va a parlamentare. Il corteo è praticamente circondato Blindati davanti , blindati dietro e in tutte le traverse laterali. Anche volendo non si sa cosa fare, dove andare, E' evidente la provocazione, Si vuole che gli animi si scaldano col passare del tempo e vista la stasi, la situazione d'impasse. Il funzionario è li che capisce la situazione, comprende l'evidenza del "cul de sac" in cui hanno costretto i manifestanti, ma non sa che fare, Parla al telefono, ma è evidente che gli ordinano di non cedere che si vuole lo scontro. Il questore vuole ripetere la tattica vincente messo in atto alla Tiburtina
Poi gli organizzatori decidono intelligentemente di tornare indietro e di ripercorre il percorso al contrario in modo da uscire da quella situazione pericolosa.
Il funzionario dapprima nega la possibilità, poi visto il rumoreggiar dei manifestanti, l'intervento di parlamentari e di consiglieri regionali, dirigenti di RC , pensa che sia la soluzione più ragionevole a meno dello scontro. Chiede tempo per poter far fare manovra ai blindati. Si parlotta con i funzionari di polizia li presenti. chiedono comprensione, non dipende da loro, sono gli ordini, state calmi che la situazione si risolve ecc ecc . E' evidente anche a loro la situazione kafkiana
Ci si gira. Un saluto sarcastico da parte dei manifestanti ai poliziotti , giriamo le spalle e si torna indietro.
Giornata di stupida rigidità e di sagace intelligenza.
Il divieto a manifestare per le vie del centro intanto è stato violato!

venerdì 16 marzo 2012

Eseguiamo solo gli ordini

di Loris Campetti - il manifesto - controlacrisi -
La filosofia del governo Monti su cui si fonda la riforma del mercato del lavoro nasce da una convinzione: in tempi di crisi non c’è spazio per i distinguo, bisogna rilanciare lo «sviluppo» nell’unico modo possibile, quello liberista; ogni ostacolo di natura sociale o ambientale dev’essere rimosso. In altre parole, i diritti individuali e collettivi sono diventati incompatibili. La stessa democrazia, con le sue regole e le sue verifiche, rappresenta un ostacolo. Non solo in Valsusa, anche e soprattutto nel lavoro. Marchionne insegna, in senso letterale. Il lavoro è merce, si compra dove costa meno e se vuoi vendere il tuo devi offrirti al massimo ribasso. Sta tutta qui la ragione dell’accanimento contro l’articolo 18. Il principio di civiltà secondo cui un imprenditore è costretto a riprendersi al lavoro colui che ha ingiustamente licenziato cozza con i principi generali del liberismo ed è un ostacolo al dominio del padrone sulla forza lavoro intesa come pura appendice delle macchine, variabile dipendente dei profitti, flessibile in tutto ma vincolato alle leggi del mercato delle braccia e dei cervelli. Siccome il lavoratore spogliato di ogni soggettività è pura merce, come tutte le merci ha un prezzo e se il giudice cavilloso ritiene ingiusto il suo licenziamento basterà stabilire il prezzo della merce-lavoro e imporre all’imprenditore di pagarlo e al lavoratoratore di cercarsi un altro posto. Dire che l’art. 18 è un disincentivo per le imprese a investire o restare in Italia è un imbroglio meschino per nascondere la posta in gioco.
Il ministro Elsa Fornero ha sposato in pieno questa filosofia che si sta facendo strada anche nel mondo sindacale. Così come nel caso delle pensioni – dove la motivazione addotta per il suo slittamento a 67-70 anni d’età stava paradossalmente nella necessità di riaprire il mercato del lavoro ai giovani – anche l’abbattimento della copertura fin qui garantita dagli ammortizzatori sociali servirebbe a spalmare qualche diritto d’accesso sul corpo dei precari, perché anch’essi possano assurgere al rango di merce acquistabile e vendibile.
Siamo al trionfo dell’ipocrisia: acquisito che ci sarebbero al lavoro precari e garantiti, per ridurre questa ingiustizia si riducono le garanzie e i diritti ai più fortunati. Poi magari, se ci saranno i soldi, se ne distibuiranno un po’ a chi non ne ha. Così come l’art. 18 che vale solo per alcuni fortunati, invece di estenderlo a tutti si toglie a chi ce l’ha. Il modo migliore per imporre questa logica passa attraverso la divisione del mondo del lavoro, per garanzie, diritti, generazioni, sesso, persino per colore della pelle. Il governo dei tecnici dalle buone maniere e dalla battuta facile non ammetterà mai che questo è il suo modo d’agire, si limita ad agire, completando senza opposizione politica e con poche resistenze sindacali il lavoro sporco che Berlusconi ha accelerato (all’avviamento aveva contribuito il centrosinistra) tra opposizioni politiche e resistenze sindacali.
E dire che la risposta ai predicatori dei sacrifici altrui sarebbe semplice: con la crisi servono più garanzie per tutti per contrastare disoccupazione e disumanizzazione, estendendo art. 18 e ammortizzatori sociali. E’ quel che dice la Fiom. Che ne pensa la Cgil?

p. s. per Elsa Fornero non tocca al governo dire alla Fiat quel che deve fare. E infatti è Marchionne a dire a Monti quel che deve fare.

mercoledì 14 marzo 2012

In Germania più difficile licenziare che in Italia

Posted by - keynesblog -
Mentre torna ad imperversare lo scontro sull’articolo 18, con il governo intenzionato ad incrementare la flessibilità in uscita, Paneacqua pubblica un’intervista a Piergiovanni Alleva, docente del diritto del lavoro presso l’Università di Ancona e ad Andrea Allamprese, docente di diritto del lavoro presso l’Università di Modena.

L’idea del governo esposta ieri ai sindacati sarebbe di adottare il “modello tedesco” in Italia, senza però considerare tutti i suoi aspetti.

Come abbiamo già detto diverse volte, in Germania le tutele per i lavoratori stabili sono de facto maggiori di quelle italiane, tant’è che l’OCSE assegna alla Germania un indice di protezione del lavoro (EPL) pari a 3, contro il misero 1,7 del nostro paese. Il meccanismo viene spiegato nei dettagli da Alleva e Allamprese e si caratterizza per il peso del sindacato sul processo decisionale. Un peso che appare in una certa misura “opprimente” per la stessa libertà d’impresa, almeno se giudicato con i parametri comuni nel dibattito pubblico italiano. Senza che ciò, va rilevato, abbia mai creato grossi problemi al sistema produttivo tedesco, da sempre tra i più competitivi del continente.

“Proprio nella Germania della Merkel – dice il professor Piergiovanni Alleva, – sulla tutela del lavoratore in caso di licenziamento le regole sono estremamente chiare [...] senza giusta causa il licenziamento è nullo. Il lavoratore resta al suo posto. Il sindacato, i consigli di fabbrica devono dire la loro, dare l’assenso, altrimenti non si muove foglia. Il datore di lavoro può ricorre al giudice presentando le sue ragioni per il licenziamento. Si chiama ‘motivo personale’. Come da noi, il giudice decide se ha ragione il lavoratore o il datore di lavoro, se riconoscere la sussistenza o meno di un ‘motivo personale’ che giustifichi il licenziamento.”

Conferma e specifica nei dettagli Allamprese:

“Il datore di lavoro deve notificare al lavoratore che intende licenziarlo, un preavviso di diversi giorni obbligatorio per legge. Al tempo stesso il licenziamento deve essere comunicato al Consiglio di fabbrica. Se il sindacato si oppone al licenziamento il lavoratore ha diritto di mantenere il posto di lavoro sino alla fine della controversia giudiziaria. Il licenziamento non ha efficacia anche se il datore di lavoro non ha seguito la procedura. Il Tribunale ordina il mantenimento del posto di lavoro in caso di licenziamento nullo o ingiustificato. Il licenziamento è considerato socialmente giustificato nel caso di provata incapacità del lavoratore a svolgere le mansioni cui è assegnato per gravi, meglio gravissime, inadempienze o per comprovate esigenze economiche dell’azienda. il giudice ha dei parametri precisi per accertare o meno l’esistenza del ‘socialmente giustificato’: nel caso in cui la motivazione non ci sia, reintegra il lavoratore che ha diritto a recuperare il salario eventualmente non percepito. Durante la verifica del giudice il lavoratore resta al proprio posto di lavoro. Questa normativa si applica nelle aziende con più di dieci dipendenti. [in Italia la soglia dell'art.18 è 15 dipendenti, ndr]“

lunedì 12 marzo 2012

Oggi in Spagna, domani in Italia. Come ti distruggo il mondo del lavoro senza creare un posto in più

di Jacopo Rosatelli, Madrid - Posted by keynesblog
Non è una novità: il diritto del lavoro è terreno di caccia per i detentori del potere politico-economico in tutta Europa. La «modernizzazione» delle relazioni fra lavoratori e impresa è un tassello fondamentale dell’impianto ideologico neoliberista e, dunque, rappresenta uno dei passaggi obbligati per qualunque governante che voglia ingraziarsi il Consenso di Bruxelles, ovverosia della destra egemone a livello comunitario. La cieca determinazione con la quale molti esecutivi continentali attuano la loro «politica di riforme» non ha nulla da invidiare a quella che pervadeva i pianificatori dei paesi del socialismo reale: il buon senso e l’evidenza della realtà non intaccano la fede nei dogmi delle religioni politiche. In Italia, i sedicenti «modernizzatori» dicono che occorre rimuovere l’anomalia rappresentata dall’articolo 18 (definito dal presidente della Camera «un reperto archeologico») per mettere il nostro Paese al passo con quelli più avanzati. Verrebbe da pensare, quindi, che laddove non è previsto il reintegro ci si goda i benefici di una legislazione del lavoro più «europea». E invece no: se non c’è il diritto al reintegro, l’obiettivo da colpire diventa la quota più alta d’indennizzo. Una volta eliminata quest’ultima, arriva il turno della successiva, e via scendendo in una corsa verso l’annullamento delle tutele che non conosce limiti. Un’efficace dimostrazione di ciò la offre la Spagna, dove, come nel nostro Paese, la «riforma» del mercato del lavoro è di stretta attualità. Giovedì scorso il Parlamento ha convalidato il decreto che il Governo conservatore di Mariano Rajoy approvò lo scorso 10 febbraio, che riunisce in sé misure che colpiscono al cuore i diritti dei lavoratori e aumentano notevolmente il potere dell’impresa. Vediamo quali.

1. La parte del leone la fanno le norme sui licenziamenti. In precedenza, se un licenziamento era dichiarato «ingiustificato», l’imprenditore poteva scegliere se reinserire il lavoratore o indennizzarlo con una cifra equivalente a 45 giorni di salario per anno lavorato, più lo stipendio corrispondente al periodo compreso fra il licenziamento e la sentenza. Ora il risarcimento è ben più magro: scende a 33 giorni per anno lavorato e scompare la quota corrispondente ai mesi trascorsi in attesa del pronunciamento del giudice. Ma c’è di più: sarà sempre più difficile che le espulsioni di lavoratori possano esser considerate «ingiustificate», perché cresceranno quelle dovute a «ragioni oggettive», legate cioè all’andamento economico dell’azienda. Il decreto, infatti, allarga di molto le maglie di questa tipologia: all’impresa basterà dimostrare la «diminuzione persistente del suo livello di entrate o vendite», ovverosia per un periodo di «tre trimestri consecutivi». Ciò significa che un’azienda che ha fatto e continua a fare profitti potrà, per il solo fatto di registrare un calo di vendite per nove mesi, licenziare «per ragioni oggettive» e quindi limitarsi a un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato (e comunque non più di 12 mensilità).

giovedì 8 marzo 2012

Il grado zero della teoria rivoluzionaria

Movimenti e organizzazione politica
di Carlo Formenti in alfabetta2 - sinistrainrete -
Dalla fine del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, è la prima volta che assistiamo alla nascita e allo sviluppo, contemporaneamente e a livello mondiale, di movimenti sociali a carattere antagonistico. Le insorgenze dei trent’anni precedenti – a eccezione del ciclo No Global da Seattle a Genova – erano di tipo «single issue» (movimenti studenteschi, lotte per la pace, contro il nucleare, per i diritti delle donne e dei gay ecc.) né hanno mai assunto – se non marginalmente – carattere anticapitalistico. Anche la marea di rabbia e di odio che oggi vediamo montare a livello globale – dalla primavera araba agli indignati di Spagna, Grecia e Israele, da Occupy Wall Street alle lotte degli operai e contadini cinesi e di altri paesi in via di sviluppo – assume solo episodicamente una natura esplicitamente antagonista, ma il radicale rifiuto di mediazioni politiche istituzionali, di ogni forma di rappresentanza, così come le pratiche di autogestione e autoorganizzazione delle lotte e l’identificazione del nemico principale nella finanza globale e nei governi, di destra e di sinistra, che ne incarnano gli interessi, sembrano condurre in tale direzione.

Le cause del processo sono già state ampiamente analizzate, per cui mi limito a richiamarle brevemente, per passare subito dopo al tema centrale di questo intervento. Decenni di controrivoluzione liberista e di finanziarizzazione dell’economia hanno spazzato via il compromesso fra capitale e lavoro fondato sul welfare. Oggi ai proletari (e alle classi medie proletarizzate) non serve leggere Stato e rivoluzione per capire che lo Stato borghese non è cosa che possa servire – anche in minima parte – i loro interessi. Del resto, non esiste nemmeno più una classe borghese capace di delegare alla politica la gestione di un «interesse generale», sia pure inteso come interesse di tutta la borghesia e non di singole frazioni di essa, esistono solo caste politiche che servono – cinicamente e alla luce del sole – gli interessi delle lobby finanziarie.

Viviamo una situazione in cui il «piano del capitale» si riduce alla creazione e al mantenimento di condizioni che consentano la realizzazione del massimo profitto in tempi brevi, in cui le politiche economiche degli Stati-nazione, anche i più potenti, obbediscono a imperativi di breve termine della finanza globale, senza riguardo agli effetti di medio lungo termine – deindustrializzazione, disoccupazione di massa, immiserimento assoluto e relativo di larghi settori della popolazione ecc. Viviamo sotto regimi politici in palese difetto di legittimazione, che hanno perso ogni parvenza – anche formale – di democraticità (vedi il diktat europeo che ha vietato ai greci di votare sulle misure «anticrisi»), regimi postdemocratici, caratterizzati da processi di personalizzazione e spettacolarizzazione di una politica ridotta a rappresentazione mediatica, dove i cittadini possono «scegliere» fra due destre che si contendono il ruolo di realizzare programmi identici.

domenica 12 febbraio 2012

Diritti dei poveri, poveri diritti.

di Stefano Rodotà ilmanifesto
«Droits des pauvres, pauvres droits?». Queste parole, assai efficaci, indicano la chiave con la quale alcune istituzioni francesi hanno condotto un'ampia ricerca comparativa sulla situazione e le prospettive dei diritti sociali (ricerche come questa sono divenute impensabili in Italia, per i mezzi impiegati, per la possibilità di costituire un gruppo che lavori nell'arco di anni e di sottoporre poi i risultati alla valutazione di studiosi di paesi diversi...).

Parole eloquenti, nelle quali non si riflette una qualche forzatura ideologica, ma che danno conto di un dato di realtà ormai indiscutibile - il ritorno della povertà e il suo modo di influire sulla complessiva dinamica dei diritti.
È vero che l'attenzione per i problemi della povertà non era mai scomparsa, anche nella discussione giuridica. Ma si era concentrata piuttosto sulle povertà post-materiali, sulla post-povertà senza aggettivi (quanti sbrigativi "post" hanno distorto l'analisi di fenomeni nuovi!), sulla sottolineatura o sulla critica della poverty law scholarship. Se era giusto mettere in evidenza che le povertà non sono riducibili solo a carenze materiali, i tempi mutati inducevano a scrivere, ad esempio, che «le nuove povertà post-materiali (anziani soli, handicappati, tossicodipendenti, depressi psichici) sono in crescita mentre calano quelle materiali» (R. Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1992, p. 602), e quell'elenco si allungava con riferimenti alla solitudine, alla mancanza di relazioni sociali, alla perdita di senso, ai malati di Aids, alle diverse forme di esclusione. Ma oggi quella conclusione non è proponibile, perché sono proprio le povertà materiali ad essere tornate alla ribalta.
I nostri, infatti, sono pure i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione d'immigrato, all'etnia. Sono tornati i "poveri", un mondo che sembrava scomparso grazie alla diffusione del benessere materiale, o che almeno era confinato in aree sociali ristrettissime. E con essi è tornato, drammatico e ineludibile, il problema di come assicurare la tutela dei loro diritti primari - il lavoro, la salute, la casa, l'istruzione. Con buone ragioni Marco Revelli ha potuto dare a un suo bel libro il titolo "Poveri noi" (Einaudi, Torino, 2010). Davvero poveri tutti: ovviamente quelli che vivono concretamente la condizione della povertà, ma anche quelli che avvertono non solo il disagio personale, ma l'inaccettabilità sociale di un mondo nel quale, attraverso la povertà, vengono negate la dignità e l'umanità stessa delle persone. E proprio attraverso questo dato di realtà possiamo comprendere meglio il significato profondo delle parole che aprono la nostra Costituzione: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Quando il lavoro non c'è, quando viene negato o sfigurato, è lo stesso fondamento democratico di una società ad essere messo in pericolo.

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