Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta rivolution. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rivolution. Mostra tutti i post

domenica 24 febbraio 2013

Ma il cielo è sempre più blu

di Monica Capo - abbattoimuri -
Siamo al capolinea.
Sai papà, Silvio ti ha scritto, per quella cosa dell’Imu, a te, che sei morto comunista da “appena” 13 anni; a te che facesti la disdetta a Panorama non appena ti fu detto che si candidava, anzi a mamma, di cui nessuno mai si è ricordato, in tutti questi anni, se non per elemosinarle il voto, mai per chiederle come stava.
Ha scritto proprio a lei, che sopravvive con i suoi 500 euro al mese, dignitosamente, e che la letterina l’ha cestinata con le lacrime agli occhi ma sempre dignitosamente.
Sai papà, i tempi sono duri e intorno a noi c’è tanta disperazione: le fabbriche chiudono, tanti negozi tirano giù le serrande, c’è gente che non arriva neanche alla terza settimana, ci sono giovani costretti di nuovo ad emigrare, padri di famiglia senza più un lavoro e tanti che si arrendono.
Sai papà, io ci ho provato, ad impegnarmi per cambiare in meglio questo paese, ma credevo ingenuamente che la politica funzionasse come nel Discorso di Pericle agli Ateniesi.
Che, il nostro governo favorisse i molti invece dei pochi e per questo venisse chiamato democrazia; che le leggi qui assicurassero una giustizia eguale per tutti;
che quando un cittadino si fosse distinto, allora sarebbe stato chiamato a servire lo Stato non come “un atto di privilegio” ma come una ricompensa al merito, e che la povertà non costituisse un impedimento.
E, sempre ingenuamente, credevo che un cittadino non trascurasse i pubblici affari quando attendeva alle proprie faccende private e soprattutto che non si occupasse dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Ma, in Italia, (e tu lo avevi capito già trenta anni fa, quando lasciasti il sindacato, perché a tuo dire “si stava vendendo” i lavoratori), non funziona più così e anche quei partiti in cui avevi creduto hanno smesso di rappresentare i tuoi interessi, da tempo, o forse pensandoci bene non l’hanno mai fatto, e la democrazia è stata solo un’illusione, perché ha lasciato tanti indietro.
Sai papà, a 40 anni mi ritrovo senza un lavoro stabile, e ho due bimbi da tirare su, in un paese che appare ormai senza futuro.
Sai papà, ieri, qualcuno mi ha detto una cosa proprio brutta, che sarei “una compagna che sbaglia” e, arrogandosi il diritto di dare patenti di “compagnitudine”, che non sono neanche degna di ricordare Valerio Verbano, perché alle elezioni appoggio il Movimento fondato da Grillo, quel comico che ti piaceva tanto.
Però papà, io questi compagni li capisco, perché, da anni, lottano, occupano, si fanno arrestare ma non hanno visto ancora concretizzarsi il sogno di una sinistra alternativa e, perciò, non votano ma considerano nemici cittadini che, come loro, tentano di cambiare le cose “dal basso”, che, come loro, si autofinanziano, che, come loro, sono stanchi di gente arroccata sulle poltrone e di vedere tutelati sempre gli stessi interessi.
Sai papà, io l’ho letto il Programma del Movimento, e questi ragazzi hanno poche idee ma buone: parlano di abolizione della legge Biagi, di sussidio di disoccupazione garantito, di sostegno alle imprese, di salvaguardare il sistema sanitario e la scuola pubblica, di diritti civili ma qualcuno dice che questo è fascista, pensa che stupido.
Sai papà, io mi sentirò sempre una compagna, anche se qualcuno afferma il contrario, ma se il voto è ancora un diritto, e se ancora la sovranità del popolo vale qualcosa, e non valgono solo i diktat dell’Europa, ci voglio provare ancora a dare una svolta a questo paese, anche se so che ormai la Grecia è dietro l’angolo.

sabato 27 ottobre 2012

L’Europa della piigs revolution

di ADRIÀ RODRÍGUEZ e GIGI ROGGERO

1. Una nuova fase
Nell’ultimo mese e mezzo, dopo l’estate del 2012, abbiamo visto una serie di avvenimenti che ci obbligano a ripensare la situazione europea e la situazione delle lotte, soprattutto nel sud del continente. In Portogallo, Spagna e Grecia si stanno sviluppando nuovi processi di conflitto che vanno oltre la critica alle istituzioni e le politiche di austerità, e che cominciano a incentrarsi sulla sfida dei processi costituenti. Negli ultimi due anni in Grecia i movimenti hanno assunto una forza destituente, al punto da mettere in crisi e contribuire alla caduta del governo socialista di Papandreou, per quanto sostituito da un esecutivo “tecnico”, cioè direttamente al servizio dei mercati finanziari. Le recenti mobilitazioni moltitudinarie contro la visita di Angela Merkel ad Atene e lo sciopero generale del 18 ottobre (con la polizia che causa la morte di un manifestante di 66 anni) confermano il rifiuto assoluto del “governo della finanza” e dell’austerity. Quello che qui ci interessa sottolineare è che, durante questo ultimo mese e mezzo, un processo dai tratti simili si è sincronicamente sviluppato in Portogallo e in Spagna. Nel primo caso, a partire dalle grandi manifestazioni del 15 settembre in più di quaranta città del paese, unite dalla parola d’ordine: “Basta troika! Vogliamo le nostre vite”, un grido diretto non solo contro i diktat della Bce, ma anche contro il governo nazionale, in quanto ingranaggi della stessa macchina. Al 15-S ha fatto seguito, il 29 settembre, un’altra manifestazione di massa a Lisbona, davanti al parlamento, proprio nello stesso giorno in cui a Madrid decine di migliaia di persone protestavano di fronte al Congresso dei deputati per la stessa ragione. I palazzi della capitale spagnola erano già stati assediati quattro giorno prima: l’iniziativa era stata convocata e si era diffusa attraverso i social network, con lo slogan “Rodear el Congreso” (“Circondare il Congresso”), per esigere le immediate dimissioni del presidente Rajoy e l’apertura di un processo costituente. Le mobilitazioni in Portogallo e in Spagna hanno aperto una nuova fase all’interno dei movimenti: a partire da qui, sono già stati convocati scioperi, blocchi e assedi. Al pari della Grecia, anche in Spagna e Portogallo i movimenti stanno praticando un’iniziativa di destituzione dei governi. In Italia, seppure a fatica, si inizia a fare i conti con i lasciti non solo del berlusconismo ma anche e soprattutto dell’anti-berlusconismo, cioè con un piano di conflitto incentrato sulla presunta “anomalia” nazionale e attestato sulla mera difesa di una costituzione formale definitivamente esaurita. In Europa, a partire dall’area mediterranea, la crisi di legittimità e governabilità apre uno spazio che è, al contempo, destituente e costituente.
2. Il divenire piigs dell’Europa
La politica è sempre una questione di spazio e di tempo. Il punto allora è: quali sono le coordinate in cui questa nuova fase può determinare una trasformazione dei rapporti di forza? La nostra risposta è: l’Europa. Se i movimenti nella crisi degli ultimi due anni hanno le caratteristiche di un ciclo globale di lotte, il nodo riguarda i punti di applicazione della potenza costituente. L’Europa si colloca sul “medio raggio” tra una sovranità nazionale finalmente in via di dissoluzione e un piano globale che rischia di diventare inafferrabile, se non viene incarnato in luoghi che permettano di posizionarsi dentro e contro. E tuttavia, non si tratta di agitare retoricamente un discorso sull’Europa dei movimenti contrapposta all’Europa neoliberale. Oggi dobbiamo partire dall’assunto che lo spazio politico europeo è frammentato, e questo crea problemi anche per il possibile rovesciamento agito dalle lotte. Oggi un discorso radicale sull’Europa va non solo riaffermato, ma riafferrato.
Alla luce della nuova fase cui abbiamo fatto cenno, è forse ipotizzabile oggi riafferrare il discorso a partire dal sud. Attenzione, quindi: non si tratta qui di far proprio e ribaltare dialetticamente l’assunto di un’Europa a due velocità. Creare una sorta di identità meridionale dei movimenti non farebbe altro che rafforzare quei dispositivi di frammentazione che vanno invece rotti. Si tratta, al contrario, di mettere in discussione da una parte qualsiasi rischioso particolarismo delle regioni del sud (sul piano nazionale le lotte hanno il fiato corto e sono strategicamente sconfitte), dall’altra la riproposizione degli schemi della mera solidarietà internazionale, con cui spesso dalla Germania si guarda alle lotte negli altri paesi e che sembrano speculari proprio all’idea di un’Europa a due velocità. Non c’è un fuori dalla crisi, su questo nessuno può avere dubbi. L’allusione a un “divenire piigs dell’Europa” ci permette di comprendere la dimensione direttamente europea della crisi e dello sfruttamento, benché si esprima attraverso spazi e temporalità differenti. Ci permette inoltre di distruggere le immagini che vorrebbero circoscrivere la questione alle peculiarità territoriali, per mostrarne invece la sua natura interamente di classe. “Siamo tutti piigs” significa allora riconoscere la condizione comune, pur nelle asimmetrie dei suoi effetti, e porsi il problema di generalizzare le lotte contro l’austerity. Intendiamo quindi lo spazio del sud Europa come una leva tattica attraverso cui creare processi ricompositivi, un luogo dove la catena delle politiche di austerity può iniziare a spezzarsi. Le lotte nello spazio meridionale stanno già dispiegando una forza destituente, ma per affermarsi in forma pienamente costituente devono conquistare il piano europeo. Non possiamo aspettare, e qui ritorna il problema del tempo: ciò che oggi è possibile, su un periodo più lungo potrebbe diventare troppo tardi.

domenica 20 maggio 2012

NOVECENTO Quell'utopia caduta a terra

APERTURA di Rossana Rossanda - ilmanifesto -
 Un'esperienza che ha segnato un secolo. Domande e nodi irrisolti dell'Unione Sovietica alla luce del presente. Alcune considerazioni a partire dal libro di Rita di Leo «L'esperimento profano»
L'esperimento profano di Rita di Leo, già segnalato da Mario Tronti (il manifesto 25/4), è un breve libro appassionante e provocatorio, con il quale non si può non fare i conti. Si tratta della rivoluzione del 1917, del suo seguito e morte, decisiva per il Novecento, dalla quale la vecchia e nuova sinistra si ritraggono perlopiù senza darsi la pena di conoscerla e affidandosi ad alcuni confortanti clichés. Rita di Leo rompe con i parametri abituali in Occidente, vi distilla una vita di ricerche e non poca passione militante - e forse altrettanta delusione - obbligandoci a un tuffo dall'interno delle sue stesse categorie. Non è un libro di storia, è una chiave di interpretazione proposta in quattro fasi, che presuppone qualche conoscenza degli altri suoi lavori e di una bibliografia essenziale che opportunamente segnala alla fine.
Perché ha chiamato nascita e morte dell'Urss l'«esperimento profano»? Perché è il terzo, e per la prima volta non religioso, tentativo di costruire una comunità di eguaglianza e giustizia in terra, i due precedenti essendo stati quello dei gesuiti nel XVI secolo in Paraguay e del quacchero William Penn nel XVII secolo in Pennsylvania. Ambedue al di là dell'Atlantico. La rivoluzione del 1917 è invece frutto del pensiero politico laico ed europeo, e l'allinearla a quelle due esperienze un po' borderline delle chiese cattolica e protestante non manca di ironia. E infatti Rita di Leo definisce anche questo terzo esperimento come «utopia» o «abbaglio», non luogo o illusione, qualcosa di simile per luminosità e inconsistenza, a una aurora boreale. Cosa che fa sussultare la vecchia comunista che sono, e tanto più mi costringe a riflettere.

Dai filosofi re a BrezhnevVediamo dunque. Rita divide l'esperimento in quattro fasi, secondo gli obiettivi che volta a volta si sono dati coloro che le hanno dirette. La prima è quella che chiama dei «filosofi re», gli intellettuali che attorno a Lenin hanno pensato e guidato la rivoluzione contro l'autocrazia e il capitalismo in Russia, la seconda è la scelta di Stalin di costruire la nuova società sul primato della classe operaia, la terza è il suo proseguimento nello «stato di tutto il popolo» di Krusciov, e la quarta la «gestione popolare» di Leonid Brezhnev. Le prime due mantengono l'«utopia» al primo posto; la terza non indica, come ha voluto credere l'Occidente, una cesura con Lenin e Stalin ma punta a una crescita della rivoluzione fino al «comunismo» previsto entro gli anni '80; la quarta è il tentativo di una «gestione popolare» che rallenti le maglie nelle quali era fino ad allora costretta una società provata e carica di bisogni. Quando infatti Rita di Leo da' loro una data, le quattro fasi diventano due e mezza, poiché dal 1917 al 1956 permane il primato dei fini proposti dalla vecchia guardia bolscevica, Stalin e, diciamo, metà di Krusciov vi resterebbero in continuità, mentre Breznev ne segna un non dichiarato declino e Gorbaciov ne determina la fine. Dal capitalismo al socialismo e ritorno.
Il tutto non senza qualche problema, perché si tratta di una studiosa poco incline a semplificare. Mentre le quattro fasi seguono il trascolorare in se stessa della parola d'ordine dei dirigenti fino al 1956, la datazione li assume nell'asse teorico del gruppo cui di Leo appartiene - Aris Accornero, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Umberto Coldagelli - per il quale il grande discrimine sta fra chi assegna la priorità al progetto politico e chi si arrende a quella dell'economico. Con Gorbaciov si spegne così non solo l'esperimento sovietico ma il l'ultimo frutto del pensiero politico europeo, da sempre teso a un'idea di società prima che a una logica economica. La parabola dell'Urss segna anche l'approdo e la fine del ruolo egemonico dell'Europa. Ed ad essa - al presente tutto mercificato - sono dedicate le ultime quaranta pagine del lavoro - oltre che agli interrogativi, che di Leo lascia aperti, posti dalla Cina.

Un problema di classeE qui mi si affacciano una serie di domande. Si può parlare realmente di una continuità, al di là delle intenzioni dichiarate? Le differenze fra il comunismo di guerra e la Nep, i passaggi dalla morte di Lenin all'espulsione di Trotski nel 1926, da questa ai piani quinquennali e alla lotta contro i contadini ricchi, non possono non aver cambiato agli occhi dei «filosofi re» la composizione e il senso comune della società, da come si era presentata nel saggio di Lenin sul capitalismo in Russia al 1930. Anche osservando la sola Nep, è evidente che i rapporti sociali fra classi e ceti subivano una scossa dopo l'altra, fra estromissione e riammissione, per non dire della successiva separazione dei contadini in un paese ancora maggioritariamente contadino: Lenin non cessa di ricordarlo. Se la sola classe, per dir così, legittimata restava la classe operaia, che sarebbe venuta crescendo con l'uscita dalle campagne, con quali mezzi Stalin garantiva la promozione dei dipendenti dall'industria a «classe», e protagonista? Non si nasce classe, si diventa. Gli operai, raccolti nelle grandi fabbriche, erano favoriti dai salari più elevati di quelli dei quadri intellettuali e tecnici, dal ricevere dall'azienda prodotti in natura, oltre che vacanze, cure e accesso ai teatri o ai concerti e anche dalla possibilità di cambiare lavoro all'interno delle regole sugli spostamenti fra regioni e città. Quando andai a Mosca nel 1949 rimasi stupefatta degli elenchi, appesi alle cancellate, di mansioni e manodopera di cui ogni fabbrica era in cerca. Non li ho mai visti né prima né dopo in nessuna altra parte. Si aggiunga che gli operai godevano di una certa libertà nel definire le cadenze dell'organizzazione del lavoro - Rita di Leo si spinge a definirla «autonomia» - e se era loro aperto, tramite la direzione dell'impresa e il partito, l'accesso a una continua riqualificazione e da questa alle gerarchie sia della fabbrica sia del partito. Questo garantiva il consenso operaio al gruppo dirigente, ma si può dubitare che la soddisfazione di questi bisogni ne allargasse la coscienza oltre i limiti corporativi nei quali i filosofi re, ma anche i filosofini degli altri partiti comunisti e adiacenti, li consideravano intrisi.

martedì 1 maggio 2012

La nuova rivoluzione urbana

Data di pubblicazione: 29.04.2012
-->Autore:
Lunga intervista a David Harvey sui temi del suo ultimo libro Città Ribelli, di prossima pubblicazione in Italia. Dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street. Salon, 29 aprile 2012

Titolo originale: Urban revolution is coming – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Dalla Parigi del 1871 alla Praga del 1968 al Cairo nel 2011, per finire con le vie di New York, le città sono da lungo tempo il terreno di coltura dei movimenti radicali. Nel corso del tempo le proteste urbane nascono da una infinità di spunti diversi, dalla disoccupazione alla fame, alla privatizzazione alla corruzione. Ma c’entra forse anche la stessa geografia delle città? Una questione particolarmente accesa questa settimana, mentre il movimento Occupy si prepara a una serie di grandi manifestazioni in tante città del paese per il Primo Maggio.

Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo.

A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate. A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste. Abbiamo incontrato Harvey per parlare di Occupy Wall Street, della distruzione operata da Bloomberg nelle trasformazioni di New York City, su come si possa ripensare la città più vicina a come la vorremmo.

Lei parla del “diritto alla città” come di uno slogan vuoto. Cosa intende?

Il diritto alla città può rivendicarlo chiunque. Anche Bloomberg ha diritto alla città. Però ci sono varie fazioni, con diverse capacità di esercitarlo. Quando parlo del diritto di ripensare la città più vicina a come la vorremmo, e a cosa invece abbiamo visto qui a New York City negli ultimi 20-30 anni, si tratta di come la vorrebbero i ricchi. Negli anni ’70 pesava molto la famiglia Rockefeller per esempio. Oggi c’è gente come Bloomberg, che sostanzialmente trasforma la città nel modo che più si adatta a sé e ai propri affari. Ma la gran massa della popolazione praticamente non conta nulla in tutto questo. In città c’è quasi un milione di persone che tenta di farcela con diecimila dollari l’anno. E che influenza hanno sul modo in cui si trasforma la città? Nessuna.

Il mio interesse principale sulla questione del diritto alla città non è tanto di affermare che esista una specie di diritto etico, ma qualcosa per cui lottare. Il diritto di chi? Per che tipo di città? Penso a quel milione di persone con meno di diecimila dollari l’anno, che dovrebbero pesare almeno tanto quanto l’1% che sta al vertice. Lo definisco un significante vuoto, perché ci deve essere qualcuno che arriva e dice, “È il mio diritto che conta, non il tuo”. Comporta sempre un conflitto.

martedì 20 marzo 2012

Occupy the World together

- quinterna -
"Occupy the world together" (Occupiamo il mondo insieme). Titolo di una pagina su Facebook, di un sito sindacale canadese, di una manifestazione di Occupy Budapest, di molti filmati su YouTube… e di altre 12.000 ricorrenze su Google.

"Ci hanno buttato fuori dalle nostre case. Ci hanno costretti a scegliere tra mangiare o pagare l'affitto. Ci è negata l'assistenza medica. Soffriamo per l'inquinamento. Quando un lavoro l'abbiamo, facciamo orari impossibili per paghe basse e nessun diritto. Siamo il 99 per cento e non abbiamo niente, mentre l'altro 1% ha tutto". (Testo di apertura del sito web "We are 99%", dedicato a migliaia di brevissimi scorci di vita pubblicati da anonimi aderenti al movimento Occupy Wall Street).

"L'unica soluzione è la rivoluzione mondiale" (Conclusione dello statement nella Home page del sito Occupy Wall Street).

"Gli operai vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. L'attesa del Messia e il culto del genio, spiegabili per Pietro e per Carlyle, sono per un marxista solo misere coperture di impotenza. La Rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima" (PCInt., 1953).

Occupy Liberty Square

Il nostro movimento si allarga, l'esperienza di Zuccotti Park, cioè Liberty Square, ci sarà utile. La piazza era e rimane un punto di riferimento. Macché sporcizia e droga. Quella dell'igiene è ovviamente un pretesto. Prima che gli sbirri ci buttassero fuori, qui c'era molta collaborazione fra gli occupiers, la piazza era tenuta ben pulita, c'era un centro informatico munito di computer, generatori di corrente e router wireless, una cucina da centinaia di pasti al giorno, una biblioteca. Eravamo lì quando hanno scaraventato tutto nei camion della spazzatura. Tallonati dagli sbirri in tenuta antisommossa non abbiamo potuto fare niente. I libri erano già cinquemila, la tenda con gli scaffali ce l'aveva regalata Patti Smith. Qui il movimento raccoglieva persino soldi, cosa che in questo paese è sempre buon segno. Nella scatola delle offerte abbiamo trovato in un mese 150.000 dollari. Le donazioni sul conto corrente hanno superato il mezzo milione.

La piazza era presidiata di notte. Eravamo in due o trecento con le tende. Di giorno facevamo assemblee, un po' di spettacolo, molta controinformazione. È naturale che un movimento cerchi di avere un luogo che sia anche un punto di riferimento. L'avevano cercato e realizzato anche i greci in piazza Syntagma, gli egiziani in piazza Tahrir, gli spagnoli in piazza Puerta del Sol. All'inizio eravamo influenzati dagli altri movimenti, ma New York è una città un po' particolare ed è emerso il suo ambiente underground, liberal, anarcoide. Kalle Lasn dice che il movimento assomiglia un po' a quello del Sessantotto in Europa, che ha qualche tratto situazionista. Kalle ha fondato la rivista Adbusters. È stato uno dei promotori di Occupy Wall Street. Secondo noi sbaglia. Qui praticamente nessuno sa che cosa sia un situazionista. Figuriamoci poi un comunista. C'era un bel po' di ideologia nel movimento europeo, mentre la zuppa che serve il fast food di Zuccotti Park è fatta con un brodo pragmatista all'americana. Non c'è la ricetta e ogni giorno come viene viene. Oltre tutto il cuoco è nomade, un giorno è al Cairo, un giorno è ad Atene, un giorno è a Oakland.

A parte gli scherzi. Non è tutta ingenuità pragmatica quella riflessa dai cartelli e dai comunicati del nostro sito ufficiale. Noi mediamente ci crediamo nel motto "Stiamo impostando il primo giorno della nuova America". È una nostra idea fissa. Anche i fascisti neocons erano convinti di essere i precursori del nuovo secolo americano. Meno male che sono spariti. God bless America, noi non spariremo. Guarda il manifesto: una danzatrice leggera sul groppone del massiccio toro di Wall Street. Leggerezza contro pesantezza. Sarà una leggenda metropolitana, ma dicono che sia stato il gruppo di hacktivist Anonymus a lanciare l'idea di "invadere Manhattan" e di occupare Wall Street. Di fatto ha invitato tutti i suoi militanti ad appoggiare il movimento a fornirgli informazioni tecniche. Certe notizie diventano memi che si espandono ed evolvono. Anonymus ha promesso di attaccare i sistemi informatici di Wall Street, delle banche assassine e della polizia. Non è successo niente (la borsa è stata bloccata per un paio di minuti), ma con notizie come quella i media ci vanno a nozze. In realtà non c'è bisogno di essere geek per mettere in piedi una task force informatica. Siamo leggeri come i bit e attraverso il Web immateriale s'è formata la rete organizzata. Siamo nuovi e quindi rivoluzionari. L'avversario invece è vecchio, pachidermico, destinato a crepare.

giovedì 8 marzo 2012

Il grado zero della teoria rivoluzionaria

Movimenti e organizzazione politica
di Carlo Formenti in alfabetta2 - sinistrainrete -
Dalla fine del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, è la prima volta che assistiamo alla nascita e allo sviluppo, contemporaneamente e a livello mondiale, di movimenti sociali a carattere antagonistico. Le insorgenze dei trent’anni precedenti – a eccezione del ciclo No Global da Seattle a Genova – erano di tipo «single issue» (movimenti studenteschi, lotte per la pace, contro il nucleare, per i diritti delle donne e dei gay ecc.) né hanno mai assunto – se non marginalmente – carattere anticapitalistico. Anche la marea di rabbia e di odio che oggi vediamo montare a livello globale – dalla primavera araba agli indignati di Spagna, Grecia e Israele, da Occupy Wall Street alle lotte degli operai e contadini cinesi e di altri paesi in via di sviluppo – assume solo episodicamente una natura esplicitamente antagonista, ma il radicale rifiuto di mediazioni politiche istituzionali, di ogni forma di rappresentanza, così come le pratiche di autogestione e autoorganizzazione delle lotte e l’identificazione del nemico principale nella finanza globale e nei governi, di destra e di sinistra, che ne incarnano gli interessi, sembrano condurre in tale direzione.

Le cause del processo sono già state ampiamente analizzate, per cui mi limito a richiamarle brevemente, per passare subito dopo al tema centrale di questo intervento. Decenni di controrivoluzione liberista e di finanziarizzazione dell’economia hanno spazzato via il compromesso fra capitale e lavoro fondato sul welfare. Oggi ai proletari (e alle classi medie proletarizzate) non serve leggere Stato e rivoluzione per capire che lo Stato borghese non è cosa che possa servire – anche in minima parte – i loro interessi. Del resto, non esiste nemmeno più una classe borghese capace di delegare alla politica la gestione di un «interesse generale», sia pure inteso come interesse di tutta la borghesia e non di singole frazioni di essa, esistono solo caste politiche che servono – cinicamente e alla luce del sole – gli interessi delle lobby finanziarie.

Viviamo una situazione in cui il «piano del capitale» si riduce alla creazione e al mantenimento di condizioni che consentano la realizzazione del massimo profitto in tempi brevi, in cui le politiche economiche degli Stati-nazione, anche i più potenti, obbediscono a imperativi di breve termine della finanza globale, senza riguardo agli effetti di medio lungo termine – deindustrializzazione, disoccupazione di massa, immiserimento assoluto e relativo di larghi settori della popolazione ecc. Viviamo sotto regimi politici in palese difetto di legittimazione, che hanno perso ogni parvenza – anche formale – di democraticità (vedi il diktat europeo che ha vietato ai greci di votare sulle misure «anticrisi»), regimi postdemocratici, caratterizzati da processi di personalizzazione e spettacolarizzazione di una politica ridotta a rappresentazione mediatica, dove i cittadini possono «scegliere» fra due destre che si contendono il ruolo di realizzare programmi identici.

venerdì 2 marzo 2012

Siria: Intervista ad Ossamah Al Tawil del Comitato Esecutivo per il Cambiamento Democratico

Pubblicato Venerdì, 02 Marzo 2012 di Giovanni Sarubbi
- rifondazione -
Intervista a tutto campo con Ossamah Al Tawil membro del Comitato Esecutivo del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico . Vive in Italia da vent'anni, è italo-siriano, ha 40 anni, lavora come designer, è stato perseguitato in Siria a 18 anni ed è rimasto in Italia perché obiettore di coscienza.

Gli abbiamo posto tutta una serie di domande come se fossimo un lettore qualunque che non sa nulla della Siria e cerca di acquisire le maggiori informazioni possibili per farsi una idea precisa della realtà siriana. Le sue risposte sono precise ed articolate dimostrando di conoscere bene quello di cui parla, fa denunce precise sia verso il governo Assad, sia verso quei gruppi che, a suo dire, stanno fomentando lo scontro armato in Siria con lo scopo di provocare un intervento armato esterno delle grandi potenze. Parla a lungo del processo di formazione del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico (CNSCD) e del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) che dal coordinamento si è scisso dopo un primo momento di unità. Racconta l'evolversi del movimento di opposizione ad Assad.

Spiega i motivi che stanno alla base della crisi siriana, il ruolo dei Fratelli Musulmani, che sarebbero l'unica componente del CNS e la vera natura del cosiddetto “Esercito Siriano Libero”; spiega il ruolo dei paesi del Golfo Persico e quello delle emittenti tv da loro gestite. Racconta il ruolo delle religioni e la loro convivenza pacifica che dura da sempre. Parla del ruolo della Russia e della Cina. Il CNSCD di cui Ossamah Al Tawil è membro propone una via non armata per la risoluzione della crisi siriana. E' il tema su cui occorrerebbe concentrarsi, almeno per chi è impegnato nella realizzazione di un mondo pacifico. Non spetta ovviamente a noi dare un giudizio di merito sulle cose che lui ci ha raccontato. Stiamo svolgendo con lui come con altri esponenti della opposizione siriana il ruolo che dovrebbe essere proprio di qualsiasi mezzo di informazione, quello di far conoscere le posizioni dei vari gruppi esistenti con l'obiettivo di contribuire alla costruzione di percorsi pacifici che portino al superamento della crisi attuale che impediscano l'esplodere di nuove e sanguinose guerre. E' con questo augurio che offriamo ai nostri lettori questa intervista che contiene importanti spunti di riflessione su una realtà, quella siriana, su cui troppe e plateali bugie girano in queste settimane di preparazione dell'ennesima guerra nella quale si vorrebbe trascinare anche il nostro paese.

Domanda:A quale gruppo appartieni e che cosa vi proponete?

Risposta: Faccio parte del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico, nato nel mese di giugno in Siria e che è composto dalla maggior parte delle forze politiche laiche, con un partito islamico molto moderato, ed alcuni personaggi di nota storia di lotta politica e qualche anno di carcere che ha segnato la loro vita. Il Coordinamento era necessario per unire tutti gli sforzi e le attività per accelerare la caduta del regime e l’avvio di un processo democratico che i siriani hanno aspettato a lungo.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters