Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 28 gennaio 2013

Le elezioni e i movimenti della politica

Bruno Giorgini - sinistrainrete -

La democrazia. Dice Spinoza: una società che esercita collegialmente il potere in modo tale che tutti siano tenuti a obbedire a sè stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile.
I partiti. Fin quando gli esseri umani saranno animali politici esisteranno i partiti, ovvero libere associazioni di cittadini/e che sulla base di programmi e progetti si contendono il potere e/o il governo della città, della polis. Ovviamente le forme concrete e i poteri dei partiti cambiano a seconda delle fasi storiche. In Italia negli ultimi decenni i partiti sono degenerati diventando vieppiù macchine per il potere di persone e gruppi di pressione fondate quasi sempre sull’interesse personale, il malaffare, la corruzione, la rapina e lo sperpero del pubblico denaro, l’occupazione indebita di istituzioni della società. Si pensi al disastro della spartizione partitica dei posti nella sanità pubblica, la collusione con organizzazioni criminali, nonchè con costi per il loro funzionamento al di là di qualunque giustificazione. Questo dilagante malaffare ha contaminato anche le istituzioni rappresentative, talchè i nostri onorevoli, si fa per dire, guadagnano molto di più dei loro colleghi europei che non sono certo poveri, lo stesso vale per il Presidente della Repubblica e da lì in giù per tutti, fino a uscieri e impiegati. Senza alcun dubbio due sono i motori di questa corruzione dei partiti italici, chi più chi meno tutti coinvolti: il finanziamento pubblico, giustificato col fatto che altrimenti la politica se la potrebbero permettere solo i ricchi, a conferma del fatto che le vie dell’inferno sono spesso lastricate dalle migliori intenzioni, e la collusione tra politica e affari, fino agli appalti dedicati alle organizzazioni criminali, fino alla trattativa tra stato e mafia, dopo gli attentati contro Falcone e Borsellino.
Certamente quindi sono legittimi i sentimenti di rabbia e di diffidenza verso i partiti, verso questo sistema dei partiti, e anche la voglia di ribaltarli scacciando i mercanti dal tempio, a pedate se necessario. E’ il cosidetto sentimento dell’antipolitica che in realtà esprime una giusta indignazione per questa politica e l’esigenza di un‘altra politica, di cui è in parte incarnazione il movimento cinque stelle, ma largamente diffuso ben oltre. Significativa a questo proposito la recente iniziativa in Sicilia dei quindici consiglieri regionali cinque stelle che hanno restituito il 70% degli emolumenti (un consigliere regionale siciliano guadagna circa 15.000 euro al mese, uno scandalo). Lo farà qualcun altro? Difficile, direi impossibile, vuoi mai che sia demagogia!!! La ciliegina sulla torta è la legge lettorale, la porcata o porcellum come tutti la chiamano, e che nessuno ha voluto modificare, troppo ghiotto il potere che affida ai partiti, e soprattutto ai loro segretari, di scelta sugli onorevoli deputati e senatori, nonchè quindi sull’intera nomenclatura. Capolavoro di ambiguità e ipocrisia sono state le primarie del PD per le candidature al Parlamento, col listino, anzi il listone del segretario Bersani, la lista dei fedelissimi e fedeli, garantiti con buona pace di chi alle primarie parlamentari ha creduto. Intanto nascono nuovi partiti, nessuno dei quali però vuol chiamarsi partito, ma movimento, nuovo soggetto politico, lista civica e quant’altro. Alcuni sono stati generati per gemmazione dal PDL, che non a caso si chiama popolo delle libertà, e non partito, per costruire una costellazone di centrodestra più forte sul piano elettorale, mentre altri amerebbero distinguersi dai partiti tradizionali introducendo innovazioni radicali, per esempio nella costituzione delle liste. Ma, a parte il movimento 5 stelle, nessuno pare esserci riuscito. Il tronfio Monti ha dovuto incassare più liste alla Camera, con i catorci dell’UDC e gli ex giovani leoni di FLI intoccabili, così perdendo Corrado Passera, scusate se è poco, per non dire delle acrobazie per la lista senatoriale a tenere insieme consumati, anche nel senso dell’usura, professionisti dell’establishment e delle clientele (quando non peggio) con qualche nome un poco più presentabile, i famosi candidati della società civile, poveretti. Ma se i conservator/reazionari liberisti montiani che proclamano di voler riformare la politica non ridono, ecco che piangono i nuovi , o che si vorrebbero tali, “a sinistra” del centrosinistra, la lista di “rivoluzione civile” guidata da Ingroia, con Di Pietro tra gli alfieri. Di Pietro l’uomo che sposò la TAV e la repressione al G8 di Genova, per non dire dei suoi affarucci privati, e, già più dignitosi, i segretari del PRC e del PDCI, nonchè dei verdi a costituirne l’ossatura militante e di lista. E non manca il mercato delle vacche col primo acquisto, l’ex cinque stelle consigliere regionale Giovanni Favia, fino a ieri secondo il dettato grillino nè di destra nè di sinistra, da oggi rivoluzionario civile. Quando si dice la transumanza, un tempo trasformismo. Acquisto cui Ingroia ha dedicato molte ore negli ultimi giorni, in uno spaccato della politica abbastanza indecente. Ma d’altra parte suvvia non siamo moralisti, se la politica è un mestiere come un altro senza alcuna idealità, una volta licenziato da una company cosa può impedirmi di essere assunto in un’altra, dipende semplicemente dal profitto che mi viene proposto, stock options o privilegi e poteri della politica che siano. In quest’ottica forse come per gli ordini professionali si dovrebbe introdurre un albo dei “politici” con regole di deontologia sia per l’accesso che per i comportamenti, ma anche questo a tutt’oggi pare essere troppo. Infine la neonata ALBA, alleanza per il lavoro i beni comuni e l’ambiente. Un piccolo partito, scusatemi: nuovo soggetto politico, antiliberista e che pretenderebbe anch’egli di riformare la politica in senso democratico e partecipativo, a partire dal suo stesso funzionamento interno. Un partito che nascendo da un gruppo di intellettuali, molti torinesi, ha tentato di promuovere una ipotesi di lista elettorale “cambiare si può” per un radicale rinnovamento, lista uscita di strada alla prima curva. E oggi “cambiare si può”, ammesso e non concesso che continui a esistere, o piuttosto la parte che vuole continuare a esistere (o finge di), più o meno obtorto collo è obbligata a riferirsi per le elezioni a Ingroia, secondo il detto “o mangiare questa minestra o saltare dalla finestra”.

venerdì 25 gennaio 2013

La politica per cambiare. A partire dai contenuti

di Giulio Marcon

La rotta d'Italia. Le prossime elezioni possono essere un'occasione di cambiamento. I margini sono stretti, le difficoltà molte e, per chi è legato alla “politica dal basso”, sarebbe sbagliato affrontare questa sfida appiattiti sulla realpolitik da un lato, o chiusi in una logica di autoreferenzialità dall’altro

 
Bisogna guardare al merito dei problemi e alle strade che si possono percorrere per cambiare. La drammaticità della crisi italiana ed europea (nel 2013 in gran parte dei paesi europei, tra cui l'Italia, cade il reddito, aumenta il debito, crescono disoccupazione e povertà) richiama tutti a misurarsi con un programma di cambiamento possibile. Queste elezioni sono il varco possibile di un cambio di rotta. Si potrebbe essere pessimisti: in Olanda, dopo la speranza di uno spostamento a sinistra, c'è una “grande coalizione” tra liberali e socialdemocratici, e lo stesso potrebbe succedere in Germania a settembre; in Francia, Hollande sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. L'Italia potrebbe non sfuggire alla medesima sorte, consegnando l'Europa a una stagnazione politica e a una depressione economica che farebbe avvitare la crisi, anche quella sociale e politica, su se stessa. Eppure la partita è ancora aperta: se il centro-sinistra vincesse nettamente alla Camera e anche al Senato (e se Sel, la sinistra del-centro sinistra, ottenesse un buon risultato), conquistandosi l'autosufficienza politica e numerica, allora sarebbe possibile – con tutte le difficoltà e strettoie immaginabili – cambiare strada rispetto al passato. E sarebbe importante, allora, che anche chi non si riconosce in quella coalizione vedesse in questo risultato una discontinuità importante, da valutare senza preclusioni.
Naturalmente c'è il merito delle scelte che anche un centro-sinistra vincente dovrebbe affrontare e da cui non potrebbe sfuggire: il contesto e i vincoli europei, le politiche restrittive e di bilancio fin qui imperanti, la questione del debito pubblico. Difficoltà che non impedirebbero tuttavia di sperimentare politiche diverse, come quelle che propongono i socialdemocratici tedeschi (allentamento dell’austerità) o il sindacato europeo (politiche espansive e di intervento pubblico). Si aprirebbe uno spazio politico di iniziativa niente affatto scontato. Nulla di tutto accadrebbe se vincesse il centro-destra o se dal voto uscisse uno stallo, con il centro-sinistra costretto a venire a patti con Monti e i centristi. E per questo non è utile continuare a evocare (quasi a spingerlo) il Pd nelle braccia di Monti, sperando di conquistare qualche voto di opposizione in più. La radicalità politica e la forza dei movimenti devono essere usate contro le derive moderate di una parte della coalizione e per mettere al centro la via d'uscita a sinistra della crisi, sostituendo alla “Agenda Monti”, un'agenda del lavoro, dei diritti, dell'ambiente.
Sappiamo bene che la politica di governo si muove su un piano diverso dalle campagne dei movimenti. Anche un governo nelle migliori condizioni possibili – con un centro-sinistra autosufficiente – sarebbe costretto a molte mediazioni (anche al ribasso) rispetto alle politiche per il cambiamento per cui ci battiamo. Per questo occorre tenere alta una mobilitazione sociale e sindacale, capace di spingere le politiche verso la nostra Agenda del cambiamento che ha come priorità una grande politica per il lavoro e la riconversione ecologica dell'economia; la redistribuzione di reddito e ricchezza con un fisco che colpisca profitti e patrimoni, e non il lavoro; la riduzione del ruolo della finanza; la difesa del welfare e dei diritti.

sabato 8 dicembre 2012

Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli  - controlacrisi -

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.
Questi condizionamenti ci sono come mostrano le cronache di questi giorni. Ma il ribaltamento dipende da due ragioni, una di ordine strutturale, l’altra di ordine culturale e ideologico.

La prima ragione consiste in un’asimmetria intervenuta nelle dimensioni della politica e in quelle dell’economia e della finanza: l’asimmetria tra il carattere ancora sostanzialmente e inevitabilmente locale dei poteri statali e il carattere globale dei poteri economici e finanziari. La politica è tuttora ancorata ai confini degli Stati nazionali, in un duplice senso: nel senso che i poteri politici, soprattutto dei paesi più deboli, si esercitano soltanto all’interno dei territori statali e nel senso che gli orizzonti della politica sono a loro volta vincolati al consenso degli elettorati nazionali. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali, che si esercitano al di fuori dei controlli politici, e senza i limiti e i vincoli apprestati dal diritto – dalle legislazioni e dalle costituzioni – che è tuttora un diritto prevalentemente statale. è insomma saltato – o si è quanto meno indebolito, ed è destinato a divenire sempre più debole – il nesso democrazia/popolo e poteri decisionali/regolazione giuridica. In assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, i poteri economici e finanziari, da Marchionne alla finanza speculativa, si sono sviluppati come poteri illimitati, sregolati e selvaggi, in grado di imporre le loro regole e i loro interessi alla politica.

Il secondo fattore del ribaltamento del rapporto tra politica ed economia è di carattere ideologico. Esso consiste nel sostegno prestato al primato dell’economia dall’ideologia liberista, basata su due potenti postulati: la concezione dei poteri economici come libertà fondamentali e delle leggi del mercato come leggi naturali. Le due raffigurazioni ideologiche sono tra loro connesse: la prima, ben più che rafforzata, è per così dire “verificata” dalla seconda, cioè dalla concezione della lex mercatoria come legge naturale, sopraordinata alla politica e al diritto come una sorta di necessità naturale, e della scienza economica come scienza a sua volta naturale, dotata della stessa oggettività empirica della fisica. Di qui il rifiuto come illegittimo e insieme irrealistico di qualunque intervento statale diretto a limitare l’autonomia degli operatori economici e finanziari e l’assunzione come tesi scientifiche o rilevazioni fattuali o proposte realistiche di una lunga serie di luoghi comuni largamente ideologici. Di qui la trasformazione della politica in tecnocrazia, cioè nella sapiente applicazione delle leggi dell’economia da parte di governi “tecnici” – non dimentichiamo il monito di Bobbio sull’antitesi e l’incompatibilità tra democrazia e tecnocrazia – i quali traggono legittimazione dai mercati, e solo ai mercati – e non già ai parlamenti, ai partiti, alle forze sociali, alla società – devono rispondere.

Di qui, soprattutto, il nesso tra l’impotenza della politica nei confronti dell’economia e la sua rinnovata onnipotenza nei confronti delle persone e a danno dei loro diritti costituzionalmente stabiliti. I due processi, il depotenziamento della politica e la decostituzionalizzazione delle nostre democrazie, sono tra loro connessi, l’uno come causa del secondo e il secondo come condizione necessaria del primo. Il sopravvento dell’economia sulla politica e l’abdicazione della seconda al ruolo di governo nei confronti della prima non sarebbero infatti possibili senza un simultaneo processo di liberazione della politica da limiti e da vincoli legali e costituzionali. è in questo duplice processo che risiede la crisi sistemica che sta investendo le democrazie occidentali: la sostituzione al governo politico e democratico dell’economia del governo economico e ovviamente non democratico della politica, che a sua volta richiede la rimozione della costituzione dall’orizzonte dell’azione di governo onde consentirle l’aggressione all’intero sistema dei diritti fondamentali e delle loro garanzie: dai diritti sociali alla salute e all’istruzione ai diritti dei lavoratori, dal pluralismo dell’informazione alle molteplici separazioni e incompatibilità dirette a impedire concentrazioni di potere e conflitti di interesse.

giovedì 4 ottobre 2012

«Comandano gli oligarchi della finanza, non la politica»
121004dececcodi Marco Berlinguer
Marcello De Cecco, mente caustica e grande esperto di finanza, non è ottimista. E il perché è presto detto: «Il problema numero uno oggi, come negli anni Venti e Trenta, è il predominio della finanza privata. Ma non c’è nessuna volontà politica di affrontarlo». Con un ulteriore avviso: «Ovunque stanno crescendo forze populistiche e nazionalistiche. È anche questa
un’analogia con quegli anni». Cominciamo dal primo punto. Già prima della crisi, Padoa Schioppa e Saccomanni –ovvero due personaggi dell’ufficialità –paragona - rono i mercati finanziari a “bestie selvagge ” che nessuno era più in grado di domare. Poi nel 2007 è arrivata questa crisi gigantesca e se ne sono accorti tutti. Ne è seguito un gran parlare. Persino il Fmi, la casa del liberismo mondiale, aprì un discorso sull’opportunità di un controllo sui movimenti di capitale. Ma sono rimaste tutte chiacchiere. Già, in nome della difesa del libero mercato.
Diciamo del cosiddetto libero mercato. Perché bisogna dire con chiarezza ciò che si sa da moltissimo tempo: che il sistema finanziario internazionale si è concentrato enormemente (anche a livello nazionale). Ci sono venti, trenta grandi banche internazionali e altrettante istituzioni finanziarie non bancarie, che in tutto il mondo controllano tutti i mercati: uno per uno. Talvolta si legge anche di queste cene in cui questi pochi influenti banchieri si accordano sul fatto che i tassi devono scendere o salire. O prenda anche il recente scandalo del Libor: un tasso così importante veniva deciso da quattro gatti al telefono. Sono sempre meno gli operatori che contano. E poi, questi si mettono d’accordo: in 2/3 o 6/7 e con il sistema delle leve - con 10 prendi a prestito 100, con quei 100 chiedi 1000 e così via - mobilitano risorse quasi illimitate. Ma sono davvero così potenti? Non sono forse stati salvati dagli Stati e dalle banche centrali? E anche queste leve, non sono forse possibili solo in virtù di deregulation che sono state introdotte dai governi? È senz’altro vero. Solo le banche centrali, specie la Fed, con le loro risorse potenzialmente illimitate, potevano salvare il sistema finanziario. E le deregolazioni sono decisioni puramente politiche.
Quindi?
Insomma tutto questo mostra che i grandi proprietari di ricchezze economiche e finanziarie influenzano profondamente la classe politica. In questo c’è una forte analogia con il periodo prima del 1914 e specialmente negli anni Venti.
Poi però, è arrivata la crisi del '29. E gli Stati hanno preso il pallino in mano. Questa volta, invece, pur essendo stati decisivi nei salvataggi, non lo hanno fatto.
La differenza è che negli anni Trenta si affermarono forze contrarie ai mercati finanziari. Non solo nei regimi autoritari. Prenda Roosevelt. In un famoso discorso arrivò a dire: abbiamo scoperto che la mafia non è solo nei mercati illegali, è tra noi. E si riferiva alla grande finanza privata. Allora fu un passaggio epocale. Si disse: io ti salvo, però poi comando io. La finanza privata internazionale venne repressa: la speculazione fu ridotta a poco o niente. Il ruolo pubblico crebbe enormemente. E si aprì un lungo periodo di stabilità. Fino agli anni Settanta, quando il mercato internazionale si è riaffermato e la parte pubblica ha cominciato a essere ridimensionata. Oggi, invece, ci si dice cose terribili sui mercati, ma poi qualunque regolazione è edulcorata al 90 per cento. Al massimo, si comminano multe, che gli fanno un baffo. Insomma, dobbiamo tornare a un controllo sui movimenti di capitale? Continuare a parlare di mercato – dire: “ci pensano i mercati”- è sbagliato. Certo, negli anni Trenta, il controllo sui movimenti di capitali si unì a un crollo del commercio internazionale. Uno dice: un disastro.
Oppure ci si domanda: e poi? In ogni caso, il punto è che colpire, vuol dire colpire alcuni, non tutti. Il problema è che sono quei, massimo cento, grandi operatori finanziari internazionali, che però sono anche quelli che pagano lapolitica di tutto il mondo; e in particolare quella americana.
Per cui le cose che si devono fare, non si fanno.
Torniamo ai cosiddetti mercati. Spesso si dice che c'è un interesse della finanza anglosassone a destabilizzare l’euro. Che c’è di vero? Certamente il sorgere di una nuova moneta di riserva, risparmio e scambio internazionale, è stato dal 2000 un motivo di preoccupazione della finanza americana, che ha cercato di demolirla o almeno indebolirla. Ma i problemi interni sono più importanti. Ci sono squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti europee, che sono stati sottovalutati a lungo e che affondano le loro radici nella struttura produttiva tedesca, che ha bisogno di un mercato ben più ampio di quello tedesco. Inoltre l’euro stesso è un’istituzione liberale e l’Europa ha consacrato a livello costituzionale i principi del libero mercato. Infine, e soprattutto, i paesi europei sono divisi. Poi certo, tutte queste debolezze sono state anche utilizzate, con un’accorta manovra dei mezzi di comunicazione, da parte di gente, che non aveva mai approvato l’eu - ro. Penso anche alla Csu in Baviera e a un organo di stampa come il Bild- Zeitung, che ha fatto un’azione martellante su tutta l’opinione pubblica tedesca. Per cui, se vogliamo, l’euro, un po’si sta autodistruggendo, un po’ogni tanto gli si dà una bella botta, diciamo di speculazione internazionale, e si aiuta la natura. Insomma, non si può incolpare solo lo straniero.
No. Ci sono problemi strutturali. E politici. I partiti sono sempre più deboli. Si stanno autodemolendo dappertutto. Persino in Germania. Quest’idea di lasciar fare al mercato, sta alimentando dappertutto forze che se la prendono con i mercati. In tutta Europa stanno crescendo forze nazionalistiche e populistiche. E il grande terrore dei partiti tedeschi è che anche da loro esca fuori un partito nazionalista germanico. Sarebbe un finimondo. Siamo davvero alla soglia di grandi cambiamenti.
Pubblico quotidiano - 04.10.12

venerdì 28 settembre 2012

Se la politica diventa sotterranea. Intervista a Mary Kaldor

di Alessandro Bramucci - sbilanciamoci -

Indignados e Occupy Wall street rappresentano l’emergere di una “politica sotterranea” che pone in forme nuove il problema della democrazia a livello nazionale e globale. L’Europa è lontana dall’orizzonte di queste proteste, ma è un terreno chiave per rinnovare la politica e democrazia

Mary Kaldor è professore di Global governance alla London School of Economics ed è tra i curatori dell’annuario “Global Civil Society Yearbook” (Palgrave). L’edizione 2012, appena pubblicata, è dedicata a “Dieci anni di riflessioni critiche” sull’azione della società civile a scala globale. Mary Kaldor è stata negli anni ’80 tra i leader del movimento per la pace in Europa e ha sviluppato il principio di “sicurezza umana” come paradigma alternativo agli interventi militari nei nuovi conflitti (“Human security: reflections on globalization and intervention”, Polity, 2007). Negli ultimi mesi Mary Kaldor ha guidato un gruppo di ricerca internazionale che ha analizzato l’evoluzione dei movimenti di protesta contro la crisi in Europa. Il lavoro che presenta i risultati ha come titolo “The ‘bubbling up’ of subterranean politics in Europe” (Il ‘ribollire’ della politica sotterranea in Europa; i materiali sono disponibili sul sito www.gcsknowledgebase.org.
Di fronte alla crisi economica e politica in Europa, come possiamo interpretare le proteste che hanno caratterizzato le piazze di Madrid, Francoforte e Atene? Quanto sono legate ai contesti nazionali e che cosa hanno in comune?
Siamo di fronte a uno di quei rari momenti in cui quella che noi abbiamo definito “politica sotterranea” – rappresentata ad esempio dagli Indignados in Spagna o dal movimento Occupy a Francoforte – raggiunge la superficie. La sfiducia verso i governi e la classe politica in generale è ampiamente condivisa in tutta Europa. Si è aperto un divario tra politica e cittadini e le dimostrazioni di piazza, le proteste e le occupazioni riscuotono sempre più appoggio in tutta la società. I movimenti della “politica sotterranea” non sono solo espressione del malcontento per la crisi economica o per le politiche di austerità imposte dai poteri europei, ma l’espressione di un rinnovato bisogno di espressione politica che va al di là delle normali forme di partecipazione democratica. La piazza assume un ruolo centrale nella pratica delle nuove forme democratiche, come ad Atene o Madrid. In Italia la campagna per il referendum dello scorso anno rappresenta un esempio di quelle pratiche democratiche dal basso che sono state sviluppate dalle iniiziative della “politica sotterranea”. Internet rappresenta inoltre uno strumento di organizzazione comune e molti attivisti sono preoccupati per la libertà della rete e per le norme anti-pirateria. Il rifiuto della politica tradizionale e la richiesta di democrazia è quello che hanno in comune le diverse proteste, poi i temi e i modi delle azioni sono legate ai contesti nazionali. L’idea di una “politica sotterranea” che sta emergendo mi sembra molto più efficace per capire gli sviluppi attuali della contrapposizione tra politica e “anti-politica”.
Qual è la percezione che questi movimenti hanno delle istituzioni europee?
L’Europa non ha alcun ruolo nel dibattito interno delle iniziative e organizzazioni che abbiamo analizzato. L’Unione europea è percepita come un’istituzione neoliberista che impone le sue regole dall’alto, senza alcun rapporto con i cittadini, e di cui molto spesso non si conosce il funzionamento. Anche se molti degli intervistati si sono definiti “europei”, soltanto una ristretta cerchia di critici ed esperti sembra interessata ad agire a livello europeo. Molte delle lotte condivise mantengono un orizzonte europeo, come la Tobin Tax, le politiche per la tutela dell’ambiente e la libertà della rete, ma non c’è interesse a sfidare le istituzioni europee in quanto tali. Inoltre, come per le istituzioni democratiche nazionali, c’è sfiducia anche nella democrazia europea. Quello che interessa ai movimenti è la possibilità di esperienze immediate di democrazia, e il livello che prevale è quello locale.
La “politica sotterranea” è una reazione temporanea o può evolversi in un nuovo modello di azione politica?
Finora hanno prevalso le reazioni immediate, ma c’è bisogno di raccogliere e incanalare queste nuove forze verso una nuova politica. Questo vale per il bisogno di una politica che restituisca ai cittadini forme di controllo sulle decisioni che si prendono a livello nazionale e sull’esigenza di ridimensionare il potere della finanza – un tema posto da Occupy a New York e alla City di Londra. E vale anche per l’Europa; nonostante la percezione negativa delle istituzioni europee, questi movimenti rappresentano l’opportunità di costruire una vera democrazia trans-europea sottraendo energie a quei populismi che premono per l’opposto. Il primo passo in questa direzione è riconoscere il ruolo della “politica sotterranea” nel dibattito pubblico, darle lo spazio perché si possa sviluppare. Non sarà possibile risolvere la crisi economica senza prima risolvere la crisi della democrazia; entrambe si presentano innanzi tutto con una dimensione europea. L’Europa deve diventare il nuovo spazio per re-immaginare la democrazia, e la “politica sotterranea” rappresenta un punto di partenza.

lunedì 24 settembre 2012

Una piattaforma per proporre leggi in crowdsourcing

Basteranno 50mila firme per obbligare il Parlamento finlandese a votare una proposta nata in Rete. Si chiama Open Ministry ed ecco come funziona

di Marco Boscolo - wireit -

Una piattaforma per proporre leggi in crowdsourcing


 Il 18 settembre 2012 potrebbe diventare una data importante nella storia politica finlandese e un momento da ricordare anche nella storia della democrazia diretta elettronica mondiale. La National Security Authority ha infatti ufficialmente comunicato che Open Ministry è in possesso di tutti i requisiti necessari per verificare in modo sicuro e univoco l’identità online dei propri utenti. Questo significa che la prima piattaforma online per l’open crowdsourced lawmaking, come il suo fondatore Joonas Pekkanen l'ha definita all'OKFestival di Helsinki, potrebbe attivare completamente i propri servizi già prima di ottobre. Non appena ciò avverrà, qualunque cittadino o gruppo di cittadini finlandesi potrà proporre il proprio progetto di legge da far sottoscrivere: se le firme elettroniche raggiungeranno quota 50mila il progetto di legge passerà direttamente al Parlamento che avrà l’obbligo di votarlo.

A differenza di quanto accade in Italia con le cosiddette leggi di iniziativa popolare, in Finlandia infatti è in vigore dal 12 marzo 2012 un emendamento della Costituzione che obbliga il Parlamento a predere visione, discutere e poi votare, ovviamente senza garanzia di approvazione, tutte le proposte che arrivano da questo tipo di procedura. “Si tratta dell’ultimo tassello di un lungo processo di lobbying cominciato lo scorso anno”, spiega Joonas Pekkanen, i lunghi capelli raccolti in una coda bionda e un passato da fund raiser per diverse ong finlandesi: “Il fatto che Open Ministry può ora mostrare tutte le proprie potenzialità di partecipazione della cittadinanza in una vera discussione politica con reali effetti sulla legislazione è un punto di non ritorno”.

Negli ultimi anni in Italia si è lungamente parlato di cultura open: dati aperti, libero accesso all’informazione, trasparenza della pubblica amministrazione e partecipazione attiva della cittadinanza attraverso gli strumenti Web. Nella pratica, però, i fatti sono ancora numericamente poco rilevanti e non hanno ancora permesso la concretizzazione di alcun reale processo innovativo. Anzi, ci sono stati persino tentativi di mettere un bavaglio a Internet. Con il risultato che questi temi sono diventati cavalli di battaglia mediatici quasi esclusivamente per il movimento di Beppe Grillo, l’unico che nel bene e nel male ha cominciato a far parlare i media generalisti di democrazia diretta (o almeno partecipata).

domenica 23 settembre 2012

La politica sotterranea per capire il senso positivo dell'antipolitica

Fonte: Alessandro Bramucci, il manifesto | 23 Settembre 2012  
Intervista/ PARLA MARY KALDOR, STUDIOSA DEI MOVIMENTI
«L'opportunità di costruire una vera democrazia trans-europea sottraendo energie a quei populismi che premono per l'opposto» Mary Kaldor, società civile alla London School of Economics, ha guidato un gruppo di ricerca europeo che ha analizzato per due anni l'evoluzione dei movimenti di protesta contro la crisi in Europa. Il lavoro che presenta i risultati ha come titolo The 'bubbling up' of subterranean politics in Europe (Il 'ribollire' della politica sotterranea in Europa).
Di fronte alla crisi economica e politica in Europa, come possiamo interpretare le proteste che hanno caratterizzato le piazze di Madrid, Francoforte e Atene? Quanto sono legate ai contesti nazionali e che cosa hanno in comune?
Siamo di fronte a uno di quei rari momenti in cui quella che noi abbiamo definito "politica sotterranea" - rappresentata ad esempio dagli Indignados in Spagna o dal movimento Occupy a Francoforte - raggiunge la superficie. La sfiducia verso i governi e la classe politica in generale è ampiamente condivisa in tutta Europa. Si è aperto un divario tra politica e cittadini e le dimostrazioni di piazza, le proteste e le occupazioni riscuotono sempre più appoggio in tutta la società. I movimenti della "politica sotterranea" non sono solo espressione del malcontento per la crisi economica o per le politiche di austerità imposte dai poteri europei, ma l'espressione di un rinnovato bisogno di espressione politica che va al di là delle normali forme di partecipazione democratica. La piazza assume un ruolo centrale nella pratica delle nuove forme democratiche, come ad Atene o Madrid. In Italia la campagna per il referendum dello scorso anno rappresenta un esempio di quelle pratiche democratiche dal basso che sono state sviluppate dalle iniziative della "politica sotterranea". Internet rappresenta inoltre uno strumento di organizzazione comune e molti attivisti sono preoccupati per la libertà della rete e per le norme anti-pirateria. Il rifiuto della politica tradizionale e la richiesta di democrazia è quello che hanno in comune le diverse proteste, poi i temi e i modi delle azioni sono legate ai contesti nazionali. L'idea di una "politica sotterranea" che sta emergendo mi sembra molto più efficace per capire gli sviluppi attuali della contrapposizione tra politica e "anti-politica".
Qual è la percezione che questi movimenti hanno delle istituzioni europee?
L'Europa non ha alcun ruolo nel dibattito interno delle iniziative e organizzazioni che abbiamo analizzato. L'Unione europea è percepita come un'istituzione neoliberista che impone le sue regole dall'alto, senza alcun rapporto con i cittadini, e di cui molto spesso non si conosce il funzionamento. Anche se molti degli intervistati si sono definiti "europei", soltanto una ristretta cerchia di critici ed esperti sembra interessata ad agire a livello europeo. Molte delle lotte condivise mantengono un orizzonte europeo, come la Tobin Tax, le politiche per la tutela dell'ambiente e la libertà della rete, ma non c'è interesse a sfidare le istituzioni europee in quanto tali. Inoltre, come per le istituzioni democratiche nazionali, c'è sfiducia anche nella democrazia europea. Quello che interessa ai movimenti è la possibilità di esperienze immediate di democrazia, e il livello che prevale è quello locale.
La "politica sotterranea" è una reazione temporanea o può evolversi in un nuovo modello di azione politica?
Finora hanno prevalso le reazioni immediate, ma c'è bisogno di raccogliere e incanalare queste nuove forze verso una nuova politica. Questo vale per il bisogno di una politica che restituisca ai cittadini forme di controllo sulle decisioni che si prendono a livello nazionale e sull'esigenza di ridimensionare il potere della finanza - un tema posto da Occupy a New York e alla City di Londra. E vale anche per l'Europa; nonostante la percezione negativa delle istituzioni europee, questi movimenti rappresentano l'opportunità di costruire una vera democrazia trans-europea sottraendo energie a quei populismi che premono per l'opposto. Il primo passo in questa direzione è riconoscere il ruolo della "politica sotterranea" nel dibattito pubblico, darle lo spazio perché si possa sviluppare. Non sarà possibile risolvere la crisi economica senza prima risolvere la crisi della democrazia; entrambe si presentano innanzi tutto con una dimensione europea. L'Europa deve diventare il nuovo spazio per re-immaginare la democrazia, e la "politica sotterranea" rappresenta un punto di partenza.
(Mary caldor è professore di Global governance alla London School of Economics ed è tra i curatori dell'annuario "Global civin society yearbook", Palgrave. L'edizione 2012, appena pubblicata, è dedicata a "dieci anni di riflessioni critiche" sull'azione della società civile a scala globale. Il suo prossimo libro è su "La politica sotterranea" in Europa. I materiali sono disponibili sul sito http/www.gcsknowledgebase. org/europe. Kaldor è stata negli anni '80 tra i leader del movimento per la pace in Europa)

venerdì 14 settembre 2012

La globalizzazione del potere.

La globalizzazione del potere
Intervista a Zygmunt Bauman
di Massimo Di Forti
«La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Zygmunt Bauman riesce subito ad andare al dunque senza perdersi in giri di frase. Non a caso possiede il dono di quella che Charles Wright Mills chiamava l’immaginazione sociologica, la capacità di fissare in una frase, in un’idea, la realtà di un’intera epoca, e il grande studioso polacco lo ha fatto con la sua metafora della "Vita liquida" e della "Modernità liquida" (cosa è più imprendibile e sfuggente dell’acqua e dei suoi flussi?) per descrivere con geniale chiarezza la precarietà e l’instabilità della società contemporanea.

Lui, liquido, non lo è affatto anzi è un uomo di ferro, un ottantasettenne che gira il mondo senza sosta (viaggia almeno cento giorni all’anno tra conferenze e dibattiti!) e a Mantova è intervenuto a Festivaletteratura per un dibattito sull’educazione. Non c’è traccia di stanchezza nel suo fisico asciutto o nel volto scarno e autorevole ravvivato da occhiate scintillanti, mentre parla in una sala della Loggia del Grano pochi giorni dopo aver pubblicato un nuovo libro, Cose che abbiamo in comune (220 pagine, 15 euro) sempre per Laterza, editore dei celebri saggi come Vita liquida, La società sotto assedio, Modernità liquida, Dentro la globalizzazione e altri ancora.

Professor Bauman, è per questo che i politici sembrano girare a vuoto di fronte alla crisi?

«Sì. Il potere è la capacità di esercitare un comando. E la politica quella di prendere decisioni, di orientarle in un senso o nell’altro. Gli stati-nazione avevano il potere di decidere e una sovranità territoriale. Ma questo meccanismo è stato completamente travolto dalla globalizzazione. Perché la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica. I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…».

È l’età della proprietà assenteista, come la chiamava Veblen, della finanza: era meglio prima?

«Il capitalismo di oggi è un grande parassita. Cerca ancora di appropriarsi della ricchezza di territori vergini, intervenendo con il suo potere finanziario dove è possibile accumulare i maggiori profitti. E’ la chiusura di un cerchio, di un potere autoreferenziale, quello delle banche e del grande capitale. Naturalmente questi interessi hanno sempre spinto, anche con le carte di credito, ad alimentare il consumismo e il debito: spendi subito, goditela e paga domani o dopo. La finanza ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo era migliore perché funzionava sulla creazione di beni, mentre ora non si fanno affari producendo cose ma facendo lavorare il denaro. L’industria ha lasciato il posto alla speculazione, ai banchieri, all’immagine»

Non ci sono regole, dovremmo crearle. Avremmo bisogno forse di una nuova Bretton Woods…

«Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».

A proposito della crisi europea, non crede che i paesi dell’Unione siano ancora divisi da interessi nazionalistici e da vecchi trucchi che impediscono una reale integrazione politica e culturale?

«È vero, ma è anche il risultato di un circolo vizioso che l’attuale condizione di incertezza favorisce. La mancanza di decisioni e l’impotenza dei governi attivano atteggiamenti nazionalistici di popolazioni che si sentivano meglio tutelate dal vecchio sistema. Viviamo in una condizione di vuoto, paragonabile all’idea di interregnum di cui parlava Gramsci: c’è un vecchio sistema che non funziona più ma non ne abbiamo ancora uno alternativo, che ne prenda il posto».

La globalizzazione ha prodotto anche aspetti positivi. Vent’anni fa, in Europa non c’era un africano, un asiatico un russo. Eravamo tutti bianchi, francesi, tedeschi, italiani, inglesi… Ora potremmo finalmente confrontarci: riusciremo a farlo su un terreno comune?

«È un compito difficile, molto difficile. L’obiettivo dev’essere quello di vivere insieme rispettando le differenze. Da una parte ci sono governi che cercano di frenare o bloccare l’immigrazione, dall’altra ce ne sono più tolleranti che cercano, però, di assimilare gli immigrati. In tutti e due i casi si tratta di atteggiamenti negativi.
Le diaspore di questi anni debbono essere accettate senza cancellare le tradizioni e le identità degli immigrati. Dobbiamo crescere insieme, in pace e con un comune beneficio, senza cancellare la diversità che rappresenta invece una grande ricchezza».
il messaggero 11 settembre 2012

giovedì 5 luglio 2012

IL TEMPO DELLA POLITICA «AUSTERITARIA»

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OPINIONI di Angelo d'Orsi IL TEMPO DELLA POLITICA «AUSTERITARIA»
È nato un neologismo adeguato ai tempi della crisi, i tempi della postdemocrazia, espressione politica del turbocapitalismo (o finanzcapitalismo, o ultracapitalismo, o ipercapitalismo). Un neologismo che coglie in la coincidenza tra la politica di austerità - che significa sacrifici per i ceti medio-bassi - e l'attitudine a risolvere le tensioni sociali che quella politica genera con le maniere forti. Insomma: si tratta della nuova politica austeritaria: autoritarismo per imporre l'austerità. La promuovono e cercano con ogni mezzo di farla applicare governi che sono espressione degli stessi gruppi sociali che sono i primi responsabili della crisi, e che della sua gestione continuano largamente a beneficiare, come dimostrano i dati che testimoniano un allargamento della forbice tra ricchi e poveri, con una sostanziale, progressiva diminuzione (e in prospettiva forse sparizione) delle classi medie.
Dunque, nella politica austeritaria, mentre si riducono gli spazi di democrazia per i cittadini, ai quali si lascia credere di poter contare, con le elezioni, anche quelle referendarie, ma che non hanno alcuna possibilità di incidere sulla vita della collettività: ossia, il ruolo di cittadinanza viene meno, mentre si riaffaccia un rapporto di sudditanza verso il potere, che sia rappresentato da un sindaco, un assessore, un sottosegretario, un ministro, un presidente.
Si pensi alla esaltante battaglia condotta e vinta coi referendum di un anno fa. Mentre addirittura un neoministro in carica non evitò di affermare che sul nucleare non era detta l'ultima parola, e che ci si sarebbe potuto e dovuto ripensare, pressoché tutte le amministrazioni locali - in una inquietante identità tra centrosinistra e centrodestra - si sono affrettate a mettere in vendita quote di pubblici servizi, a cominciare dalle aziende erogatrici dell'acqua; si sono precipitate insomma a privatizzare i beni comuni. Non c'è che dire: un bel risultato per la democrazia.
Contemporaneamente, il governo mena fendenti allo Stato sociale, colpisce le garanzie dei lavoratori, li getta alla mercé di un padronato sempre più aggressivo e arrogante. Molte delle azioni governative, a cominciare da quella sull'articolo 18 (ossia per la sua eliminazione, o smantellamento), appaiono ideologiche, prive di qualsiasi effettivo risultato, prevedibilmente, sull'economia del Paese: ma si devono fare, e con l'alibi comunitario («le riforme che chiede l'Europa»), si conduce una guerra totale a fini puramente simbolici: si deve dare l'impressione alla controparte sociale - governo e classi dominanti da questo punto di vista sono tutt'uno - che è sconfitta, che non deve permettersi di rialzare la testa, che deve trangugiare ogni amaro calice che le venga offerto (imposto), e tacere.
Mi riferisco all'Italia, certo; ma la situazione è generale, e dovunque nel capitalismo finanziario dominante, anche se sull'orlo del baratro, si impongono scelte dolorose per i ceti subalterni, e come ci si può riuscire? Non basta più la macchina del consenso; non sono sufficienti gli editoriali dei grandi giornali, cartacei o radiotelevisivi; non è sufficiente una massiccia propaganda, che ci invade e ottenebra le menti; è inevitabile il ricorso alla violenza legittima: la violenza degli apparati di polizia. Da Wall Street al Québec, da Basiano alla Val di Susa, lo Stato mostra il suo volto feroce, con un accanimento che stupisce, ove non lo si connetta alla necessità di imporre i nuovi assetti sociali. Tutti coloro che provano a dire di no, ritenendo ancora di essere cittadini, pur essendo tra i meno garantiti (precari, licenziati,cassintegrati, disoccupati,per non parlar dei migranti, che, si sa, sono non persone), sono trattati come popolazione indigena da parte di truppe coloniali.
E intanto si incancreniscono le situazioni: i tanti esodati sfuggiti all'improbabile e goffo conteggio della professoressa Fornero, i lavoratori (e i titolari) di piccole imprese che chiudono giorno dopo giorno, e che dalla riforma del mercato del lavoro (una «boiata» secondo il nuovo presidente di Confindustria) certo non possono ricevere ossigeno.
E mentre il governo - questo, come altri nel mondo - che si è congratulato immediatamente per la vittoria della destra in Grecia, continua nelle sue manovre, all'insegna di una dichiarata volontà di ricupero della coesione sociale, le forze dell'ordine spaccano gambe, rompono teste, sbattono in cella di sicurezza i rappresentanti delle nuove (e vecchie) "classi pericolose". Le lacrime e il sangue non sono più una metafora.

mercoledì 18 aprile 2012

BLIND NAPOLITANO
"I do not see any blind exasperation"
"I do not see parties and politics as the reign of corruption"

martedì 3 aprile 2012

Se la politica si riprendesse la moneta

Posted by keynesblog on 3 aprile
Bassa crescita, alto debito e ricche occasioni di speculazione. La miscela esplosiva della crisi europea potrebbe essere evitata da una politica economica comune, partendo da una moneta che torni a servire la politica. La discussione di Sbilanciamoci.info e il manifesto sulla rotta d’Europa

di Daniela Palma, Paolo Leon, Roberto Romano, Sergio Ferrari
In Europa si vivono due crisi: la prima, economica, si esprime in tassi di crescita tanto bassi da lasciare invariato o addirittura da aumentare un tasso di disoccupazione socialmente ed economicamente molto costoso. (…) La seconda crisi colpisce lo stato. Con il Pil che non cresce, e con la spesa pubblica che aumenta per la necessaria assistenza sociale (con la stagnazione, basta un minimo aumento della produttività del lavoro per far crescere la disoccupazione), il deficit pubblico aumenta; ciò allevierebbe la crisi economica, perché quella pubblica è pur sempre domanda aggiuntiva, ma poiché il deficit è coperto dal debito pubblico – ché se fosse coperto da maggiori tasse aggraverebbe la crisi – cresce il rapporto debito/Pil. Al crescere di questo rapporto e poiché la crisi limita i risparmi nazionali destinati ad acquistare il maggior debito pubblico, è sul mercato finanziario internazionale che gli stati troveranno gli acquirenti delle loro obbligazioni. Questo innesta un movimento speculativo che, senza regolazione, tende a rafforzarsi. La speculazione sulle obbligazioni pubbliche, in fase di crisi, è sempre al ribasso: si tratta, per gli operatori finanziari, di vendere oggi per ricomprarle domani a un prezzo più basso. Quando l’ammontare del debito è una quota rilevante del Pil del paese debitore, e se l’economia non cresce e il gettito tributario non aumenta, è difficile pagare gli interessi; così, ogni nuova emissione avviene a prezzi più bassi di quelle precedenti, e la speculazione al ribasso ha successo. Tuttavia, proprio perché la speculazione funziona, gli operatori continueranno a giocare contro il debito pubblico, vincendo ogni volta, finché non si arriva alla bancarotta dello stato (…).

Nel caso dell’Europa dell’euro, poiché il fallimento di uno stato membro avrebbe conseguenze sulla moneta europea, gli altri membri intervengono e consentono al paese in potenziale bancarotta di pagare i creditori, ma lo obbligano a dotarsi di un piano di restrizioni finanziarie tanto grande quanto necessario per produrre un avanzo di bilancio pubblico, così da ridurre il volume del debito. Naturalmente, il paese in questione subirà una crisi ancora più forte, e solo se la sua economia è piccola rispetto alla somma di quelle degli stati membri, ciò potrà non avere un’influenza sulla crescita complessiva. Poiché gli operatori finanziari sperimentano questo salvataggio, e poiché non perdono di valore le obbligazioni in loro possesso, riterranno che la speculazione al ribasso contro i debiti pubblici è a basso rischio, e continueranno a operare nei confronti di qualsiasi paese membro (logicamente, verso paesi più grandi, anche per testare la resistenza collettiva dei membri), ogni volta che il tasso di crescita specifico è troppo basso per consentire al governo del paese oggetto di attenzione di aumentare il gettito tributario e ridurre il deficit (…). La prospettiva è disastrosa, anche perché la difesa dei paesi più grandi diventerebbe sempre più difficile, perché sempre più grande sarebbe il fondo rischi da erigere per evitare la bancarotta degli stati.

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