Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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domenica 1 luglio 2012

La storia si ripete. Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012

di ANDREA FUMAGALLI - uninomade -

La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista, che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia). L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.

martedì 26 giugno 2012

CHIAMATELI BOND, EUROBOND


CHIAMATELI BOND, EUROBOND



Intervista a Giorgio Meletti - 26 Giugno 2012 - cadoinpiedi -

 Cosa sono gli Eurobond? A cosa servono? E perché la Germania non li vuole?Gli Eurobond sono dei titoli di Stato europei. Bond è la parola inglese che indica quelli che in Italia sono buoni del tesoro, in Spagna si chiamano Bonos, in Germania si chiamano Bund . Sono le obbligazioni che uno Stato emette quando si indebita, Eurobond, sarebbero dei titoli di Stato che anziché essere emessi da un singolo stato membro dell'Unione Europea, vengono emessi da tutta l'Unione Europea. Sostanzialmente, dunque, sono dei titoli di Stato in cui chi presta soldi ha la garanzia che questo debito risponde non a quel singolo Stato che magari è uno stato poco solvente (come la Grecia, il Portogallo, magari la stessa Italia in futuro), ma riceve la garanzia che quel debito sarà comunque onorato da tutti i paesi membri dell'Unione Europea in solido. Come dire: qualcuno comunque paga.

E' molto probabile che gli Eurobond riuscirebbero a risolvere molti problemi ai paesi che hanno difficoltà con il debito, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e con l'Italia che ci sta con un piede dentro e un piede fuori da questo gruppo). Mentre i paesi più forti, in primo luogo la Germania, sono quelli che sostanzialmente si accollerebbero la garanzia di far fronte a debiti degli altri. E' sicuramente una cosa che ha molte ragioni di buonsenso per essere fatta, guardando agli interessi generali dell'Europa, ma è difficilmente spiegabile da Angela Merkel all'elettore tedesco, al quale sostanzialmente bisognerebbe dire che si deve prepagare a pagare i debiti dei greci.

Ovviamente, anche in questo caso l'Europa si differenzia dagli Stati Uniti d'America, dove i titoli di Stato sono unici...La differenza tra gli Stati Uniti e l'Europa è che gli Stati Uniti sono una nazione nata come federazione di stati più di 200 anni fa e che hanno comunque un'integrazione politica completa, basti pensare al semplice fatto che il Presidente degli Stati Uniti è eletto direttamente dal popolo americano tutto insieme. Il problema dell'Europa è evidentemente lo stesso. E' un fatto di integrazione, non più solo finanziaria. E' evidente che quando 27 paesi (15 se si parla della zona Euro), fanno cassa comune l'integrazione deve andare oltre e ci vuole anche un'integrazione politica. Se i tedeschi devono pagare il debito dei greci è legittimo che i tedeschi abbiano voce in capitolo anche su come in Grecia viene speso il denaro pubblico.

Ma alla fine quella degli Eurobond sembra l'unica strada per salvare l'Euro. O non è così?

La discussione sugli Eurobond ovviamente è una discussione anche tecnicamente molto complessa, nel senso che ci sono molte maniere di farli. Credo comunque che siano inevitabili e che in qualche modo si vada verso questa strada. Qualcosa del genere dovrà essere fatto perché se invece prevale una linea del "ognuno per sé, Dio per tutti" è evidente che nei prossimi mesi assisteremo allo sfaldamento di tutto il sistema dell'Euro zona, dell'Euro e l'Europa andrà in pezzi.

domenica 3 giugno 2012

L’Europa non decide e riaffiora la paura

Fonte: unita | Autore: Paolo Soldini
       
La prossima sarà “una settimana selvaggia”, prevede l’edizione tedesca del Financial Times. Le Borse continueranno a scendere e gli spread italiani e spagnoli a salire. Ma quello che fa veramente paura è il cul-de-sac in cui si sono cacciati i governi e le istituzioni europee.

A tre settimane da un Consiglio europeo che tutti giudicano decisivo perché senza accordi concreti davvero non si potrà andare avanti; mentre, nonostante la buona volontà degli elettori irlandesi (pochi), si addensano le nubi sulle ratifiche del Fiscal compact in forse persino in Germania; quando Berlino respinge al mittente le proposte di condivisione europea del debito e cadono una dopo l’altra tutte le ipotesi di regolamentazione dei mercati così che la finanza speculativa continua a strapazzare gli stati in difficoltà, l’economia europea si trova nella condizione di un aereo che rischia lo stallo: se non va avanti, cade. È quel che prevede il re degli hedge funds George Soros: l’Europa – ha detto – ha ancora tre mesi di tempo. Se si continuerà a non far nulla, in autunno la crisi investirà anche la Germania, e allora sarà davvero la fine. La Commissione Ue pare, finalmente, voler riprendere l’iniziativa e ieri ha annunciato per mercoledì una direttiva che punterebbe a una maggiore integrazione del sistema bancario continentale. Il progetto indicherebbe il principio della condivisione, per cui tutti gli Stati sarebbero chiamati a farsi carico delle difficoltà del sistema in ogni singolo Paese. È dubbio però che i tedeschi recedano dal rifiuto della “solidarizzazione” dei problemi finanziari. Tanto per non perdere l’abitudine, ieri Angela Merkel ha ribadito che Berlino «non accetterà mai gli eurobond». Il progetto della Commissione prevedrebbe che ai salvataggi partecipino prima gli azionisti, poi i creditori e solo in ultima istanza il fondo salva-Stati.

Nelle ultime ore, messa (provvisoriamente) tra parentesi la Grecia, lo spauracchio è diventato la Spagna, con il suo sistema bancario massacrato dagli effetti della bolla immobiliare. Il premier Mariano Rajoy ha detto che il Paese «non si trova sull’orlo di alcun baratro», ma poco prima era arrivata la notizia che per salvare dal fallimento Bankia, uno dei gruppi più grossi che da settimane fa da cartina di tornasole del disastro in cui versa l’intero sistema del credito, non ci vorranno «solo» 19 miliardi, come si era detto, ma «almeno 23». E programmare una nuova manovra di tagli e aumenti fiscali recessivi nel Paese che detiene il record della disoccupazione europea per salvare una banca che gli spagnoli considerano figlia degenerata degli errori della destra, è improponibile persino per un governo che non ha dimostrato finora grande sensibilità sociale.

Ecco allora l’impazienza con cui lo stesso Rajoy e i suoi ministri insistono perché si faccia almeno qualche passo avanti sulla proposta che Draghi ha illustrato al Parlamento europeo e alla quale la proposta della Commissione fa, in qualche modo, da sponda: far sì che si possa utilizzare il fondo salva-Stati European Security Mechanism che dovrebbe entrare in vigore a luglio per sostenere direttamente gli istituti in difficoltà senza passare per gli Stati, gravare sul loro debito e quindi far scattare tutte le clausole capestro previste dal Fiscal compact. E però non è così semplice.

Intanto l’entrata in forza dell’Esm è legata alle ratifiche del Fiscal compact, che sono molto in ritardo anche a non considerare la ridiscussione di alcuni punti che a moltissimi pare, ormai, inevitabile. Molti economisti tedeschi, secondo lo Spiegel, condividono l’opinione del prof. Jan Hagen della prestigiosa Scuola europea di management e tecnologia, secondo cui il trattato sull’Ems dovrebbe essere modificato, almeno nel caso che in Spagna parta una corsa al ritiro dai depositi cui Madrid non possa far fronte aiutando le banche con soldi suoi: «L’Unione europea ha già violato diversi Trattati, li ha ripensati e adattati. Con un po’ di creatività si troverebbe il modo di aprire il fondo ad aiuti diretti alle banche».

E diversi giuristi si sono messi al lavoro per verificare se e come andrebbero modificati gli accordi. Secondo l’esperta di diritto Bettina Brück, già ora l’art. 19 del Trattato sull’Ems prevede che i governatori delle banche centrali possano decidere di modificare le clausole del patto.

E poi su tutto grava l’incognita Merkel. Fin dai tempi di Merkozy, la cancelliera è fieramente contraria all’ipotesi, sostenuta da Parigi, che i fondi salva-Stati funzionino come banche. Continua ad essere tetragona pure se la Commissione Ue, quasi tutti i governi europei, a cominciare da quelli francese e italiano, e a questo punto anche il Fmi, consiglino le immissioni dirette di liquidità, modificando, se necessario, anche gli statuti della Bce. L’attuale governo di Berlino non ci sta e ha in mano l’ottimo argomento d’essere di gran lunga il contributore più forte. Può darsi che in queste ore nella cancelleria sulla Sprea si stia meditando qualche ammorbidimento, anche per favorire il duro negoziato con la Spd e i Verdi dei cui voti il governo ha bisogno per far passare il Fiskalpakt. Ma per ora non ce n’è traccia: Frau Merkel e Wolfgang Schäuble sarebbero perplessi persino sulla creazione di un fondo di garanzia europeo per i depositi bancari ed è più che probabile che difenderebbero come mastini le prerogative della Bundesbank contro le timide proposte per la creazione di un ente di controllo comunitario, una Consob europea.

Dallo stallo, per ora, non si esce. E il rischio di precipitare si fa d’ora in ora più grosso.

martedì 22 maggio 2012

Europa, è l'ora dello sviluppo

Fonte: rassegna.it | anna avitabile
       
Intervista ad Alberto Quadrio Curzio, docente della Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia dei Lincei: "Contro la recessione la modifica del Fiscal Compact non basta, bisogna cambiare l’Esm ed emettere eurobond".

L'approvazione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), entro fine giugno, e del Patto di bilancio o Fiscal Compact, entro fine 2012, devono passare per le assemblee elettive di tutti i paesi di Eurolandia. Per questo ci si chiede se in vista delle diverse tornate elettorali che coinvolgeranno a breve la Francia, dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali, e l’Olanda, e a metà 2013 la Germania e l’Italia, si riuscirà a modificare questi trattati per invertire la fase di recessione che coinvolge quasi tutti i paesi dell’Unione monetaria. Rassegna ne parla con Alberto Quadrio Curzio, professore emerito dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei.

Rassegna È possibile che i trattati verranno ripensati?

Quadrio Curzio In realtà oggi sono in cantiere ben tre ratifiche da parte degli stati nazionali della Ue a 27 e della Uem a 17. Sono la modifica dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, necessario a consentire il varo del Trattato sullo European Stability Mechanism (Esm), la ratifica dello stesso Esm che vara in modo permanente il cosiddetto “Fondo salva stati”, e il Trattato del Fiscal Compact. Poiché François Hollande si è espresso più volte a favore degli eurobond, sarebbe l’occasione ideale per modificare assieme i due trattati, finalizzandoli al rilancio della crescita. Si tratterebbe cioè di trasformare la finalità dello Esm da ente di soccorso a Fondo di sviluppo europeo o Fondo finanziario europeo (come l’abbiamo chiamato Prodi e io) per emettere eurobond finalizzati agli investimenti e allo sviluppo. Invece, a mio avviso, la sola modifica del Fiscal Compact per rendere meno rigide e cogenti le norme sui bilanci potrebbe essere utile ma non sufficiente perché spostare in avanti nel tempo i pareggi di bilancio – cosa peraltro opportuna – non garantisce in alcun modo il rilancio della crescita.

Rassegna Ma quali sono le probabilità concrete che questo avvenga?

Quadro Curzio La Francia, come del resto anche l’Italia, ha in mano un potere di veto sul Trattato Esm, perché il suo varo richiede che almeno il 90 per cento dei sottoscrittori di capitale lo approvi, ma non ha un potere di veto sul Fiscal Compact che deve essere sottoscritto da almeno dodici paesi su diciassette. Per quest’ultimo trattato ho l’impressione che la sua approvazione, così com’è, non sia poi così certa. Infatti in Olanda la decisione spetterà al nuovo governo, in Francia è dubbia, e rimane poi l’incognita del referendum irlandese. Però, ripeto, di per sé la mancata ratifica del Fiscal Compact senza le modifiche al Fondo salva stati, cui accennavo prima, non porterebbe a risultati rilevanti sotto il profilo della crescita e dell’occupazione.

Rassegna L’unico paese che sembra essersi avvantaggiato della politica europea, almeno finora, è la Germania. Ritiene che una delle ragioni risieda nella dinamica della produttività del lavoro tedesca, che è superiore a quella dei salari interni, rendendo per questa via più competitivi i suoi prodotti sul mercato europeo? È possibile ipotizzare che anche le politiche salariali dei paesi dell’Unione monetaria vengano armonizzate in modo da essere coerenti con gli andamenti della produttività del lavoro?

Quadro Curzio Io vedo due grossi vantaggi che la Germania ha capitalizzato dall’inizio dell’euro. Il primo consiste nel fatto che le esportazioni tedesche verso l’area euro sono state enormemente facilitate dalla moneta unica, non essendoci più svalutazioni competitive da parte degli altri stati. Taluno obietta che la Germania esporta anche verso la Cina, ma la quota di queste esportazioni non è neanche equivalente a quella verso la Spagna. Un secondo grande vantaggio, più recente, è dovuto all’afflusso di capitali europei verso i titoli di stato tedeschi, determinato dal timore di un crollo dei titoli di stato dei paesi periferici. Così i tassi d’interesse che la Germania paga sui propri titoli sono in termini reali, dedotta cioè l’inflazione, prossimi allo zero producendo un indubbio vantaggio alla sua finanza pubblica.

venerdì 27 gennaio 2012

Peoples of Europe Rise Up!!

Sciopero generale al Consiglio europeo
Alessandro Cardulli. - paneacqua
Lunedì prossimo si apre a Bruxelles un Consiglio europeo che si annuncia travagliato: il Belgio è in pieno sciopero generale, proclamato dai sindacati per manifestare contro il "fiscal compact". In Italia Senato e Camera hanno approvato mozioni sull' Unione europea a sostegno dell'operato di Monti, il quale si appresta a sostenere in Europa una linea su Eurobond, Fondo per gli stati in difficoltà, tassazione delle transazioni finanziarie, creazione di una agenzia europea di rating, Bce e ruolo del Parlamento europeo, che trova forti ostacoli da parte della Germania

Quando i Capi di Stato e di Governo arriveranno lunedì a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo troveranno un Paese, il Belgio appunto, con in corso uno sciopero generale proclamato dai sindacati per manifestare contro il "fiscal compact", il patto di bilancio che vincolerà i paesi dell'Ue. Si svolgeranno manifestazioni di protesta non solo a Bruxelles ma anche in altri Paesi europei. Lo sciopero a Bruxelles colpirà anche i trasporti, aerei compresi, e creerà disagi per l'arrivo dei partecipanti al Consiglio. La giornata di lotta fa parte di un programma di iniziative decise dalla Confederazione dei sindacati europei (Ces), che raggruppa 84 organizzazioni di lavoratori, che culmineranno nella "giornata di azione europea" prevista per il 29 febbraio, alla vigilia del vertice Ue del 1 marzo.

"Giornata di azione" decisa dai sindacati europei

Lo slogan della giornata di lotta sarà "Troppo, è troppo". "Le misure di austerità - ha dichiarato Bernadette Segol, segretario generale della Ces - non sono la sola risposta alla crisi". I risultati di una politica di austerità a senso unico (ma con il governo Berlusconi c'era anche qualcosa di più, dalla corruzione all'elogio dell'evasione fiscale sanata da condoni multipli) sono documentati dai dati negativi su occupazione, reddito, consumi, con uno stato di povertà che colpisce il 14,4% della popolazione.

Sassoli: deficit di bilancio e di democrazia

La decisione presa dal Comitato di direzione della Ces, riunito in seduta straordinaria, fa seguito alla bocciatura da parte del Parlamento europeo dell'accordo raggiunto, il patto di bilancio, da 26 Paesi - la Gran Bretagna si chiamò fuori - e che dovrà essere ratificato entro il mese di marzo. Di fatto si torna ad una Europa che fonda le sue scelte sul metodo intergovernativo, i rapporti fra i governi, quando sarebbe essenziale il metodo comunitario per caratterizzare la necessaria unione fiscale ed economica. "Al deficit di bilancio - il commento di David Sassoli, europarlamentare del Pd - si è scelto di aggiungere un deficit di democrazia, escludendo la Commissione ed il Parlamento europeo. Il metodo comunitario non è un optional ma l'unica strada per dare governo e stabilità all'Europa".

sabato 26 novembre 2011

Verso uno scoppio molto prossimo dell’euro?

di Vincenzo Comito. Fonte: sbilanciamoci
È sempre più difficile salvare la moneta europea dai pericoli delle prossime settimane. Gli aiuti esterni richiesti ai paesi del Bric non potranno mai sostituire la volontà della Germania

“…la risposta alla crisi non è meno Europa, ma più Europa…” Angela Merkel. “…troppo poco, troppo tardi…” Martin Wolf. “…la crisi sta correndo troppo velocemente…” Wolfgang Munchau.

Premessa

Molte persone, in Italia, in Europa e nel mondo, hanno certamente tirato un gran sospiro di sollievo per la caduta del governo Berlusconi. Peraltro, la reazione positiva dei mercati finanziari a tale avvenimento e all’arrivo del governo Monti – che ha, da una parte, collocato di nuovo l’Italia in una posizione dignitosa nel consesso politico europeo, ma dall’altra si è presentato al paese con un programma di governo francamente molto discutibile – è durata molto poco, al contrario di come ci si poteva forse attendere. Il fatto è che sull’euro si sono addensate nel frattempo nuove, pesanti nubi, tanto che si può ragionevolmente pensare, come fa ad esempio un autorevole commentatore di “The Financial Times” (Munchau, 2011), che siamo molto vicini (potrebbe essere ormai una questione di settimane) al crollo della moneta unica. Sostanzialmente sulla stessa linea hanno rilasciato dichiarazioni nei giorni scorsi J. Attali (Mattioli, 2011) e P. Krugman.

I sintomi del possibile imminente collasso, che speriamo possa essere comunque in qualche modo scongiurato, non mancano.

Ricordiamo, a questo proposito, che il mercato dei titoli di stato dei paesi della zona euro – tranne il caso della Germania – è già virtualmente bloccato e ormai soltanto la Bce continua a comprarli (sino a quando?); intanto l’associazione delle banche europee ha suggerito agli istituti aderenti di vendere tutti i titoli pubblici dei paesi del Sud Europa detenuti in portafoglio; questo sia pure tra le proteste delle banche italiane per una decisione che appare in effetti inaudita.

Dietro questi mutamenti si profilano sviluppi rilevanti e recenti degli avvenimenti: da una parte l’attacco in atto della speculazione internazionale anche verso paesi come la Francia, l’Austria, la Finlandia e il rinnovo degli assalti alla Spagna, dall’altra anche la reazione dei mercati finanziari ad alcune sciagurate decisioni prese al summit dell’eurozona qualche settimana fa.

venerdì 25 novembre 2011

Ormai è in gioco l’euro

di Vladimiro Giacché Fonte: ilfattoquotidiano
Quanto sta accadendo sui mercati obbligazionari, con i rendimenti sui titoli di Stato italiani, belgi e francesi che toccano ancora nuovi massimi, e soprattutto col fallimento dell’asta dei Bund tedeschi a 10 anni (con un 35% di invenduto), dovrebbe aprire gli occhi a chiunque: ormai nessuno è al riparo dalla tempesta finanziaria che si sta abbattendo sull’Europa e i suoi titoli di debito. Ormai è in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Non l’uscita di questo o quel paese dalla moneta unica, ma la fine dell’area valutaria in quanto tale. Se continuerà il trend attuale, questo big bang si verificherà in tempi molto brevi.

Come si può invertire la tendenza? Facendo precisamente quello che il gruppo di testa dell’Unione (ormai ridotto alla Germania) si è sinora ostinatamente rifiutato di fare: lanciando gli Eurobond, ma soprattutto modificando i Trattati in modo da consentire alla Bce di fare quello che la Banca del Giappone e la Fed statunitense fanno da molto tempo, ossia funzionare da prestatore di ultima istanza. Quest’ultima mossa è sufficiente, da sola, ad arrestare la speculazione: è infatti evidente che di fronte a una Bce disponibile a sostenere illimitatamente i titoli di debito europei, se necessario stampando moneta, le scommesse al ribasso diventerebbero immediatamente insostenibili. Su un piano di più lungo periodo, dovrebbero ovviamente essere affrontati gli squilibri strutturali tra i diversi paesi europei che hanno condotto alla situazione attuale e che hanno tra le loro cause principali la deflazione salariale in Germania, la specializzazione produttiva in settori non rivolti all’esportazione di diversi paesi del Sud Europa, una produttività totale dei fattori insufficiente in diversi paesi (tra cui l’Italia) e l’assenza di una politica economica e fiscale comune a livello europeo. Mi sembra che su nessuno di questi terreni si stia intervenendo con efficacia. Per questo sono pessimista. Sulla sorte dell’euro e – cosa più importante – su quella dei cittadini europei.

2012: fine dell'euro?

di Beppe Grillo
Chi ci salverà dal crollo dell'euro? Sembra di assistere alla fine dell'Impero Romano, nel 476 dc. Allora si dissolse una costruzione politica, oggi una economica. Non sono state previste delle regole per uscire dall'euro. Se è difficile entrare, è impossibile uscire. Più o meno come nelle associazioni criminali. L'euro vale sempre meno nei confronti delle altre valute mondiali come il dollaro e lo yen. La sua crisi deriva dalla fine dell'era del debito. I Paesi europei, chi più chi meno, hanno finanziato la loro crescita con la vendita di titoli pubblici. In gran parte se li sono scambiati tra loro come le figurine. Io ti cedo il mio debito e tu mi cedi il tuo, l'assurdo elevato a scienza economica. Il problema è che i debiti europei ora non li vuole comprare più nessuno. Né fuori, né dentro l'Europa. Per venderli è necessario aumentare l'interesse e quindi creare nuovo debito in una corsa senza fine.
Il valore dell'euro è garantito dalla tenuta della Germania che però ha un rapporto Pil/debito dell'82%. E' fuori dal tetto massimo europeo del 60% e le sue banche sono tra le meno solide in Europa. La Germania non può accollarsi il debito europeo, deve prima pensare a sé stessa. La salvezza per l'Europa dovrebbero essere i cosiddetti eurobond, in sostanza il debito di tutti i Paesi messo a fattor comune e messo sul mercato. Gli Stati più virtuosi, come Germania e OIanda, dovrebbero pagare anche per i Pigs. Un po' come in Italia succede da sempre a chi paga le tasse per gli evasori. Il debito pubblico italiano è espresso in euro e deve essere ripagato in euro. Noi non possiamo svalutare l'euro e, anche se la nostra economia vale meno, i titoli mantengono il valore iniziale. E' un cappio al collo che si stringe un centimetro alla volta, il boia è lo spread. Se i nostri titoli avessero un valore in lire, la svalutazione della nostra moneta si rifletterebbe in modo automatico. Il problema non si porrebbe. E' stato demoniaco e certamente tafazziano legare il valore dei NOSTRI titoli pubblici al valore dell'euro sul quale non abbiamo alcun controllo e che prescinde dalla nostra economia reale. Gli eurobond dovrebbero ovviare a questa mostruosità, ma è improbabile che i tedeschi metteranno mano al portafoglio per salvare greci e italiani.
Non so dove ci condurrà questo minuetto franco/tedesco con due ballerini, la Merkel e Sarkozy, sempre fuori tempo. L'impressione è che ci attenda un "rompete le righe". E' necessario preparare, fosse solo come alternativa probabile, un piano B per uscire dall'euro.Non arrivarci per necessità.

martedì 22 novembre 2011

La «gabbia» dell'Europa in balia dei mercati

da Il sole 24 ore (22/11/2011) di Morya Longo
In Europa la Banca centrale non può prestare soldi agli Stati, mentre all'estero le principali banche "concorrenti" lo fanno. In Europa non si può stampare moneta, mentre ormai all'estero si usa praticamente il ciclostile. In Europa c'è una moneta unica, ma 17 politiche fiscali e 17 diversi titoli di Stato: non esiste al mondo nulla di paragonabile. In Europa le regole dei trattati sono così ferree, che rendono impraticabili quasi tutte le politiche «non convenzionali» tipiche delle fasi di crisi: nel resto del mondo la flessibilità è molto maggiore. In Europa si soffre per la frenata
economica: ma se all'estero si cerca con tutte le forze di far ripartire la locomotiva, nel Vecchio continente le politiche sono tutte di direzione opposta. Si parla di crescita, ma nella realtà dei fatti le scelte politiche favoriscono la recessione.
Se l'Europa soffre la speculazione dei mercati e gli Stati Uniti no, il motivo è tutto qui: con le sue regole ferree, con i suoi dogmi inviolabili, ha creato con le sue mani una prigione dalla quale non riesce più a liberarsi. Dal punto di vista dei bilanci è molto più forte degli Stati Uniti: ha un debito pubblico più basso (85% del Pil contro il 100% Usa), ha un deficit complessivo più contenuto (6,2% del Pil contro il 10,7%), ha un debito delle famiglie più gestibile (100% del reddito disponibile contro il 119,7% Usa). Eppure l'Europa
soffre: non perché sia vittima della speculazione, ma perché è vittima di se stessa.
Nelle ultime settimane sono state avanzate decine di proposte per risolvere la crisi: dagli eurobond, fino a ingarbugliate strutture finanziarie che consentano di fare anche in Europa quello che si fa altrove ma che da noi è impedito dai Trattati. Sono state ipotizzate triangolazioni tra la Bce e il Fondo monetario per far arrivare soldi agli Stati. Sono state studiate alchimie finanziarie (come i Siv o i
Cdo) per raggiungere lo stesso obiettivo attraverso il fondo salva-Stati. Ma politiche più semplici, per esempio l'azione diretta della Bce come prestatore di ultima istanza, non sono state prese in considerazione. E poi ci chiediamo perché la speculazione attacchi proprio noi...

European Common Goods

Fonte: europeancommongoods
La crisi che colpisce l'economia mondiale e di conseguenza l'euro in questi mesi richiede una risposta radicalmente diversa da quelle attualmente programmate e realizzate. Il modo in cui l'Europa, i suoi governi e gli elettori si occuperanno della crisi greca creerà un precedente importante per la prossima crisi ed i connessi rischi di default nazionali.

Le decisioni probabili del governo greco, praticamente lasciato solo, come altri governi in simili crisi di debito, si basano sulla massiccia vendita di beni pubblici a compratori non meglio identificati in modo da raccogliere il denaro necessario per garantire prestiti ulteriori.

Questa decisione è sbagliata non solo sul piano politico, ma anche in termini pratici. Politicamente abbiamo avuto ampie dimostrazioni nel quarto di secolo passato che la deregulation e le privatizzazioni non sono sinonimo di efficienza, investimenti, modernizzazione e competitività.

Al contrario, c'è un lungo elenco in Europa e nel mondo, di clamorosi fallimenti e di distruzione di valore da parte di quelle stesse forze di mercato che erano invece state celebrate come portatrici di soluzioni durature a tutti i problemi dell'economia nazionale e internazionale.

L'ultima crisi economica e finanziaria del mercato globale ha dimostrato oltre ogni dubbio che i mercati da soli non sono in grado di governarsi, che non esiste la mano invisibile che bilancia i diversi interessi e che il denaro pubblico ha salvato gli stessi oligopoli che in teoria non avrebbero dovuto esistere in un ambiente competitivo sano, favorito da un mercato liberalizzato. Ma come non ci sono pranzi gratis, così non esiste un mercato deregolato che pensi al bene comune.

Noi crediamo fortemente, ispirati da una visione politica ed etica nonché dall’esperienza pratica, che le politiche pubbliche non possono solo limitarsi a regolamentare il neolaissez-faire, a sostenere interessi privati in nome di una presunta competitività nazionale o limitarsi a ridistribuire un reddito in diminuzione.

Le politiche pubbliche devono tutelare gli interessi pubblici , sotto controllo democratico, il che significa che hanno il compito di promuovere beni pubblici e investimenti a lungo termine, sostenuti da una gestione efficiente e da una tassazione sensata che tenda al bene della società.

Invece di lasciare che le proprietà pubbliche della Grecia siano svendute a prezzi ridicoli a grandi potenze, che hanno un forte interesse a controllare i mercati per rinforzare la loro competitività (fatalmente a discapito dei nostri interessi), o ad investitori privati che sono totalmente irresponsabili verso la società, gli elettori e gl’interessi nazionali, proponiamo di utilizzare in modo più efficace il denaro pubblico che abbiamo già impegnato nei prestiti della UE e del Fondo Monetario Internazionale, oltre che nelle misure di sostegno della BCE.

I beni pubblici greci, come quelli di altri paesi a rischio, dovrebbero essere venduti ad un raggruppamento economico europeo, pubblico o partecipato da quota di maggioranza pubblica, in modo da ottenere il denaro necessario direttamente da governi e istituzioni internazionali.

Questo permette di proteggere due interessi vitali a livello europeo e nazionale:

* I beni saranno rimborsabili da parte del paese interessato nei tempi necessari ed a condizioni ragionevoli o produrranno profitti proporzionali ai governi, ma la loro gestione avverrà tenendo conto delle esigenze economiche e sociali. Se esistono i fondi sovrani, non si vede perché imprese pubbliche, adeguatamente gestite e vigilate, siano inconcepibili.

* I beni rimarrebbero patrimonio economico e industriale europeo, invece di essere dispersi nel mondo, soggetti ad futuro molto incerto. L'Europa ha creato una formidabile entità integrata, soprattutto a livello economico: sarebbe un suicidio se, nei momenti di massima emergenza, l'Europa si rifiutasse di attuare una politica industriale di semplice buon senso.


mercoledì 9 novembre 2011

The Revolt of the Debtors




by Daniel Gros. Fonte: projectsyndicate
BRUSSELS – Greek Prime Minister George Papandreou’s call to hold a referendum on the rescue package agreed at the eurozone summit in late October has profound implications for European governance, despite the fact that the referendum will not now go ahead. It may also determine the future of the euro.

Papandreou had to reverse course quickly in response to both internal and external pressure, but the option that he put on the table will not go away whatever the fate of the present Greek government. As long as the Greek people have to be asked to accept one austerity package after another, they might wonder when they will have a direct say on this matter.

Less than one week before Papandreou dropped his bombshell, eurozone leaders had spoken unequivocally: “The introduction of the European Semester has fundamentally changed the way our fiscal and economic policies are coordinated at European level, with co-ordination at EU level now taking place before national decisions are taken.” Simply put, pan-eurozone financial governance had supposedly won the day.

Technically, Papandreou’s proposed referendum was not directly about fiscal or economic policy, but it is a decision that would have had huge economic ramifications for the eurozone. Despite that, it was taken without any coordination with other eurozone leaders. Moreover, if Greece’s voters had rejected the deal that has just been proposed to them, the outcome might have foreclosed any further coordination on the country’s debt problems with the European Union. Greece would have sunk or swum on its own.

So, only days after the eurozone’s heads of state and government congratulated themselves on their summit success, the concept of coordination was shown to be meaningless for the one country where coordination matters most. Papandreou’s move also exposes the fatal flaw of grand plans for a political or fiscal union to support the euro: the “people,” not governments, remain the real sovereign. Governments may sign treaties and make solemn commitments to subordinate their fiscal policy to the wishes of the EU as a whole (or to be more precise, to the wishes of Germany and the European Central Bank); but, in the end, the people may reject any adjustment program that “Brussels” (meaning Berlin and Frankfurt) might want to impose.

The EU remains a collection of sovereign states, and it therefore cannot send an army or a police force to enforce its pacts or collect debt. Any country can leave the EU – and, of course, the eurozone – when the burden of its obligations becomes too onerous. Until now, it had been assumed that the cost of exit would be so high that no country would consider it. This no longer seems to be the case – or so the Greeks, at least, seemed to believe.

mercoledì 28 settembre 2011

Eurocrisi, eurobond, lotta sul debito: un contributo al dibattito.

di Raffaele Sciortino. Fonte: infoaut
Dunque il contagio si diffonde. Con buona pace per chi si credeva in qualche modo immunizzato si è passati in poco tempo al default di fatto della Grecia, al rischio fallimento sui debiti sovrani di pesi medi come Spagna e Italia, ai dubbi sulla tenuta delle banche francesi e negli ultimi giorni a un principio di panico nelle borse. Ma col contagio, e relative manovre, si è anche iniziato a discutere di debito e default, e non solo tra gli “esperti”. Mentre dall’alto vengono riproposte le stesse ricette alla radice della crisi, in basso ci si inizia a interrogare non solo sui costi sociali dell’economia del debito ma anche su come si è prodotto, chi ci guadagna, dove ci sta portando, e qua e là affiora il dubbio se è giusto pagarlo o comunque se sostenerne i costi non significa alimentare il male piuttosto che guarirlo(1). Intanto sia l’euro che l’Unione europea, a differenza di un anno fa, appaiono oggi seriamente a rischio.

Proviamo allora a mettere a fuoco - sotto forma di ipotesi in sequenza - il quadro d’insieme in cui può darsi una lotta sul terreno del debito, non in generale ma dentro le molteplici linee di fuga e di scontro dell’attuale passaggio della crisi, come resistenza ma anche come potenziale prospettiva costituente.

1. L’epicentro della crisi globale restano gli States. L’incredibile iniezione di liquidità di questi anni da parte della Federal Reserve, da ultimo con il cosiddetto quantitative easing 2, se è servita a evitare fin qui un nuovo grande tracollo di borsa e fallimenti a catena nel sistema bancario statunitense zeppo di cattivi crediti, non è però stata in grado di rilanciare la ripresa produttiva e tanto meno i consumi. Il giochino riuscito a Bush dopo lo scoppio della bolla dot.com e sull’onda dell’undici settembre non è riuscito a Obama. Il punto è che nonostante l’accorciamento della leva finanziaria (deleveraging) dal fallimento della Lehman in poi c’è ancora troppo debito, a tutti i livelli: pubblico, federale statale municipale, e privato, finanza imprese famiglie! Con un debito così alto e diffuso niente ripresa, ma senza stimoli monetari, tassi sotto zero e dunque ulteriore indebitamento con l’estero i guai sarebbero ancora maggiori: ecco l’impasse che la Federal Reserve continua a spostare in avanti (2). L’amministrazione Obama arriva dunque a quella che potrebbe essere una seconda recessione, il temuto double dip, o comunque una stagnazione di fatto, con munizioni in gran parte già sparate mentre il clima politico interno volge al peggio, come si è visto dallo scontro sull’innalzamento della soglia del debito federale e dalla decisa virata obamiana verso una politica di tagli alla spesa sociale (maldestramente camuffata dalla “minaccia” di far pagare un tantino di più anche i ricchi).

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