di ANDREA FUMAGALLI - uninomade -
La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista, che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia). L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.


La prossima sarà “una settimana selvaggia”, prevede l’edizione tedesca del Financial Times. Le Borse continueranno a scendere e gli spread italiani e spagnoli a salire. Ma quello che fa veramente paura è il cul-de-sac in cui si sono cacciati i governi e le istituzioni europee. 






