Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 4 giugno 2013

Il referendum sull’euro? Si può fare!

 

Euro crepe
La questione del rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta all’interno della nostra organizzazione politica ed istituzionale è uno degli temi centrali del MoVimento. Strumenti che dovranno portare ad un rafforzamento della democrazia fondata sulla partecipazione attiva di tutti i cittadini, contro quel sistema di «democrazia dei partiti» (o partitocrazia) che è stata l’espressione più evidente della volontà delle vecchie forze politiche di spostare la sovranità dal popolo ad un particolare soggetto politico, il partito appunto. Uno dei punti programmatici del MoVimento è, in questo senso, costituito dall’introduzione del referendum propositivo senza quorum. Come è noto, per realizzare questo obiettivo sarà necessaria una modifica della Costituzione, che non potrà non attuarsi attraverso tutti i passaggi previsti dal testo costituzionale.
La Costituzione prevede, per le leggi di modifica della Costituzione, due approvazioni successive, ad almeno 3 mesi l’una dall’altra, da parte di entrambi i rami del Parlamento (Camera e Senato). Nella seconda votazione, è richiesta, per l’approvazione, la maggioranza assoluta (metà più uno dei componenti dell’assemblea). A questo punto, secondo l’art. 138 della Costituzione, si devono distinguere due ipotesi:
  1. se, entro tre mesi dall’approvazione – lo richiedano 500.000 elettori, oppure 1/5 dei membri di ciascuna Camera, o, infine, 5 consigli regionali – la legge viene sottoposta a referendum popolare;
  2. se la legge, invece, è stata approvata nella seconda votazione con una maggioranza più alta di quella assoluta, pari ai 2/3 dei componenti dell’assemblea (maggioranza qualificata), essa è sottratta al referendum.
È evidente che questo procedimento richiede che, per la modifica della Costituzione, il MoVimento disponga di una forza, di una maggioranza parlamentare, che al momento non ha. Che fare, allora, di fronte ad un problema decisivo come l’Euro? Come rendere possibile e concreta la necessità di cui Grillo, pochi giorni fa, si è fatto portavoce («L’Europa va ripensata. Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro e sì o no all’Europa»)?
L’Europa va ripensata. È vero: questa Europa dei banchieri e dei grandi gruppi finanziari non è certo l’Europa dei popoli, ma l’Europa che sta dividendo i popoli. La questione della moneta riguarda tutto questo, perché è il cuore di questa Europa che non vogliamo. Il MoVimento ha sempre mantenuto una posizione chiara e coerente: quella di far decidere agli italiani con un referendum se continuare a stare in questa gabbia d’acciaio o uscirne. Nessuno ce lo ha chiesto. Siamo entrati nell’Euro con una decisione presa senza alcuna consultazione popolare (utili idioti all’interno di un patto tra Kohl e Mitterrand) e – non dimentichiamolo – il Governo Monti ci è stato imposto dalla dittatura di Berlino e Bruxelles per salvare la moneta unica.
Non ci sono alternative, dal momento che per ora un referendum abrogativo è impossibile: non soltanto, infatti, l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Corte Costituzionale, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Niente referendum abrogativo, quindi.
Eppure qualcosa si può fare. Esiste, infatti, un precedente, che potrebbe essere utilizzato. È da questo precedente che si può cominciare quella campagna di informazione e di dibattito pubblico contro il silenzio imposto dai giornali, anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Veniamo, pertanto, al precedente che consentì, nel 1989, di evitare il “blocco” che la costituzione pone all’intervento diretto del popolo in materia di rapporti con l’Europa. Con legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2), fu allora indetto un “referendum di indirizzo” (ossia consultivo) sul conferimento di un mandato al Parlamento Europeo per redigere un progetto di Costituzione Europea (fu un plebiscito a favore dell’Europa, con l’88% dei sì). Fu necessaria, allora, una legge di iniziativa popolare promossa dal Movimento Federalista Europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali.
La Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, ma nell’89 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo di integrazione europea. Vi fu, allora, una «temporanea “rottura della Costituzione”», che servì a consentire agli italiani di esprimere direttamente la propria posizione su una decisione fondamentale per lo Stato e la sua sovranità. Nessuno, tuttavia, ritenne questa “rottura” incostituzionale.
La nostra stessa storia repubblicana ha dunque conosciuto – e non si vede perché ciò non possa ripetersi – “rotture” della lettera della Costituzione dirette a consentire al popolo di esprimersi direttamente su temi che mettevano in discussione alla radice la sua stessa sovranità. Si potrebbe, pertanto, lavorare per una nuova legge costituzionale ad hoc che consenta ai cittadini di esprimersi direttamente sulla possibile uscita dell’Italia dall’Eurozona. Questa volta non sarebbe neppure necessaria una iniziativa popolare, in quanto il MoVimento è già presente in Parlamento, ed i suoi deputati e senatori potrebbero, pertanto, presentare direttamente il progetto di legge.
A differenza di un progetto di riforma e modifica della Costituzione, questa legge costituzionale ad hoc – che, senza introdurre nell’ordinamento il referendum di indirizzo si limiterebbe a farlo entrare e, dopo il voto, subito uscire dallo scenario costituzionale – costringerebbe i partiti ad esprimersi non sull’istituto del referendum in generale, ma su una questione particolare e concreta: decidere se chiedere ai cittadini, direttamente, di esprimere la loro volontà sull’Euro.
Il MoVimento dimostrerà, con questa iniziativa, la propria volontà di andare avanti, con coerenza e forza, nei propri obiettivi: ridare la voce al popolo, ridare la sovranità ai cittadini.

lunedì 27 maggio 2013

Bologna: risultato positivo e per nulla scontato

    
Bologna: risultato positivo e per nulla scontato

Bologna: risultato positivo e per nulla scontato

di Paolo Ferrero -
A Bologna il 60% dei votanti nel referendum ha detto di NO al finanziamento della scuola privata. Si tratta di un risultato positivo e per nulla scontato visto lo schieramento di forze a favore del finanziamento alle private. Adesso molti diranno che il risultato non è rilevante perché ha votato solo il 28% degli aventi diritto. Posto che a Roma chi vincerà le elezioni sarà sindaco anche se votato da pochi cittadini, non bisogna farsi confondere da questo ragionamento: basta pensare a cosa direbbero se il 60% l’avessero preso loro! Abbiamo vinto e adesso il Comune di Bologna tenga fede alla decisione dei cittadini bolognesi abolendo il finanziamento alle scuole private.

domenica 9 settembre 2012

Un grande lavoro

Fonte: il manifesto | Autore: Loris Campetti
 
 
Martedì mattina alla Corte di Cassazione si costituirà ufficialmente il comitato promotore dei due referendum sul lavoro inizialmente presentati dall’Italia dei valori e successivamente aperti a un ampio arco di forze politiche, sociali, sindacali, intellettuali impegnate nella difesa dei diritti e della democrazia. Del comitato faranno parte, insieme a Di Pietro e ad alcuni suoi rappresentanti, giuslavoristi, giuristi, intellettuali (due nomi importanti tra gli altri, Stefano Rodotà e Umberto Romagnoli), dirigenti della Fiom e della Cgil (non solo Gianni Rinaldini, motore della ricomposizione unitaria e coordinatore della minoranza «La Cgil che vogliamo»), di Rifondazione e di Sel, di Alba e non è escluso che del comitato faccia parte anche l’eurodeputato del Pd Sergio Cofferati che milioni di persone identificano con la battaglia in difesa dell’art.18, e che ha già dichiarato al manifesto la sua adesione alla campagna. Da ottobre a dicembre, e cioè nel cuore della campagna elettorale, si svolgerà la raccolta di firme che consentirà – costringerà? – un vastissimo schieramento politico e sociale a lavorare gomito a gomito nei banchetti su un obiettivo comune: il ripristino della democrazia nei luoghi di lavoro.
«Un bellissimo risultato», dice senza mezze parole Massimo Torelli, di Alba. Il comitato esecutivo dell”Alleanza lavoro benicomuni ambiente’ ricorda che nelle motivazioni che l’hanno fatta nascere c’è «l’affermazione di una nuova idea di politica e convivenza civile fondata sulla partecipazione, i diritti sociali e la rimessa in discussione del modello economico e sociale dominante». Aggiunge Alba che «questi referendum su/per il lavoro non fanno che rappresentare una prima importante affermazione e un imprescindibile punto di partenza per il riscatto del nostro paese». Abolire l’art.8 dell’ultima manovra del governo Berlusconi che cancella il contratto collettivo nazionale, fatta propria dal governo Monti che le ha trovato una prima applicazione con il contratto nelle ferrovie di Italo, la società di Montezemolo; abolire le modifiche imposte all’art.18 ancora dal governo Monti, sostenuto da uno schieramento inedito che comprende il Partito democratico. L’esigenza di ricostruire una nuova cultura di sinistra attraverso una pratica che parta dai contenuti: Alba lavora alla «costruzione di una grande risposta di popolo» capace «di riaprire il campo al futuro e alla speranza, dando voce all’indignazione diffusa e al radicale desiderio di cambiamento». Che oggi ha un primo strumento di lavoro: «Una grande campagna referendaria unitaria per la riappropriazione dei diritti sul lavoro e sulla democrazia». Siccome da cosa nasce cosa, per l’esecutivo di Alba c’è un altro aspetto che meriterebbe un altrettanto vasto e rappresentativo schieramento per avviare una campagna «che colpisca il secondo pilastro dell’azione del governo Monti: il fiscal compact, quel meccanismo con il quale si impongono tagli al welfare e svendita del patrimonio pubblico». Il segretario del Prc, invece, punta il dito sulla riforma delle pensioni imposto di Fornero.
Forse, però, per evitare di disperdersi in mille rivoli, conviene intanto concentrarsi sui due referendum già depositati, anche se è ovvio che sotto accusa è l’intera politica economica italiana ed europea, imposta dalla troika ai governi, che agita gli spread per modificare i rapporti di potere nella società, cancellando diritti fondamentali, privatizzando, presentando ai più deboli il conto dei guasti prodotti dalle ricette liberiste. Riducendo la politica stessa ad ancella del capitale finanziario. È l’esigenza di riportare al centro del confronto politico e dei programmi la difesa della quantità e della qualità del lavoro che ha consentito la formazione di un comitato referendario così ampio. Al punto che anche le ossessioni identitarie, per una volta, non hanno prevalso lasciando il posto a una battaglia sui contenuti. Un modo diverso da quello prevalente per costruire le alleanze.

venerdì 1 giugno 2012

Al voto l'imprevedibile Irlanda con la paura di finire come la Grecia

ANNA MARIA MERLO - ilmanifesto -
Sotto ricatto, l'Irlanda - secondo paese dopo la Grecia ad essere stato messo sotto tutela dalla troika (Ue, Fmi, Bce) - vota oggi con un referendum sul fiscal compact, il trattato europeo di stabilità, coordinazione e governance che impone la «regola l'oro» di bilancio. I termini del ricatto sono chiari: se gli irlandesi votano «no», perdono immediatamente l'accesso al Meccanismo europeo di stabilità (Esm), la nuova struttura salva-stati. Il legame tra fiscal compact e Esm è stato voluto dalla Germania. Dublino ha assolutamente bisogno del Mes, perché la crescita zero blocca la possibilità di ritorno sui mercati, prevista nel 2013. Dopo tre anni di recessione e sette piani di rigore, l'ex «tigre celtica» continua ad avere il deficit strutturale più alto della zona euro e potrebbe aver bisogno il prossimo anno di un nuovo piano di sostegno finanziario per far fronte alle scadenze del rimborso del debito.
«La nostra ripresa è fragile, non prendiamo rischi», ha affermato il premier democristiano Enda Kenny, per invitare a votare «sì». Tutti i grossi partiti (Fine Gael e laburisti al governo, Fianna Fail, opposizione) chiedono di approvare il fiscal compact. Contro, si sono dichiarate forze molto diverse, dalla sinistra radicale al Sinn Fein, fino all'organizzazione del miliardario Declan Ganley, l'ultraconservatrice Libertas.
L'Irlanda - che almeno ricorre sempre al referendum sui trattati europei - aveva votato «no» nel 2001 contro Nizza e nel 2008 contro Lisbona, salvo poi essere richiamata alle urne, e votare «sì», dopo aver ottenuto alcuni opt out. Ma stavolta la situazione è diversa: Dublino è con le spalle al muro, ha bisogno dell'aiuto europeo e non ha nessun margine per ottenere qualche modifica al testo del fiscal compact, che entrerà in vigore appena 12 paesi sui 17 della zona euro l'avranno approvato (per ora l'hanno votato i paesi con il cappio al collo, Portogallo e Grecia, oltre alla Slovenia per quanto riguarda la zona euro, mentre l'8 maggio l'ha approvato anche la camera dei deputati della Romania, paese non euro). «Andremo alle urne con la pistola alla tempia», ha riassunto il sindacato Ictu, che non dà però indicazioni di voto.
L'Irlanda, che negli anni '80 e '90, era stata indicata ad esempio, si è insabbiata in una lunga crisi, che ha fatto salire il tasso di disoccupazione al 14%, in una situazione di austerità generalizzata, con aumenti delle tasse sui consumi di base, che hanno però lasciato in vigore il dumping fiscale a favore delle imprese. Il debito pubblico sarà al 120% il prossimo anno. L'economia irlandese è molto dipendente dalla zona euro (40% degli scambi) e dalla Gran Bretagna (20%). Dublino, un po' meno di tre anni fa, era riuscita a salvare le banche, bloccando un inizio di bank run grazie a una quasi-nazionalizzazione che ha permesso a un'agenzia specializzata di acquisire 90 miliardi di prestiti. Ma le famiglie restano fortemente indebitate, conseguenza della bolla immobiliare all'origine dello sboom.
L'Unione europea continua ad essere presa nella tenaglia del risanamento a tappe forzate imposto da Bruxelles e dai mercati. Ieri la Commissione ha reso pubbliche le «raccomandazioni» rivolte a 12 paesi, frutto di un'inchiesta avviata lo scorso febbraio nel quadro di una nuova struttura di controllo comune, destinata ad evitare brutte sorprese. La ricetta è sempre la stessa, per tutti, dall'Italia alla Francia, passando per Danimarca, Spagna, Svezia o Gran Bretagna: salari sotto controllo, meno pressione fiscale sul lavoro ma anche meno garanzie, consolidamento dei bilanci, interventi sulle pensioni ecc. Queste «raccomandazioni» della Commissione arrivano in Francia in un momento di transizione politica: Bruxelles ha fatto i calcoli sulla base dei dati forniti dal governo Fillon, che non c'è più; ora sarebbe la sinistra a doverle applicare, in caso di vittoria alle legislative del 10 e 17 giugno.
Per il presidente Hollande e il primo ministro Jean-Marc Ayrault si tratta di un'ingiunzione che va contro una serie di promesse fatte durante la campagna elettorale: ritorno alla pensione a 60 anni per chi ha cominciato a lavorare da giovane, leggero aumento dello Smic (salario minimo) a luglio, maggiore protezione contro i licenziamenti «di Borsa», investimenti pubblici nella scuola e per i giovani.

mercoledì 16 maggio 2012

Ireland’s Referendum- an Opportunity for Change

Filed under JohnPerkins.Org Blog Wire, On May 31 Ireland will put the EU’s new treaty for fiscal discipline to a referendum, giving Irish voters a chance to overturn this controversial agreement. The crisis in Ireland is symbolic of ones facing many European countries, as well as the United States, and is a direct outgrowth of policies implemented against developing countries when I was an economic hit man (EHM). The upcoming decision by Irish citizens is a harbinger for other countries around the world, as well as crucial to Ireland’s financial future.The Irish Government has been “asset stripping” –selling off public resources, including gas from the west coast, utilities, and forests in attempts to reduce the debt. This is an old tactic that was perfected by economic hit men in countries throughout Africa, Asia, Latin America and theMiddle East during the 1970s and 1980s. Many Irish are vehemently protesting such acts and are opposed to signing the EU treaty, declaring them a loss of sovereignty for a nation that fought a bloody battle for full independence less than a century ago.
Austerity measures are killing the European economy. Not surprisingly Goldman Sachs and other investment organizations are at the root of the problem; they are strategically staffing Europe’s government and the Central Bank with hard-hearted investment bankers more interested in the concerns of the financial sector than thoseof the people. These ex-European Commissioners and former central bankers are helping the banks gain access to those in power.
I’m looking forward to speaking in the UK as Ireland is on the verge of these crucial economic changes. From May 21-25 I will be teaching a course at Schumacher College in Devonhttp://www.schumachercollege.org.uk/courses/hoodwinked-what-wrecked-our-economy-and-how-to-fix-it. Followed by a brief speaking tour, “Financial Terrorism Exposed”, around the UK where I will be speaking in Dublin (May 27), Manchester (June 2), and London (June 3). For more information on this tour please visit www.economichitman.co.uk, or my website: http://www.johnperkins.org/?page_id=21.

domenica 29 aprile 2012

Europa, c'è la possibilità di indire referendum, ma nessuno lo sa...

di fabrizio salvatori - controlacrisi - Su acqua, roaming tlc e, perché no, tassazione sulle transazioni finanziarie dal primo aprile i cittadini dell’Unione europea hanno voce in capitolo. Come? Attraverso il classico strumento del referendum. Venne scritto dal Trattato di Lisbona ma, in questi tempi di crisi politica ed economica, ha avuto scarsa risonanza. In sostanza basta raccogliere un milione di firme in sette stati sui 27 dell'Unione Europea per imporre ai legislatori europei di regolare materie fondamentali agli occhi dei cittadini, quali la disoccupazione, l'acqua, il roaming dei telefonini e la tassazione delle transazioni finanziarie.
Si chiama European Citizen’s Initiative e non ha granché di miracoloso dal punto di vista della democrazia. Però permettere alle reti di poter esercitare qualche pressione diretta. Secondo Martin Schultz, leader dei Socialisti al Parlamento Ue, potrebbe essere lo strumento decisivo per convincere le autorità ad adottare una tassa sulle transazioni finanziarie. Della quale si discute da anni, ma di cui non si è mai vista l'ombra, per via della divergenza di opinioni tra le potenze mondiali e d'Europa. Se i politici non riescono a trovare un'intesa, spetta ai cittadini imporre la direzione da prendere. Un po’ come avviene nella Confederazione Elvetica. Nell'articolo 11 al paragrafo 4 del Trattato di Lisbona si legge che "un milione di cittadini residenti in un numero significativo di stati membri puo' invitare la Commissione Europea, nell'ambito di quelle che sono le sue facoltà, a sottomettere qualsiasi proposta nelle materie sulle quali i cittadini considerano indispensabile che l'Unione emetta un atto legale volto a implementare i Trattati". Le procedure e le condizioni richieste per un'iniziativa popolare di questo tipo sono determinate nel primo paragrafo dell'articolo 24 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFEU). Secondo i promotori si tratta del "primo esperimento di democrazia partecipativa trasnazionale". Ma solo in pochi sanno di cosa si tratta o sono stati informati della sua esistenza. Un esempio su tutti: in Irlanda un sondaggio ha rivelato che l'86% della popolazione non ha la minima idea di cosa si tratti, non avendone mai sentito parlare. Il 70% degli interpellati nel 2010, tuttavia, ha dichiarato che prenderebbe seriamente in considerazione l'ipotesi di servirsene. Un altro esempio: alla consultazione pubblica del 2009-2010, in cui la Commissione chiedeva ai cittadini cosa ne pensassero dell’iniziativa, sui 500 milioni che la Eci punta a coinvolgere, hanno risposto appena 160 persone.

venerdì 9 marzo 2012

Vogliono bandire Keynes

The Irish Times Dublino - presseurope -
Il governo irlandese ha annunciato che organizzerà un referendum sul trattato fiscale. In gioco c'è il pluralismo delle idee economiche, che la destra europea vuole sottomettere alla sua ortodossia.
“…il delitto fondamentale che comprendeva tutti gli altri. Lo chiamavano psicoreato”.
George Orwell, 1984.

La domanda di fondo del referendum che ci sarà proposto è… già, qual è la domanda? Non sarà, come ha erroneamente affermato l’anno scorso il ministro delle finanze irlandese Michael Noonan, un referendum sull’eventualità che l’Irlanda possa uscire dalla zona euro (non possono estrometterci).

Non avrà a che vedere, come ha dichiarato la settimana scorsa in più occasioni il premier irlandese, con la “ripresa economica” o con i “posti di lavoro” o il presunto “desiderio di far parte della comunità europea, dell’euro e della zona euro da adesso in poi”. E di sicuro non riguarderà neppure il modo di definire un deficit strutturale dello 0,5 per cento, perché se lo fosse si tratterebbe della cosa più astrusa mai sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica.

Il referendum riguarderà l'introduzione dello psicoreato, ovvero un modo di pensare che dovrebbe essere messo al bando. Non ha a niente a che spartire col nazismo, il razzismo o qualche altra ideologia dell’odio. Si tratta di un modo di pensare che per circa trent’anni, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, è stato il prevalente “modo di pensare” l’economia di buona parte del mondo sviluppato: la filosofia di John Maynard Keynes.

Stiamo parlando del contesto intellettuale della maggioranza del centrosinistra europeo e dei neodem negli Stati Uniti. E a metterlo al bando sarà un trattato internazionale, alla stregua di quelli che vietano il traffico di esseri umani o le armi chimiche.

Mettere al bando la teoria keynesiana dopo il grande crollo del 2007 è un po’ come reagire a un massacro vietando i giubbotti antiproiettile. L’Irlanda ne è un caso esemplare. L’idea di fondo di Keynes era che i governi dovessero mettere in atto politiche anticicliche, governare con i deficit per dare slancio alle economie deboli e tagliare la spesa per raffreddare le economie surriscaldate.

Alla base della proposta del trattato fiscale c’è invece il concetto molto semplice che un governo deve comportarsi come un nucleo familiare, che negli anni delle vacche grasse fa uso di bigliettoni, ma in quelli di magra chiude tutti i portafogli. La sua opinione ponderata della teoria economica keynesiana è: non pensarci nemmeno. Le politiche fiscali anticicliche sono proibite.

giovedì 2 febbraio 2012

Mario Monti è lì per costruire l’Europa unita (?)

Fonte: byoblu
Mario Monti è lì per costruire l’Europa unita. Politicamente unita, sfruttando le condizioni propizie per la cessione della nostra sovranità. La persegue lui, la persegue Draghi, la persegue la Merkel, Papademos, la perseguono tutti tranne i popoli, che ogni volta cui è stato concesso di esprimersi sul tema hanno bocciato il progetto. Un referendum in Irlanda ha bocciato il Trattato di Lisbona.
I referendum francesi e olandesi hanno bocciato la nuova Costituzione Europea. Ogni volta che questo accade, la UE trova un modo nuovo per aggirare la volontà popolare. La Costituzione Europea, gettata dalla finestra, è rientrata dalla porta dentro al Trattato di Lisbona.
L’Irlanda è stata costretta a ripetere il referendum e a votare sì. In Grecia, il referendum sull’austerity è stato impedito dalle banche prima ancora di riuscire ad essere indetto. Come dice Nigel Farage
: l’Europa conosce solo due risposte possibili alle consultazioni
popolari: “Sì” e “Sì, per favore!”.

In Italia un referendum sulla questione è tabù. Nessuno lo chiede.
Nessuno lo concede. Il Trattato di Lisbona è stato ratificato dal Parlamento a Ferragosto del 2008, quando la gente era ebbra di vino.
Una questione di mera precauzione, quasi inutile. Se lo avessero ratificato in qualsiasi altro giorno sarebbe stato lo stesso: i media avrebbero parlato della Champions o degli acquisti di Natale in forte calo.

Mercoledì scorso, nel silenzio generale, il Parlamento italiano all’unisono ha conferito a Mario Monti il mandato ufficiale di costruire Gli Stati Uniti d’Europa. Un passaggio di consegne dopo le dimissioni del professore
dalla Commissione Trilaterale, che lo impegnava allo stesso obiettivo. Nessuno vi ha chiesto niente. Siamo una democrazia rappresentativa, è vero, ma sulle questioni di grande interesse – e questa non può che esserlo – una vera democrazia consulta il popolo. Noi invece siamo considerati incapaci di comprendere. Forse per questo nessun dibattito pubblico è stato alimentato sul tema.
Meglio Schettino e i plastici della Concordia.

martedì 31 gennaio 2012

Ue: Ferrero(Prc), vogliamo referendum sul fiscal compact

asca
(ASCA) - Roma, 31 gen - ''Il fiscal compact varato ieri a Bruxelles per l'Italia e' un vero disastro. Con il taglio del 3% annuo portera' ad una spirale tagli di spesa /recessione /tagli di spesa da cui l'Italia non riuscira' ad uscire.

Monti mente sapendo di mentire quando afferma che l'Italia potra' reggere queste misure attraverso la crescita: e' proprio il patto che rendera' matematicamente impossibile la crescita perche' l'entita' dei tagli -oltre 40 miliardi all'anno- impedisce la crescita. L'adesione a questa porcheria ideologica rappresenta inoltre un irreversibile e completo esproprio della sovranita' italiana: per questo chiediamo che il popolo italiano si possa pronunciare attraverso un referendum popolare. Sarebbe un vero colpo di stato che un governo non deciso dagli italiani firmasse un trattato che abolisce per i prossimi decenni la sovranita' dello stato italiano e riporta l'Italia in condizioni di poverta'''.

Lo afferma Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

venerdì 13 gennaio 2012

APPELLO. “GIU’ LE MANI DALL’ACQUA E DALLA DEMOCRAZIA!”

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.
Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.
Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.
A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.
Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo.

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.
I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.
Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.
Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.
Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
KING REFERENDUM (about to stop undemocratic electoral system) NOT ADMITTED
How disgusting ! All we need now is some marines who pee on him

giovedì 12 gennaio 2012

hai votato contro la privatizzazione dell'acqua e hai vinto? E chi se ne frega!!

di Angelo Mastrandrea. ilmanifesto
I governi passano, le cattive abitudini a largheggiare, in taluni casi, sulle regole della democrazia restano, viene da dire a guardare come il governo Monti sta arando in queste ore, con abile strategia mediatica, il terreno delle liberalizzazioni. Dopo il premier ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, è toccato al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà affacciarsi nelle case degli italiani dal salotto di Bruno Vespa per annunciare il decreto prossimo venturo. Senza che a nessuno venisse in mente di chiedergli davvero conto di come ovviare al responso contrario dei referendum di giugno, l'autorevole rappresentante del governo ha elencato i settori da aprire al mercato: l'energia, le assicurazioni, i trasporti, le farmacie, i notai, l'acqua.Ancora più chiaro è stato un altro sottosegretario. Sempre da uno schermo televisivo (la trasmissione Agorà di Rai3, questa volta) Gianfranco Polillo, delega all'Economia, dopo aver tentato l'ennesimo assalto a un altro baluardo dei diritti nel nostro Paese, l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha definito senza mezzi termini il voto che ha portato alle urne 27 milioni di persone «un mezzo imbroglio», prima di raccontarci in cosa consisterà la riforma: «L'acqua è e rimane un bene pubblico, è il servizio di distribuzione che va liberalizzato». Insomma, sarà pure di tutti finché cade dal cielo e scorre per torrenti e fiumiciattoli, ma quando viene incanalata in tubi e rubinetti l'acqua va affidata al profitto privato. Poco male, pur essendo noi di tutt'altra opinione, se di mezzo non ci fosse stato un voto pesante che ha affermato con nettezza il contrario. Ma evidentemente quello della gestione degli acquedotti è un boccone troppo ghiotto per essere abbandonato alle decisioni popolari. L'imbroglio è tutto qui, alla luce del sole e senza alcun retroscena. Inutile dire che va bloccato sul nascere.

domenica 20 novembre 2011

Arriva Monti E la democrazia?

di Alberto Burgio. Fonte: ilmanifesto
Il referendum greco bloccato, l'Italia commissariata. Tutti aspettano l'uomo che risanerà i conti dello Stato, ma nel frattempo il gioco democratico va in pezzi. E avanza una nuova forma di dispotismo illuminato

Le cronache della crisi offrono materia per qualche riflessione sulle sorti della democrazia. Quando Papandreou ha osato immaginare un referendum sulle misure imposte dalla Bce in cambio del prestito, è stato preso per pazzo da potenti e sapienti e additato al pubblico ludibrio. Eppure si era limitato a citare la Costituzione e un elementare principio democratico. Qualcuno - tolti noi, pensatori liberi e marginali - ha sentito il bisogno di dire, se non altro, che quella levata di scudi tradiva un problema? Che qualcosa non va in questa Europa, se anche solo ipotizzare di dar voce al «popolo sovrano» scatena una crisi di nervi?
Poi è venuto il turno nostro. Nel giro di una settimana ci siamo ritrovati il commissariamento del Paese, il governo in crisi, un senatore a vita già unto del Signore e la prospettiva di un nuovo esecutivo, decisa da un presidente della Repubblica che sta rivoluzionando il ruolo costituzionale del Capo dello Stato. Non bastasse, stiamo assistendo a un esemplare esercizio di obbedienza all'ordine dettato dai cosiddetti mercati. Lo stesso Napolitano si è mosso entro margini strettissimi, di tempo e di merito. Ed è stato, per dir così, costretto a imporre ai partiti una figura designata dal mondo della finanza internazionale. Difficilmente avrebbe potuto fare scelte molto diverse.
Come la condanna di Papandreou, così il giubilo per Monti è stato pressoché unanime. Certo, il fatto che l'arrivo di Monti coincida con l'uscita di Berlusconi aiuta a comprendere il generale sollievo, e lo stesso può dirsi del discredito che pesa sulla classe politica. Ma i modi e i tempi del suo irrompere - e questa stessa entusiastica accoglienza - destano preoccupazione: la Costituzione repubblicana non contempla governi presidenziali, né la figura del Salvatore della Patria.
Ce n'è abbastanza per dire che il gioco democratico è in pezzi. È vero, anche Monti dovrà ottenere il placet delle Camere e la resistenza della destra pare introdurre un po' di suspence al riguardo. Ma questo non toglie che la decisione del parlamento dovrà assumere un quadro di vincoli imperativi. Prendere - e riaprire il dialogo con la Bce e i Paesi forti dell'Unione; o lasciare - e allora precipitare in un gorgo. Qualche giorno fa una delle teste d'uovo di Bruxelles l'ha detto in modo chiaro: se Monti non passa, la reazione dei mercati sarà «molto violenta».

mercoledì 9 novembre 2011

The Revolt of the Debtors




by Daniel Gros. Fonte: projectsyndicate
BRUSSELS – Greek Prime Minister George Papandreou’s call to hold a referendum on the rescue package agreed at the eurozone summit in late October has profound implications for European governance, despite the fact that the referendum will not now go ahead. It may also determine the future of the euro.

Papandreou had to reverse course quickly in response to both internal and external pressure, but the option that he put on the table will not go away whatever the fate of the present Greek government. As long as the Greek people have to be asked to accept one austerity package after another, they might wonder when they will have a direct say on this matter.

Less than one week before Papandreou dropped his bombshell, eurozone leaders had spoken unequivocally: “The introduction of the European Semester has fundamentally changed the way our fiscal and economic policies are coordinated at European level, with co-ordination at EU level now taking place before national decisions are taken.” Simply put, pan-eurozone financial governance had supposedly won the day.

Technically, Papandreou’s proposed referendum was not directly about fiscal or economic policy, but it is a decision that would have had huge economic ramifications for the eurozone. Despite that, it was taken without any coordination with other eurozone leaders. Moreover, if Greece’s voters had rejected the deal that has just been proposed to them, the outcome might have foreclosed any further coordination on the country’s debt problems with the European Union. Greece would have sunk or swum on its own.

So, only days after the eurozone’s heads of state and government congratulated themselves on their summit success, the concept of coordination was shown to be meaningless for the one country where coordination matters most. Papandreou’s move also exposes the fatal flaw of grand plans for a political or fiscal union to support the euro: the “people,” not governments, remain the real sovereign. Governments may sign treaties and make solemn commitments to subordinate their fiscal policy to the wishes of the EU as a whole (or to be more precise, to the wishes of Germany and the European Central Bank); but, in the end, the people may reject any adjustment program that “Brussels” (meaning Berlin and Frankfurt) might want to impose.

The EU remains a collection of sovereign states, and it therefore cannot send an army or a police force to enforce its pacts or collect debt. Any country can leave the EU – and, of course, the eurozone – when the burden of its obligations becomes too onerous. Until now, it had been assumed that the cost of exit would be so high that no country would consider it. This no longer seems to be the case – or so the Greeks, at least, seemed to believe.

sabato 5 novembre 2011

"Papandreou è sul viale del tramonto. Il referendum era un bluff". Intervista a Primikiris del Synaspismos

Fonte: controlacrisi
«Il referendum? Lo poteva fare un anno e mezzo fa!». Vassilis Primikiris è membro del Synaspismos, il partito della sinistra di alternativa in Grecia. Primikiris non ha dubbi: «Quella di Papandreou è stata una mossa per aprire la fase delle larghe intese. Il premier non ha nessuna volontà di sentire il popolo». Insomma, il ritiro della consultazione popolare era già nel conto. Quello di Papandreou era un bluff. Intanto, nei sondaggi il Pasok scende dal 45% al 15%.

Qui da noi ha impressionato la rimozione dei vertici militari.

Quella mossa era da fare molto prima. E poi non c’entra molto con l’idea di un colpo di Stato. Non è più tempo di colpo di Stato. Non sarebbero capaci. C’è da mettere nel conto che alcuni di quei militari avevano protestato per la diminuzione delle buste paga.

…non è più tempo di colpo di Stato…

La guerra la fanno con l’attacco massiccio al Welfare e con le mosse finanziarie.

L’Ue ha sempre assegnato alla Grecia un surplus di responsabilità...

Per noi non c’è una questione ellenica. La Grecia è esposta per quanto riguarda il debito pubblico ma anche altri paesi hanno un livello alto. In realtà stanno usando il nostro paese come cavia per attaccare gli stipendi, le pensioni e la condizione del lavoro e realizzare la totale privatizzazione dei servizi pubblici. Hanno utilizzato la Grecia perché nel Sud Europa c’è una storia consolidata del movimento operaio. In questa vicenda il vero nodo uscito allo scoperto è rappresentato dai limiti della costruzione dell’Euro a due velocità, ovvero costruito intorno all’economia di Francia e Germania. Guarda caso sono i due paesi che nella crisi sono cresciuti a scapito degli altri. Quello che abbiamo dovuto assistere in Grecia è un debito alto anche a causa delle forti spese militari imposte dalla Germania prendendo a pretesto lo scontro con la Turchia. Perché quella vicenda non la può affrontare l’Europa?

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