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Tempi di crisiGli effetti della crisi1 economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.
Il patto è saltato
Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" – reddito in cambio di consenso – e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
riducendo i margini per la re-distribuzione della ricchezza e determinando una sempre maggiore polarizzazione sociale (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).
Gran parte del sistema politico-istituzionale tradizionale, ormai privo di credibilità perché incapace di garantire i termini della precedente re-distribuzione, viene privato del consenso e lapidato, sia pure solo virtualmente.
Ma c'è ancora troppa fiducia
Il graduale distacco dei cittadini dai tradizionali partiti di centro-destra-sinistra non è affatto, in sé, una cattiva notizia. Al contrario, il ritiro di ogni fiducia a questi partiti è la premessa necessaria di qualsiasi ipotesi di trasformazione reale. Pertanto, non staremo qui a rammaricarci e siamo convinti che, diversamente da quanto affermano in coro i mass media di regime, non siamo di fronte ad un moto contro la politica, ma piuttosto ad un moto contro questa politica.
I lavoratori hanno perduto la propria fiducia verso i funzionari del sistema – i partiti istituzionali che hanno governato l'Italia in questi ultimi decenni –, ma non l'hanno ancora perduta verso il sistema nel suo complesso e non hanno ancora maturato la piena consapevolezza che il loro vero problema non è quello dei politici corrotti (che corrotti erano anche quando ricevevano ampi consensi elettorali5 e che peraltro meritano ogni stilla di odio che viene loro rivolta), ma proprio quello del sistema nel suo complesso che continua a colpirli nel reddito, nell'assistenza sanitaria e pensionistica, nel diritto all'istruzione... anche - e forse ancor più - quando l'"onesto" Monti (o l'''onesto" Bersani) sostituiscono il disonesto Berlusconi.
Onesti macellai
Ma ciò che oggi i lavoratori non hanno ancora capito saranno costretti a capirlo, quando constateranno – come già stanno constatando, frugando nelle proprie tasche – che il passaggio "dall'illegalità alla legalità" non è per loro fonte di alcun miglioramento della propria condizione.
In 13 mesi, il governo dei "tecnici" e degli "onesti" ha massacrato i lavoratori più dei precedenti governi degli "incapaci" e dei "disonesti". Il perché è presto detto: Berlusconi era debole e non era in grado di spingere a fondo le cosiddette "riforme", mentre a Monti è stata concessa una grande forza – parlamentare e di immagine (la famosa "credibilità") – che è stata usata per colpire violentemente i lavoratori (abolizione delle pensioni di anzianità, inizio dell'eliminazione dell'articolo 18, tagli sociali, ecc.).
Se vogliamo dunque auspicare la vittoria degli "onesti" non può essere certo per un fatto astrattamente etico – anche perché sarebbe grottesco parlare di etica in un mondo nel quale una "Ruby" riceve 7000 euro a notte mentre "metà della popolazione mondiale (tre miliardi di persone) vive con meno di due dollari al giorno"6 – ma in quanto tale passaggio – per parafrasare Lenin – mostrerà più chiaramente e più rapidamente ai lavoratori che il loro problema non è la mancanza di legalità nel sistema ma il funzionamento stesso, del sistema.
Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.
Non dico di essermi pentito di aver votato il Movimento 5 Stelle, perché è ancora prematuro emettere giudizi definitivi, ma quasi. Se dovessi dar credito a tutte le voci che si sentono in giro, dalle bizzarre idee di presunti economisti o esperti affiliati al movimento di Beppe Grillo fino alle dichiarazioni un po’ confuse e contraddittorie dei neo-deputati del M5S, non c’è proprio da star tranquilli. Si va dalla solita solfa dei tagli alla spesa pubblica che fanno bene all’economia (per quale ragione non si sa, ma i dogmi e gli atti di fede sono affascinanti anche per questo motivo), al ritornello che l’uscita dall’euro costerebbe agli italiani un 30% di perdita di ricchezza finanziaria da un giorno all’altro (senza però mai menzionare quanto è costato e quanto costa oggi la permanenza nell’euro, anche in termini di vite umane), fino alla sana decrescita economica che fa tanto ambientalismo ecumenico da parrocchia (vallo a dire a un giovane disoccupato che non ha nulla o un imprenditore in procinto di fallimento che la decrescita del reddito nazionale fa bene anche lui, senza beccarti un ceffone in faccia!). Insomma ci sarebbero tanti motivi per maledire il voto espresso nel segreto della cabina elettorale.
1. A quanto pare stanno fioccando petizioni


di Vladimiro Giacchè
Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d'Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto. 

