Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 13 marzo 2013

Non siamo tutti nella stessa barca.

Fino alla fine del vostro mondo

Fino alla nascita del nostro

Area globale

Tempi di crisi
Gli effetti della crisi1 economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.

Il patto è saltato

Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" reddito in cambio di consenso e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
riducendo i margini per la re-distribuzione della ricchezza e determinando una sempre maggiore polarizzazione sociale (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).
Gran parte del sistema politico-istituzionale tradizionale, ormai privo di credibilità perché incapace di garantire i termini della precedente re-distribuzione, viene privato del consenso e lapidato, sia pure solo virtualmente.

Ma c'è ancora troppa fiducia

Il graduale distacco dei cittadini dai tradizionali partiti di centro-destra-sinistra non è affatto, in sé, una cattiva notizia. Al contrario, il ritiro di ogni fiducia a questi partiti è la premessa necessaria di qualsiasi ipotesi di trasformazione reale. Pertanto, non staremo qui a rammaricarci e siamo convinti che, diversamente da quanto affermano in coro i mass media di regime, non siamo di fronte ad un moto contro la politica, ma piuttosto ad un moto contro questa politica.
I lavoratori hanno perduto la propria fiducia verso i funzionari del sistema i partiti istituzionali che hanno governato l'Italia in questi ultimi decenni , ma non l'hanno ancora perduta verso il sistema nel suo complesso e non hanno ancora maturato la piena consapevolezza che il loro vero problema non è quello dei politici corrotti (che corrotti erano anche quando ricevevano ampi consensi elettorali5 e che peraltro meritano ogni stilla di odio che viene loro rivolta), ma proprio quello del sistema nel suo complesso che continua a colpirli nel reddito, nell'assistenza sanitaria e pensionistica, nel diritto all'istruzione... anche - e forse ancor più - quando l'"onesto" Monti (o l'''onesto" Bersani) sostituiscono il disonesto Berlusconi.

Onesti macellai

Ma ciò che oggi i lavoratori non hanno ancora capito saranno costretti a capirlo, quando constateranno come già stanno constatando, frugando nelle proprie tasche che il passaggio "dall'illegalità alla legalità" non è per loro fonte di alcun miglioramento della propria condizione.
In 13 mesi, il governo dei "tecnici" e degli "onesti" ha massacrato i lavoratori più dei precedenti governi degli "incapaci" e dei "disonesti". Il perché è presto detto: Berlusconi era debole e non era in grado di spingere a fondo le cosiddette "riforme", mentre a Monti è stata concessa una grande forza parlamentare e di immagine (la famosa "credibilità") che è stata usata per colpire violentemente i lavoratori (abolizione delle pensioni di anzianità, inizio dell'eliminazione dell'articolo 18, tagli sociali, ecc.).
Se vogliamo dunque auspicare la vittoria degli "onesti" non può essere certo per un fatto astrattamente etico – anche perché sarebbe grottesco parlare di etica in un mondo nel quale una "Ruby" riceve 7000 euro a notte mentre "metà della popolazione mondiale (tre miliardi di persone) vive con meno di due dollari al giorno"6 – ma in quanto tale passaggio – per parafrasare Lenin – mostrerà più chiaramente e più rapidamente ai lavoratori che il loro problema non è la mancanza di legalità nel sistema ma il funzionamento stesso, del sistema.

La fine di un modello di sviluppo

A che punto è la notte - Vladimiro Giacché

Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.
Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».
Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino.
Ciò nonostante tutti gli sforzi dell’establishment occidentale in questi anni sono stati indirizzati a rappezzare quel modello andato in frantumi.
Si spiegano così l’assenza di regolamentazione dei derivati, il tentativo (riuscito) di ritardare al massimo l’entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, e infine l’abortita supervisione europea delle banche (che varrà soltanto per le pochissime banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro, ed entrerà in vigore non prima dell’aprile 2014).
Non solo: come ha rilevato Bill Gross di Pimco, il maggiore fondo d’investimento specializzato in obbligazioni, «quasi tutti i rimedi contro la crisi proposti sino a oggi dalle autorità di tutto il mondo hanno affrontato il problema con l’obiettivo di favorire il capitale contro il lavoro». Ma in Europa a questa durissima guerra di classe si è unita una guerra feroce tra capitali. Una guerra determinata dal tentativo del capitale di Germania e paesi satelliti di far sì che la distruzione di capitale in eccesso oggi necessaria avvenga nei paesi periferici, da trasformare sempre più in fornitori di manodopera e di beni intermedi a basso costo per lo hub economico centrale dell’Europa – la Germania, appunto.
Il vero significato dell’austerity estrema imposta a paesi già fiaccati dalla crisi sta tutto qui. Ma questo obiettivo, in parte conseguito (la regressione della produzione industriale italiana ai livelli del 1988 parla da sola), ha comportato un pesante effetto collaterale: un crollo di redditi e consumi dei paesi periferici di tale entità da avere un impatto assai pesante sugli scambi commerciali intraeuropei. E quindi anche sull’export della Germania e degli altri paesi del Centro-Nord dell’Europa. Risultato: il problema della sovrapproduzione industriale, appena scaricato sulle spalle dell’Europa del Sud, si ripresenta come un incubo nella stessa Germania.
Inoltre l’accesso ai mercati extraeuropei è reso più impervio dalla guerra valutaria scatenata dagli Stati Uniti e dal Giappone attraverso imponenti immissioni di liquidità nel sistema che hanno avuto l’effetto di provocare un forte indebolimento di dollaro e yen nei confronti dell’euro. Crisi economica, disoccupazione di massa, deflazione salariale, guerra valutaria: quattro ingredienti cruciali della crisi degli anni Trenta sono chiaramente dispiegati davanti ai nostri occhi, mentre anche il crescente attivismo militare europeo in Africa contribuisce a riportarci indietro di decenni.
È in questo contesto che i movimenti di opposizione, in Italia e in Europa, dovranno saper collocare i loro obiettivi. A cominciare dall’opposizione alle politiche di austerity depressiva e alla cornice istituzionale entro la quale si collocano, di cui il famigerato Fiscal Compact è soltanto l’ultimo tassello. Una cornice che ormai serve soltanto a puntellare malamente un modello di sviluppo che ha fatto fallimento.

Il dilemma della spesa pubblica

Piero Valerio - sinistrainrete -

Fa bene o fa male? E' il problema o la soluzione?

Non dico di essermi pentito di aver votato il Movimento 5 Stelle, perché è ancora prematuro emettere giudizi definitivi, ma quasi. Se dovessi dar credito a tutte le voci che si sentono in giro, dalle bizzarre idee di presunti economisti o esperti affiliati al movimento di Beppe Grillo fino alle dichiarazioni un po’ confuse e contraddittorie dei neo-deputati del M5S, non c’è proprio da star tranquilli. Si va dalla solita solfa dei tagli alla spesa pubblica che fanno bene all’economia (per quale ragione non si sa, ma i dogmi e gli atti di fede sono affascinanti anche per questo motivo), al ritornello che l’uscita dall’euro costerebbe agli italiani un 30% di perdita di ricchezza finanziaria da un giorno all’altro (senza però mai menzionare quanto è costato e quanto costa oggi la permanenza nell’euro, anche in termini di vite umane), fino alla sana decrescita economica che fa tanto ambientalismo ecumenico da parrocchia (vallo a dire a un giovane disoccupato che non ha nulla o un imprenditore in procinto di fallimento che la decrescita del reddito nazionale fa bene anche lui, senza beccarti un ceffone in faccia!). Insomma ci sarebbero tanti motivi per maledire il voto espresso nel segreto della cabina elettorale.

Tuttavia c’è un breve dispaccio che proviene direttamente dal direttorio del blog di Beppe Grillo che mi rassicura: “Leggo e ascolto con stupore presunti "esperti" discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S. Queste persone sono ovviamente libere di farlo, ma solo a titolo personale. I contributi sono sempre bene accetti, ma non l'utilizzo del M5S per promuovere sé stessi. Il M5S dispone di un programma che sarà sviluppato on line nel tempo da tutti i suoi iscritti. La piattaforma, uno spazio dove ognuno veramente conterà uno, è in fase di sviluppo dopo il rallentamento dovuto all'anticipo delle elezioni.” Forse non tutto è perduto. I cervelli pensanti del M5S hanno capito che bisogna mettere un freno a questi fenomeni da baraccone in cerca di celebrità pronti a saltare sul carro del vincitore portando in dote una vagonata di idiozie che mette i brividi. Dobbiamo dunque avere ancora un po’ di fiducia in Grillo e nei suoi ragazzi, aiutandoli e sostenendoli a dipanare il bandolo della matassa, che è già abbastanza ingarbugliato di suo, utilizzando i dati, i fatti, i ragionamenti più semplici e immediati da spiegare. I giovani aspiranti statisti del M5S sono e rimangono ancora, a mio avviso, la nostra ultima speranza per uscire dal guado, a patto però che anche loro si liberino dai legacci mentali e dalle paludi logiche in cui sembrano profondamente impantanati. Il loro essere giovani, onesti, puliti, simpatici, non li giustifica dalla stupidità e dalla mancanza di volontà di capire. Anzi, è un’aggravante, perché i giovani in genere dovrebbero avere meno sovrastrutture e barriere ideologiche (o solamente psicologiche e di puro calcolo e convenienza) ed essere più aperti al ragionamento attivo.

Proviamoci dunque ad instaurare un dialogo costruttivo con i giovani del M5S, non diamoli subito per spacciati. Sulla spesa pubblica abbiamo già detto tante cose, ricordando in molte occasioni che l’economia è spesa e se non c’è qualcuno che spende, l’economia si ferma, ristagna, arriva la deflazione e la riduzione degli investimenti, la moneta circolante scarseggia, fino ad arrivare alle estreme conseguenze del baratto e della violenza tribale della legge del più forte. Vogliono questo i ragazzi del M5S? Penso di no, non hanno le facce dei cavernicoli primitivi. Quindi, dovremmo essere tutti i d’accordo che la spesa, sia pubblica che privata, è il fattore determinante per riuscire a mandare avanti una moderna e complessa organizzazione democratica ed economica. In un periodo di recessione quando la gente riduce i consumi (e non riesce neppure a risparmiare a causa della contrazione dei salari e dei redditi) e le aziende non investono per le pessime aspettative di discesa della domanda e dei prezzi, chi deve e può spendere? Lo Stato. Ci sono dubbi su questo assunto? Oppure i ragazzi del M5S pensano che da Marte arrivi qualcuno che dal nulla faccia ripartire la nostra economia e ci consegni magicamente in dono un po’ di “crescita”, come tutti auspicano, o meglio blaterano? Le condizioni economiche mondiali e la nostra stessa struttura produttiva non fanno prevedere a breve una qualche prospettiva di un rilancio trainato soltanto dalla domanda esterna con le esportazioni (vedere a tal proposito il folle programma americano di tagli della spesa pubblica da $85 miliardi da qui fino a settembre, che ovviamente avrà ripercussioni anche qui da noi, in Europa).

martedì 12 marzo 2013

La trappola della Casta per il M5S

di Pixel - sinistrainrete -

1. A quanto pare stanno fioccando petizioni di militanti del M5S per questa o quella soluzione alla crisi di rappresentanza istituzionale uscita dalle ultime elezioni. Noi non siamo militanti del Movimento ma in quanto suoi elettori vorremmo esprimere alcune preoccupazioni. E le esprimiamo direttamente ai neo deputati e ai neo senatori cinquestelle che abbiamo eletto. Una delle “soluzioni” che si stanno facendo largo nella confusione generale è questa: associare il M5S in un’operazione di “rinnovamento” che accolga in qualche misura le proposte di ritrutturazione-moralizzazione della politica: riduzione del numero di parlamentari e dei loro emolumenti, finanziamento pubblico ai partiti, legge elettorale e magari anche una qualche forma di “politometro” cioè lo screening patrimoniale all’inizio e alla fine di un mandato (cosa che se ben ricordiamo in Francia si fa da sempre o si faceva). Pur di uscire dall’impasse la “casta” è disposta a provvedimenti in questo senso, ancorché piangendo molte lacrime.
Ma la “casta” non è solo una banda di persone attaccate con le unghie e coi denti ai propri privilegi, pronta a corrompere e a farsi corrompere.
Certamente questa indubbia caratteristica spicca in un Paese in cui vengono richiesti continui “sacrifici”.
Ma il problema e proprio questo: mentre i signori del prossimo governo o semi-governo attueranno una politica di cosmesi con l’aiuto da loro auspicato del M5S (che poi getteranno sul piatto delle prossime elezioni come una loro “conquista”), la politica di austerity del precedente governo bipartisan continuerà il suo corso coi meccanismi già messi in movimento e con altri che verranno ben nascosti, complici i media, dai fuochi pirotecnici attorno alle misure di moralizzazione politica.

2. Facciamo solo alcuni esempi. Anche quest’anno dovrà essere pagata l’IMU. L’Istat ha già detto alla fine dell’anno scorso che gli Italiani non hanno più soldi per pagare un’altra volta questa tassa. Se non si correrà ai ripari saremo costretti a vedere un Paese di famiglie e di piccolo-medie aziende che si indebitano con le banche (se non addirittura con gli strozzini) per pagare una tassa statale. Una base di debiti forse pronta a trasformarsi in una nuova ondata di derivati, un’incredibile “cartolarizzazione” della vita delle famiglie italiane e del tessuto produttivo capillare del Paese che nemmeno lo Sceriffo di Nottingham avrebbe avuto la fantasia di concepire, degna dei Vicerè inglesi in India.
Un secondo esempio. Le Fondazioni bancarie sono pronte al colpo di mano per prendere il controllo della Cassa Depositi e Prestiti, cioè di quell’istituto nato per raccogliere il risparmio postale dei cittadini e utilizzarlo per il finanziamento a tassi agevolati degli investimenti degli enti locali.
Un istituto con grande disponibilità di liquidità (circa quattro volte l’insieme di tutte le nostre banche private) che il buon senso vorrebbe che fosse trasformato in un istituto di interesse pubblico anche con la possibilità di comprare titoli di Stato (cosa già oggi possibile). Ma con un regolamento golpista che consegna grandi poteri decisionali ai soci di minoranza (proprio le Fondazioni bancarie) si è invece deciso di trasformarlo in una vera e propria merchant bank. E il fiduciario delle Fondazioni è, guarda caso, Franco Bassanini, nome di prestigio del PD.
Così mentre si imbiancheranno i sepolcri, il saccheggio del Paese proseguirà su un binario prestabilito, tirando in ballo come al solito, se necessario, i metafisici “mercati” e gli “accordi europei” sul cui marmo è stata incisa l’Agenda Monti per renderla capace di sfidare ogni intemperie politica.
Non bisogna poi scordarsi dell’altra cassaforte che viene abitualmente saccheggiata quando c’è da mettere mano ai soldi degli Italiani, cioè l’INPS.
La cosiddetta “riforma” delle pensioni continuerà nel suo lavoro distruttivo. Anche in questo caso, mentre si moralizzerà la politica, gli esodati rimarranno senza stipendio, senza pensione e senza ammortizzatori sociali, cioè senza un euro. E solo una delle tante conseguenze, notevole perché narra molto bene della cialtroneria del fu “tecnico” e di chi lo ha sostenuto.
E infine con o senza moralizzazione della politica la “riforma” del mercato del lavoro proseguirà con le sue gambe, indipendentemente, come ben sanno le migliaia e migliaia di nuovi licenziati, i precari a vita, chi non ce la fa più.
La sonora sconfitta dell’ex magistrato Ingroia, sostenuto dall’ex magistrato De Magistris, in una lista dove spiccava il nome dell’ex magistrato Di Pietro, dovrebbe aver fatto capire che ormai gli Italiani sanno che le “soluzioni” basate sul rigore delle corti di giustizia, sebbene diano alcune soddisfazioni e siano, ovviamente, anche doverose, non risolvono i problemi del Paese. La crisi non si risolve con la lotta conseguente alla mafia. Semmai è la mafia che sguazza nella crisi, nella sua gestione finanziarizzata.

3. Insomma, i tempi della gestione devastante di questa crisi epocale, sistemica, in cui i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri, in cui tutto viene rimesso in discussione, non sono gli stessi della politica, sono più veloci.
Mentre a Montecitorio si cercherà la pietra filosofale del risparmio sui costi della politica, in altri palazzi del potere reale si saccheggerà ricchezza reale.
Cari neo eletti del Movimento 5 Stelle, gli stipendi dei parlamentari, le loro impunità, i loro privilegi, le loro auto blu, il loro sottobosco di clientes, la loro quasi istintiva amoralità civica sono insopportabili. Lo sono sempre stati e ora solo con una faccia come il culo questi signori hanno preteso e pretendono “sacrifici”. Bisogna spazzare le stalle di Augia, sono troppo maleodoranti. È indubbio. Ma non bisogna scordarci della scia di devastazioni che lascia la loro politica di “sacrifici” e soprattutto delle sue finalità, ci fossero al governo anche le persone più specchiate del mondo.
E infine, ricordatevi che nel famoso Palazzo non si prendono tutte le decisioni. Anzi.
A piazza San Giovanni abbiamo tutti fatto “Boom” al presidente Napolitano in visita a Berlino. Ma prima di andare a Berlino, sempre sotto elezioni, era andato a Washington. Per un cordiale incontro con Obama? Ma va là. Era andato a recepire la “linea” imperiale, sicuramente illustrata nel doveroso linguaggio diplomatico, che poi è andato a negoziare in Germania. Perché questa crisi sistemica pone grossi problemi globali da risolvere, mette in moto grandi conflitti, contrappone interessi che devono essere negoziati.

Noi, in tutto ciò, siamo tra le varie ed eventuali, non certo in cima ai loro pensieri. I nostri soldi sì, ma noi no.
Si sono chiesti tutti dopo il disastro elettorale del PD, perché questo partito non sia voluto andare alle elezioni quando è caduto il governo Berlusconi. Ma che domanda è? Siamo seri! Lo sanno anche i sassi che non si è votato perché Napolitano aveva già da un pezzo preparato il golpe bianco con Monti e il PD doveva ubbidire.
Marco Travaglio ha scritto che a D’Alema la soluzione “inciucio” (o “governissimo”) scatta automaticamente come il braccio del Dottor Stranamore. E’ un po’ di più, caro Travaglio. D’Alema ha i riflessi condizionati da un quadro politico imperiale e subimperiale (che ovviamente non vanno sempre d’accordo) e solo in questo schema si muove più o meno in automatico.
Quindi, attenzione ai poteri decisionali reali, perché da lì provengono i missili più potenti e magari le benedizioni col randello nascosto dietro la schiena. E quindi, cari neo eletti del Movimento 5 Stelle, non scordatevi del contesto internazionale. E soprattutto di quello europeo, che ci è più prossimo.
Provate a pensare se non è il caso di riprendere lo slogan "No taxation without representation": o la UE diventa una struttura federale politica e fiscale con un Parlamento elettivo che decide, e non che si limita a ratificare le decisioni di una Commissione esclusiva ed escludente, o è in grado di ricostruire a livello sovranazionale tutte le istanze democratiche rappresentative che vengono sottratte a livello nazionale e a riequilibrare le politiche economiche e fiscali, oppure è meglio una separazione consensuale.
Senza dimenticarci, ovviamente, che la vera agorà democratica, come tutti noi sappiamo, è da costruire altrove, cioè nelle comunità.
Vi salutiamo con cordialità augurandovi battaglie vittoriose.

Disoccupazione e debiti, Italia in ginocchio

    
Disoccupazione e debiti, Italia in ginocchio

Pubblicato il 12 mar 2013

di rassegna.it -
Disoccupazione e indebitamento alle stelle, potere d’acquisto in caduta libera, giovani che non trovano lavoro, sfiducia totale nella politica. I numeri che emergono nel rapporto sul Benessere equo e sostenibile di Istat e Cnel pubblicato oggi (11 marzo) fotografano meglio di qualsiasi analisi politica anche l’esito elettorale. In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ economica sale dal 6,9% all’11,1%. Ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà, con un aumento di 2,5 milioni in un solo anno.
Nei primi 9 mesi del 2012 la quota delle famiglie indebitate, sostanzialmente stabile tra il 2008 e il 2011, ha segnato un balzo, passando dal 2,3% al 6,5%. Il più frequente ricorso al debito, generato in molti casi da mere esigenze di spesa, riguarda gli importi più bassi. La quota dei Neet, ovvero dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, tra il 2009 e il 2011 è balzata dal 19,5% al 22,7%. Quasi un giovane su 4 non è impegnato in percorsi formativi e non ha un posto. Inoltre viene evidenziato come ben l’8% dei Neet sia già laureato e quindi difficilmente potrebbe continuare a formarsi.
Il potere d’acquisto, cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali, durante la crisi è crollato, scendendo del 5% tra il 2007 e il 2011. Sempre nel 2011, il tasso d’occupazione per la classe 20-64enni è sceso al 61,2%, dal 63% del 2008. Nell’Ue a 27 presentano un tasso ancora più basso dell’Italia solo l’Ungheria e la Grecia. Ciò è dovuto soprattutto alla scarsa occupazione che si registra tra le donne italiane, il cui tasso non raggiunge il 50% e nel Mezzogiorno. Non stupisce allora che a marzo 2012 – un anno prima del voto – il dato peggiore sul fronte della fiducia dei cittadini verso le istituzioni riguardi i partiti politici: la media, in un’ipotetica pagella su una scala da 0 a 10, si ferma al 2,3. Voti bassi anche per la fiducia verso il Parlamento (3,6), le amministrazioni locali (4) e la giustizia (4,4).
“Il rapporto Bes di Istat e Cnel per la misurazione del benessere rappresenta “una opportunità per la società italiana per discutere quale futuro vogliamo costruire”, anche se si tratta “solo di un punto di partenza per realizzare un cambiamento culturale che, mi auguro, aiuterà a migliorare in concreto il benessere della generazione attuale e di quelle future”. Così il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini. “Per ciò che concerne la politica – ha spiegato Giovannini – le esperienze internazionali, come quelle australiana e neozelandese, offrono importanti spunti per l’utilizzo del Bes: ad esempio, richiedere che le relazioni tecniche di accompagnamento delle nuove leggi descrivano l’effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie”.

Grecia: le minacce della polizia ai ragazzini italiani non fanno notizia?



Martedì 12 Marzo 2013 12:55
- contropiano - 


Di Grecia ormai non si parla quasi più sui media italiani. Eppure domenica sera decine di migliaia di persone hanno invaso Piazza Syntagma. E poche ore prima la Polizia greca aveva arrestato illegalmente dei ragazzini italiani e minacciato i genitori.

Domenica sera centomila greci sono tornati a riempire Piazza Syntagma. Contro la troika – i cui rappresentanti erano ancora ad Atene ad impartire istruzioni al governo locale – e contro la repressione che sempre più sistematicamente colpisce ogni movimento sociale, ogni protesta dei lavoratori e dei cittadini. Una giornata di mobilitazione dei cosiddetti ‘indignados’ greci all’insegna dello slogan “La primavera dei popoli è iniziata”. Forse una parola d’ordine troppo ottimistica, visto che quando la piazza davanti al parlamento di era riempita i manifestanti hanno dovuto fare i conti con la brutalità dei poliziotti in tenuta antisommossa. In particolare con i Mat, i reparti speciali, che prima hanno inondato la piazza con i lacrimogeni e poi si sono accaniti su alcuni giovani, come testimonia un video pubblicato da alcuni siti greci di controinformazione.

La notizia in Italia ha avuto pochissima diffusione. Forse perché era domenica sera e c’erano i risultati del campionato di calcio. Oppure semplicemente perché della Grecia, ultimamente, meno si parla e meglio è per una classe politica alle prese con una ingovernabilità che non sembra poi così scomoda, invece, per l’Unione Europea ed i suoi meccanismi coercitivi.

Ancor meno diffusione ha avuto però, nei giorni scorsi, un’altra notizia, anche se coinvolgeva alcuni cittadini italiani residenti ad Atene.

A parlarne era nei giorni scorsi il sito della sinistra ellenica Left.gr, secondo il quale i poliziotti delle squadre speciali Delta si sarebbero resi protagonisti di un ennesimo atto di violenza gratuita.

Un italiano residente ad Atene ha denunciato che sabato sera (9 marzo) cinque ragazzi tra i 16 e i 19 anni – tra cui alcuni suoi figli – sono stati fermati senza motivo da una pattuglia dei Delta che gli ha chiesto di identificarsi. Nonostante i ragazzi avessero con loro i documenti e fosse quindi possibile realizzare l’identificazione sul posto, gli agenti li hanno prima perquisiti e poi obbligati a seguirli in commissariato, e come se non bastasse li hanno ammanettati prima di farli salire a forza sul loro furgone. Venuti a conoscenza di quanto era accaduto, i genitori dei fermati si sono recati di corsa al quartier generale dell’Attica della Polizia, in viale Alexandra. Ma gli agenti si sono rifiutati di fornire informazioni sulle accuse nei confronti dei fermati e sulle loro condizioni, scatenando la rabbia dei genitori. Uno dei quali è stato spintonato e preso a pugni da un membro della squadra Delta che aveva realizzato il fermo, che lo ha anche minacciato di denuncia per diffamazione se avesse continuato a lamentarsi. I ragazzi, dopo un lungo tira e molla e dopo numerose angherie nei loro confronti sono stati rilasciati alle 6,30 del mattino successivo, dopo quasi 8 ore di detenzione arbitraria e ingiustificata. I ragazzi hanno riferito che i poliziotti avevano proibito loro di parlare in italiano.

Non è la prima volta che una cosa simile accade ad Atene. Un episodio analogo era già avvenuto con un ragazzo italo-greco di 15 anni, il 17 novembre scorso. Il minorenne era stato trattenuto in questura per 4 ore, vietandogli di avvisare i genitori.

Il sito Left.gr riferisce anche che i genitori dei ragazzini arrestati illegalmente – che hanno la nostra nazionalità - si sono recati ieri all’ambasciata italiana ad Atene per denunciare l’accaduto. I rappresentanti diplomatici di Roma si sarebbero detti disponibili ad approfondire il caso e ad agire di conseguenza presso le autorità elleniche. Anche l’Associazione dei Genitori della Scuola Italiana di Atene ha annunciato che si interesserà alla vicenda. Peccato che in Italia, nel frattempo, della cosa non abbia parlato nessuno…


 

Intervista a Wu Ming


«Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»


[Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che ringraziamo, appare oggi a tutta pagina su «Il manifesto». Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la sintesi di tutto quel che pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non abbiamo il tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si facciano avanti senza remore.]
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Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.

lunedì 11 marzo 2013

Quattro cose sul reddito di cittadinanza

    
Quattro cose sul reddito di cittadinanza

Pubblicato il 11 mar 2013

di Davide Maria De Luca -
Nelle ultime settimane si è parlato molto del reddito di cittadinanza. Si tratta di un punto presente nei programmi di diverse forze politiche che si sono presentate alle ultime elezioni ed è uno dei 20 punti programmatici fondamentali del Movimento 5 Stelle. Ma su cosa sia effettivamente e quanto costerebbe c’è ancora molta confusione.
Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?
Sul sito la Voce.info Tito Boeri e Roberto Perotti hanno cercato di fare un po’ di chiarezza tra i due termini che vengono usati come sinonimi, ma che decisamente sinonimi non sono. Il reddito di cittadinanza (basic income guarantee in inglese) è un sussidio universale e non condizionato: in altre parole lo ricevono tutti quanti, per un tempo indefinito e indipendentemente dalla loro ricchezza o da altri redditi che percepiscono. Se si dovesse stabilire un reddito di cittadinanza di 500 euro mensili, ad esempio, verrebbe percepito tanto dalla famiglia Agnelli quanto da un 50enne appena licenziato.
Il reddito minimo garantito (guaranteed minimum income in inglese) è invece un programma universale – cioè ha regole valide per tutti – e condizionato: nel senso che le sue regole determinano chi può avere accesso al sussidio e chi no. Ad esempio, il reddito minimo garantito potrebbe essere condizionato al non percepire altri redditi e all’essere iscritti a una lista di collocamento. Il reddito di cittadinanza non esiste in quasi nessun paese del mondo: uno dei casi più noti di paesi che ce l’hanno è lo stato americano dell’Alaska. Il reddito minimo garantito invece è molto diffuso in Europa, anche se spesso molto discusso e criticato.
I politici hanno dimostrato una grande confusione su questi due termini. Ad esempio: nel programma di SEL si parla esplicitamente di un reddito minimo garantito di 600 euro, ma in diverse interviste Nichi Vendola ha parlato della necessità di introdurre un reddito di cittadinanza. Nei 20 punti di Grillo si nomina espressamente il reddito di cittadinanza, ma quando Grillo sostiene che l’Italia è l’unico paese a non averlo in Europa, sta parlando del reddito minimo garantito, il che è confermato dalla interviste ad alcuni parlamentari del M5S che parlano esplicitamente di un sussidio condizionato.
Quali sono i problemi?
Il reddito di cittadinanza ha un solo problema: è molto, molto costoso. Boeri e Perotti hanno calcolato che un reddito di cittadinanza pari a 500 euro per tutti i cittadini italiani di età superiore ai 18 anni costerebbe circa 300 miliardi, il 20% del PIL, poco meno della metà di quanto attualmente spende lo Stato ogni anno per tutte le sue attività.
Il reddito minimo garantito, invece, è molto più economico, ma è difficile fare una stima esatta. Essendo una misura “condizionata”, bisognerebbe capire quali sono le regole che lo farebbero scattare prima di poter ipotizzare il suo costo. Boeri e Perotti stimano un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro per un reddito minimo garantito di 500 euro. Il problema, in questo caso – oltre al costo, che comunque non è indifferente – è che il reddito minimo di cittadinanza in certe condizioni rappresenta un disincentivo al lavoro.
Se ipotizziamo, come si è spesso sentito dire, un reddito minimo garantito di mille euro al mese, è chiaro che nessuno lavorerà più per meno di mille euro: dovrebbe rinunciare al sussidio per lavorare ottenendo la stessa cifra. Probabilmente in pochi però lavorerebbero anche per 1.200 euro: il guadagno netto sarebbero solo 200 euro, ma in cambio bisognerebbe lavorare invece che stare a prendere il sole in spiaggia. Per questo in genere il reddito minimo garantito è condizionato da clausole come una durata limitata oppure essere iscritti alle liste di collocamento e non rinunciare a più di un certo numero di offerte di lavoro.

domenica 10 marzo 2013

Un movimento bifronte

Fonte: il manifesto | Autore: Loris Caruso           
Da mesi i commentatori si dividono tra chi considera il Movimento 5 stelle una «costola della sinistra» e chi lo considera un’organizzazione populista, prevalentemente di destra, in certi casi tendenzialmente fascista. Sono vere entrambe le cose.
È stato sottolineato più volte che i contenuti ambientalisti del programma e l’insistenza sulla democrazia diretta e partecipativa avvicinino il Movimento alla sinistra libertaria e ambientalista degli anni Settanta e Ottanta.
In particolare, è dirompente la forza del messaggio partecipativo, lanciato dal M5S con una radicalità e un’efficacia che nessun movimento politico della sinistra recente è riuscito ad avere: l’annullamento della differenza tra rappresentati e rappresentanti; la sostituzione della delega con la partecipazione; la distruzione del professionismo politico. Dov’è, invece, nel M5S, la «destra»? In primo luogo, in una possibile evoluzione di questo stesso ideale democratico. Se vissuta come un obbiettivo che una sola forza sociale può autenticamente perseguire contro tutte le altre (partiti, sindacati, ecc.), l’iper-democrazia può rovesciarsi nel suo contrario. La forza politica che, come il M5S, avoca solo a sé una reale natura democratica, può presentare come iper-democratiche tutte le sue scelte, anche quelle che limitano l’agire democratico.
Se la democrazia radicale prevede la fine dei partiti, non è impossibile immaginare che di fronte a una prevedibile opposizione dei partiti alla propria estinzione, questa fine sia determinata, da un eventuale «governo a 5 Stelle, attraverso forzature non democratiche. In secondo luogo, il livello di «virtù» che il M5S richiede ai propri rappresentanti e attivisti è talmente elevato (per esempio prevede che sia annullata qualsiasi ambizione personale), da essere perseguibile solo attraverso un rigidissimo controllo centralizzato. Cosa che infatti avviene nel Movimento, dove si cerca di impedire che emergano sia protagonismi individuali, sia organismi collettivi che facciano da contrappeso al ruolo di Grillo e Casaleggio.
Tra i leader e i tanti singoli attivisti ed eletti, che sempre singoli e tendenzialmente anonimi devono rimanere, non ci deve essere niente. Altrimenti, avvertono Grillo e Casaleggio, «diventiamo un partito». Con il risultato che, al momento, nella sua struttura nazionale il M5S è un organismo molto meno democratico di un partito. Se questo è il modello di Stato che i due leader del M5S hanno in mente, non è molto rassicurante. In effetti, questo è un modello che ricalca proprio la forma del cosiddetto «capitalismo cognitivo». Come ha ricordato più volte, tra gli altri, Carlo Formenti, l’economia della Rete è caratterizzata da una vasta partecipazione dal basso (di utenti, consumatori, mediattivisti, ecc.) e da una restrizione piramidale in alto, cioè dal ruolo oligopolistico di poche grandissime imprese (Google, Amazon, ecc.). Il M5S sembra organizzato in modo analogo.
Forse l’analogia tra la sua forma e quella dell’economia della Rete ne spiega, in parte, il successo. Che questo sia il modello, lo fa pensare il rapporto che il M5S instaura con i movimenti. Nel suo recente comizio elettorale a Susa, Grillo ha fatto abbassare le bandiere No-Tav: «non siete più un comitato di protesta, adesso siamo tutti cittadini». Adesso vi rappresento io, è il messaggio. Nel mio Tutto c’è spazio anche per voi, non c’è bisogno che voi esprimiate autonomamente il vostro punto di vista. Questo è, in effetti, il rapporto prevalente che Grillo instaura con i movimenti di cui condivide le lotte. Raramente questo rapporto è un lavoro comune, una condivisione di finalità.

Le banche tedesche? Una bomba a orologeria

 - rifondazione -
Quasi certamente non riuscirà a ripagare un’obbligazione da 1,75 miliardi di euro in scadenza questo mese, e dovrà provvedere lo Stato francese.
Ma si stima che complessivamente le garanzie pubbliche che dovranno essere messe in campo a sostegno di questa banca saranno dell ’ordine di 20 miliardi di euro. Come dire, due terzi della manovra di Hollande. Non c’è male.
Ma il fronte più caldo, almeno potenzialmente, è un altro, e riguarda la banche più grandi del paese: il valore delle attività di trading di BNP, Société Générale, Crédit Agricole e Natixis ammonta attualmente a qualcosa come 2.050 miliardi di euro, una cifra non molto inferiore all’intero prodotto interno lordo della Francia. Le attività di trading in azioni, obbligazioni e derivati sono cresciute del 21% in un anno e per quanto riguarda BNP e Société Générale superano ormai il 30% del totale delle attività di queste banche. Ma se prendiamo il trading in derivati la crescita è ancora maggiore: +48% per BNP, +38% per Société Générale. Queste cifre significano due cose: che i rischi di mercato assunti da queste banche crescono, e – viste le cifre in gioco – che si può parlare di rischio sistemico. Ma in confronto a quello che accade in Germania i problemi delle maggiori banche francesi impallidiscono. La Germania ha tuttora uno dei sistemi bancari meno concentrati e meno efficienti dell’intera Europa (circa 1200 banche). Basti pensare alle numerose Sparkassen (tradizionalmente vicine alla CDU), alle Landesbanken (fu una di esse la prima banca a fallire nel 2007, e molte sono tuttora in cattive acque) e alle Volksbanken. Ma il governo tedesco, che mesi fa poneva come condizione per ulteriori interventi europei a sostegno delle banche spagnole la realizzazione di un’unione bancaria europea, non appena questa unione bancaria ha assunto la forma di una concreta proposta di accentrare la sorveglianza bancaria in Europa presso la Bce, ha cominciato a frenare: con il ministro delle finanze tedesco Schäuble che è subito intervenuto chiedendo che questa sorveglianza valesse soltanto per pochissime grandi banche. È stato fin troppo facile rispondergli che non sono soltanto le grandi banche a esprimere rischi sistemici: basti pensare a quello che è successo dopo il fallimento (con salvataggio governativo in extremis) di Northern Rock nel Regno Unito. E del resto è la stessa situazione spagnola a mostrarci che effetti possono avere i fallimenti di tante banche piccole e medie.

sabato 9 marzo 2013

Uomini Ombra


Cari Uomini Ombra,

sono un padre di famiglia che si avvicina alla cinquantina, sono artista e uomo di scienza, come lo sono molti nella mia famiglia da ormai qualche generazione.

Da bambino mio nonno mi diceva: "Da giovane speravo di poter vivere così a lungo da poter vedere realizzate quelle che pensavo fossero grandi conquiste per l'umanità come  volare, e ancor di più andare sulla luna, anche se allora era impossibile. Nel corso della mia vita ho visto realizzarsi queste cose per cui ritengo che l'umanità si sia in qualche modo evoluta".

Io personalmente spero di poter vivere così a lungo da vedere l'abolizione dell'ergastolo (e poi anche del carcere) da parte di una grande nazione organizzata (credo infatti che forse gli unici popoli che non concepiscono l'orrore del carcere appartengono a civiltà tribali). Questo ritengo che sarebbe un grande passo evolutivo per l'umanità, che non è paragonabile ad alcuna delle tecnologie finora raggiunte dall'uomo.

 Ho sempre amato la vita e la libertà anche se da quando ho conosciuto da voi via e-mail la vera storia degli ergastolani un po' più da vicino, è come se una parte di me avesse perso la libertà e sia stata murata insieme a voi.

Sento che non potrò mai essere completamente libero finchè esisteranno certi tipi di "punizioni".

E' come se provassi una sorta di vergogna interiore per il fatto di appartenere ad una società in grado di concepire questa grande assurdità, quella degli uomini ombra e del carcere in quanto istituzione.

Vi ringrazio per avermi fatto vergognare e riflettere su certe ingiustizie e di avermi dato la possibilità di ostacolarle firmando contro l'ergastolo.

 Vi prego assolutamente di non gettare la spugna e continuare sempre (nei limiti del possibile) a portare avanti la vostra lotta affinchè l'umanità possa evolvere e finalmente definirsi tale.

 Poichè credo che la maggior parte delle notizie siano "pilotate" non leggo giornali e non guardo la tv. Da questo ne deduco che se siete arrivati fino a me vuol dire che siete riusciti (nonostante tutto) a fare le cose giuste per far breccia nella dilagante ipocrisia ed acquistare così potere ed importanza anche agli occhi della gente. Forza, lottate e ne uscirete! Non sprecate un briciolo del tempo che avete (anche se può sembrarvi tanto): forza e coraggio! ... siete a buon punto ... e se avete deciso di lottare vuol dire che neanche con la condanna a vita sono riusciti a togliervi fino in fondo la speranza... dunque non lasciatela mai! 

 Vi penso sempre, e come padre di famiglia (che spera di lasciare ai propri figli un mondo migliore), non posso non pensare anche ai vostri cari che sono costretti a sopportare con voi questo grande peso. Vi mando a tutti un po' di energia e di conforto per aiutarvi a sopportarlo...

 

Un abbraccio forte a tutti voi

Luca

 

 Per maggiori informazioni sull'ergastolo ostativo e chi sono gli "uomini ombra":

Chávez è morto, per ora. L'omaggio del mondo

Fonte: il manifesto | Autore: Geraldina Colotti
       
Una folla oceanica e 33 capi di stato ai funerali del presidente venezuelano

Maduro si impegna a «consolidare l'indipendenza e la rivoluzione bolivariana» Per il suo ultimo viaggio la camicia bianca, la cravatta nera, l'uniforme con il berretto rosso


Si passa in fretta davanti alla bara, ci si tocca il petto e si accenna a una carezza. Non più di cinque secondi. Non c'è tempo per trattenersi, le diverse file di persone che aspettano davanti a Forte Tiuna formano una coda di 12 km. Anziani, donne, bambini, arrivati da tutto il paese e da fuori per dare l'ultimo saluto al presidente Hugo Chávez, morto martedì. Il giorno dopo, la bara è stata trasferita nell'Accademia militare, accompagnata da una marea di camicie rosse che hanno pianto e cantato. Per la veglia, hanno sfilato quotidianamente davanti al feretro circa 70 mila persone.

Per il suo ultimo viaggio, Chávez è vestito con una camicia bianca, una cravatta nera, l'uniforme verde dell'esercito con il berretto rosso, quella «di gala n. 2». Appare come nell'unica foto diffusa dal governo durante l'ultima convalescenza a Cuba: non era un falso, come invece aveva suggerito l'opposizione.
La salma del presidente, 58 anni, rimarrà esposta nella cappella militare per altri sette giorni: e imbalsamata come quella di Lenin, Ho Chi Min e Mao Tse Tung. Forse saranno degli specialisti russi ad assistere i venezuelani nell'imbalsamazione. Poi il corpo del presidente bolivariano verrà sepolto al Cuartel de la Montana, nel quartiere 23 de Enero: un luogo storico, determinante per la cacciata del dittatore Pérez Jimenez, nel '58, e fulcro della rivolta civico-militare guidata da Chávez il 4 febbraio '92. Quando quella rivolta fallì e gli ufficiali progressisti che l'avevano ideata si arresero e andarono in galera, Chávez pronunciò la famosa frase, rimasta impressa nella memoria dei venezuelani: «Compagni, purtroppo la rivoluzione è fallita. Por ahora». E quel cocciuto «per ora» significherà per tutti un nuovo appuntamento con la storia: questa volta vincente, per i vari filoni di lotta popolare impegnati nella lotta al neoliberismo, ma ancora privi di un leader capace di essere all'altezza delle proprie responsabilità. Chávez lo è stato, giocando fra azzardo e empatia, fra inventiva e democrazia partecipata: facendo la muta dal vecchio mondo a embrioni di socialismo. Per questo, non solo la maggioranza del suo paese, ma anche buona parte del mondo è venuta a rendergli omaggio.

Al funerale hanno assistito 33 capi di stato e delegazioni di 55 paesi. In 16 paesi sono state istituite giornate di lutto nazionale, e 10 organismi multilaterali hanno espresso il loro cordoglio. All'acme delle celebrazioni, tutti i presidenti sono stati chiamati alla veglia d'onore intorno alla bara. Quando veniva pronunciato il loro nome, partivano gli applausi. Quelli più lunghi sono andati all'iraniano Ahmadinejad, che in piedi davanti al feretro ha avuto un gesto d'affetto, ha scosso la testa e si è lasciato andare alle lacrime. L'orazione funebre di monsignor Mario Moronta, «in rappresentanza della chiesa cattolica» ha salutato «l'amico, il fratello e il compagno» che si è messo dalla parte dei poveri e lascia a chi resta l'impegno di continuare a volgersi dalla parte degli ultimi. Per la Conferenza delle chiese pentecostali, il Consiglio evangelico e le chiese indipendenti si è lungamente espresso anche Alexis Romero, pastore della guardia d'onore presidenziale. I governi di molti altri paesi che non sono venuti al funerale, hanno inviato le proprie condoglianze: sentite o formali secondo il grado di condivisione con le politiche del Venezuela bolivariano: chiaramente orientate a una decisa lotta anticapitalista d'impronta socialista.

Anche per questo, si poteva pensare ai funerali dei grandi rivoluzionari del secolo scorso, che hanno vissuto e agito nell'unico periodo storico in cui le classi dominanti hanno davvero tremato. «Cambiano i tempi, ma la paura del comunismo fatica a morire, anche quando i suoi colori sono quelli rojo-rojito del socialismo bolivariano - dice un giovane militante del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) - per questo il nostro comandante ha fatto arrabbiare i grandi padroni del mondo». E una ragazza aggiunge con la voce rotta dal pianto: «Chi vive dando l'esempio, spendendosi senza riserve anche per gli altri indica una strada... una libertà. Così ha fatto il Che, così Chávez».

venerdì 8 marzo 2013

Tanto denaro per nulla

La vertigine della finanza creativa

Luigi Pandolfi - economiaepolitica -

Rovistando nei materiali analitici e tra le notizie relative a questa speciale crisi economica che sta sconvolgendo le nostre società, mi è tornata alla mente una frase di Karl Marx contenuta nel secondo libro de Il Capitale: “Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Un’asserzione tanto straordinariamente attuale da sembrare un commento a ciò che ci sta passando sotto gli occhi oggigiorno. Di certo essa costituisce una dimostrazione lampante dell’utilità del pensiero marxiano nella sua parte critico-interpretativa, a fronte della fallacità delle sue componenti profetico-deterministiche.
Fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più “attempata” del capitalismo mondiale? Certo che sì. Basta un solo esempio per suffragare questo assioma. Quante volte abbiamo sentito parlare, a proposito dell’economia finanziaria, di “economia di carta”, di quella sfera separata dall’economia reale in cui il denaro si tira fuori dal denaro stesso? Immagino tante volte. E di “cartolarizzazioni”? Un po’ meno, credo. Eppure tra le due espressioni c’è una stretta correlazione, ancorché la prima sia nata con valore dispregiativo, mentre la seconda rimandi al linguaggio tecnico-ufficiale del mondo finanziario e degli analisti economici. La correlazione consiste nel fatto che entrambe sottendono concetti affini (“Carta” nel senso di moneta, titoli, ecc.), e che la seconda ha in un certo senso riscattato la prima.
Certo, il sistema delle cartolarizzazioni è solo un pezzo di quella che chiamiamo “economia di carta”, ma il richiamo ad esso è molto utile per comprendere il livello di sofisticazione raggiunto dal mercato finanziario su scala globale, e lo sdoganamento, anche sul piano lessicale, di attività speculative che, nella loro dimensione ormai ipertrofica, stanno avendo un riverbero funesto sulla vita materiale di milioni di persone. Scendiamo un po’ nel dettaglio. C’è stato un momento nella nostra storia recente in cui la “vertigine” della finanza creativa “ha colto” con particolare impeto le classi dirigenti: l’idea di fare soldi con i soldi, di trasformare i debiti in crediti, i rischi in opportunità, di imbellettare i bilanci con cespiti aleatori, sembrava essere la scoperta dell’Eldorado, la soluzione più comoda ai problemi economici del nostro tempo.
Si pensi al recente caso del Monte dei Paschi di Siena. La banca ha accumulato troppi debiti? E che problema c’è, basta un derivato e tutto si risolve. Se, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, Mps ha pensato bene di guardare all’oggi, ripulendo momentaneamente il bilancio e spostando in avanti le perdite, ulteriormente indebitandosi. D’altronde il tempo è denaro, o no?
Tanto forte è stata questa “vertigine” che ad un certo punto è intervenuto anche il legislatore, “regolarizzando” perfino le operazioni più ardite, al limite della truffa. Ecco allora che il sistema delle “cartolarizzazioni”, o di cessione di crediti, insieme a quello dei “derivati”, degli swap, diventa una roba gigantesca. In Italia, prima che intervenisse il D.lgs. n.130/1999, non era consentito, ad esempio, emettere titoli obbligazionari senza garanzia, generando credito da altro credito, tranne che “per particolari ragioni che interessano l’economia nazionale” (Art. 2410 Cod. Civ.). Poi, con le nuove norme, tutto è cambiato e, caduti gli argini, il fiume è straripato.
La girandola, semplificando, è diventata insomma questa: c’è Tizio (Supponiamo che sia una banca) che vanta un credito di 100 nei confronti di Caio (Ad esempio un mutuatario). Tizio cede il credito a Sempronio (Una società – veicolo SPV), che gli corrisponde l’importo equivalente più l’aggio. Sempronio emette titoli per un valore equivalente al credito avuto in cessione. I titoli sono sottoscritti da Mevio (Investitore, pubblico o privato). In pratica sulla promessa di Caio di pagare le rate del suo mutuo si mette in piedi un meccanismo di moltiplicazione di ricchezza. Un meccanismo poggiato sul nulla, insomma.
Ma chi garantisce Mevio per i titoli sottoscritti? Forse Tizio? No. Allora Sempronio? Nemmeno. La garanzia è data soltanto dal flusso finanziario derivante dai pagamenti di Caio. E se Caio non paga? Beh, in questo caso il titolo diventa un “titolo-spazzatura” (Junk bond), che non potrà più essere rimborsato. Su grande scala una situazione di questo tipo si chiama crack, o default se piace di più. È quello che ha riguardato, ad esempio, centinaia di banche americane dal 2008 ad oggi, con gli effetti a catena sull’economia globale che ben conosciamo; è quello che hanno all’opposto evitato centinaia di banche europee grazie all’iniezione di liquidità effettuata quasi a gratis dalla Bce tra il 2011 ed il 2012.
Prima che il castello di sabbia si sgretoli qualcuno (banche, società–veicolo), però, ci guadagna, ci guadagna molto, a scapito della stabilità dell’edificio finanziario di un paese, o di un continente, di più continenti.
È stato calcolato che solo le banche dell’area Ue, nel periodo che va dal 2000 al 2008, hanno effettuato un volume di cartolarizzazioni pari a circa 4mila miliardi di Euro. Una bolla gigantesca il cui scoppio, per i rischi connessi alla solvibilità dei debitori ceduti, potrebbe mandare in frantumi l’economia del vecchio continente. Ma tant’è: l’imperativo è sempre quello di fare soldi con i soldi, ad ogni costo, con ogni mezzo, anche a costo di scommettere, come nel caso dei derivati, sulla morte civile di un paese.
Tutto ciò mentre l’economia reale, quella relativa alla produzione di beni e servizi, annaspa, va in crisi, ed i cittadini europei sono costretti a fare i conti con disagi e privazioni, precarietà e disoccupazione. Evidentemente c’è qualcosa che non va. C’è una correlazione tra la crescita esponenziale del volume delle transazioni finanziarie e la sofferenza dell’economia reale nei principali paesi d’Europa? Evidentemente sì. Essa consiste nel fatto che una parte rilevante del quantitativo di moneta circolante, già ridottosi per effetto della recessione, anziché dirigersi verso gli investimenti nei settori produttivi dell’economia segue ormai la via della speculazione fine a se stessa. E, come tutti sanno, la speculazione non si fregia di nessuna utilità sociale, essendo la sua missione quella di tirare profitti dalla compravendita di titoli finanziari, per il solo, e rapido, arricchimento di chi ne è artefice, degli scommettitori professionali, per intenderci.
Si torna, ordunque, alla constatazione marxiana che ho riportato in apertura dell’articolo. Se dal denaro, anche da quello virtuale, si può tirare fuori altro denaro, direttamente, velocemente, senza “la mediazione del processo di produzione”, perché attardarsi nell’impresa faticosa del produrre per guadagnare? Sarà stata, questa, anche la valutazione di tanti capitani d’impresa, che, negli ultimi anni, hanno pensato bene di investire i loro capitali in attività finanziarie anziché reimmetterli nel ciclo produttivo.
Si può mettere un limite alla speculazione finanziaria? Si deve. Come? Tassando innanzitutto le transazioni, separando nettamente le banche d’investimento da quelle commerciali, vietando l’emissione di titoli senza copertura finanziaria certa e garantita, introducendo regole ed elementi di trasparenza nel sottobosco dei mercati paralleli e secondari, in quell’universo chiamato “finanza-ombra” che in Europa fa il 28% dell’intero volume delle intermediazioni finanziarie.
La finanziarizzazione dell’economia assomiglia sempre più ad una malattia autoimmune: il capitale, anziché servire l’economia reale, si dirige contro di essa, distruggendola. Non intervenire significherebbe condannare le nostre società alla catastrofe.

Tempesta perfetta

di Dante Barontini - contropiano - 

Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d'Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto.

Si sta rompendo tutto, intorno a noi e dentro di noi, ma quando ci dobbiamo chiedere – fatalmente - “che fare?” ci rifugiamo tutti nel principio-speranza, confidando che le cose, prime o poi, tornino a girare come prima. Per continuare a fare le cose che sappiamo fare, senza scossoni.

Non possono tornare come prima.

Inutile prendersela più di tanto con le singole persone o le strutture – leader, partiti, sindacati, media, confindustria, ecc – che hanno responsabilità pazzesche, naturalmente, ma sono anche totalmente impotenti di fronte a un mondo che si spacca. “Le cose si dissociano, il centro non può reggere”. Non saranno i Bersani, i Berlusconi o i Napolitano a tenere insieme le zolle tettoniche in movimento.

Come interpretare altrimenti il fatto che le “elezioni più inutili della storia” - definizione nostra – abbiano prodotto la più seria rottura di continuità nel panorama politico italiano?

Era tutto fatto. Un programma di governo “responsabile” scritto in sede europea e noto come “agenda Monti”; una coalizione costruita per “coprirsi a sinistra” senza spaventare i moderati; un polo moderato-centrista in realtà “estremista europeo”; un governo “ineluttabile” Bersani-Monti (con Vendola addetto ai “diritti civili”, che in fondo non costano niente). Gli antagonisti? Impresentabili in Europa, come il jokerman di Arcore e il comico di Genova; oppure riedizione minore di un arcobaleno fallimentare, fisicamente rappresentato da magistrati progressisti. Ma magistrati.

Un paese diviso ha prodotto una rappresentanza divisa. E non è colpa della “gente”, dell'”individualismo”, del menefreghismo. Perché queste tabe italiche sono il corrispettivo esatto di una struttura produttiva che magari presenta ancora isole di eccellenza, ma “non fa sistema”; di una società frammentata nel modo di produrre ricchezza, di estrarre reddito, di sopravvivere. Ma un paese dove la produzione di ricchezza “non fa sistema” è un paese senza spina dorsale, senza baricentro, senza disegno. E che ha aggravato queste sue caratteristiche negative – addirittura esaltate come “potenzialità” ai tempi in cui gli imbecilli dicevano che “piccolo è bello” - in seguito allo smantellamento delle poche colonne portanti della produzione nazionale, nonché dalla privatizzazione delle banche di “interesse nazionale”. Metafora precisa, quest'ultima, di un paese senza un “interesse nazionale” identificabile; e quindi frantumato in tanti e diversi interessi privati, corporativi, locali, di nessuno spessore progettuale. Di nessuna incidenza sulla scala dimensionale – almeno continentale – su cui si prendono le decisioni vere.

Un paese composto in buona parte di figure sociali con “redditi spurii”, che presentano perciò “identità multiple”. Parliamo di redditi spurii in senso marxiano, non legal-giudiziario. Un mafioso che si arricchisce con il traffico di droga ha un reddito illegale, ma non spurio; la sua identità sociale è chiara anche per lui, non presenta ambiguità e tantomeno tentennamenti. Un pensionato o un lavoratore dipendente (o un piccolo negoziante o una partita Iva) che ha un salario (una pensione o dei ricavi d'attività), e magari “integra” affittando la seconda casa a dei migranti, cui può aggiungere qualche cedola dai Bot o dai fondi comuni di investimento... questo insieme è un reddito spurio, che fa vivere un'identità sociale mutevole e mutante. Che vota in un modo se pensa più all'Imu e in un altro se gli pesano maggiormente addosso le “riforme” Fornero delle pensioni o del mercato del lavoro. Berlusconi o Bersani, dipende da cosa offrono... E il primo sa vendere meglio.

giovedì 7 marzo 2013

Che si fotta la Troika anche in Italia

Autore: Giorgio Cremaschi
     
"Chi l'ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l'Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?" Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento, compreso il Movimento 5 stelle, vive in una nuvola lontana anni luce dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno, ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli fanno parte dell'insieme di servitù economiche contenute nel fiscal compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre dall'autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea, Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi sotto osservazione, preparando l'intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l'ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l'Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: "Que se lixe a Troika", che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle sue alternative quando l'urlo "si fotta la Troika " si alzerà anche dalle nostre piazze.

Attenti ai lupi!

- beppegrilloblog -
Nel libro di Jack London "Zanna bianca" una lupa attrae ogni notte un cane da slitta nella foresta. Chi cede al richiamo viene condotto lontano dal fuoco e divorato da un branco di lupi appostati in attesa nella neve. Nel dopo elezioni la tecnica dei conduttori televisivi, dipendenti a tempo pieno di pdl e pdmenoelle, è simile. Il loro obiettivo è, con voce suadente, sbranare pubblicamente ogni simpatizzante o eletto del M5S e dimostrare al pubblico a casa che l'intervistato è, nell'ordine, ignorante, impreparato, fuori dalla realtà, sbracato, ingenuo, incapace di intendere e di volere, inaffidabile, incompetente. Oppure va dimostrato il teorema che l'intervistato è vicino al pdmenoelle, governativo, ribelle alla linea sconclusionata di Grillo, assennato, bersaniano. In entrambi i casi, il conduttore si succhia come un ghiacciolo il movimentista a cinque stelle, vero o presunto (più spesso presunto), lo mastica come una gomma americana e poi lo sputa, soddisfatto del suo lavoro di sputtanamento. E' pagato per quello dai partiti.
L'accanimento delle televisioni nei confronti del M5S ha raggiunto limiti mai visti nella storia repubblicana, è qualcosa di sconvolgente, di morboso, di malato, di mostruoso, che sta sfuggendo forse al controllo dei mandanti, come si è visto nel folle assalto all'albergo Universo a Roma dove si sono incontrati lunedì scorso i neo parlamentari del M5S. Scene da delirio. Questa non è più informazione, ma una forma di vilipendio continuato, di diffamazione, di attacco, anche fisico, a una nuova forza politica incorrotta e pacifica. Le televisioni sono in mano ai partiti, questa è un'anomalia da rimuovere al più presto. Le Sette Sorellastre televisive non fanno informazione, ma propaganda. E' indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità. Le due rimanenti possono essere vendute al mercato. E' necessario rivedere anche i contratti di concessione per le televisioni private e definire un codice deontologico al quale devono attenersi. Lunedi sono stati eletti dai gruppi parlamentari del M5S per i prossimi tre mesi due capigruppo/portavoce, Roberta Lombardi per la Camera, e Vito Crimi per il Senato. Loro sono stati titolati a parlare dopo aver discusso e condiviso i contenuti con i componenti del gruppo. Attenti ai lupi!

Non esistono governi tecnici ...

...ma solo politici - beppegrillo blog -

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"Il M5S non darà la fiducia a un governo tecnico, né lo ha mai detto. Non esistono governi tecnici in natura, ma solo governi politici sostenuti da maggioranze parlamentari. Il governo Monti è stato il governo più politico del dopoguerra, nessuno prima aveva mai messo in discussione l'articolo 18 a difesa dei lavoratori. Il presidente del consiglio tecnico è un'enorme foglia di fico per non fare apparire le vere responsabilità di governo da parte di pdl e pdmenoelle."
Beppe Grillo

"Non ho mai parlato di appoggio a governo tecnico, l'unica soluzione che proponiamo è un governo del movimento 5 stelle che attui subito e senza indugio i primi 20 punti del programma e a seguire tutto il resto. Il nostro programma è chiaro ed è stato annunciato in tutte le piazze e in streaming. Le nostre parole di ieri in conferenza stampa sono state chiare e non lasciano dubbi. Abituatevi a chi dice sì per dire sì, no per dire no, senza interpretazioni. Ci aspettano alcuni giorni di lavoro e preparazione per questo tutti noi parlamentari abbiamo bisogno che ci lasciate lavorare. Garantiamo la coerenza, terremo la barra dritta: la nostra è una rivoluzione culturale pacifica e democratica e non la fermeremo, il nostro unico senso di responsabilità è verso gli elettori che ci hanno dato mandato di attuare questa rivoluzione culturale che è già in atto malgrado le resistenze di coloro che sono attaccati a poltrone e privilegi. ." Vito Crimi, portavoce capogruppo M5S al Senato

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