Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 11 settembre 2012

di Yugoslavia ma non solo ...

Il debutto in società

di Elisabetta Teghil

La Jugoslavia, quando è stata aggredita, non aveva un ruolo strategicamente importante né con riferimento ai criteri del passato, cioè vantaggi militari, accesso al mare o ad un fiume navigabile, stretti, canali, alture……né a quelli odierni, cioè controllo di particolari ricchezze , petrolio, gas, carbone, ferro, acqua….

Per gli Stati Uniti, il Kosovo, che è stato il pretesto/occasione, non presentava e non presenta un interesse strategico nel senso passato e presente del termine.

Allora perché?

Per tre buoni motivi.

Il primo è la nuova legittimazione della Nato. Quest’ultima, concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere.L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, e lo ha applicato alla nuora, la Jugoslavia, perché suocera intenda e cioè l’Europa, perché gli USA vogliono conservare ed accentuare la loro egemonia nel vecchio continente e non c’è spazio per un’organizzazione militare specifica dell’Europa occidentale.

Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell'Est europeo.

“La Nato deve esistere in quanto blocca lo sviluppo di un sistema strategico europeo rivale a quello degli Stati Uniti.”( William Pfaf -International Herald Tribune-maggio 1999)

Ed ancora.

“Gli Stati Uniti sono il solo paese che abbia interessi globali e, quindi, il leader naturale della comunità internazionale”.
Questa dichiarazione, così sfrontata, di chi poteva essere se non del segretario alla Difesa del presidente Clinton, William G. Perry?

Il secondo motivo è la balcanizzazione di tutti quegli Stati che, per densità demografica ed ampiezza del territorio, possono essere di un qualche ostacolo, soprattutto quelli non allineati alla politica statunitense e asimmetrici agli interessi delle multinazionali anglo-americane. Ce lo ricorda Ignacio Ramonet nel maggio 1999 “:

...la Serbia rifiuta di adottare il modello neoliberista imposto dalla globalizzazione. Perciò costituisce, a un tempo, un bersaglio ideale per la Nato e un pessimo esempio per alcuni dei suoi vicini dell'Europa dell'Est, sui quali pure grava pesantemente la crisi economica e politica.

Questa, in fondo, è la vera ragione dell'intransigenza della Nato mentre,sotto i nostri occhi, si sta instaurando un nuovo ordine mondiale.”

Si creano, così, piccoli Stati dove gli USA possono collocare enormi basi militari, Stati che sono il crocevia di tutti i traffici illeciti possibili, guidati da corrotte mafie locali e trasformati in “case chiuse” e in sentina dei capricci dei soldati della Nato.

Infatti, la più estesa concentrazione di prostituzione, non certo volontaria, si trova in Kosovo.


Il terzo è la trasformazione della Nato in polizia internazionale che interviene là dove i governi e i popoli hanno l'ardire di sottrarsi, o almeno di tentare, al dominio imperiale.

Ma, per fare ciò, era necessaria una costruzione semiotico-simbolica, cioè ideologica, che nobilitasse questo suo nuovo ruolo.

E, qui, è stata essenziale la socialdemocrazia che, trasformandosi in destra moderna e reazionaria, si è scoperta filo atlantica e ha debuttato in società mostrando la propria affidabilità all'impero proprio in occasione dell'aggressione alla Jugoslavia.

La svendita del nostro patrimonio

di Piero Bevilacqua - DKm0 -

E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un giurista dell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>> da conservare anche per le future generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione. L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.
Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’ 800. Come ha ricordato Biasillo, nel 1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del ministro Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2. Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. E’ un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

Enzensberger: La Bce è peggio della Mafia

- controlacrisi -
Un attacco duro e senza giri di parole quello del poeta e saggista tedesco, Hans Magnus Enzensberger, contro l'istituto di Francoforte, pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz).
Per Enzensberger i componenti dell'organo direttivo della Bce "si definiscono governatori come era in uso nei vecchi regimi coloniali e non devono rendere conto in alcun modo all'opinione pubblica. Sono al contrario tenuti alla massima segretezza e cio' ricorda l'omerta', il codice d'onore della mafia. I nostri padrini sono sottratti ad ogni controllo giudiziario e legislativo, un privilegio non consentito nemmeno al capo della camorra, l'assoluta immunita' giudiziaria".

Ma non finisce qui. Per Enzensberger "l'esproprio politico dei cittadini ha raggiunto ora il suo culmine, ma era iniziata gia' molto prima, al piu' tardi con l'introduzione dell'euro. Questa moneta e' il risultato di un mercato delle vacche politico", ha denunciato Enzesberger, "che ha ignorato le differenze di peso delle economie dei Paesi partecipanti, le loro divergenti competitivita' ed il loro carico debordante di debiti. Il piano di omogeneizzare l'Europa non ha tenuto nemmeno conto delle differenze di cultura e di mentalita' del Continente".
Per lo scrittore "a pochissimi viene in mente che da qualche tempo i Paesi europei non sono piu' governati da istituzioni democraticamente legittimate, ma da sigle come Efsf, Esm, Bce e Fmi". Per lo scrittore "senza costi, scontri e dolorose limitazioni non sara' possibile tornare indietro dal vicolo cieco in cui ci hanno condotto gli ideologi dell'interdizione". Quando si arrivera' alle cifre, spiega lo scrittore, "i popoli si risveglieranno dalla loro siesta politica, poiche' gia' cominciano a sospettare che alla fine dovranno assumersi il carico di cio' che hanno causato i salvatori".

Imposimato: a 11 anni da quell'11 settembre: era Strategia della Tensione

di Ferdinando Imposimato - megachip -
Gli attentati dell'11/9 sono stati un'operazione globale di terrorismo di Stato consentita dall'amministrazione degli USA, che sapeva già dell’azione ma è rimasta intenzionalmente non reattiva al fine di fare la guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq. Per dirla in breve, gli eventi dell'11/9 erano un caso di Strategia della Tensione messa in atto dai poteri politici ed economici negli Stati Uniti per perseguire vantaggi in capo all'industria petrolifera e delle armi. Anche l'Italia è stata una vittima della "Strategia della Tensione" della CIA, attuata in Italia dai tempi della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, fino al 1993. Ci sono molte prove di una tale strategia, sia circostanziali che scientifiche. Le relazioni del National Institute of Standards and Technology (NIST), del 20 novembre 2005, hanno sancito le conclusioni di seguito esposte. Gli aerei che hanno colpito ciascuna delle torri gemelle hanno causato tanto una breccia quanto un'esplosione evidenziata da una gigantesca palla di fuoco. Il carburante rimanente fluiva verso i piani inferiori, alimentando gli incendi. Il calore degli incendi deformava le strutture degli edifici così che entrambe le torri sono crollate completamente da cima a fondo. Molto poco è rimasto di quanto era di qualsiasi dimensione dopo questi eventi, a parte i frammenti in acciaio e in alluminio e i detriti polverizzati provenienti dai pavimenti in cemento. Anche l’edificio 7 del World Trade Center crollò: lo fece in un modo che risultava in contrasto con l'esperienza comune degli ingegneri. Il rapporto finale del NIST ha affermato che gli attacchi aerei contro le torri gemelle erano la causa dei crolli per tutti e tre gli edifici: WTC1, WTC2 e WTC7. Tutti e tre gli edifici sono crollati completamente, ma l'edificio 7 non fu colpito da un aereo. Il crollo totale del WTC7 ha violato l'esperienza comune ed era senza precedenti. Il rapporto del NIST non analizza la reale natura dei crolli. Secondo gli esperti intervenuti nel corso delle Udienze di Toronto (“Toronto Hearings”, 8-11 settembre 2011), i crolli avevano caratteristiche che indicano esplosioni controllate. Sono d'accordo con l’architetto Richard Gage e l’ingegnere Jon Cole, entrambi professionisti di grande esperienza, che sono arrivati alle loro conclusioni attraverso test affidabili, prove scientifiche, e la testimonianza visiva di persone insospettabili, tra cui i vigili del fuoco e le vittime. L'autorevole teologo David Ray Griffin ha descritto con grande precisione perché l'ipotesi di demolizione controllata dovrebbe essere presa in considerazione. Vari testimoni hanno sentito raffiche di esplosioni. Secondo il NIST il crollo dell'edificio 7 è stato causato da incendi provocati dal crollo delle torri gemelle. Il chimico e ricercatore indipendente Kevin Ryan, tuttavia, ha dimostrato che il NIST ha dato versioni contraddittorie del crollo dell'edificio 7. In un rapporto preliminare del NIST dichiarava che il WTC7 fu distrutto a causa di incendi provocati da gasolio conservato nel palazzo, mentre in una seconda relazione questo combustibile non era più considerato come la causa del crollo dell'edificio. Ulteriori commenti sulla versione degli eventi data dal NIST sono stati formulati da David Chandler, un altro testimone esperto intervenuto nel corso delle Udienze di Toronto. Nonostante la presunzione del NIST in merito a tre distinte fasi di crollo, Chandler ha sottolineato che molti video disponibili dimostrano che per circa due secondi e mezzo l'accelerazione dell’edificio non può essere distinta da una caduta libera. Il NIST è stato costretto a concordare con con questo fatto empirico come sottolineato da Chandler, e ora comprensibile per chiunque.
 
THE OTHER 9/11 CHILE, 60.000 DEAD

lunedì 10 settembre 2012

Hugo Chavez

Hugo Chavez e l’era dell’alternativa
di Fabio Marcelli
L’elezione a presidente della Repubblica di Hugo Chavez, nel 1998 e l’approvazione della nuova Costituzione venezolana nel 1999 hanno certamente aperto una nuova era per il Venezuela e l’America Latina. Epoca segnata da importanti affermazioni dei diritti sociali e della partecipazione democratica. Fatto sta che mai come negli anni dal 1998 ad oggi in Venezuela si è votato per elezioni presidenziali, politiche, locali, referendum costituzionali e revocatori e sempre Chavez ne è uscito vittorioso, con l’unica eccezione del referendum del dicembre 2007, perso per un’incollatura, probabilmente perché prospettava, insieme alla rieleggibilità, una serie di modifiche di troppo ampia portata.

Contemporaneamente sono cresciuti momenti di partecipazione popolare diretta ed è stato grazie alla mobilitazione del popolo venezolano che è stato sconfitto, poco più di dieci anni fa, il tentativo di golpe con il quale oligarchie locali, potere imperiale statunitense e governo spagnolo, fra gli altri, avevano tentato di far fare a Chavez la fine di Salvador Allende. Senza riuscirci.

Per questi motivi suonano un po’ patetiche le strida che si levano da qualche parte per denunciare la presunta natura dittatoriale del governo venezolano. Se per dittatore si intende, come si dovrebbe per dare un senso comune alle parole, qualcuno che governa contro la volontà del popolo, questo non è certamente il caso del presidente Chavez. Eletto più volte ad ampia maggioranza e fortemente amato da moltissimi venezolani. Non tutti ovviamente, perché c’è anche chi con Chavez ci ha rimesso, ma è la legge della democrazia e della lotta di classe, o stai da una parte o stai dall’altra. E Hugo ha deciso, in omaggio alle sue origini popolare e meticce, ai suoi studi approfonditi e fruttuosi all’Accademia militare, alle sue riflessioni di ufficiale patriottico, di stare dalla parte del popolo.

E il popolo lo ha capito. Per questo motivo è molto probabile che, nonostante i suoi problemi di salute, Hugo Chavez, come dicono anche i sondaggi, verrà rieletto presidente della Repubblica bolivariana di Venezuela alle elezioni del prossimo ottobre.

Ma la portata della sua esperienza non si ferma certo lì. Innanzitutto perché Hugo è uno dei protagonisti, insieme ad altri leader come l’ecuadoriano Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez, la brasiliana Wilma Roussef, il boliviano Evo Morales, l’uruguayano Pepe Mujica, il nicaraguense Daniel Ortega, il cubano Raul Castro e altri, di una nuova stagione di integrazione e protagonismo dell’America Latina sulla scena mondiale, che segna un indubbio rinascimento di quel bellissimo continente dopo gli anni tristi delle dittature e del neoliberismo. Pur con sfumature differenti e sistemi che mantengono sensibili diversità, gli Stati dell’America Latina costituiscono oggi degli avamposti a livello mondiale nella lotta al liberismo e per una democrazia effettivamente partecipata. Essi sono inoltre definitivamente usciti da quasi due secoli di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. Cosa della quale Obama dovrebbe prendere finalmente atto anche per conferire maggiore forza d’attrazione alla sua candidatura, abbandonando ogni velleità imperialista e dedicandosi ai gravi problemi del suo Paese.

Ma anche perché l’esperienza venezolana, contrassegnata come detto da partecipazione popolare e diritti sociali, attraverso la formula inedita delle misiones nei campi di salute, istruzione, abitazione, lavoro, alimentazione, ecc. va studiata e applicata anche nell’Europa oggi soggetta a un preoccupante declino della sua coesione e dei suoi livelli di civiltà, nel segno delle privatizzazioni dei beni pubblici e del dominio incontrastato della finanza.

E sul piano politico? Anche qui si possono cogliere alcuni parallelismi tra la storia del Venezuela, nel quale ogni progresso sociale e democratico è stato a lungo pregiudicato dal patto di Punto Fijo tra forze solo apparentemente alternative come il democristiano COPEI e il socialdemocratico Ad, e quella italiana degli ultimi mesi, con il patto bipartisan che sostiene il governo Monti e che durerà ancora a lungo. In Venezuela l’era dell’alternativa è cominciata quando è emerso l’elemento in grado di scardinare il governo del pensiero unico, un leader carismatico sostenuto da un movimento popolare. E in Italia?
ilfattoquotidiano.it

Hollande. Retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi

Hollande verso la retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi
di Leonardo Martinelli
E la tassa sui super ricchi, dov’è finita? Era una delle promesse più eclatanti di François Hollande durante la campagna delle presidenziali: una di quelle giudicate più «di sinistra», che di sicuro hanno contribuito a portare al secondo turno al leader socialista i voti (determinanti) di Jean-Luc Mélenchon, del Front de gauche. Ebbene, entro la fine del mese il Governo francese deve presentare il suo progetto per la finanziaria 2013, da far approvare al più presto al Parlamento. Dovrebbe consistere in una profonda riforma fiscale, proprio l’occasione per introdurre anche la tassa sui super ricchi. Ma, dalle prime indiscrezioni in circolazione, Hollande e compagnia starebbero per alleviare le condizioni previste inizialmente: insomma, vorrebbero fare retromarcia. Mentre in questi giorni, pressione in più in questo senso, è emerso che proprio Bernard Arnault, il più ricco di tutti in Francia (ma pure il numero uno a livello euopeo e quarto nel mondo), ha chiesto la nazionalità belga. In fuga dal fisco del suo Paese.

Quale imposizione per i Paperoni di Francia – Per il momento Oltralpe l’imposta sui reddti personali arriva a un’aliquota massima del 45%, applicata sopra i 150mila euro lordi annui. In più, però, va calcolata la patrimoniale. Nicolas Sarkozy, nel 2007, appena eletto, aveva introdotto uno scudo fiscale che limitava al 50% massimo l’imposizione complessiva, ma questo, già smantellato in parte dall’ex Presidente, è stato fatto fuori del tutto con l’arrivo di Hollande. Il nuovo Presidente, nel febbraio scorso, in piena campagna, era andato oltre annunciando (aveva sorpreso perfino alcuni dei suoi consiglieri) una nuova aliquota del 75% per tutti i redditi oltre il milione di euro annui. Nei prossimi giorni dovrebbe essere resa nota la nuova normativa. Ma, secondo le prime indiscrezioni, Hollande si appresterebbe a fare retromarcia, almeno in parte. Nel caso di una coppia, ad esempio, il limite del milione sarebbe aumentato a due milioni. E si escluderebbero in generale dal calcolo i redditi da capitale.

Arnault, il più ricco di tutti, farà le valigie? – Nel contesto di queste polemiche arriva una notizia bomba. Bernard Arnault, il patron di Lvmh, il colosso del lusso francese, che comprende fra gli altri Louis Vuitton e i maggiori marchi di champagne, ha fatto domanda per ottenere la nazionalità belga. Mercoledì scorso è stato addirittura ricevuto dal premier francese, il socialista Jean-Marc Ayrault, per protestare contro la nuova aliquota in arrivo (a lui, nonostante le probabili eccezioni, si applicherà). In un comunicato, Arnault, che ha fama di spietato uomo della finanza, ha comunque sottolineato che la sua decisione non ha niente a che fare con l’imminente riforma fiscale, ma è legata «alla volontà di realizzare più investimenti in Belgio». Una prospettiva difficile da credere. Tanto più che, se ottenesse la cittadinanza belga, potrebbe andare a risiedere a Monaco e sfruttare i suoi vantaggi fiscali (lì le tasse sui redditi personali sono pari a zero, ma al vantaggio, secondo una convenzione firmata tra Parigi e il Principato, non possono accedere i cittadini francesi, anche se residenti). «La Francia non ama chi ha successo – ha sottolineato François Fillon, ex premier, ai tempi di Sarkozy -. La volontà di Arnault è il frutto delle decisioni stupide del Governo».

I limiti imposti dalla lotta al deficit - Tutta questa vicenda si annuncia un campo minato per Hollande, che proprio in questo periodo sta andando male nei sondaggi: secondo un’inchiesta di Bva, resa nota oggi, il 59% dei francesi non è soddisfatto dal suo operato. Il Presidente deve trovare per la finanziaria 2013 almeno 33 miliardi, fra tagli alla spesa pubblica e crescita del gettito dell’erario (da quest’ultimo fronte dovrebbero arrivare tra 15 e 20 miliardi di euro). Il problema è vedere, appunto, quali saranno le modalità. Nei giorni scorsi il Presidente ha escluso «aumenti delle imposte generali e indifferenziati», precisando che «chi ha di più, deve pagare di più». Ma un’eventuale fuga di capitali, forse già in corso, sarebbe un problema: per questo Hollande tentenna sull’aliquota del 75%. L’obiettivo della finanziaria 2013 è riportare il deficit pubblico al 3% del Pil, dalla stima del 4,5% prevista a fine anno. Da sottolinare: Arnault se ne era già andato dalla Francia per tre anni nel 1981, quando François Mitterrand era arrivato al potere. Già ricco, ma non ricchissimo come oggi, trascorse tre anni negli Stati Uniti. Per poi ritornare a casa dopo che Mitterrand aveva frenato le sue «eccessive» aspirazioni di sinistra.
ilfattoquotidiano.it

La Germania e le banche. Piccolo manuale di rientro alla realtà per elettori Pd

- Senzasoeste -
allucinazioniL'elettore Pd è uno dei più creduloni esistenti sul mercato della comunicazione politica internazionale. Ha votato il partito per avere un argine contro Berlusconi e il Pd, con il cavaliere, ci ha fatto un governo. Ha votato PD per salvaguardare welfare, lavoro e pensioni e si è visto tagliare stato sociale, articolo 18 e prestazioni pensionistiche. Ha votato il partito democratico a difesa della costituzione e il PD, con Berlusconi, l'ha modificata inserendo il liberismo del pareggio di bilancio stravolgendo radicalmente l'idea di economia presente nella carta del '48 (che il liberismo lo conosceva, infatti non ci fu inserito).

Adesso si balocca con l'ultima delle fantasie "i successi del governo Monti". Una fiction di fantascienza estrema di produzione Repubblica-Unità-Tg3 che va in onda solo in Italia. Tant'è vero che quando sugli schermi italiani si parlava delle lodi della Merkel a Monti, sui giornali tedeschi si commentavano le dure, reali contrapposizioni tra Italia e Germania. Per non dire dell'aumento RECORD del debito pubblico, della grave situazione della bilancia import-export, del crollo della produzione industriale, dell'aumento dei disoccupati. Tutti successoni recenti del governo Monti.
Del parco buoi di creduloni che ha votato Pd nel 2008, secondo le rilevazioni degli istituti di marketing e facendo proiezioni sui risultati delle amministrative di maggio, ha già disertato un pò piu' di elettore su quattro. Sempre troppo pochi, perchè l'improbabile partito di Bersani si tiene stretto un nucleo fatto del 25% di votanti ancora utile per mandare definitivamente in malora questo paese. E' a questo tipo di credulone che bisogna dire "la festa è finita, non puoi recarti nell'urna con quelle strane idee come se tu andassi a berti un aperitivo". E' a questo genere di pericolo pubblico, che pure si sente investito di senso di responsabilità mentre compie il folle gesto di votare Pd, che bisogna saper parlare. Ecco due argomenti che persino un tipo di credulone conclamato che vota Pd potrebbe capire.

-CHIMERA numero uno. Il prestigio di Monti e di Draghi, convincerà la Merkel sulle misure necessarie per salvare l'euro tramite la Bce.

Prima di arrivare alla verità, cioè che questa moneta unica e questo sistema bancario continentali produrranno sempre sfracelli, bisogna atterrare nella realtà. E per il nostro elettore piddino non si tratta di passaggi facili. Il primo da fare è capire che i successi di Monti esistono solo su Repubblica e nei tg della Berlinguer. La prova? Semplice basta leggere le agenzie di stampa. Monti va da Obama, chiede un intervento sulla Grecia e Obama dice no. Monti va dalla Merkel, ottiene regolarmente dei no, e la stampa italiana parla delle "lodi della Merkel a Monti". Monti va da Rajoy chiede che la Spagna non faccia richiesta di aiuti, perchè poi il commissariamento toccherebbe all'Italia, e Rajoy fa capire all'Europa (gli italiani non contano, c'è il black out informativo) che chiederà gli aiuti. Monti va in Cina chiede investimenti e non arrivano. Infine Monti va da Hollande che non solo non gli concede nulla ma gli dice "bello, se hai bisogno di aiuti ti fai commissariare". E lo sapete perché? Perchè la Francia, con 511 miliardi di euro, è il paese maggiormente esposto in Europa in acquisti di debito pubblico italiano. AL CONTRARIO di quanto raccontato nelle fantastiche fiction di Repubblica e del Tg3, la Francia ha tutto l'interesse a fare gioco di squadra con la Germania perchè l'Italia salvaguardi il capitale francese. Gioco di squadra, cementato da interessi comuni e incrociati, come in Grecia.
Insomma, i successi di Monti non ci sono. Quindi la Merkel non è in grado di convincerla. Ma andiamo ai numeri. Ecco qui un servizio di Der Spiegel

Via Campesina, il Sud America e il fatalismo.


Il dubbio e' rivoluzionario

Articolo di Alessandro Di Battista

"Il Latino-America sta rafforzando una convinzione che ho da tempo. Il primo nemico da combattere nella battaglia per la giustizia sociale non sono le banche, le multinazionali, i governi corrotti o il crimine organizzato. Il nemico numero uno è il fatalismo.
"Sono soltanto belle idee che non si possono applicare", "l'Italia non è mica l'Ecuador", "non è possibile cambiare un sistema in così breve tempo, forse ci riusciranno i nostri figli". Ma chi l'ha detto?
Nel bellissimo post di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato sul blog si parla di Correa e della decisione del governo ecuadoriano di cancellare un debito immorale. Correa, che tra l'altro non è neppure perfetto, non è sceso in Ecuador con un asteroide o si è materializzato per un miracolo divino. Correa in Ecuador, Morales in Bolivia o Ortega in Nicaragua sono stati eletti grazie al lavoro instancabile di centinaia di movimenti sociali che hanno scelto di dire basta alle ingiustizie. Anche in questi paesi era partito il coro dei rassegnati, "l'economia solidale è un'utopia", "gli Stati Uniti non ci scioglieranno mai le catene", "la sovranità alimentare è soltanto un'illusione".
La storia attuale del Sud America dimostra il contrario, dimostra che un popolo organizzato, unito e informato ha un potere immenso anche contro nemici spietati. La CLOC-Via Campesina è una delle organizzazioni contadine più grandi del continente, coordina 84 organismi di 16 paesi differenti ed è una forza capace di promuovere alternative e creare nuovi paradigmi sociali. Oggi ha sede a Quito. Come Assange ha scelto l'Ecuador e anche questo non è stato un caso. Negli ultimi 10 anni ha sviluppato idee e ha fatto pressione sui governi nazionali affinché le adottassero come scelte programmatiche. L'Ecuador ha accolto il progetto di sovranità alimentare di Via Campesina e la Bolivia ha approvato cambi costituzionali che favoriscono l'equità sociale. La Kirchner in Argentina ha nazionalizzato la YPF e, in piena era delle privatizzazioni, il Nicaragua ha reso pubblica l'istruzione e la sanità.
Perché loro sì e noi no? Forse perché abbiamo la mafia? Perché da noi c'è troppo benessere? Perché l'Europa non ce lo chiede? Balle! Sarà per via dei miei 33 anni ma non posso accettare l'idea di non potere incidere sul futuro.
Movimenti come Via Campesina danno prova che la società civile è assolutamente in grado di avanzare soluzioni e che la crisi, alimentare in Sudamerica, finanziaria ed economica (e un domani alimentare) in Europa, possa essere un'opportunità per ridiscutere un intero modello di vita. Purtroppo la crisi non è un'occasione soltanto per le popolazioni che chiedono un cambiamento, lo è anche per chi fino ad oggi ha detenuto il potere e cerca in ogni modo di mantenerlo. In Latino-America le tragedie non sono ancora finite. Le stesse transazionali che per decenni hanno impoverito terra e popoli oggi si tingono di verde e provano ad offrire false soluzioni ecologiche. E' il mito dell'economia verde, un mito falso, ipocrita e imperialista. In Italia succede lo stesso, la classe dirigente che ha indebitato la popolazione ha la spudoratezza di suggerirci la strada per tornare ad essere competitivi. Cambia qualche faccia, ad un Presidente impresentabile succede uno che sa il francese e mezza Italia dice: "che bravo, sa il francese, ora si che ci rispettano in Europa".
E' in tempo di crisi che la società civile deve vigilare ancor di più, deve mettere in discussione ogni cosa, deve informarsi come mai ha fatto nella Storia, deve partecipare, deve studiare le proposte che arrivano dall'America Latina. Non deve mai credere al 100% a quello che le viene raccontato. Il dubbio é rivoluzionario.
I movimenti sociali ecuadoriani si incontrano con quelli argentini, i brasiliani con i peruviani, sanno di essere tutti quanti sulla stessa barca e discutono, propongono, approvano documenti. Lottano! Si sono incontrati lo scorso luglio a Rio de Janeiro in occasione del vertice RIO+20, hanno smascherato le menzogne del capitalismo verde, delle lobbies finanziare, delle Nazioni Unite che parlano di sicurezza alimentare quando dovrebbero approfondire il concetto di sovranità. Le organizzazioni latinoamericane presentano soluzioni come l'economia contadina, la riforma agraria integrale, l'implementazione di un modello energetico decentrato basato sull'auto-produzione. Si può anche accettare chi non vuole combattere, ma non chi sostiene che il mondo non si possa cambiare perché i problemi sono troppo grandi. Non c'è figura più deplorevole di colui che davanti a un'ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire "beh, tanto è così dappertutto"."
Alessandro Di Battista (seguilo su Twitter)
Alessandro Di Battista è autore del libro "Sicari a 5 euro" di prossima pubblicazione.


MURDEROUS RATS

domenica 9 settembre 2012

«La troppa precarietà causa la scarsa produttività»

Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sani
A Cernobbio, dove da 38 anni lo studio Ambrosetti riunisce il gotha dell’economia e della politica italiana, si ha un’unica preoccupazione: il profitto, a qualunque costo. A Fermo, nella Comunità di Capodarco che quest’anno ospita «L’impresa di un’economia diversa», il tradizionale Forum della campagna Sbilanciamoci!, si pensa invece alle persone. E’ da qui, «dalle persone, dalle loro sofferenze» che secondo Giulio Marcon occorre partire per realizzare quel cambio di rotta invocato nel titolo di questa decima edizione della «contro-Cernobbio».
Per Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!, il rovesciamento del paradigma neoliberista deve infatti partire «dagli anziani e dai disabili che sono abbandonati dallo Stato, dagli operai dell’Alcoa che devono salire sui silos per farsi ascoltare, dai cittadini immigrati lasciati ad affogare nel canale di Sicilia, dai giovani che tornano ad emigrare all’estero, dagli studenti che vengono espulsi dalle università, dalle donne discriminate sui posti di lavoro».
Si tratta di sostituire alla centralità dell’impresa la centralità della società e delle persone, alle ricette dell’ortodossia neoliberista le proposte, concrete e innovative, per un nuovo modello di sviluppo, che sia fondato sul lavoro, sulla qualità sociale e i diritti, sulla sostenibilità ambientale e sui saperi. Per farlo, occorre innanzitutto prendere consapevolezza di una crisi ancor più profonda di quella economica in cui siamo immersi dal 2007, ha sostenuto Luigi Ferrajoli nel suo intervento, tra i più applauditi della prima giornata del Forum: la crisi della democrazia in tutte le sue dimensioni, formali e sostanziali. Una crisi che nasce dal capovolgimento del rapporto tra politica ed economia, e che segnala una vera e propria «regressione premoderna», che nega lo Stato di diritto: «Da una parte la politica abdica al governo dell’economia, in modo più radicale, esplicito e dichiarato che mai – ha sostenuto con enfasi Ferrajoli – dall’altro i mercati, i poteri selvaggi della finanza e dell’economia, utilizzano le istituzioni come semplici intermediari, assumendo i mercati come luoghi della libertà naturale» Da qui, l’affidamento alle virtù taumaturgiche della tecnocrazia, che però «è assolutamente fallimentare», ha ricordato Ferrajoli, per il quale la crisi economica rivela e approfondisce la crisi della democrazia, ma può rappresentare anche un nuovo inizio, l’opportunità per ricostruire su basi diverse il rapporto tra economia e politica.
L’obiettivo è ambizioso, perché occorre risolvere la contraddizione tra le sfide di natura globale che abbiamo di fronte e gli strumenti, pensati per la cornice nazionale, con cui ci troviamo ancora ad operare. Da Capodarco esce dunque l’idea che il «cambio di rotta» sia necessariamente anche un quadro di «cornice», di contesto entro cui collocare le iniziative di mobilitazione politica e sociale: non più soltanto la cornice nazionale, ormai inappropriata, ma una cornice più ampia, come quella europea invocata da Angelo Marano, moderatore della seconda sessione, dedicata al tema «Lavoro, ora! Per i diritti, contro la precarietà, nuova occupazione». Se Susanna Camusso, nel suo video-messaggio, ha proposto un «piano per il lavoro», per ricostruire il paese a partire dai giovani, dalla sostenibilità ambientale, dal rapporto intelligente e fruttuoso con il territorio, l’economista Andrea Fumagalli ha invece criticato «la trasformazione della flessibilità, un valore positivo, in precarietà, un valore assolutamente negativo», ricordando che «è l’eccessiva precarietà la causa principale della scarsa produttività del lavoro, non il contrario, come spesso si dice». Per combattere la «trappola della precarietà, della ricattabilità, della solitudine del lavoratore e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro», Fumagalli suggerisce di puntare a una maggiore sicurezza sociale, rivoluzionando l’intero sistema degli ammortizzatori sociali con l’introduzione del reddito minimo garantito. Una proposta su cui anche i partiti di sinistra dovrebbero finalmente esprimersi, e su cui qui a Capodarco si continuerà a discutere oggi, nel corso di uno dei 7 workshop autogestiti organizzati dalle organizzazioni aderenti alla campagna Sbilanciamoci!

Un grande lavoro

Fonte: il manifesto | Autore: Loris Campetti
 
 
Martedì mattina alla Corte di Cassazione si costituirà ufficialmente il comitato promotore dei due referendum sul lavoro inizialmente presentati dall’Italia dei valori e successivamente aperti a un ampio arco di forze politiche, sociali, sindacali, intellettuali impegnate nella difesa dei diritti e della democrazia. Del comitato faranno parte, insieme a Di Pietro e ad alcuni suoi rappresentanti, giuslavoristi, giuristi, intellettuali (due nomi importanti tra gli altri, Stefano Rodotà e Umberto Romagnoli), dirigenti della Fiom e della Cgil (non solo Gianni Rinaldini, motore della ricomposizione unitaria e coordinatore della minoranza «La Cgil che vogliamo»), di Rifondazione e di Sel, di Alba e non è escluso che del comitato faccia parte anche l’eurodeputato del Pd Sergio Cofferati che milioni di persone identificano con la battaglia in difesa dell’art.18, e che ha già dichiarato al manifesto la sua adesione alla campagna. Da ottobre a dicembre, e cioè nel cuore della campagna elettorale, si svolgerà la raccolta di firme che consentirà – costringerà? – un vastissimo schieramento politico e sociale a lavorare gomito a gomito nei banchetti su un obiettivo comune: il ripristino della democrazia nei luoghi di lavoro.
«Un bellissimo risultato», dice senza mezze parole Massimo Torelli, di Alba. Il comitato esecutivo dell”Alleanza lavoro benicomuni ambiente’ ricorda che nelle motivazioni che l’hanno fatta nascere c’è «l’affermazione di una nuova idea di politica e convivenza civile fondata sulla partecipazione, i diritti sociali e la rimessa in discussione del modello economico e sociale dominante». Aggiunge Alba che «questi referendum su/per il lavoro non fanno che rappresentare una prima importante affermazione e un imprescindibile punto di partenza per il riscatto del nostro paese». Abolire l’art.8 dell’ultima manovra del governo Berlusconi che cancella il contratto collettivo nazionale, fatta propria dal governo Monti che le ha trovato una prima applicazione con il contratto nelle ferrovie di Italo, la società di Montezemolo; abolire le modifiche imposte all’art.18 ancora dal governo Monti, sostenuto da uno schieramento inedito che comprende il Partito democratico. L’esigenza di ricostruire una nuova cultura di sinistra attraverso una pratica che parta dai contenuti: Alba lavora alla «costruzione di una grande risposta di popolo» capace «di riaprire il campo al futuro e alla speranza, dando voce all’indignazione diffusa e al radicale desiderio di cambiamento». Che oggi ha un primo strumento di lavoro: «Una grande campagna referendaria unitaria per la riappropriazione dei diritti sul lavoro e sulla democrazia». Siccome da cosa nasce cosa, per l’esecutivo di Alba c’è un altro aspetto che meriterebbe un altrettanto vasto e rappresentativo schieramento per avviare una campagna «che colpisca il secondo pilastro dell’azione del governo Monti: il fiscal compact, quel meccanismo con il quale si impongono tagli al welfare e svendita del patrimonio pubblico». Il segretario del Prc, invece, punta il dito sulla riforma delle pensioni imposto di Fornero.
Forse, però, per evitare di disperdersi in mille rivoli, conviene intanto concentrarsi sui due referendum già depositati, anche se è ovvio che sotto accusa è l’intera politica economica italiana ed europea, imposta dalla troika ai governi, che agita gli spread per modificare i rapporti di potere nella società, cancellando diritti fondamentali, privatizzando, presentando ai più deboli il conto dei guasti prodotti dalle ricette liberiste. Riducendo la politica stessa ad ancella del capitale finanziario. È l’esigenza di riportare al centro del confronto politico e dei programmi la difesa della quantità e della qualità del lavoro che ha consentito la formazione di un comitato referendario così ampio. Al punto che anche le ossessioni identitarie, per una volta, non hanno prevalso lasciando il posto a una battaglia sui contenuti. Un modo diverso da quello prevalente per costruire le alleanze.

Il calcio al barattolo della Bce di Draghi

Fonte: il manifesto | Autore: Gabriele Pastrello
       
La decisione salva-spread della Banca renderà inutile l’intervento. Sicuramente fino a novembre; poi non si sa
La notizia che la Bce acquisterà titoli in quantità illimitata non è una notizia. Quando un banchiere centrale di fronte a un attacco speculativo al ribasso dice, come fece Draghi a fine luglio, che farà «tutto il necessario» per difendere l’euro, gli arzigogoli interpretativi sono superflui; non poteva voler dire altro che farà quello che solo adesso ha detto che farà. Il resto è tattica e sceneggiate.
Ma sono comunque interessanti le clausole della dichiarazione. E’ vero infatti che ha usato l’aggettivo «illimitato» per le quantità, cruciale per definire l’azione del «prestatore di ultima istanza». Ma ha limitato le scadenze ai soli titoli fino a tre anni. Le ragioni possono essere diverse: forse una maggiore sensibilità dei titoli con scadenze basse a fattori di rischio speculativi; o forse perché, essendo già nei portafogli delle banche come riserva, una loro conversione in conti correnti presso la Banca centrale non aumenta la base monetaria e quindi non minaccia, stante i timori della Bundesbank, fiammate inflazionistiche; o forse con l’intenzione di ammansire la Bundesbank delimitando l’ampiezza dell’intervento.
Draghi ha inoltre insistito molto sulla condizionalità, cioè sull’esigenza che i paesi i cui titoli necessitano di essere sostenuti debbano richiederlo ai due fondi di stabilizzazione, accettando le condizioni sulle politiche e sulle riforme. Nulla di nuovo anche qui. Draghi è un sostenitore convinto delle politiche di compressione sociale, taglio del welfare e dei salari; dall’intervista al Wall Street Journal di febbraio in poi ha ripetuto più volte che spetta ai governi, la «seconda gamba», attuare le cosiddette riforme. Eppure c’è un aspetto poco chiaro. Come aveva detto di recente, la Dichiarazione del 6 settembre riguarda interventi di emergenza per situazioni di emergenza. Ora, se ci fosse un attacco, difficilmente gli Stati coinvolti richiederebbero l’intervento, dato il costo politico della richiesta – l’intervento della Troika: Bruxelles, Fmi e Bce – prima che la situazione diventi insostenibile.
Ma a quel punto sarebbe improbabile che ci fosse tempo per tutta l’istruttoria; è più probabile che, data l’urgenza, la Bce intervenga prima che tutta la procedura del Memorandum d’intesa sia completata. Cosa succederebbe se ci fossero condizioni che un paese non fosse disposto ad accettare? La Bce lascerebbe affondare l’euro? Improbabile. Per di più c’è nella Dichiarazione un oscuro riferimento a programmi di intervento dei Fondi di stabilizzazione sul mercato primario, e non solo su quello secondario.
Restava un’unica linea difensiva anti-Draghi, per quanto pretestuosa. E cioè che l’acquisto di titoli di debiti sovrani, che comporta la creazione di moneta da parte della banca centrale, possa avere come conseguenza una crescita dell’inflazione. Ma Draghi ha neutralizzato in anticipo la critica dichiarando che, contestualmente, provvederà a sterilizzare l’eventuale aumento della quantità di moneta. Cioè se, da un lato, acquistasse titoli spagnoli o italiani da banche spagnole o italiane, contemporaneamente metterà in atto operazioni che riducano la quantità di moneta negli stessi paesi. Peraltro è difficile capire come, ad esempio, liquidare in euro i titoli di un fondo giapponese faccia aumentare i prezzi degli alimentari a Roma o a Madrid. Inoltre, si è già visto che l’aumento di liquidità delle banche dovuto alla precedente azione di Draghi, quella del rifinanziamento triennale, non si è trasformata in credito all’economia, e quindi in ripresa con tensioni sui prezzi.
Interessante è stata la reazione dei mercati alle dichiarazioni di Draghi, non tanto per la crescita delle borse italiane e spagnole, ovvia, quanto per l’asta andata male dei Bund tedeschi. Si tratta di una chiara conferma del fatto che vendere spagnolo o italiano, nei mesi scorsi, e acquistare tedesco non aveva nulla a che fare con i differenziali nei fondamentali macroeconomici o fiscali, bensì con l’aspettativa che la zona euro si rompesse. In questo caso, chi avesse acquistato Bund si sarebbe trovato in mano un titolo rivalutato. Se la prospettiva si fa dubbia non ha più senso, almeno per il momento, comprare tedesco.
La Dichiarazione di Draghi, come tutti si aspettano, renderà inutile l’intervento. Sicuramente fino a novembre; poi non si sa. Il punto dolente è che l’austerità sta marciando, e non si capisce proprio come i suoi effetti, che si svilupperanno con forza in inverno, potranno essere rovesciati a primavera, visti i nuovi tagli di bilancio già previsti per il 2013; pace Monti e il suo ottimismo. Stavolta è la dinamica recessiva reale che potrebbe retroagire sulle condizioni finanziarie e bancarie, peggiorandole, e quindi favorire una nuova stagione di attacco all’euro. Ma non prima dell’anno nuovo.
 
THE SUNRISE

sabato 8 settembre 2012

CRISI: IN GRECIA ARRIVA LA LEGGE CHE AVVIA LE PRIVATIZZAZIONI. LA TROIKA E GLI AVVOLTOI GIOISCONO

Fonte: controlacrisi.org
 
Si apre in Grecia la strada delle privatizzazioni, condizione imposta dai creditori internazionali di Atene per continuare a dare il loro aiuto economico al Paese. Il Consiglio dei ministri ha deciso l'abolizione della quota che lo Stato greco doveva possedere per ogni società, quota che variava dal 34% al 51% del capitale azionario per ogni società a partecipazione statale. In base a questa decisione lo Stato greco potrà in futuro possedere solo una piccola quota del capitale oppure vendere per intero la sua partecipazione. Questa decisione avrà come effetto l'avvio delle procedure per la privatizzazione di nove grandi imprese a partecipazione statale, come la Società per i petroli (Elpe), la compagnia per la produzione di energia elettrica (Deh), la società per le scommesse calcistiche (Opap), quella per le scommesse dei cavalli (Odie), per le compagnie per le acque di Atene e di Salonicco (Eydap e Eyath), la compagnia delle Poste (Elta), le compagnie che controllano i porti di Pireo e di Salonicco (Olp e Olth) e 10 altri porti di minore importanza.
La Troika (Fmi, Bce e Ue) e gli avvoltoi internazionali, dalle banche ai fondi fino alle multinazionali, gioiscono e iniziano a calcolare i guadagni sulle 'svendite' greche.

Usano il panico da deficit per smantellare il sociale

Usano il panico da deficit per smantellare il sociale
di Paul Krugman
L’AGENDA DELL’AUSTERITY
“Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.

Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare?
Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi.
Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?

Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).

La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!

COSA C’È DI SBAGLIATO IN QUESTO PARAGONE?

La risposta è che un’economia non è come una famiglia indebitata. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.

E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.

Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.

Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.

Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?

Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.

Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.

Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.

Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.

Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla. E lo è tutt’ora.

http://cambiailmondo.org

UN NUOVO ORDINE EUROPEO?

UN NUOVO ORDINE EUROPEO?

Fonte

di Elio Lannutti - 7 Settembre 2012

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è stato approvato dal Parlamento il 19 luglio scorso. Pochi sanno cosa sia e quali ricadute abbia sui cittadini dei Paesi che lo hanno sottoscritto. E’ una sorta di mostro europeo con poteri incontrollati e quasi illimitati leggendo il suo statuto...

Perché si è sentita l'esigenza di creare ex novo un istituto come il Meccanismo Europeo di Stabilità?

Con il cosiddetto Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), si crea una sorta di mostro giuridico, un mostro di LochMES come l'ho ribattezzato, in cui tecnocrati, oligarchi, cleptocrati possono agire senza rispondere ad alcuno del proprio operato. L'Italia, in 5 anni, dovrà versare a questo meccanismo 125,4 miliardi di Euro (25 miliardi l'anno), mediante emissione di nuovo debito pubblico, e poi questi signori, che godono di ampie immunità, non pagheranno le tasse, faranno tutto quello che vogliono, decideranno se e a quali condizioni, e anche a quali tassi di interesse, prestare i soldi. Ciò significa che il popolo, cioè noi, abbiamo perso la sovranità popolare, che adesso appartiene agli oligarchi, ai tecnocrati i quali, nel caso in cui ci dovessero servire i soldi, potranno dire: vi posso dare i prestiti a questi tassi di interesse e però in cambio, voi dovete tagliare ancora di più le pensioni, dovete finire di azzerare i diritti che sono frutto di conquiste, di sudore e sangue dei lavoratori e di dure battaglie sociali. Questo è il mostro di LochMES.

Nello Statuto del MES, si legge che i membri e i loro atti sono coperti dall'immunità da ogni forma di giurisdizione. Perché conferire loro questi "superpoteri"? Con quale mandato agiscono?

E' semplice: vogliono l'immunità perché se si comportano come nell'antichità si comportarono i principi e i despoti, non vogliono avere rivalse, non vogliono finire sotto processo, è questa la ragione! Dunque, è un grave errore aver accettato lo Statuto del MES da parte di queste morenti democrazie europee, perché quando si delegano alla Bce prima, al MES poi, poteri che attengono al popolo, ai cittadini, a quelli che sono stati rapinati in questi anni di diritti e spesso anche di dignità, vuol dire che non c'è più la democrazia in Europa.

Quali implicazioni avrà il Mes sulla vita dei cittadini europei?

Premetto che non condivido le politiche allegre fatte in questi anni, e che hanno cagionato, come nel caso dell'Italia, l'accumulo di un enorme debito pubblico. Ciò detto, ci basta guardare quello che sta succedendo in Grecia dopo l'intervento della cosiddetta Troika, Fmi, Bce e Commissione europea: anche i magistrati stanno scioperando, perché si stanno dimezzando le pensioni, stanno venendo meno tutti i diritti, tutte le conquiste del '900 ottenute con le lotte e il sangue dei lavoratori. Ecco quello che succederà: una ristretta cerchia deciderà per tutti i cittadini, un governo delle élite che potrà dire: non mi basta quello che stai facendo, se ti devo dare il prestito e ti devo salvare, devi demolire quel che resta dei diritti e dello Stato sociale.
Io ho speso una vita per denunciare le malefatte delle banche, della finanza, per inchiodare alle loro responsabilità le agenzie di rating (adesso oggetto delle indagini rigorose della procura di Trani) le quali hanno procurato un danno quantificato dalla Corte dei Conti in 120 miliardi. Persino il dipartimento della giustizia americana, che inizialmente non voleva collaborare con Trani, ha chiesto e acquisito gli atti dell'inchiesta, le intercettazioni telefoniche che inchioderanno queste agenzie.
La gente deve capire che c'è una cricca fatta di queste agenzie di rating, di banche d'affari come Goldman Sachs, di fondi comuni come Black Rock che gestiscono 3500 miliardi, che decide le sorti del mondo. E' da loro che dobbiamo imparare a difenderci, contro cui dobbiamo lottare come fanno i ragazzi di Occupy Wall Street, che per fortuna in America si costituiranno in movimento politico e probabilmente andranno alle elezioni, che sono l'unico modo per cambiare le cose.
In Italia, ormai, c'è solo la parvenza della democrazia, di fatto siamo stati commissariati e siamo in mano ai moderni dittatori, quelli che speculano ogni giorno con 700 mila miliardi di dollari di derivati, contro un Pil che misura la fatica degli uomini da 60 mila miliardi e mediante meccanismi ad alta frequenza come HFT (HIgh Frequency Trading) e decidono come speculare, dove indirizzare quelle immani masse monetarie, quali Paesi premiare e quali salvare.
Dobbiamo conoscere, lottare per cercare di salvare l'Europa e il futuro dei nostri figli.

Tanto rigore per nulla e alla fine Draghi tira fuori il bazooka. Ma l’austerità non è finita

 
Da 537 (24 luglio) a 370 punti (ieri, 6 settembre) con la possibilità concreta di ulteriori ribassi: tanto è sceso lo spread tra Buoni del Tesoro italiani e titoli di stato tedeschi al solo annuncio di “acquisti illimitati” dei titoli dei paesi periferici da parte della banca centrale. A Mario Draghi non è servito, per ora, neppure muovere un dito per tenere a bada i “mercati” (o per essere più precisi la speculazione). E’ quello che molti hanno definito il “bazooka” della BCE, contro il quale nessuno speculatore può confrontarsi. Secondo la Bundesbank, che ha votato contro, la BCE sta violando i trattati. Ma questo davvero ora non importa a nessuno.

Qualche riflessione, quindi, è d’obbligo. La prima è che tutto ciò che è stato raccontato sull’attenzione dei mercati alle politiche fiscali (restrittive) dei paesi, sulla “credibilità”, sulla “fiducia”, era poco più che propaganda. I mercati hanno tranquillamente ignorato il fiscal compact, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, la riforma dell’art.18, il taglio alle pensioni (e le migliaia di esodati). Tutte queste politiche non hanno e non potevano avere un’influenza positiva sullo spread. Ma l’hanno avuta e l’avranno ancora, di segno negativo, sull’economia reale.
La seconda riflessione consegue dalla prima: se tutto quanto si è fatto finora è stato pressoché inutile (a parte le manovre della BCE), allora si potevano adottare le misure annunciate ieri da Draghi già all’inizio della crisi dei debiti sovrani, risparmiando all’Europa tre anni di pena. Ovviamente non vi erano le condizioni politiche per farlo, ma ciò non toglie nulla all’obiezione. Se Draghi non sta violando i trattati oggi, non li avrebbe violati neppure ieri.
La terza riflessione riguarda il futuro. Il presidente della BCE ha ribadito più volte che gli acquisti saranno “condizionati” al rispetto di impegni da parte dei governi e al coinvolgimento del Fondo Monetario Internazionale. Pur senza entrare nei dettagli, è chiaro di cosa Draghi stava parlando: austerità di bilancio, riduzione dei salari (in ogni rapporto la BCE insiste su questo punto), ridimensionamento del welfare.
Ma chi sta già attuando politiche di questo genere non sta affatto migliorando le sue performance economiche. Al contrario.
L’Irlanda dal 2008 vede il suo prodotto nazionale lordo in continua caduta, mentre il PIL è tornato a contrarsi all’inizio del 2012. Non solo: nonostante la contrazione della spesa pubblica, il deficit irlandese è peggiore di quello greco.
In Portogallo, altro paese “aiutato”, l’economia si sta contraendo (-3,3%) più delle già pessime aspettative, mentre le entrate fiscali diminuiscono a causa della recessione. Una strategia quindi che non solo distrugge l’economia reale, ma anche nel breve termine compromette le stesse finanze pubbliche. Certo, lo spread di questi paesi è sceso, ma è una ben magra consolazione di fronte ad una economia in caduta libera.
In Grecia la situazione è ormai oltre il limite della civiltà. La Spagna è ad un passo dalla richiesta di aiuti per le sue disastrose finanze.
Per quel che riguarda l’Italia le previsioni peggiorano: ieri l’OCSE ha annunciato un crollo del 2,4% del PIL nel 2012, contro l’1,7% delle previsioni precedenti. E il Financial Times sembra non avere dubbi: anche l’Italia chiederà gli “aiuti” europei entro l’anno, delegando le politiche economiche alla trojka BCE-UE-FMI.
L’ultima riflessione riguarda l’efficacia delle mosse annunciate dalla BCE. Lo scenario migliore sarebbe quello in cui la banca centrale non fosse costretta ad attivare concretamente i programmi di acquisto. C’è da sperare cioè che i mercati percepiscano la minaccia del bazooka come insuperabile, così che la speculazione sui titoli dei paesi periferici si fermi senza nessun atto concreto della Banca centrale. Se invece così non fosse, l’ulteriore rigore dei bilanci pubblici al quale gli acquisti verrebbero subordinati procurerebbe danni forse peggiori che lo spread stesso, come spiegato in precedenza.
Infine è ancora da chiarire come la BCE “sterilizzerà” l’acquisto dei titoli dei paesi periferici per non incrementare l’offerta di moneta e quindi (nella sua visione) alimentare l’inflazione.
Intanto l’Europa rimane ancora per qualche giorno con il fiato sospeso: il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca deciderà se l’ESM è conforme alla legge fondamentale.
Concludiamo con una nota positiva. Il quotidiano tedesco Welt ieri ha titolato nell’edizione on line: “I mercati finanziari festeggiano la morte della Bundesbank”. E questa sarebbe davvero una bella notizia.
OBAMA
“NOW millions get emergency health care, before they couldn’t even dream about it”
“DEADLY right”

venerdì 7 settembre 2012

Inutile vendere palazzi

Occorre una strategia di uscita dall'euro

Gianluca Roselli intervista Emiliano Brancaccio - sinistrainrete -

«Da questa crisi si esce riformando profondamente l’Unione europea oppure diventerà inevitabile uscire dall’euro». L’economista Emiliano Brancaccio (docente di Economia politica alla Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento) non è ottimista sul futuro della moneta unica. Che, a suo parere, sta favorendo l’economia tedesca e impoverendo tutti gli altri Paesi, a cominciare dall’Italia.
Brancaccio, davvero quello che era considerato impossibile fino a qualche mese fa, ovvero l’uscita dall’Italia dall’euro, ora è una possibilità reale?
«Sì, perchè l’euro non ha raggiunto gli obiettivi per cui è stato creato. L’auspicato compromesso tra i paesi forti come la Germania da un lato e la Francia e l’area mediterranea dall’altro non si è mai realizzato. Gli Stati hanno interessi divergenti che non si riescono a ricomporre. E ognuno va per la sua strada. Così l’euro si configura sempre di più come un vestito tagliato su misura per l’economia tedesca. Che ne trae vantaggi a livello di competitività delle sue imprese a scapito dei Paesi periferici. Così la zona euro è fortemente sbilanciata in favore degli interessi dell’economia più forte. E la crisi lo dimostra, perché colpisce in modo asimmetrico: La Germania è toccata in misura minore, mentre altri vanno a picco».
 
Insomma, l’euro ha fallito la sua missione?
«Nell’attuale configurazione sì. E lo dimostra il fatto che l’area euro si è dimostrata la più fragile del mondo di fronte all’onda di crisi che veniva dagli Stati Uniti».

Quindi si va verso la fine della moneta unica?
«Il problema è che in Germania non sembrano convinti che convenga salvare l’euro.
I gruppi dirigenti tedeschi reputano sostenibile il costo dell’uscita dall’euro per le loro imprese e le loro banche. L’unico fattore che spaventa la Germania è che la deflagrazione della moneta unica ponga fine anche al mercato comune europeo. Il motivo è che i tedeschi hanno lungamente prosperato sulla libera circolazione dei capitali e delle merci e vogliono preservarla. Ma nessuno, tanto meno Monti, sembra avere il coraggio di minacciare una opzione “neo-protezionista” da parte dei paesi deboli per indurre la Germania a rendere più equilibrata l’Unione. Allo stato attuale, dunque, è improbabile che l’euro sopravviva. La Bce può anche continuare a comprare i titoli dei paesi in difficoltà, ma non potrà farlo per sempre anche perché nel Consiglio direttivo le opinioni sono discordanti. Può al limite prolungare l’agonia, ma col passare del tempo l’attuale zona euro è destinata a saltare».

Quando succederà?
«George Soros ha parlato di un orizzonte di pochi mesi. E il Fondo Monetario Internazionale anziché smentirlo si è accodato. Dopo le dichiarazioni di Draghi questo orizzonte si è allargato, ma non credo di molto. Comunque, piuttosto che continuare così, sarebbe meglio tagliare i legami ora piuttosto che essere costretti a farlo dopo, quando la desertificazione produttiva del Paese sarà compiuta».

Quindi l’Italia deve decidere l’uscita?
«Non mi pare che si annuncino svolte credibili a favore di un effettivo rilancio e di un coordinamento dello sviluppo europeo, e quindi sarebbe bene iniziare a preparare una strategia di uscita. Oltretutto senza l’Italia la zona euro non sopravviverà, ci sarà un effetto a catena che porterà alla fine della moneta unica, almeno nella versione attuale».

Una decisione che alcuni giudicano catastrofica.
«Bisogna evitare una sterile contrapposizione tra catastrofisti e iperottimisti. L’uscita dall’euro non sarebbe certo una passeggiata. E’ urgente definire i possibili criteri di uscita, che avrebbero implicazioni diverse sui diversi gruppi sociali. A mio avviso, per esempio, un meccanismo di indicizzazione dei salari sarebbe assolutamente necessario. Inoltre, rendere esplicita la possibilità che i paesi deboli limitino la libera circolazione dei capitali e delle merci potrebbe mettere in chiaro i rischi che la stessa Germania sta correndo. A date condizioni, dunque, il ritorno alla sovranità monetaria potrebbe avere un effetto benefico sull’occupazione e i redditi. Del resto, l’analisi va fatta confrontandoci con le alternative: restare in questo stallo per anni sarebbe peggio. Così non si può continuare».

Una decisione di questa portata può essere presa dal governo Monti o dovrebbe essere presa da un esecutivo politico?
«Dubito che Monti possa prendere una decisione simile. Questo dovrebbe essere un tema centrale del dibattito politico ed elettorale. In Italia bisognerebbe tornare a un governo espressamente politico, anche perché la pretesa di attribuire ai tecnocrati proprietà taumaturgiche si è dimostrata infondata. Dalle crisi economiche non si esce affidando il timone ai tecnici, come viene da tempo preconizzato dalla Trilateral Commission. Al contrario, bisognerebbe rivitalizzare i processi democratici».

Quindi lei non salva nulla della politica economica del governo Monti? E’ appena stata approvata la spending review. E’ stato annunciato un piano anti-debito con la vendita di patrimonio pubblico.
«Sotto il termine spending review si nasconde in realtà un pezzo ulteriore di manovra, a scoppio ritardato. Vedo pochi tagli agli sprechi e molti tagli indiscriminati, basti vedere la stretta nei confronti di importanti enti di ricerca. Per quanto riguarda le vendite del patrimonio pubblico, anche ammettendo per pura ipotesi che si possa arrivare a un introito di 400 miliardi di euro, con gli interessi sul debito al 4 per cento in realtà il risparmio annuo dello Stato si aggirerebbe intorno ai 15 miliardi. Insomma, un piano colossale che rischia di partorire un topolino».

Il suo ultimo libro si intitola “L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa”. E’ questa la causa del fallimento dell’Ue?
«Il titolo vuole essere un monito anche alla sinistra. Significa che le politiche di taglio alla spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale colpiscono in primo luogo le fasce più deboli, e a cascata riducono la capacità delle famiglie e delle imprese, deprimendo la domanda di merci, con le imprese che abbattono la produzione e licenziano. E i redditi cadono, il che rende più difficile il rimborso dei debiti. In questo senso le politiche di austerità perseguite da tutti i governi, di destra e di sinistra, stanno impoverendo e, quindi, distruggendo l’Europa.

A proposito di capitale fittizio, stato e ricette anticrisi

di Dante Lepore - Bandiera Rossa - Fonte -


È opportuno premettere che l’atteggiamento ostile verso la «speculazione» è comune a tutte le posizioni. Sembra che questa speculazione sia un corpo (essi la chiamano «sfera») estraneo che causa la malattia del capitalismo, che, senza di essa, sarebbe sostanzialmente un corpo sano. Come quando la malattia è concepita come l’antitesi assoluta della salute (vista anch’essa come stato assoluto di beatitudine) anziché come il rovescio dialettico della salute. Non si trova nessuno che affermi che la speculazione sia una cosa buona; anche quando andava bene, al massimo la si accettava per costume pragmatico, perché sembrava si fossero acquisiti quei meccanismi conoscitivi che permettevano di arricchire in fretta con l’inflazione pletorica del capitale. Fino a quando, negli ultimi due anni, l'aumento del debito pubblico superava la riduzione del debito privato, anche i mercati crescevano, al punto che gli stessi privati si indebitavano sempre più sotto l’effetto del sistema Ponzi; ma quando l'aumento del debito privato, coi mutui, assicurazioni, ecc., ha superato l'aumento del debito pubblico, i mercati si sono fermati.

Per capire lo stretto legame tra capitale fittizio e indebitamento pubblico e privato, basta considerare come esso altro non sia che il rovescio speculare del credito: se si prende del denaro a credito, da un lato esso è prestito, in mano al finanziere (banche, ecc.), dall’altro è debito (Stati, comuni, famiglie, imprese, privati cittadini). Ci si indebita con i muti per la casa, ma anche per i consumi quotidiani, e persino per pagare gli interessi per i debiti contratti. E fino ad un certo punto, ossia fino a quando il rapporto tra consumo produttivo e dispendio improduttivo non è sbilanciato verso quest’ultimo, la cosa funziona: nel 2007, il settore industriale (esclusa edilizia) pesava negli USA per il 12%, di contro al 23% della Germania e al 43% della Cina, e dunque ilconsumo produttivo tedesco era doppio rispetto a quello americano, mentre quello cinese era di tre volte e mezzo rispetto a quello USA e circa doppio rispetto al tedesco. Ormai, ad oggi, i livelli di indebitamento medio superano, per i lavoratori dipendenti, il salario medio. Significa che il salario, quando va in mano a chi lo percepisce, non basta a coprire i debiti già contratti, sia per i monoreddito che, ormai, anche per i plurireddito. I lavoratori, in Italia come in tutti i Paesi capitalisti, si indebitano sia quando i consumi tirano e il credito è facile che quando, con la crisi, il credito è più oneroso e devono indebitarsi per sopravvivere. Ora che questi meccanismi, osannati dai tecnocrati della finanza alla von Mises, si sono brutalmente inceppati, tutti ne dicono peste e corna, inclusi Obama e Tremonti… e Monti e Draghi che ci assicurano di volerla «regolamentare». Le differenze sono appunto sul come contenerla, arrestarla, regolamentarla, ma non abolirla (ci mancherebbe!).

Qui comincia il sospetto: se si abolisse la speculazione, e con essa la perversione dell’in-debitamento, il capitalismo (che, fino a prova contraria, nessuno ha ancora «abolito») non si abolirebbe anch’esso?

Curioso è che per tutti, tranne per coloro che da decenni se ne attendevano il «crollo», ci sarebbe un’economia migliore, reale, buona per tutti, un capitalismo “dal volto umano” come si diceva fino a ieri. Quelli che se ne aspettavano il crollo da decenni, puntualmente smentiti dopo ogni previsione di tale crollo, preferiscono ora parlare non più di crisi ma di «declino», perché han finalmente capito (forse?) che le crisi sono dei momenti di trasformazione in cui qualcosa muore, ma non del tutto, e qualcosa nasce, ma mai dal niente, e sempre il nuovo era già contenuto nel vecchio. In questa ottica, avrebbero anche ragione coloro che vogliono semplicemente «regolamentare» la speculazione, limitarla nelle dimensioni e nei ritmi. Insomma si tratterebbe di disciplinare i «grandi speculatori», lasciando credere che i piccoli, tra cui si annoverano anche i lavoratori, ne sarebbero sollevati. In effetti, anche i lavoratori speculano, anche se in piccolo, quando comprano a rate o scommettono, ecc.

GRECIA: Se Atene processa il Fondo monetario internazionale

di Matteo Zola - Fonte -

Crisi Grecia6
La notizia è passata un po’ in sordina, ma ha dell’interessante. Si è aperta ad Atene un’indagine giudiziaria nei confronti del Fondo monetario internazionale (Fmi). L’indagine è stata ordinata dal Procuratore ellenico per l’Economia in seguito alle dichiarazioni di Panagiotis Rumeliotis, ex rappresentante della Grecia presso il Fmi. Rumeliotis ha rilasciato delle dichiarazioni secondo le quali l’organismo internazionale era al corrente sin dall’inizio che il programma di risanamento economico del Paese ellenico non avrebbe avuto successo.
L’indagine si è aperta con la deposizione in Procura dell’ex ministro dell’economia, Luca Katseli, cui ne seguiranno altre: ministri, soprattutto, dei tanti che dal 2009 si sono succeduti nei governi ellenici preda della crisi. Alla fine delle deposizioni il Procratore deciderà se procedere contro il Fmi, inviando formale richiesta al parlamento. Non è difficile immaginare la portata di un tale atto. La Grecia, stritolata dall’austerity, avrebbe allora ingurgitato litri di medicinali scaduti, inadeguati a risolvere la crisi in cui versa. Non solo. Quanto fatto fin qui non sarebbe stato altro che tempo perso, compresi i sacrifici, l’indigenza e i suicidi.
Ipotizziamo che, in uno slancio di autonomia, la Grecia “processi” davvero il Fmi. La prima domanda sarebbe, ma il Fmi cosa ci guadagna dal somministrare consapevolmente ricette sbagliate? Ci guadagna che si crea un sistema di debitocrazia che consolida le economie forti e distrugge quelle deboli (il Fmi è al soldo di chi lo finanzia), favorendo processi di colonizzazione economica. Il Fmi è la voce delle economie più potenti, che versano maggiormente i loro quattrini indirizzandone, di fatto, le politiche. Come osservato da Joseph Stigliz, in Europa orientale, alla fine del comunismo, il Fmi ha appoggiato coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti. E’ ovvio che chi presta denaro chieda condizioni. Le condizioni chieste dal Fmi sono sempre le stesse: austerità, liberalizzazioni, specializzazione economica. Queste “condizioni” sono anche figlie della lezione ultraliberista, quella di von Hayek per intenderci, tanto cara a Regan e alla Tatcher, che tutt’ora resistono malgrado l’evidente fallimento di tali concezioni nella crisi in corso.
Le misure chieste dal Fmi infatti svuotano lo Stato de suo patrimonio che, liberalizzato, diventa proprietà di holding e società estere. La specializzazione economica, inoltre, rende i singoli Paesi produttori d’eccellenza in certi settori rendendoli però dipendenti dalle importazioni. Infine l’austerità – per dirla con Paul Krugman – serve a cavalcare la crisi, non a risolverla: “la corsa all’austerity in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali”.
Smantellare lo stato sociale (welfare state) è forse pre-requisito fondamentale affinché le nostre società possano competere con l’economia cinese o indiana? Certo, i costi dello stato sociale sono elevati ma, diceva Keynes: “Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Gli fa eco Krugman che, il 4 agosto scorso, sulle colonne del NY Times scrive: “Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione”.
La spiegazione è semplice. Dice Krugman: “Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito. E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora”.
Il Fmi, nel costringere i Paesi che hanno fatto richiesta di un prestito a misure di austerità, produce un secondo effetto negativo (il primo, secondo Krugman, è quello di peggiorare la crisi): la riduzione della democrazia. Secondo il Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, il Fmi impone le sue decisioni ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche. Va però detto che quei governi hanno prima accettato l’aiuto economico del Fondo e che la sovranità nazionale può non essere un dogma (si pensi all’Unione Europea che è, anch’essa, una riduzione volontaria di sovranità nazionale). Si tratta comunque di un problema grave in quanto il Fmi è l’unico offerente e rifiutarne l’aiuto può voler dire andare incontro alla bancarotta. Accettarlo, invece, significa applicare misure di austerità che possono colpire gravemente lo stato sociale (pensioni, sanità, istruzione) senza escludere che si può comunque andare in bancarotta (il Senegal e l’Argentina sono lì a dimostrarlo). I mali del Fmi li riassume bene Michel Chossudovsky, importante economista canadese, che spiega come le politiche economiche del Fmi sono obbligatorie, e scavalcano la consultazione dei cittadini: la democrazia ne esce perciò impoverita. I cittadini, esasperati dalla disoccupazione e dall’inflazione, protestano invano contro le misure di austerità e contro i governi che le hanno introdotte (accettando l’aiuto del Fondo). Il fatto è che le misure imposte dal Fondo non sono negoziabili. Le proteste, fosì frustrate, si fanno sempre più violente. Diventa allora necessario rafforzare gli organi di sicurezza e reprimere il dissenso. Così la democrazia viene messa ulteriormente in serio pericolo.
Ecco perché quanto sta avvenendo in Grecia potrebbe avere ripercussioni notevoli: nell’utopico e assurdo caso in cui il Fmi venisse riconosciuto colpevole di aver imposto misure economiche di cui sapeva l’inefficacia, si aprirebbero gli spazi per una ri-definizione del ruolo del Fmi e per una discussione sui modelli economici di cui si fa portatore. Certo, non succederà. Ma intanto ad Atene l’indagine è iniziata.
 
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“I do not understand,given the situation…” ” … Why they don’t make me a Molotov”

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