Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 28 agosto 2012

La Germania incomincia a fare i conti sull’Euro

Posted by keynesblog 

    di Vladimiro Giacché da Pubblico
Da tempo l’interpretazione dei discorsi dei governanti europei non ha nulla da invidiare, quanto a complessità, all’interpretazione dei discorsi dei leader sovietici ai quali si dedicavano dei veri e propri specialisti, i sovietologi. Da mesi, ormai ogni giorno, stuoli di eurologi si rompono la testa per capire il senso dell’ultima intervista della Merkel o dell’ultimo intervento di Draghi: e in base a quello che hanno capito comprano o vendono titoli di Stato. Anche in questo fine settimana gli eurologi hanno avuto il loro bel da fare con l’intervista rilasciata da Wolfgang Schäuble alla “Welt am Sonntag”.

L’impressione generale è che il ministro delle finanze tedesco si barcameni con difficoltà, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Da una parte Schäuble insiste sul fatto che l’impossibilità per la Grecia di conseguire gli obiettivi fissati dalla troika dipenda dal fatto che i programmi imposti da FMI, BCE e Unione Europea sono stati applicati male e non dalla loro insensatezza. Aggiunge poi che non ci sono spazi “per ulteriori concessioni” (sic) alla Grecia. Sulla Spagna tenta senza grande fortuna uno slalom, prima minimizzando l’entità del problema dei rendimenti – ormai elevatissimi – dei titoli di Stato spagnoli (“non viene giù il mondo se a un’asta di titoli di Stato si deve pagare un paio di punti percentuali in più”), poi dichiarando che gli aiuti sinora offerti sono sufficienti e negando, contro ogni evidenza, che ci sia del vero nei rumors di un’ulteriore prossima richiesta di aiuto da parte della Spagna. Queste parti dell’intervista di Schäuble sono di per sé tali da alimentare lo scetticismo sulla concreta possibilità per Draghi di intervenire “sino a dove necessario” per contrastare l’esplosione dei rendimenti dei titoli di Stato spagnoli e italiani. E da questo punto di vista non c’è niente di nuovo: è almeno da un anno e mezzo che i governanti tedeschi ci hanno abituato a dichiarazioni che gettano benzina sul fuoco, alimentando la convinzione che non potrà esserci alcun intervento risolutivo da parte europea nei confronti dei paesi che hanno difficoltà di approvvigionamento sui mercati dei capitali.


Un particolare tipo di regolazione: la de-regolazione

di Antiper - sinistrainrete -

Uno dei mantra sulla crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2007-2008 è quello secondo cui, tale crisi, sarebbe figlia delle politiche di “de-regulation” avviate da Reagan a partire soprattutto dagli anni '80 e proseguite nei decenni successivi. In particolare, la de-regolazione dei mercati finanziari e la rimozione [2] del divieto imposto alle banche di usare in modo speculativo i conti correnti - e non solo solo il proprio denaro o quello esplicitamente destinato a tale scopo -, combinata con l'enorme potere accumulato dai manager, avrebbero favorito la tendenza alla de-responsabilizzazione, all'assunzione di enormi rischi speculativi e, in definitiva, a quella dilagante “mancanza di etica” che avrebbe poi prodotto il disastro.

Ora, parlare di etica alle banche e alle imprese capitalistiche è un po' come parlare di dieta al topo davanti al formaggio: bei discorsi sì, ma l'istinto è quello che è. Inoltre, la “mancanza di etica” degli squali di Wall Street non è certo una novità e poteva essere ben rilevata molto prima del 2007-2008 (magari nel 2000-2001 all'epoca dei crolli del Nasdaq e dei fallimenti di Enron, WorldCom e di una serie di banche USA di media grandezza; o, prima ancora, verso la fine degli anni '90, all'epoca dei crolli delle borse asiatiche, messicana, brasiliana, russa); risulta dunque evidente che la “mancanza di etica”, se fosse una spiegazione, lo sarebbe di tutte le crisi.

Certamente, nel corso degli ultimi decenni vi sono state “de-regolazioni” che hanno gonfiato le vele alla speculazione finanziaria. Ma bisogna domandarsi perché queste de-regolazioni siano avvenute ovvero quali ne fossero le finalità. E la spiegazione secondo cui, un bel giorno, un ex attore di second'ordine, vinte le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, avrebbe cominciato a “de-regolare” a destra e a manca sulla base di proprie idee di economia politica (“neo liberiste”, ça va sans dire) è una favola alla quale può abboccare solo chi pensa che le tendenze strutturali del modo di produzione capitalistico possano essere dettate dalle convinzioni di qualcuno; ovvero, per dirla in altri termini, chi pensa che sia la realtà a seguire le idee e non il viceversa, come invece in buona sostanza è.

Se ci domandiamo il perché della de-regolazione diventa immediatamente chiaro che essa è stata realizzata non per scelta, ma per necessità, in quanto doveva consentire alla speculazione finanza di esplodere mantenendo i più alti rendimenti possibili - cosa che una finanza “regolata” (si fa per dire) non poteva permettere - così da alleviare la sovrapproduzione di masse di capitale che non riuscivano più ad essere valorizzate nella sfera della cosiddetta “economia reale” [3]. Se a questo si aggiunge che anche i jet dei manager, comprati con i soldi ricavati dalla speculazione, sono “economia reale” come pure i consumi derivanti dai rendimenti dei titoli posseduti dalla “middle class” nord-americana e che, dunque, il “sollievo” si è esteso anche alla sfera della produzione di merci, ecco chiarita la scelta della “de-regolazione”.

Il rapporto che intercorre tra “economia reale” ed “economia finanziaria de-regolata” (per usare una terminologia divulgativa) è analogo al rapporto che intercorre tra il lavoro salariato e il lavoro del rapinatore: il lavoro del rapinatore è molto più redditizio del lavoro salariato, ma è anche molto più rischioso e prima o poi ti becchi una pallottola o qualche decennio di galera. Un capitalismo basato sulla finanza ultra-de-regolata è un sistema destinato ad esplodere? Ovviamente sì, ma chi dovrebbe preoccuparsi dell'esplosione di domani del sistema? I manager di oggi? L'anarchia della produzione capitalistica non permette un coordinamento stabile ed efficacie nella produzione presente (altrimenti le sovrapproduzioni non ci sarebbero), figurarsi in previsione di eventi che avverranno tra anni e anni...E poi c'era sempre la speranza - come si è visto, fondata – di poter scaricare gli “effetti collaterali” delle de-regolazioni su qualcun altro: i lavoratori, anzitutto, direttamente o indirettamente (come ad esempio attraverso l'attacco al debito pubblico di alcuni paesi [4]) o anche le frazioni capitalistiche concorrenti [5].

                            120 COUNTRIES,TWO THIRD OF THE WORLD NATIONS MEET IN TEHRAN:
                                HAVE YOU READ A SINGLE  LINE IN YOUR NEWSPAPER OR IN TV?
                                                          "The countries in grey are United States slaves"

lunedì 27 agosto 2012

L’uomo che valeva miliardi

Fonte: PressEurope - controlacrisi -
       
A 40 anni, Hervé Falciani è l’informatico che ha consegnato al maggior numero di governi europei i file con i nomi di migliaia di loro cittadini che hanno conti correnti presso la filiale svizzera della banca Hsbc. Arrestato a Barcellona, è in attesa di essere estradato in Svizzera.

Manuel Altozano
Non c’è voluto poi molto a trovarli. Erano lì davanti a lui, sullo schermo del computer di fronte al quale si sedeva a lavorare da sei anni, nella filiale della banca Hsbc di Ginevra. Hervé Falciani era incaricato di aggiornare e completare i database dei clienti in una delle più grandi banche del mondo e le informazioni alle quali ha avuto accesso nell’ottobre 2006 avevano un valore inestimabile.
Erano dati protetti dall’inviolabile segreto bancario svizzero, i conti di milionari che rendono interessi da anni grazie a trasferimenti invisibili e flussi finanziari di dubbia origine, ma impossibili da rintracciare. Questo informatico di 34 anni si è trovato davanti migliaia di depositi bancari di aziende e di cittadini stranieri, aperti in tutta sicurezza in Svizzera per eludere l’amministrazione fiscale dei rispettivi paesi. Uno dei più grandi casi di scorrettezza mai portati alla ribalta.
La scena seguente si svolge a circa sei anni di distanza, nel porto di Barcellona. Il primo luglio 2012 Hervé Falciani si reca in Spagna in barca ed è in occasione di un normale controllo di identità che le autorità fanno scattare il segnale d’allarme. Questo monegasco dalla duplice nazionalità, francese e italiana, sposato e padre di un bambino, è infatti ricercato con un mandato d’arresto internazionale.
Tuttavia, le sue rivelazioni hanno permesso di scoprire migliaia di evasori fiscali in tutta Europa e di recuperare circa dieci miliardi di euro che erano stati sottratti al fisco dei rispettivi paesi. Berna lo considera un malfattore, un ladro. È stato arrestato e ormai il Tribunale federale di Bellinzona lo attende per giudicarlo per furto di dati personali coperti da privacy, violazione del segreto commerciale, violazione del segreto bancario. Sempre che la Spagna, beninteso, decida di estradarlo.
Tra la sua incredibile scoperta e il suo arresto avvenuto a Barcellona sono passati dunque sei anni, intensi, nel corso dei quali l’informatico è diventato un ricercato la cui taglia è proporzionale al valore delle informazioni delle quali dispone. Secondo quanti vorrebbero cancellare i suoi database, è un delinquente che dovrà essere giudicato e condannato al carcere. Ma per chi vuole recuperare quei dati è invece una sorta di eroe, un Robin Hood che merita protezione. Ed ecco quello che è successo in questi sei anni.
Dopo la sua scoperta, avvenuta nell’ottobre 2006, Hervé Falciani trascorre tutti i giorni una parte del suo tempo al lavoro a scaricare le preziose informazioni sul suo computer portatile. Lo fa per due anni di fila, sistematicamente, senza eccezioni. Poi, il 20 marzo 2008, l’Associazione svizzera dei banchieri – che difende gli interessi del settore finanziario elvetico – all’improvviso lancia un’allerta. Un certo Ruben El-Chidiak si è presentato il 4 febbraio negli uffici della banca libanese Audi di Beirut per negoziare la vendita di database contenenti i nomi dei clienti di varie banche svizzere. Secondo l’Associazione, questa informazione sarebbe stata ottenuta grazie a un hacker. Il segreto bancario, pilastro dell’identità svizzera, sarebbe quindi a rischio.
La polizia scopre che dietro Ruben El-Chidiak si nasconde in realtà Hervé Falciani. Il 20 dicembre 2008 l’informatico e la collega che l’accompagna in quel viaggio sono arrestati e interrogati. Falciani è rimesso immediatamente in libertà e il giorno seguente se ne va a Castellar, un paesino francese della Costa Azzurra nei pressi della frontiera italiana. In pratica, si sistema a cavallo tra i due paesi dei quali ha la nazionalità. In questo modo si sottrae alle grinfie di Berna, perché né la Francia né l’Italia estradano i loro cittadini residenti all’estero.
La Svizzera, tuttavia, continua a insistere. Intende infatti recuperare i database scaricati da Hervé Falciani che, secondo la giustizia e l’Hsbc, è colpevole di furto. La Svizzera emette a questo punto un mandato di arresto internazionale contro di lui. Tuttavia, nel contesto di questa caccia all’uomo, le autorità elvetiche hanno commesso un grave errore: hanno infatti chiesto alla Francia di perquisire la sua abitazione, di confiscare il suo computer portatile e di consegnare loro i database.
Il 20 gennaio 2009, il viceprocuratore di Nizza ordina quindi che l’abitazione di Hervé Falciani e della sua famiglia sia perquisita. L’operazione di routine si trasforma a quel punto in una scoperta sensazionale allorché saltano fuori i dati di circa 130mila conti di presunti evasori fiscali. Il procuratore apre un’inchiesta, che tuttavia non prende di mira l’informatico, bensì i titolari dei suddetti conti correnti.
A quel punto il caso dell’ex impiegato dell’Hsbc a Ginevra comincia a far rumore e innesca una crisi diplomatica tra Francia e Svizzera. Berna nel frattempo accusa Parigi di aver conservato illegalmente i database sottratti. Il governo di Sarkozy, dal canto suo, minaccia di inserire la Svizzera nella lista nera dell’Ocse dei paradisi fiscali.
Nell’agosto 2009 i media si scatenano sul caso. Il ministro del budget francese Eric Woerth annuncia di essere in possesso di un elenco di tremila conti svizzeri, senza per altro svelarne l’origine. Invita i titolari dei conti a presentarsi al fisco per regolarizzare la loro situazione. In seguito a ciò, 4.200 persone si presentano all’amministrazione fiscale francese e la Francia recupera così 1,2 miliardi di tasse evase.
I pochi nomi svelati dalla stampa francese provocano una serie di scandali, in particolare per i casi di Patrice de Maistre – amministratore finanziario di Liliane Bettencourt, principale azionista del gruppo L’Oréal –, dell’erede del fabbricante di profumi Nina Ricci e di Jean-Charles Marchiani, braccio destro dell’ex ministro dell’interno Charles Pasqua.
Un’unica via di uscita
La Svizzera nel frattempo continua a esercitare pressioni affinché la Francia le consegni il computer portatile di Hervé Falciani. Parigi finirà con l’acconsentire soltanto nel febbraio 2010. Prima, però, il procuratore della repubblica ne invia copia a tutti i paesi con i quali Parigi ha accordi di cooperazione in materia fiscale e che ne hanno fatto domanda.
Il 24 maggio 2010 le informazioni comunicate dalla Francia sono già allo studio nella sede dell’amministrazione fiscale spagnola. Quest’ultima invita i presunti evasori a presentarsi e a regolare il dovuto, con la maggiorazione di un’ammenda. Le somme recuperate in Spagna grazie alle informazioni ricevute dall’informatico monegasco rappresentano, per adesso, la “più grande operazione di sanatoria nella storia del fisco”. Secondo fonti non ufficiali, tale cifra si aggirerebbe sopra ai sei miliardi di euro. Nell’elenco degli evasori scoperti compaiono nomi di personaggi potenti, come Emilio Botín, presidente della banca Santander.
Altri nomi altisonanti appaiono anche nell’elenco fatto avere alle autorità italiane: tra le 6.963 persone identificate si trovano nello specifico i nomi degli stilisti Valentino e Renato Balestra. Grazie ai conti dell’Hsbc al Tesoro italiano sono stati sottratti 570 milioni di euro.
Al momento, però, sussiste un mistero: quali erano le reali intenzioni di Hervé Falciani quando ha trasferito tutte queste informazioni sul database del suo computer portatile? Si riprometteva di collaborare con la giustizia e di denunciare gli intrallazzi fraudolenti della società per la quale lavorava, come egli afferma fin dall’inizio, o voleva semplicemente vendere quelle preziose informazioni per una somma considerevole, come invece sostiene la giustizia svizzera?
Ci si potrebbe anche chiedere, in ogni caso, se l’informatico possieda altre informazioni non ancora rese note e se possa essere ancora utile nell’ambito di inchieste su altri reati.
A soli quindici giorni dal suo arresto, una commissione del Senato statunitense ha pubblicato il rapporto di un’inchiesta sui mancati controlli della banca Hsbc, con lo scopo di mettere in luce l’attività di riciclaggio di denaro sporco.
Hervé Falciani, quindi, dovrà forse aggiungere all’elenco dei suoi nemici – tra i quali compaiono ormai la giustizia svizzera, una delle banche più potenti al mondo e migliaia di evasori – anche pericolosi criminali come l’organizzazione al Qaeda e i cartelli messicani dei narcotrafficanti. Falciani è consapevole del valore delle informazioni in suo possesso. E sa anche che l’unica via di uscita che gli resta è la fuga.
Traduzione di Anna Bissanti

traduzione dal quotidiano spagnolo El Pais

L'INUTILITÀ DEL VOTO...

- controcorrente -



"Più che politici, sono politicanti, dediti alla micropolitica. Gente che va a caccia di voti con qualsiasi mezzo. Non hanno nessun programma. Il loro scopo è rimanere al potere o tornarci, e per raggiungerlo sono capaci di tutto. La società capitalistica è una società che corre verso l'abisso, da ogni punto di vista"... (Cornelius Castoriadis, appello del 1997, dal gusto terribilmente attuale).
Qui a Parigi ci adattiamo così.
Un appello di
Il mondo contemporaneo è caratterizzato dalle crisi, dalle contraddizioni, dalle contrapposizioni e dalle fratture; ma ciò che soprattutto mi colpisce è l'insignificanza. Prendiamo per esempio il conflitto tra destra e sinistra: ha perduto ogni senso. Gli uni e gli altri dicono le stesse cose.
Dal 1983, i socialisti francesi hanno fatto una politica; poi Balladur ha fatto la stessa politica. Dopodiché i socialisti sono tornati al governo, e hanno rifatto la stessa politica.
Quindi Edouard Balladur è ritornato e ha ripreso a fare la stessa politica. Nel 1995 Jacques Chirac ha vinto le elezioni dicendo: «Farò un'altra politica» , e invece ha proseguito con la stessa.
I responsabili politici sono impotenti. La sola cosa che possono fare è seguire la corrente, o in altri termini, applicare la politica ultraliberale oggi di moda. I socialisti non hanno fatto nient'altro che questo, da quando sono tornati al potere.
Più che politici, sono politicanti, dediti alla micropolitica.
Gente che va a caccia di voti con qualsiasi mezzo. Non hanno nessun programma. Il loro scopo è rimanere al potere o tornarci, e per raggiungerlo sono capaci di tutto.
Esiste un legame intriseco tra questa specie di nullità della politica, questo divenire nullo dalla politica, e l'inconsistenza negli altri campi, nelle arti, nella filosofia o nella letteratura. E questo lo spirito del tempo. Tutto cospira a estendere l'insignificanza.
La politica è uno strano mestiere, perché presuppone due capacità che non hanno tra loro nessun rapporto intrinseco. La prima è la capacità di accedere al potere. Se non si accede al potere, le migliori idee del mondo non servono a nulla; perciò è necessaria l'arte dell'accesso al potere. La seconda capacità è quella di saper governare, una volta conquistato il potere.
Nulla garantisce che chi è in grado di governare sappia anche accedere al potere. Nella monarchia assoluta, per accedere al potere bisognava adulare il re, o essere nelle grazie di Madame Pompadour. Oggi, nella nostra «pseudodemocrazia», quello che serve è invece essere telegenici e avere fiuto per l'opinione pubblica.
Se dico «pseudodemocrazia» è perchè ho sempre pensato che la cosiddetta democrazia rappresentativa non sia una vera e propria democrazia.

domenica 26 agosto 2012

«Patti da rispettare». Anche Hollande non concede respiro

Fonte: il manifesto | Autore: red.

Non serve più denaro bensì più tempo, sono due giorni che il primo ministro greco Antonis Samaras va ripetendolo da Berlino a Parigi, ma la risposta è sempre la stessa: nessuna proroga alle condizione imposte dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale per ottenere in cambio i finanziamenti necessari – 130 miliardi di euro – per evitare la bancarotta e l’uscita dall’euro. Il buco nei conti greci sarebbe vicino ai 14 miliardi di euro, rispettare gli impegni presi con l’Europa è una missione impossibile, Samaras lo sa e implora «fateci respirare», ma riceve indietro un no dietro l’altro.
All’Eliseo, ci risiamo, l’incontro di ieri con il presidente francese va come quello del giorno precedente con la cancelliera tedesca Angela Merkel. «La Grecia è nella zona euro e deve rimanerci», rassicura anche François Hollande, il problema di una possibile uscita della Grecia dalla zona euro «non si pone», ma Atene «deve ancora dimostrare la credibilità del programma e l’impegno dei suoi dirigenti». Dunque niente «boccata d’ossigeno» e avanti spediti con il piano di tagli e riforme: oltre a una serie di provvedimenti per ridurre le dimensioni del settore pubblico e il numero dei suoi dipendenti, Atene deve anche procedere a massicce privatizzazioni che entro il 2015 che dovranno portare 19 miliardi di euro nelle casse dello Stato. A ottobre scade il tempo per la verifica della troika (Ue, Fmi, Bce) e solo se il rapporto che stilerà sui «progressi» della Grecia nell’applicazione delle misure previste sarà positivo, il Paese potrà accedere al piano di salvataggio. Altrimenti? Non c’è un piano b.
Samaras a questo punto ripete come un mantra: «Rispetteremo i nostri obbiettivi, ridurremo il deficit, porteremo a termine le riforme strutturali previste, in particolar modo per quel che riguarda le privatizzazioni e la giustizia fiscale», «ce la faremo, rimarremo nell’eurozona». Voleva «ridare speranza, perché senza speranza perdiamo la coesione sociale», ma è costretto a tornare a casa a testa bassa dovendo ammettere che ora «mantenere la coesione sociale non sarà facile».

La favola islandese è solida realtà

bancheacasa.jpg - beppegrilloblog -
"C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito. Nazionalizzarono quindi le banche (prima private) che avevano portato a questo disastro economico e, tramite Internet, decisero di riscrivere la Costituzione (prevedendo anche che l’economia fosse al servizio del cittadino e non viceversa). Per riscrivere la nuova costituzione vennero scelti dei cittadini che dovevano essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone e NON AVERE LA TESSERA di ALCUN PARTITO! Chiunque poteva seguire i progressi della Costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte (come nei comuni dove il M5S è eletto). Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. Sembra una favola vero? Nel frattempo l'Islanda ha ripreso a crescere, e Il governo islandese ha deciso di investire il 13% del PIL nazionale (come se il governo italiano stanziasse circa 250 miliardi di euro) per cancellare i mutui ipotecari dei cittadini in difficoltà: un’operazione che riguarda un islandese su quattro!" Roberto B.

sabato 25 agosto 2012

Il pellegrino Samaras non commuove

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
        La Germania insiste: rispettare gli impegni presi, nei tempi stabiliti, senza deroghe né dilazioni Casse vuote. Da metà ottobre Atene potrebbe non pagare più stipendi e pensioni; come sta già facendo con i fornitori
Molti sorrisi e nessuna concessione. Antonis Samaras, premier conservatore di una Grecia al quinto anno di recessione, non ha trovato a Berlino – con l’altrettanto conservatrice Angela Merkel – nessuno spiraglio per ammorbidire o diluire il programma di «impegni» che aveva già sottoscritto con la troika (Bce, Ue, Fmi).
Il clima politico interno alla Germania non era affatto favorevole a una «concessione» del genere, come testimonia il solito titolo sprezzante dato dalla (conservatrice) Bild Zeitung al caso greco: «un pozzo senza fondo». Addirittura due giornali, ieri, attaccavano anche Mario Draghi, presidente della Bce, «colpevole» di pensare possibile l’acquisto di bond statali dei paesi in difficoltà da partedella banca centrale. Merkel, se vuole un futuro politico dopo le ormai prossime elezioni del 2013, non poteva non tenerne conto. E quindi ha ripetuto di attendersi che «la Grecia rispetti gli impegni presi: privatizzare gli asset pubblici e rispettare le indicazioni della troika». Per lo stesso motivo, non darà alcun giudizio – né prenderà alcuna «decisione affrettata» – prima di ottobre, quando i funzionari che monitorano le «riforme» di Atene presenteranno il loro rapporto.
Con raro tempismo, nelle stesse ore, il ministero dell’economia guidato da Schaeuble convocava una conferenza stampa per confermare quanto anticipato dall’edizione tedesca del Financial Times: «da oltre un anno è costituito un gruppo di lavoro che si occupa di tutti gli aspetti della crisi del debito di diversi stati; in questo quadro rientra l’attuazione del programma (imposto ai diversi paesi, ndr) gli sviluppi attuali o anche scenari, non importa quanto improbabili». Insomma, il viceministro e una decina di funzionari starebbero studiando la portate delle conseguenze di un’eventuale (o prossima) uscita della Grecia dall’euro.
Situazione opposta per il suo ospite: «più tempo» per il rientro nei parametri fissati dall’Europa era proprio la condizione postagli dalla sua fragile coalizione di governo. A nulla è valso «garantire» personalmente la restituzione dei prestiti ricevuti dalla Germania; né il ricordare che la Grecia «sta riducendo due deficit: quello di bilancio e quello di credibilità del paese». Ancor meno il fatto che Atene «ha bisogno di una sola cosa: della possibilità di ritrovare sviluppo e crescita», risolvendo in un sol colpo i propri problemi e dando «un grande contributo alla potenza dell’Europa».
Proverà oggi a cercare un margine maggiore tornando alla carica con Francois Hollande, nella speranza che l’immagine uscita dal «vertice» franco-tedesco non sia confermata anche nel faccia a faccia. Ci arriverà ancora più debole e in affanno, però. Il quotidiano ateniese Kathimerini, ieri, ha pubblicato voci provenienti dal ministero dell’economia secondo cui le «riserve liquide dello stato si esauriranno a metà ottobre». Lo stesso Samaras, più obliquamente, aveva accennato a «problemi di liquidità» se non verrà versata la prossima rata di aiuti (31,5 miliardi), subito dopo la fine dell’ispezione in corso da parte della troika.Il quotidiano parla chiaramente dell’impossibilità di pagare stipendi e pensioni, come anche del fatto che da inizio anno il governo ha bloccato una serie di pagamenti ai fornitori privati dello stato (oltre 900 milioni, pare), aggravando ovviamente la crisi generale di liquidità del paese e, indirettamente, la stabilità di quel che resta del sistema industriale. Per diminuire la pressione sui conti, Samaras starebbe valutando anche «la sospensione» dal servizio di tutti i dipendenti pubblici con una «valutazione bassa». Potrebbe in questo modo far vedere di stare rispettando l’impegno, preso a suo tempo con la troika, di tagliare almeno 150.000 posti di lavoro nel pubblico impiego.
I mercati avevano gradito poco l’eccessiva «riservatezza» – o scarsità di risultati – del «vertice» Merkel-Hollande, aprendo in negativo la giornata dall’Asia alle piazze continentali. Hanno dovuto anche subire la «sospensione di giudizio» da parte della Bce sulla piena operatività del fondo Esm in funzione «calma spread», in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca del 12 settembre. Solo in finale di seduta azzeravano le perdite. Un altro «giudizio sospeso». Per ora.

Ci vorrebbe una nuova Internazionale

Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio
        Per affrontare la guerra scatenata dal capitale per affermare il suo dominio sul lavoro è necessaria una forza che agisca su un piano globale, come fu la prima Internazionale. Concentriamoci su questo
Proviamo a guardare la crisi da lontano, come facciamo con i quadri di grandi dimensioni. Se ci sottraiamo per un momento all’incessante bombardamento di cifre (spread e indici di borsa, rendimento dei titoli pubblici e tassi d’interesse, debiti, deficit e percentuali di caduta del pil) che cosa vediamo?
Questi, dopo cinque anni di crisi, sembrano i principali effetti macroeconomici e sociali. In primo luogo, la caduta dei redditi da lavoro (salari, stipendi, pensioni) anche in conseguenza dei tagli del welfare e dell’aumento dei prezzi e della pressione fiscale. In Italia il fenomeno è esasperato dal record di evasione ed elusione fiscale (una scelta politica, non un accidente). In maggio l’Istat ha calcolato che dal 2007 i redditi delle famiglie sono diminuiti del 7%. In secondo luogo, l’esplosione dei debiti pubblici (detti «sovrani» con velenosa ironia, visto che la sovranità è volata altrove), provocata dalla socializzazione delle perdite private (il salvataggio di banche d’affari e imprese decotte). Dal 2008 a oggi, tra i 15 mila e i 20 mila miliardi di dollari (garanzie pubbliche comprese) sono stati mobilitati per far fronte ai disastri causati dalle banche. Seguono a cascata (per effetto della recessione, dei tagli alla spesa e delle cosiddette politiche anti-crisi) la moria delle imprese, la caduta dell’occupazione nel settore privato e nel pubblico impiego, l’adozione di misure che rendono ancora più facili i licenziamenti.
Tutto qui? Certo che no. Dall’altra parte della medaglia, la crisi determina la continua crescita della bolla speculativa. Oggi molte banche europee contraggono debiti per oltre il 4000% del proprio patrimonio, come se nel 2007-8 non fosse successo niente a causa della crisi dei mutui e dei derivati. Determina un’inedita concentrazione della ricchezza nelle mani dei grandi detentori di capitale (banche e fondi), proprietari del debito e beneficiari delle decisioni dei governi. Come ricordava qualche giorno fa Sarah Jaffe sul manifesto, l’ultimo rapporto del Tax justice network stima in oltre un terzo della ricchezza finanziaria privata il patrimonio posseduto dallo 0,01% della popolazione mondiale. La crisi determina quindi un aumento esponenziale delle disuguaglianze all’interno dei Paesi e tra loro. Anche nell’ambito dell’Unione europea si accresce la distanza tra i Paesi forti e «virtuosi» e i reprobi della periferia mediterranea. Una distanza che si traduce in potere decisionale, come mostra nel modo più limpido il rapporto di forze tra Germania e Grecia.
La crisi, insomma, è cattiva con alcuni e molto generosa con altri. Che cosa emerge, infatti, da questo quadro sommario, che omette qualsiasi accenno alle responsabilità pregresse di governi e imprenditori che nei decenni scorsi hanno posto le premesse per l’attuale disastro? Emerge che a causa della crisi moltissimi perdono molto: le classi lavoratrici (con un vistoso processo di proletarizzazione del ceto medio). Mentre pochi guadagnano moltissimo. Quello che chiamiamo «crisi» è in realtà un gigantesco processo di redistribuzione (verso l’alto) della ricchezza (e del potere politico). In linea col trentennio neoliberista, ma con un salto di quantità e di qualità. Le politiche deflazionistiche che stanno precipitando il mondo nella depressione non sono frutto di abbagli o di stupidità (benché siano indubbiamente distruttive). Sono pratiche di recupero-crediti a beneficio dell’oligarchia finanziaria. Non deve stupire che in cinque anni il volume di denaro amministrato dalle prime cinquanta banche private sia più che raddoppiato.
Ma tutto questo, «naturalmente», viene nascosto all’opinione pubblica. Passa rigorosamente sotto silenzio. Il discorso sul debito pubblico è paradigmatico. Televisioni e giornali non si stancano di diffondere un’immagine se vogliamo edificante, derivando l’entità dell’indebitamento pro capite dal rapporto tra debito e popolazione. Come se il debito fosse posseduto da qualche marziano o da dio in persona, e non da una pur piccola parte della popolazione stessa. Circa il 70% del debito del nostro paese è di proprietà di fondi, banche e imprese italiani, oltre che di privati possidenti. I «sacrifici» li fanno gli altri e sono costretti a farli a loro vantaggio.
Che cosa dovrebbe dire una stampa indipendente in un paese democratico? Dovrebbe spiegare che i paesi si sono indebitati perché hanno usato il denaro pubblico per salvare i privati, perché favoriscono l’evasione fiscale e l’esportazione di capitali nei paradisi fiscali, perché i governi si rifiutano – coerentemente – di socializzare profitti e rendite nazionalizzando le banche e imponendo imposte sui patrimoni e tetti ai redditi alti. Dovrebbe spiegare, innanzi tutto, che cosa significa «debito pubblico». Che non è un concetto economico, ma politico, poiché il debito nasce quando un governo decide di finanziare la spesa chiedendo soldi in prestito ai privati. Non ci sarebbe debito se un governo decidesse di finanziarsi prelevando la ricchezza privata per mezzo del fisco.
Ma «naturalmente» su tutto questo si tace (e per stare sicuri si piazza una banchiera alla presidenza della Rai). Del resto è noto che la verità è la prima vittima di una guerra, e questa è una guerra. L’attuale presidente del Consiglio ama rivolgere al popolo messaggi churchilliani e ciclicamente parla di guerra. La crisi è una guerra. L’Italia ha intrapreso «un durissimo percorso di guerra». E il governo, bontà sua, avrebbe in animo di combattere una guerra spietata contro gli evasori. Peccato che la guerra vera la stiano conducendo lui e il suo governo contro chi in questo paese non è in condizione di difendersi e perde reddito e lavoro. Come ha detto qualche mese fa Paul Krugman, quella in atto è una «guerra sociale scatenata dai super-ricchi che pretendono di essere esentati dal contratto sociale».
Qualunque cosa sia questo presunto contratto, l’idea è fondata. La guerra sociale si traduce in milioni di disoccupati e di nuovi poveri, un esercito che si moltiplica per garantire benefici all’oligarchia autoctona e globale. E non varrà liberarsi di Monti (ammesso che ci si riesca), data la natura strutturale degli interventi, a cominciare dal fiscal compact. La responsabilità di chi lo ha imposto (Napolitano) e lo sostiene (il Pd) è enorme, anche perché scientemente assunta. In un’interessante intervista rilasciata da Massimo D’Alema al Corriere della sera il I luglio scorso Monti è definito «una personalità liberale capace di mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti». È per questa sua virtù che il Pd lo sostiene? Lo Stato è buono se paga i soliti noti, e cattivo se tenta di imporre un minimo di giustizia sociale?
«Guerra», si badi, non è una metafora. In passato si combatteva a suon di bombe per colonizzare altri paesi. Oggi per commissariarli bastano troike e agenzie di rating. E governi zelanti. Solo che si tratta di una guerra di nuovo tipo, senza visibile spargimento di sangue. Si tratta della prima guerra capitalista in senso proprio, se è vero che il capitale aspira a comandare ricorrendo alla pura coazione economica. Il suo sogno è governare per mezzo del solo mercato. Il resto è arcaico. Buono per le «razze inferiori». Che infatti continuano a crepare sotto le bombe, come in Africa, in Medio oriente o in Asia centrale. O sotto le raffiche della polizia, come è capitato agli schiavi della miniera inglese di Marikana.
Ma perché è finalmente possibile questa nuova guerra, veramente fredda? Perché esistono finalmente le condizioni sistemiche per combatterla: la possibilità di delocalizzare ovunque le produzioni alla ricerca di condizioni più favorevoli per il capitale industriale; e la possibilità di spostare in tempo reale masse gigantesche di capitale finanziario, decidendo dei tassi d’interesse e di rendimento su tutti i mercati. Oggi il pianeta è unificato sotto il dominio del capitale. Questo non significa che non sussistano, al tempo stesso, fattori di crisi strutturale. La guerra contro i corpi sociali consegue alla caduta del saggio di profitto e a sua volta la riproduce, radicalizzandola. Ma finché la sovranità sarà esercitata dal capitale, ci troveremo a vivere in quest’incubo.
Qui viene fuori, per noi, la morale di tutta questa storia. La crisi è una guerra che il capitale scatena per consolidare il proprio dominio sui popoli e in particolare sul lavoro vivo. C’è una sola strada per combatterla sulla trincea contrapposta, una strada non nuova poiché, a ben guardare, non vi è nulla di inedito in questa vicenda, esito del processo di modernizzazione in corso dalla metà dell’Ottocento: creare un contropotere altrettanto globale, seguendo l’intuizione che il movimento operaio ebbe allora, quando diede vita alla prima Internazionale. Non è facile, e non soltanto per deficit soggettivi. Mentre la concorrenza tra i capitali ne favorisce la centralizzazione, quella, eteronoma, tra i diversi segmenti della classe operaia ostacola l’unità del lavoro. Resta la necessità. La sinistra anticapitalista dovrebbe quindi investire ogni sforzo per costruire la propria unità politica sul piano transnazionale, a cominciare dal livello europeo e, qui, dai paesi più esposti agli attacchi del potere finanziario. Il fatto che, purtroppo, i suoi gruppi dirigenti siano in tutt’altre faccende affaccendati è anch’esso un effetto della crisi. E una sua concausa.

Siria: la BBC insabbia un crimine di guerra


di Paul Joseph Watson* - contropiano - 
 

 
Siria: la BBC insabbia un crimine di guerra
La BBC ha cucito una toppa peggiore del buco nei postumi della polemica su una censura che ha visto l'emittente ritirare un video sui ribelli siriani che costringevano un prigioniero a diventare un attentatore suicida inconsapevole.


* Prison Planet (Traduzione per Megachip a cura di Fanny Milazzo)

La BBC sostiene infatti che il reporter non ha mai definito l'episodio come un "crimine di guerra "quando in realtà è vero il contrario. Come abbiamo già sottolineato, un videoclip che mostrava un prigioniero costretto dai ribelli siriani a guidare un camion carico di esplosivo fino a un posto di blocco militare di Aleppo è stato ritirato sia dal sito web della BBC sia dal canale ufficiale su YouTube della BBC poche ore dopo la sua pubblicazione. I blogger sono stati in grado di registrare e caricare una copia del video che può essere visto qui di seguito.


Il redattore di «BBC World News» John Williams ha risposto alle polemiche in un blog del sito della BBC News, ammettendo che «la storia ha generato molto interesse in tutto il mondo arabo e oltre».

Sebbene Williams non riesca a spiegare perché la BBC abbia destinato la storia al dimenticatoio, tenta nondimeno di minimizzare il fatto che gli avvenimenti raffigurati nel filmato rappresentano palesemente un crimine di guerra, rilevando che a definire in tal modo il tentato omicidio di un prigioniero è Amnesty International.

«Alcune agenzie di stampa filogovernative in Siria hanno suggerito che la BBC e il New York Timeshanno definito l'atto come un "crimine di guerra". Questo non è vero», afferma Williams.

Eppure è vero.

Al minuto 2’13” del videoclip incorporato poco sopra, il reporter della BBC Gordon Corera afferma chiaramente: «L’uso di prigionieri come attentatori suicidi sarebbe certamente considerato un crimine di guerra.»

Quindi, in realtà è proprio così, la BBC ha definito l'atto come un "crimine di guerra", ed è John Williams ad essere sfacciatamente disonesto.

Perché la BBC mente nel sostenere di non aver definito l'atto come un crimine di guerra? Forse perché la sua rimozione della storia costituisce un insabbiamento di un crimine di guerra. Forse il fatto ha reso nervosi gli avvocati e i redattori più anziani.

Ricordiamo che questa non è la prima volta che la BBC è stata colta in flagrante mentre manipolava i reportage sugli eventi in Siria per dare una spinta a un piano di cambiamento di regime in chiave filo-Nato. Lo scorso maggio mostrammo il modo in cui la BBC aveva usato una foto di diversi anni prima di bambini iracheni morti per raffigurare le vittime di un presunto attacco delle forze governative nella città di Houla.

Il fotografo che aveva scattato la foto originale, Marco Di Lauro, pubblicò un post sulla sua pagina Facebook: «Qualcuno sta usando le mie immagini come strumento di propaganda contro il governo siriano per dimostrare il massacro.» Di Lauro dichiarò al Telegraph di Londra di essere "sconcertato" dal fatto che la BBC non fosse riuscita a verificare l'autenticità dell'immagine.

La scusa usata dalla BBC per rimuovere la sconvolgente storia di come i ribelli siriani sostenuti dall'Occidente utilizzano prigionieri all'oscuro per compiere attacchi terroristici è zoppicante per non dire altro.

«Secondo i termini dell'accordo con il New York Times abbiamo solo avuto il diritto di utilizzare il materiale su certi canali di trasmissione. Tuttavia il materiale è stato utilizzato online per errore. Non appena ci siamo resi conto dell'errore abbiamo immediatamente provveduto a rimuovere il materiale online», ha risposto la BBC.

Così ci viene chiesto di credere che la più grande organizzazione al mondo nel campo dell’informazione non disponga di una procedura con cui fare delle verifiche assieme alle altre importanti organizzazioni del mondo delle news prima di utilizzare il loro materiale.

Anche se decidessimo di accettare questa controversa spiegazione, il fatto che la BBC stia ora dicendo il falso apertamente al suo pubblico nel pretendere che il suo inviato non abbia mai qualificato l'episodio come un "crimine di guerra" (quando è vero il contrario) sottolinea ancora una volta come i media allineati con la Nato siano ansiosi di giustificare l'immagine delle forze di opposizione siriane come quella di gloriosi combattenti per la libertà, quando in realtà essi sono guidati da terroristi di Al-Qai'da, intanto che si misurano atti di brutalità che stanno alla pari con qualsiasi atto di cui le forze di Assad siano state accusate

Esperimento Grecia


venerdì 24 agosto 2012

Finalmente una Cosa Seria!

24 agosto, 2012 -Claudio Grassi -

Abbiamo letto l’appello di Luca Sappino e altri compagni per la costruzione di una “Cosa Seria”.
Ciò che ci convince è il significato profondo della proposta, e cioè la definizione di una coalizione unitaria della sinistra italiana per le prossime elezioni politiche. Con all’incirca – azzardiamo noi – le seguenti caratteristiche.
1. Una coalizione che sia sociale prima ancora che politica: che sia in grado cioè di raccogliere le realtà più dinamiche del conflitto emerse negli ultimi anni. Dai metalmeccanici che non chinano la testa di fronte ai ricatti della Fiat agli studenti dell’Onda, dalla straordinaria mobilitazione per l’acqua pubblica e contro il nucleare alle lotte contro le grandi opere inutili e dannose. Una coalizione sociale che metta in rete questi soggetti e punti a rappresentare (come in Italia non avviene da troppi anni) gli interessi dei vasti settori sociali che vivono a contatto, soggettivamente od oggettivamente, con le lotte e i conflitti.
2. Una coalizione che metta al centro il lavoro e, dopo l’ubriacatura ideologica del decennio passato, il bisogno di ricostruire un soggetto politico che miri a determinare e affermare diritti, salario, garanzie di coloro i quali vivono vendendo la propria forza lavoro.
3. Una coalizione che definisca, intorno a questo perno, un programma di governo muovendo dalle proposte indicate in questi mesi dai metalmeccanici della Fiom-Cgil. Non allusioni metafisiche o illusioni politiciste, ma risposte concrete a problemi drammaticamente concreti: un piano pubblico per l’occupazione (connesso ad un più generale rilancio dell’intervento pubblico in economia, per una vera politica industriale che preservi e rafforzi l’apparato produttivo del Paese), un salario minimo garantito, forme di reddito garantito per disoccupati e studenti, una tassazione patrimoniale ordinaria, una seria tassazione delle rendite e delle speculazioni finanziarie per ricostruire pezzo dopo pezzo lo Stato sociale disaggregato da vent’anni di manovre finanziarie privatizzatici.
4. Una coalizione che assuma impegni chiari sui diritti civili e di cittadinanza (in primo luogo dei migranti), sulle tematiche connesse alla questione di genere, sulle spese militari, sull’ambiente e sul modello di sviluppo, sulla cultura e l’antropologia di un Paese distrutto e da ricostruire, su di un’idea di Europa da salvaguardare e al contempo da riscrivere. Da questo punto di vista sarà decisiva la capacità di costruire relazioni stabili e iniziative di mobilitazione e di lotta a livello europeo, senza le quali ogni pratica politica e sociale sul piano nazionale rischia di risultare vana.
5. Una coalizione unitaria che deve proporsi di aggregare tutti coloro che sono oggi, da sinistra, all’opposizione del governo Monti e che, in coerenza con questo, condividono un programma anti-liberista.
In questo la scelta precisa delle interlocuzioni è essenziale.
La maggioranza del Partito democratico ha compiuto una scelta diversa. La Carta d’Intenti, pur affermando spunti condivisibili, contiene due impegni che vanno in una direzione molto diversa dal vostro (e nostro) progetto: gli obblighi di carattere internazionale assunti dall’Italia (si intendono gli obblighi economici con l’Europa, a partire dal fiscal compact, e quelli militari, a partire dalla presenza in Afghanistan) andranno rispettati anche dal prossimo governo; e nella prossima legislatura il governo nascerà in virtù di un patto con i moderati, e cioè con l’Udc e ciò che – eventualmente – essa dovesse aggregare intorno a sé.
Allo stesso tempo è verosimile, come sostiene l’appello, che esista una “parte consistente” del Pd che non condivide questo impianto e le sue conseguenze.
Si tratta di una contraddizione che – ne conveniamo – va valorizzata. Per farla emergere riteniamo indispensabile e prioritario unire tutta la sinistra che è oggi all’opposizione del governo Monti, chiedendo a ciascuno di fare le proprie scelte e di ipotizzare, sulla base dei propri convincimenti e dei propri programmi, le interlocuzioni e le alleanze conseguenti.
Per parte nostra, abbiamo bisogno di un atteggiamento unitario che, fino in fondo, si metta alla ricerca del confronto e del dialogo più ampio. Ma allo stesso tempo del coraggio di chi sceglie di porsi, senza ambiguità, in alternativa agli orientamenti prevalenti nel gruppo dirigente del Partito democratico, che ha scelto – ad oggi – tutta un’altra strada, traducendo la giusta ambizione al governo del Paese nell’obbligo di governare a qualunque costo e con qualsiasi tipo di alleanza.
Costruire una “Cosa Seria” è una cosa seria. Una grande ambizione che non deve farci perdere coraggio, coerenza e realismo. La realtà non è come vorremmo che fosse, ma precisamente come è. Almeno fino a che saremo stati in grado di cambiarla.
Claudio Grassi
Simone Oggionni

"Una cosa seria a sinistra" intervista a Matteo Pucciarelli

- controlacrisi -
Matteo Pucciarelli noto blogger di Micromega è uno dei 6 firmatari dell'appello " Una cosa seria per la sinistra" che oggi è rimbalzato in rete un pò ovunque provocando un acceso dibattito dentro SEL sul tema delle alleanze. Controlacrisi lo ha intervistato.

CLC: L'appello che tu hai firmato sta viaggiando moltissimo in rete e molti giovani di SEL lo condividono. Tu però sei un "livornese sciolto" della sinistra diffusa, cosa ti ha spinto a sottoscrivere un appello con gli iscritti di SEL che però parla a tutta la sinistra?

MP: Più che «sottoscriverlo», lo abbiamo «scritto» in sei. E di sei, gli iscritti a Sel sono tre. Però condividiamo una visione aperta, direi d'area, della sinistra. Una volta si sarebbe chiamata radicale, adesso non saprei. O anzi, la chiamerei sinistra del buonsenso. Il buonsenso oggi sta nell'andare nella direzione opposta rispetto al montismo, di destra e di sinistra. I fatti stanno dimostrando che le ricette tecniche, che non sono tecniche ma liberiste e basta, lo stesso liberismo che ha causato la crisi, stanno fallendo. Com'era ovvio che fosse. Far finta di nulla, non è buonsenso, ma miopia.

CLC: A differenza di altri Paesi, come ad esempio in Olanda dove la questione del Fiscal Compact è al centro del dibattito della campagna elettorale, in Italia si parla di altro. Eppure saranno questi vincoli a condizionare la politica per i prossimi decenni. E' questa la miopia di cui parli?
MP: Il fiscal compact è un provvedimento di destra. Non lo dico io, né una cellula comunista combattente, ma un premio Nobel dell'Economia come Paul Krugman. Secondo il quale esso altro non è che un modo per realizzare il totem ideologico della dissoluzione del welfare. Che in Italia i "tecnici", o il Pdl, o l'Udc ne vadano orgogliosi, lo trovo assolutamente normale. Ma che lo stesso faccia il Pd, spacciandolo per un provvedimento intoccabile, mi sembra non miope: suicida. Ha fallito la Terza Via blairiana? Fa niente, adesso tentano la Quarta Via montiana. L'importante è ignorare la propria ragione sociale...


CLC: Il "montismo" sembra aver ottenuto l'obbiettivo che si era prefissato senza nessuna opposizione, leggendo l'appello si capisce chiaramente che secondo voi il centro sinistra dovrebbe allearsi con la sinistra ed i movimenti sulla base di una visione alternativa. Questa è una cosa positiva, ma la legge elettorale che arriverà a breve e l'ultimo scontro sulla giustizia sembrano aver costruito ancora più distanza tra il PD ed i non allineati. Come la mettiamo?
MP: Io sono convinto, o almeno voglio esserlo, che una buona fetta dell'elettorato del Pd abbia a cuore le cose elencate nella nostra lettera-appello. Parlare esclusivamente alla dirigenza sarebbe una sconfitta in partenza. Detto questo, da alcuni dirigenti ci aspettiamo un sussulto di coraggio e di rottura col recente passato. Anzi, con il presente. E sono convinto che sia il Pd ad aver bisogno della sinistra, non il contrario. Il successo del Movimento 5 Stelle dovrebbe far riflettere: l'elettorato non è mai stato così mobile. Vince l'alternativa, non la conservazione.

CLC: Il successo del vostro appello dimostra che la rete può essere uno strumento per costruire a sinistra uno spazio comune per discutere collettivamente senza farsi dettare l'agenda dai "padroni" della comunicazione. So che è difficile rispondere ma secondo te come possiamo fare?
MP: Devo essere sincero. Spesso a sinistra facciamo un po' di vittimismo sulla questione creando un corto circuito fatto di incomprensioni. I padroni della comunicazione sono pochi in Italia. Quelli che lavorano nella comunicazione, invece, sono migliaia. Sono persone normalissime, come noi, che non ordiscono complotti contro nessuno. A meno che non si chiamino agente Betulla ovviamente... Le idee serie, concrete, supportate dai fatti, attente a ciò che si muove nella società trovano sempre spazio. Magari faranno più fatica, magari non finiscono sulla prima del Corriere della Sera. Però se Luciano Gallino, per fare un esempio, scrive i proprio editoriali su Repubblica professando una visione completamente alternativa rispetto a quella "generale", allora è segno che se siamo all'altezza l'agenda potremo cominciare a modificarla anche noi. E personalmente sono convinto che sia così. Che sarà così

Lo stato confusionale tedesco

Fonte: il manifesto | Autore: Vincenzo Comito
 
Che sta succedendo alla Germania? L’inaugurazione del nuovo aeroporto di Berlino, fissata per l’inizio di giugno, è stata all’ultimo momento spostata al marzo 2013, e ora si parla di un nuovo rinvio. Stato federale, regione del Brandeburgo e comune di Berlino litigano su chi debba farsi carico degli extra-costi, forse 1,3 miliardi di euro in più rispetto ai preventivi. Segni di confusione, in un paese da cui non ce li aspettiamo. E proprio questa è l’immagine che offre l’attuale dibattito sull’Europa, sull’euro, e sulle prossime elezioni politiche del 2013, mostrando una Germania molto divisa e incerta. Intanto, l’economia inizia a perdere colpi.
«Il motore affaticato dell’Europa», così titolava di recente l’Economist sulla Germania: la congiuntura resta più positiva di altri paesi europei, ma l’economia sta rallentando, con una crescita del Pil soltanto dello 0,3% nel secondo trimestre dell’anno. Dopo un lungo periodo nel quale il paese ha tenuto alla larga la recessione, ora la crisi sembra stia per arrivare anche a Berlino. Da una parte, il livello della disoccupazione rimane contenuto ma, in un mercato sempre più nervoso, un numero crescente di indici che misurano le aspettative delle imprese e degli economisti segnano un peggioramento. L’istituto Ifo di Monaco registra una pericolosa caduta di fiducia del mondo del business, un numero crescente di imprese teme una riduzione degli ordini e riduce gli investimenti in macchinari. Si sussurra di possibili tagli nell’occupazione alla Siemens, mentre alcune catene della grande distribuzione, da Karlstadt a Schlecker, sono in difficoltà.
Secondo l’istituto Destatis, in giugno la produzione industriale si è ridotta dello 0,9% e gli ordini all’industria dell’1,7%, mentre quelli provenienti dalla zona euro sono diminuiti del 5% e quelli di origine interna del 2,1%. Le esportazioni verso i paesi della zona euro rappresentano ora circa il 40% del totale, con un certo ridimensionamento rispetto al passato, ma la Germania è riuscita a sostituire tale calo, grazie anche alla debolezza dell’euro, con la crescita delle vendite verso l’Europa orientale, l’Asia, l’America latina. Ora, con il rallentamento (forse temporaneo) dell’economia anche nei paesi emergenti (i Bric), le cose si potrebbero complicare.
I consumi interni reggono ancora e sono aumentati del 2,9% in giugno rispetto a un anno prima, grazie anche al rinnovo di alcuni contratti di lavoro di categoria che ha portato ad aumenti degli stipendi del 4,5%. Anche tale incremento sembra sia peraltro in corso di ridimensionamento. Un rilancio dell’economia tedesca – e di quella di tutto il continente – avrebbe bisogno di una crescita decisa della domanda interna, insieme a un grande piano di investimenti a livello di Unione Europea, ma l’élite di Berlino non sembra all’altezza dei problemi.
Iniziamo dagli economisti. In luglio circa 200 tra loro hanno firmato una lettera aperta che definisce sbagliata la politica di Angela Merkel nei riguardi dell’euro; nel documento si avverte l’opinione pubblica dei pericoli di un’unione bancaria e di una socializzazione dei debiti delle banche. Secondo i firmatari, le misure di salvataggio previste in sede di istituzioni europee, porterebbero beneficio soltanto a Wall Street, mentre danneggerebbero tutti gli altri. A questo punto altri 200 economisti hanno redatto una seconda lettera aperta, nella quale si sostiene che l’unione bancaria è essenziale per il salvataggio dell’euro. Sono seguite altre prese di posizione, con le proposte più varie, senza che emerga un consenso su che cosa dovrebbe fare il paese.
Veniamo ai politici. La discussione tra (e dentro) i partiti sembra non meno incerta di quella accademica. Angela Merkel e gran parte del governo, consci forse del vicolo cieco in cui si erano cacciati, ora appaiono più possibilisti sul salvataggio dei paesi in difficoltà – sempre peraltro a condizione dell’inasprimento di politiche di austerità – mentre la Csu bavarese e i liberali, nonché la Banca Centrale, che gode di grandissimo prestigio nel paese, appaiono ferocemente contro. La discussione si concentra in questo momento sul funzionamento del Fondo salva stati e sul parallelo ruolo della Bce. Va sottolineato che nelle tre votazioni in parlamento sull’Europa avvenute nel corso di quest’anno, la Merkel ha ottenuto l’avallo alla sua politica solo con il voto determinante dell’opposizione.
Apparentemente il partito socialdemocratico (Spd) gioca la carta della solidarietà europea. Ha affidato a Jurgen Habermas e a due altri esperti (un altro filosofo e un economista) la preparazione di contributi per il programma del partito, e tali studiosi sono a favore di un deciso trasferimento di sovranità, che non dimentichi peraltro il principio democratico. Tale cessione di poteri dovrebbe essere sanzionata da un referendum da effettuare in tutti i paesi dell’euro. Per diversi mesi la Spd sembrava molto aperta alle misure di sostegno ai paesi deboli, compresa l’emissione di eurobond, ma di recente le prese di posizione di qualche suo esponente – forse marginale? – sembrano invece collocarsi vicino alle idee degli oltranzisti dell’altro fronte.
La scadenza elettorale dell’autunno 2013 inizia a condizionare i comportamenti. Appare difficile immaginare che, nonostante l’attuale grande popolarità personale di Angela Merkel, i risultati delle elezioni possano permettere la formazione di un nuovo governo Cdu-liberali come quello attuale; la soluzione più plausibile sembra una grande coalizione, nella quale la Cdu dovrà venire a patti con i socialdemocratici, mentre un po’ meno probabile appare la vittoria piena di una coalizione di sinistra, viste anche le divisioni esistenti tra i partiti dell’area. In ogni caso, qualcosa nella politica tedesca verso l’euro potrebbe presto cambiare in maniera significativa.
Nelle decisioni politiche europee, la Germania ha per tanto tempo – per comprensibili ragioni di opportunità – mantenuto un basso profilo; ora si è ritrovata all’improvviso con la responsabilità della guida di fatto dell’Europa, senza che le sue élites politiche ed economiche avessero una preparazione adeguata. La memoria corre, a questo proposito, al caso del Giappone che, alla fine degli anni ottanta aveva raggiunto l’obiettivo di ottenere lo stesso livello di sviluppo economico dell’Europa e degli Stati Uniti, obiettivo che inseguiva da più di un secolo; a quel punto il paese si è ritrovato smarrito, non sapendo più che nuovi traguardi porsi. La Germania si trova di fonte ad un bivio; potrebbe decidere di fare come le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale, che imposero al paese riparazioni di guerra alla lunga insostenibili, e che contribuirono a portarla verso l’avventura nazista, oppure potrebbe ispirarsi al secondo dopoguerra, quando gli alleati concessero, con un accordo del 1953, la riduzione del 50% del debito tedesco, contribuendo così in misura rilevante al decollo dell’economia.
* Quest’articolo continua il viaggio del manifesto nella politica e nell’economia dei paesi europei, aperto dal caso spagnolo ( Agenor , 18 agosto) e dall’inchiesta sulle elezioni olandesi ( Francesco Bogliacino , 23 agosto)

La Grecia chiede tempo Schäuble: sono soldi

Autore: Fr. Pi.
- controlacrisi -
Anche Hollande invita Samaras a «fare gli sforzi necessari» perché Atene possa restare nell’euro
Un vertice a due, come quando bisogna far presto a decidere. Tanto tutti gli altri paesi possono solo seguire, accompagnando quello dei due che offre migliore sostegno ai propri interesse.
L’asse franco-tedesco si è confermato ieri sera (una cena di lavoro terminata troppo tardi per potervene dar conto) intorno alla questione tornata ormai centrale per il futuro dell’eurozona: cosa fare con la Grecia?
La vigilia aveva riproposto due visioni non sempre facilmente convergenti, con Angela Merkel a fare la faccia dura come pretendono i custodi di Bundesbank e il suo ministro delle finanze. La richiesta del premier greco Antonis Samaras, che tra oggi e domani vedrà sia Merkel che Francois Hollande, è nota: servono due anni in più per portare a termine il programma imposto dalla troika (Bce, Ue, Fmi). Ma si accontenterebbe probabilmente anche di qualcosa di meno. In diverse interviste a media tedeschi ha voluto «garantire personalmente che Atene restituirà tutti i soldi» ai contribuenti europei. Ha cercato di terrorizzare i propri concittadini che contestano i tagli parlando di uno «scenario devastante» l’uscita della Grecia dall’euro.
Ma ha sollevato anche un argomento più serio: come possiamo privatizzare (spuntando un prezzo accettabile, ndr) quando ogni giorno i funzionari europei speculano pubblicamente su una potenziale uscita»? Il rischio per i greci è di svendere asset che altri (tedeschi, francesi o inglesi) gradirebbero per l’appunto ceduti in saldo.
Ma Wolfgang Schaeuble ha sbarrato la porta spiegando che «più tempo non è una soluzione del problema, ma solo più soldi da spendere». Altri 20 miliardi di aiuti, hanno quantificato gli analisti. Anche Hollande, entrando nel palazzo della Cancelleria, ha dovuto premere sul tasto della responsabilità di atene, che «deve naturalmente fare gli sforzi necessari»; anche se «è mio auspicio che la Grecia resti nell’eurozona; questa è la nostra volontà e lo diciamo da quando la crisi è iniziata». Ma Merkel ha messo un paletto preciso: per poter prendere qualsiasi decisione si dovrà prima analizzare il rapporto che i funzionari della troika in questo momento al lavoro ad Atene presenteranno ai leader europei. Il margine è insomma molto stretto, i rischi politici, oltre che economici, per l’Europa tornano alti. Il ministro finlandese degli affari europei è arrivato a denunciare – in controtendenza con gli umori prevalenti nel suo governo – la tentazione di erigere un «nuovo muro di Berlino» che separerebbe questa volta nord e sud del continente.
Non solo Citigroup, ormai, considera vicine al 90% le probabilità che Atene esca dalla moneta unica entro 12-18 mesi. Persino i bookmakers britannici quotano le scommesse in merito a 1,15 (l’Italia è data a 9). L’unica consolazione è che le scommesse sarebbero restituite se dall’aeuro uscissero tutti contemporaneamente.

giovedì 23 agosto 2012

"Arrestato senza un motivo". Ora il poliziotto risponde e spiega...

Un dirigente di Rifondazione, viene arrestato dalla polizia municipale durante una festa. Lo racconta sul nostro sito. Ora risponde uno degli agenti: sono anch'io di sinistra, e ho fatto il mio lavoro

- ilmanifesto -
Luigi Perna - 23.08.2012
Caro compagno Morvillo,
mi chiamo Luigi Perna e sono uno degli agenti della polizia municipale di Napoli che nella notte tra il 15 e il 16 agosto scorsi hanno preso parte al tuo arresto. Ho ritenuto doveroso intervenire sull'argomento dopo aver letto i resoconti parziali e male informati di alcuni quotidiani e il tuo corposo resoconto inviato al manifesto, quotidiano a me caro a causa del mio recente passato in cui, come te, sono stato dirigente di uno dei partiti della sinistra napoletana.
Nelle ore successive ai fatti da te raccontati avevo deciso di starmene in disparte e non occuparmi dell'argomento, tuttavia le tue considerazioni esigono una risposta, se vuoi da compagno a compagno.
Partiamo dall'inizio: una macchina della polizia municipale arriva presso il locale da te frequentato alle 3 del mattino in seguito alle proteste degli abitanti dovute alla musica troppo alta e agli schiamazzi: sappi che è una cosa che capita molto spesso, purtroppo anche a causa della proverbiale incapacità delle diverse amministrazioni comunali di trovare una mediazione definitiva tra il diritto al divertimento e quello, consentimi, sacrosanto, delle persone che si svegliano presto la mattina per andare a lavorare, di riposare in pace almeno per qualche ora. In ogni caso, nella quasi totalità delle occasioni, si preferisce non intervenire con sanzioni amministrative, anche laddove ci sono violazioni della legge, e chiedere civilmente di andare incontro alle esigenze dei cittadini e abbassare il volume. Quella notte i colleghi entrarono nel locale con lo stesso intento e tuttavia, contrariamente a quanto tu racconti, furono essi ad essere trattati in modo irriguardoso e provocatorio, in particolare dalla persona che gestiva la musica, che quasi cacciò fuori con parole offensive la collega che aveva chiesto di abbassare la musica. Da un compagno come te mi sarei aspettato che prendessi le difese di una lavoratrice notturna trattata male nell'esercizio delle sue funzioni... e invece tu, concentrando la tua attenzione su quello che rappresenta la «divisa» ai tuoi occhi, ti sei unito fin dall'inizio, in modo arrogante, a quelli che si ribellavano contro una normalissima attività di routine.
I colleghi sono stati costretti a chiedere i rinforzi perché, in quello stato di agitazione generale e nell'impossibilità di giungere ad una pacifica soluzione del problema, c'era bisogno di maggiori unità: se tu, quale compagno politicamente impegnato, ti fossi attivato con gli altri partecipanti alla festa nella direzione di una mediazione, la questione si sarebbe risolta in cinque minuti.
Come sempre avviene in questi casi, quando dall'altra parte si riscontra solo incomprensione ed ostilità, si decide di fare fino in fondo il proprio dovere nell'esercizio delle proprie legittime competenze. Ed è a quel punto, quindi, che tre colleghi sono entrati dentro per effettuare un normale e banalissimo controllo della documentazione amministrativa del locale. Non potendo effettuare tale operazione con venti persone addosso che inveivano contro di noi, si è chiesto a tutti di uscire fuori per il tempo strettamente necessario (cinque minuti) al controllo dei permessi e all'eventuale redazione di una contravvenzione. Nessuna ispezione, compagno Morvillo, solo un controllo dei permessi.
Tu però non eri d'accordo e non volevi che facessimo il nostro dovere, urlavi davanti al portone del locale agitando il tuo tesserino di giornalista insistendo sul fatto che era un tuo diritto assistere a quello che stavamo facendo: cosa assolutamente falsa, come forse ti avranno spiegato in seguito. A più riprese hai cercato di forzare il blocco alla porta e a più riprese un collega ti ha gentilmente allontanato invitandoti a non perseverare nel tuo intento, per il tuo bene. Ricordo bene che tu urlavi: «Arrestatemi! Fatemi vedere, voglio essere arrestato!». Nell'unico momento in cui il collega si è distratto tu hai quasi sfondato la porta, sei piombato all'interno e urlando ti sei scaraventato contro il collega che stava controllando i documenti, che non è caduto a terra solo grazie alla sua mole. A quel punto, nell'impossibilità di farti ragionare - eri una furia - ti abbiamo caricato su una delle auto di servizio e condotto presso il nostro comando centrale.
Ho chiesto personalmente al personale di turno di aprire una stanzetta di servizio dove ti ho fatto accomodare - ti ricordi? - e subito dopo sono andato a comprarti una bottiglietta d'acqua. Abbiamo contattato il magistrato di turno e insieme a lui abbiamo convenuto che non era il caso di accompagnarti presso le camere di sicurezza della questura di Napoli (al buio e con letti di pietra), come si fa in questi casi, e ti abbiamo trattenuto al comando pur non essendo forniti di strutture adeguate. Ti abbiamo piantonato, caro compagno Morvillo, al di là dell'obbligo legale di fare ciò, soprattutto perché il tuo persistente stato di agitazione non garantiva sul fatto che te ne saresti stato buono al tuo posto senza provocare ulteriori danni prima di tutto a te stesso, e quindi anche a tutela della tua incolumità. Ti abbiamo chiesto di fornirci il numero o anche solo il nome del tuo avvocato di fiducia, per avere il tempo necessario per cercarlo e convocarlo, e ti sei rifiutato di darcelo. Ti abbiamo chiesto un numero di casa tua, di un parente, di una amico o di una persona di tua fiducia da contattare per informarla di quanto stava accadendo, di dove ti trovavi e di cosa ti aspettava, e ti sei rifiutato di darcelo. Pretendevi di avere il tuo telefonino, cosa che non era possibile. Per venirti incontro ho anche telefonato in piena notte ad un nostro ufficiale esperto della materia per verificare se nella normativa ci fosse qualche appiglio che ci consentisse di farti fare direttamente le telefonate, ma la risposta è stata assolutamente ed inderogabilmente negativa.
Quanto alle manette che ti sono state messe prima di essere portato in tribunale, sappi che i colleghi che ti hanno assistito sono stati sonoramente rimproverati per non avertele messe fin dall'inizio, cosa che va fatta ogni volta che una persona viene tratta in arresto.
Nel complesso, quindi, dal mio punto di vista tu sei stato trattato in modo assolutamente umano e rispettoso dei tuoi diritti, e se ti è capitato un fatto del genere è solo perché non hai capito che il tuo diritto al divertimento doveva conciliarsi con il rispetto dei lavoratori in divisa con cui sei venuto in contatto e con i tuoi concittadini che avevano bisogno di dormire.
Detto questo, mi consentirai di non condividere i tuoi reiterati riferimenti ai fatti di Genova 2001 e ai casi Cucchi, Aldrovandi, Sandri, Giuliani, etcc... Io a Genova c'ero, come te, sicuramente, e ho visto cose terribili, tanto terribili che quando son tornato a casa volevo a tutti i costi licenziarmi e non indossare mai più una divisa. Per fortuna non l'ho fatto: ero stato assunto da pochi mesi e negli anni successivi ho avuto la possibilità di conoscere, dall'interno, una realtà complessa fatta di persone in carne ed ossa che si confrontano quotidianamente con una serie di contraddizioni che la classe politica scarica esecrabilmente sulle loro spalle.
Ma tu, compagno Morvillo, credi davvero che alla maggioranza di noi piaccia sgomberare i clandestini o smantellare i mercatini degli extracomunitari? Ma tu pensi davvero che queste operazioni nascano nella testa di un comandante e non siano, invece, il frutto di una scelta politica chiara e deliberata e tuttavia non ammessa pubblicamente a causa delle contraddizioni interne alla maggioranza?
Caro compagno Morvillo, mi consentirai come chiosa una considerazione un po' provocatoria: Pier Paolo Pasolini, come ben sai, all'indomani degli scontri di Valle Giulia si schierò dalla parte dei poliziotti figli di contadini ed operai e contro gli studenti figli di borghesi. Ebbene, nella notte tra il 15 e il 16 agosto scorsi, confrontandomi con te ed i tuoi amici io, da comunista, sono stato felice di essere dalla parte dei gendarmi.
Spero comunque di rivederti in migliori occasioni.
Fraterni saluti,
Luigi Perna

Non è tutto oro ciò che è tedesco

  
Se è vero che non è più il tempo delle crescite miracolose, come sottolineava Dani Rodrik qualche giorno fa, sarà bene allora concentrarsi sulla precaria situazione dell’Europa e, in particolare, sulle prospettive di crescita della Germania, fino ad oggi considerata il “paese forte” dell’Unione, quello capace di esercitare il ruolo di “locomotiva”, giustificando in tal senso anche la propria autorità nel dettare l’agenda politica di tutta l’area.
Il campanello d’allarme è suonato il 14 agosto (cfr. Spiegel), quando sono stati resi noti dall’Ufficio statistico federale tedesco i dati macroeconomici che mostrano per la Germania una crescita nel secondo trimestre dell’anno (rispetto a quello dell’anno precedente) pari allo 0,3%. Si tratta certamente di un risultato positivo se confrontato con la “crescita zero” della Francia, e con la recessione dell’Italia (-0,7%) e della Spagna (-0,4%). Ma – si chiede l’Economist in un editoriale del 18 agosto – a queste condizioni, in che misura e fino a quando potrà la Germania fungere da “locomotiva dell’Europa”? Si tratta, è vero, di una situazione relativamente recente, poiché fino alla fine del 2011 la crescita dell’economia tedesca mostrava perfino segni di accelerazione.

La difficile situazione degli altri paesi europei, sta però ora sortendo i suoi effetti, anche se alcuni margini di manovra sembrano ancora esistere. La consistenza del surplus commerciale della Germania è infatti è ancora significativa, anche per effetto dell’avanzata sui mercati del centro Europa, dell’Asia e del continente americano e del vantaggio offerto da un euro debole. Per diversi esponenti del governo, anzi, questa è considerata una situazione florida, tale da non richiedere interventi correttivi per aumentare il ruolo di traino della domanda interna. Ma per molti economisti, così come per la confederazione generale del sindacato tedesco, la situazione appare molto meno rosea, e sarebbero piuttosto necessari interventi di stimolo sugli investimenti. I consumi interni, infatti, nel complesso stanno mostrando una discreta stabilità, mentre gli investimenti in nuova capacità produttiva stanno languendo.
In effetti anche i segnali in questo senso non sono tutti univoci, come risulta dalle tendenze del mercato dell’auto, per il quale si registra una nuova espansione nei mercati extra – europei, ed in Cina ed India, in particolare. Ma, di nuovo, sono da porre all’attenzione le prospettive di lungo periodo, poiché, allo stato attuale, i paesi dell’UE rappresentano ancora il 40% dell’export tedesco di auto.
Luci e ombre, dunque, sull’economia tedesca. Ma, soprattutto, una sostanziale incertezza, che si alimenta dell’instabilità del traino esercitato dalle esportazioni in prospettiva (volendo aggiungere – cosa che l’Economist non menziona, ma che è divenuta ormai dominio comune – anche il rallentamento della crescita delle economie emergenti verso le quali la Germania ha diretto progressivamente quote maggiori di export) e della sostanziale debolezza della componente dei consumi in quanto centro propulsore della domanda interna, poiché – come sottolinea l’Economist – i settori del commercio al dettaglio e dei servizi in Germania non sono efficienti nel “catturare” i consumatori.
Stefan Schneider, economista della Deutsche Bank, chiosa il tutto ricordando che è molto difficile per la Germania avere prospettive di crescita sotto siffatte condizioni. E ricorda così che negli anni ’90, ai tempi dell’unificazione, fu fatta proprio una politica di incentivazione dell’investimento nell’Est del paese. Oggi sarebbe il caso di ridare vita a quegli incentivi per gli investire nelle aree della periferia europea.
Ma, aggiungiamo noi, i tempi e i modi stando ai quali – e stando al quadro presentato – la Germania può essere autonomamente in grado di dare impulso alla propria economia, sembrano di là da venire. Mentre sembra assai più realistico il condizionamento che lo scenario negativo dell’economia mondiale tutta è in grado di esercitare nell’immediato, con effetti non trascurabili sulla consistenza e sulla diversificazione delle scelte di investimento.

Il tragico debito che il capitalismo fa finta di non vedere

Autore: MASSIMO ROSSI* - controlacrisi - 
        La Global Footprint Network Information ci fa sapere che cade proprio oggi, mercoledì 22 agosto il giorno in cui l’impronta ecologica mondiale oltrepassa quet'anno la soglia biologica della Terra (“la capacità di un ecosistema di rigenerare risorse e di assorbire i rifiuti generati dagli umani”). “Da domani”, sostengono gli autorevoli curatori dello studio, “sosterremo il nostro deficit ecologico dando fondo alle riserve naturali e accumulando anidride carbonica nell'atmosfera”. Per far fronte all'attuale sistema di produzione/spreco/consumo/inquinamento... occorrerebbero le risorse di una Terra e mezza.
Di certo Mario Monti e gli altri sacerdoti europei ed internazionali del liberismo non ci parleranno di questo tragico debito con la natura prodotto dal saccheggio e dallo spreco consumistico dell’economia capitalistica. Questo, per loro, serve a far girare i mercati e a produrre il massimo profitto nel minor tempo possibile, fine primario di questo barbaro modello socio economico... quindi non può essere fernato.
Ma mentre il debito finanziario viene drammatizzato come pretesto per demolire i diritti e la civiltà dei popoli, quello con l’ecosistema che non è sanabile ne riscattabile viene rimosso.
Se non ci ribelleremo lo lasceremo per intero ai nostri figli insieme alla nuova schiavitù ai padroni del vapore nella quale ci sta sprofondando l’attuale classe dirigente.
* Portavoce Fds

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