
Movimenti mondiali e questione nazionale, nuove risposte per vecchie sfide
Intervista a Samir Amin, economista. Fonte: laprospettiva
1) Su diversi giornali e siti si parla di Primavera Araba, così come in passato si è utilizzata l’espressione Primavera Sudamericana. Si tenta anche di collegare questi processi con le varie forme di protesta europee, dagli indignados ai referendum italiani. Nonostante questo collegamento è evidente l’assenza dello spirito di Genova 2001, un senso di unità che in molti riassumevano con lo slogan “un altro mondo è possibile”. C’è stata una perdita di unità ed è mai realmente esistito un movimento mondiale anticapitalista?
Alla questione è difficile rispondere. I movimenti sono evidentemente diversi l’uno dall’altro, da un paese all’altro: ognuno ha delle condizioni specifiche. C’è un grosso pericolo nel parlare di “mondo arabo”, perché si rischia di ignorare le molte differenze che esistono tra le vicende di Tunisia ed Egitto rispetto alla fase di Siria e Libia. Questo vale ovviamente di più per il collegamento con un realtà così distante come quella sudamericana, che presenta delle differenze anche al suo interno, dal Brasile al Venezuela cambia molto. Lo stesso discorso vale per i movimenti di Europa e Stati Uniti, che hanno caratteristiche proprie, legate alle specificità delle loro basi sociali.
C’è comunque qualcosa di comune in tutto questo: non sono solo movimenti di protesta ma di lotta contro il capitalismo odierno, quello del monopolio generalizzato e finanziario. Ovviamente si attaccano a un aspetto o a un altro, sono lotte segmentarie, ma la pluralità di questa lotta converge nella lotta generale contro il sistema, tanto nel mondo arabo quanto in quello sudamericano ed europeo. È un grande movimento mondiale che ha un fondamento comune, anche se non siamo ancora arrivati a una capacità del movimento di stabilire delle corrispondenze sufficienti per trasformare il momento di lotta locale o nazionale a un movimento, se non unificante, almeno convergente. Continuano a essere movimenti molto diversi tra loro.
Non ho mai amato la frase “un altro mondo è possibile”. Il mondo è in trasformazione permanente, ogni giorno l’avvenire è diverso dal presente. Il futuro muta ogni giorno e può essere migliore come peggiore. L’avvenire che vogliamo costruire è l’avvenire socialista e la prospettiva è quella comunista. Una prospettiva che non possiamo realizzare immediatamente, o in qualche anno e mese. Dobbiamo però conservare una visione di prospettiva generale.
Per me il comunismo non è un nuovo modo di produzione, migliore del capitalismo. È uno stato della civilizzazione avanzata. Serve una stagione della civilizzazione umana che non si può realizzare con un movimento dal basso estemporaneo. I movimenti però possono contribuire a costruire un modo diverso di gestione della società e della economia. Questo è il comunismo, e credo fosse questa la visione di Marx, anche se non ho il monopolio per parlare di marxismo.
Intervista a Samir Amin, economista. Fonte: laprospettiva
1) Su diversi giornali e siti si parla di Primavera Araba, così come in passato si è utilizzata l’espressione Primavera Sudamericana. Si tenta anche di collegare questi processi con le varie forme di protesta europee, dagli indignados ai referendum italiani. Nonostante questo collegamento è evidente l’assenza dello spirito di Genova 2001, un senso di unità che in molti riassumevano con lo slogan “un altro mondo è possibile”. C’è stata una perdita di unità ed è mai realmente esistito un movimento mondiale anticapitalista?
Alla questione è difficile rispondere. I movimenti sono evidentemente diversi l’uno dall’altro, da un paese all’altro: ognuno ha delle condizioni specifiche. C’è un grosso pericolo nel parlare di “mondo arabo”, perché si rischia di ignorare le molte differenze che esistono tra le vicende di Tunisia ed Egitto rispetto alla fase di Siria e Libia. Questo vale ovviamente di più per il collegamento con un realtà così distante come quella sudamericana, che presenta delle differenze anche al suo interno, dal Brasile al Venezuela cambia molto. Lo stesso discorso vale per i movimenti di Europa e Stati Uniti, che hanno caratteristiche proprie, legate alle specificità delle loro basi sociali.
C’è comunque qualcosa di comune in tutto questo: non sono solo movimenti di protesta ma di lotta contro il capitalismo odierno, quello del monopolio generalizzato e finanziario. Ovviamente si attaccano a un aspetto o a un altro, sono lotte segmentarie, ma la pluralità di questa lotta converge nella lotta generale contro il sistema, tanto nel mondo arabo quanto in quello sudamericano ed europeo. È un grande movimento mondiale che ha un fondamento comune, anche se non siamo ancora arrivati a una capacità del movimento di stabilire delle corrispondenze sufficienti per trasformare il momento di lotta locale o nazionale a un movimento, se non unificante, almeno convergente. Continuano a essere movimenti molto diversi tra loro.
Non ho mai amato la frase “un altro mondo è possibile”. Il mondo è in trasformazione permanente, ogni giorno l’avvenire è diverso dal presente. Il futuro muta ogni giorno e può essere migliore come peggiore. L’avvenire che vogliamo costruire è l’avvenire socialista e la prospettiva è quella comunista. Una prospettiva che non possiamo realizzare immediatamente, o in qualche anno e mese. Dobbiamo però conservare una visione di prospettiva generale.
Per me il comunismo non è un nuovo modo di produzione, migliore del capitalismo. È uno stato della civilizzazione avanzata. Serve una stagione della civilizzazione umana che non si può realizzare con un movimento dal basso estemporaneo. I movimenti però possono contribuire a costruire un modo diverso di gestione della società e della economia. Questo è il comunismo, e credo fosse questa la visione di Marx, anche se non ho il monopolio per parlare di marxismo.







































