Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 8 febbraio 2012

Ma cos'è questo debito?

Debito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa".

di Cedric Durand ilmegafonoquotidiano
Debito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa".
Anche gli antropologi hanno molto da insegnarci in questa materia.

Marshall Sahlins (1) e Maurice Godelier (2), in modo particolare, hanno mostrato che la relazione di debito si inserisce sempre in un rapporto di potere. È il riconoscimento di un debito simbolico che ha condotto all'apparizione di società gerarchizzate, diseguali, dove alcuni vivono del lavoro degli altri.
Nell'Antichità, a causa dei debiti, si rischiava di diventare schiavi o di essere costretti ad abbandonare i propri figli (3). Spesso all'origine di un gran numero di rivolte sociali, il debito era una minaccia permanente per queste società antiche, una minaccia evitata con il ricorso a periodici annullamenti generali di debiti o dei limiti posti alle esigenze dei creditori. Fino a dove si impone l'obbligo di pagare i propri debiti? Quando il debito diventa illegittimo? Vecchie questioni che esplora David Graeber nel suo ultimo libro, Debt, the First 5000 Years, ma che sono di scottante attualità in un momento in cui il debito pubblico è il pretesto per una brutale punizione collettiva.
Il debito è un rapporto economico e morale che impegna sia il creditore che il debitore, ma è anche un rapporto politico i cui termini possono essere rivisti in ogni momento. Ricordare questo oggi è essenziale dato che lo sviluppo di forme di governo fondate sul debito tenta di santificare questa relazione diseguale.

In nome del debito, viene messo in atto un processo predatorio il cui obiettivo è di offrire nuove opportunità di profitto per rilanciare la macchina capitalista ingrippata dalla crisi. Privatizzazioni a prezzi di saldo, diminuzioni dei salari e delle pensioni, smantellamento dei servizi pubblici, sono altrettante sfaccettature dello stesso fenomeno, cioè del tentativo di rilanciare l'accumulazione del capitale offrendogli nuove opportunità di profitto a spese di ricchezze precedentemente appannaggio della popolazione in generale oppure di un determinato settore della società.
Per opporsi a questa ondata di espropriazioni, per tentare di uscire da questo incubo, è necessaria una premessa: smascherare quello che s' intende per debito.
Si tratta innanzitutto di insistere sul fatto che il debito pubblico contrattato sui mercati finanziari liberalizzati è l'altra faccia della medaglia dell'austerità: il finanziamento delle amministrazioni pubbliche sui mercati è il meccanismo che permette un ricatto permanente attraverso i tassi di interesse. Altre forme di finanziamento sono esistite in passato. In Francia, fino alla soppressione dei "planchers d'effet publics" [obbligo fatto alle banche di detenere almeno una percentuale dei loro averi in buoni del Tesoro pubblico NdT] alla fine degli anni 1960, le banche erano in questo modo obbligate a contribuire al finanziamento dello Stato. Inoltre, contrariamente a quello che succede con la BCE, la banca centrale era autorizzata ad offrire garanzie illimitate ai titoli pubblici, scoraggiando nel contempo la speculazione (come è sempre il caso negli Stati Uniti e in Giappone).

Malgrado ciò, non ci sono soluzioni monetarie magiche alla crisi del debito. Nell'immediato, è vero che garanzie da parte della banca centrale potrebbero permettere di ottenere un termine supplementare ed evitare la spirale depressiva che sta per colpire l'Europa. Ma quello che c'è in gioco, fondamentalmente, è la nuova fase del conflitto endemico proprio a quello che Wolfgang Streeck chiama il "capitalismo democratico". Questo conflitto di ripartizione oppone, da un lato, le esigenze delle popolazioni - in termini di servizi pubblici, di protezione sociale e di salari - nella misura in cui si ritrascrivono in maniera deformata nelle istituzioni politiche e sociali; dall’altro vi sono le esigenze di redditività avanzate dai mercati capitalisti. Questa contraddizione, quando non può più essere contenuta dalla dinamica del sistema come nel dopoguerra, prende differenti forme: inflazione negli anni 1970, debito pubblico negli anni 1980, indebitamento privato negli anni 1990 e 2000 nei paesi anglosassoni o in Spagna.

L'aumento dell'indebitamento - che è, in questo periodo storico, solo un nome diverso con il quale indicare la finanza - ha permesso temporaneamente di spostare questo conflitto nel tempo, di dare l'illusione che i bisogni delle popolazioni e le esigenze del capitale potevano essere conciliate. La liberalizzazione della finanza e la sofisticazione estrema attraverso la moltiplicazione dei prodotti derivati non è stato che un gioco di prestigio che ha permesso di gonfiare un po' di più questa accozzaglia di promesse non onorabili. La crisi ha decretato la morte di questa chimera. Gli Stati sono venuti in soccorso al sistema finanziario ma, con l'erosione della fiducia sui titoli del debito pubblico, assistiamo a un meraviglioso effetto boomerang: il sistema finanziario si blocca, minacciando ancora un volta le banche di grounding. Ritorno al mittente, non ci sono altre soluzioni che iniziare una triste operazione di sgonfiamento la cui ampiezza non può essere ridotta che con l'austerità e le privatizzazioni. È in questo quadro che si pone la questione della legittimità del debito.
In Europa oggi, il debito pubblico non è odioso nello stessa misura di quello contrattato, per esempio, dalle dittature latinoamericane negli anni 1970. Ma non per questo può essere considerato legittimo4.

La prima cosa da sottolineare è che l'esplosione del debito pubblico è la conseguenza diretta dei piani di salvataggio del sistema bancario e di rilancio delle attività nel 2008-2009; ma, soprattutto, della diminuzione di entrate fiscali legata alla crisi. Il costo di questa crisi il cui punto d'innesco è la sfera finanziaria, è stato così trasferito agli Stati: il debito pubblico della Francia è passato dal 63.7 per cento del PIL a fine 2007 all'86.2 per cento nel giugno 2011; quello dell'Irlanda e della Spagna sono rispettivamente saliti dal 25 al 79.7 per cento e dal 36.2 al 62.3 per cento tra il 2007 e il 2010.
Sul più lungo periodo, l'utilizzazo dei mezzi finanziari resi disponibili dall'indebitamento è un altro aspetto del problema. Ci sono dei casi particolari che non mancano di una certa ironia: la Grecia è il paese in Europa che ha il più alto livello di spese d'armamento in proporzione al suo PIL (3.2 per cento nel 2009)… e i suoi principali fornitori sono la Francia e la Germania, che sono anche i suoi principali creditori esterni! Ma un fenomeno più generale concerne l'evoluzione della fiscalità. Se nella maggioranza dei paesi, i prelievi obbligatori non sono diminuiti nel corso degli ultimi decenni, al contrario i tassi di imposizione fiscale dei più ricchi sono crollati dappertutto.
L'aumento del debito pubblico prima della crisi è così sovente il corollario di una fiscalità violentemente anti-redistributiva, particolarmente in Francia come hanno dimostrato Camille Landais, Thomas Piketty e Emmanuel Saez (5). A tutto ciò si aggiunge una diminuzione dei prelievi sul capitale che viene a gravare ulteriormente sulle entrate delle amministrazioni pubbliche, in seguito agli alleggerimenti e agli esoneri dall'imposizione accordati alle imprese, le nicchie fiscali e le disposizioni specifiche come il "credito imposte ricerca". Le somme in gioco, in un paese come la Francia, sono considerevoli: 172 miliardi di euro di mancate entrate nel 2010 vale a dire del 8.9 per cento del PIL della Francia! (6). Inoltre, questi nuovi privilegi dei ricchi e del capitale sono rafforzati da un libero accesso ai paradisi fiscali. L'8 per cento della ricchezza mondiale si trova in questi paradisi fiscali o sfugge all'imposizione. In Francia, la parte dei redditi dell'1 per cento più ricco ammonterebbe infatti a circa il 20 per cento del reddito globale, contro la metà (10 per cento), se si considerano i dati basati sui conti nazionali.
Esiste così una relazione tra, da un lato, l'evoluzione della fiscalità che ha favorito l'aumento delle disuguaglianze dei redditi e una ripartizione delle ricchezze prodotta in sfavore del lavoro; e, d'altro canto, un aumento dell'indebitamento pubblico che è venuto a sostituire le entrate fiscali mancanti.

Un'ultima dimensione, forse ancora più essenziale, consiste nel concentrarsi sugli effetti delle misure di austerità prese in nome del rimborso del debito. Se gli individui non sono direttamente ridotti in schiavitù, la violenza strutturale che implica il "governo attraverso il debito" non è meno spaventosa.
Generalizzazione della disoccupazione e della povertà costituiscono gli aspetti più conosciuti del sifone nel quale si dislocano delle società aspirate dall'austerità. Le ferite sono profonde. Uno studio pubblicato in The Lancet stabilisce una constatazione allarmante sull'evoluzione della situazione in Grecia -paese all'avanguardia del processo di impoverimento attraverso il debito: tra il 2007 e il 2009 i bilanci degli ospedali sono diminuiti del 40 per cento, si osserva un aumento del 14 per cento del numero dei Greci che si considerano in cattiva o molto cattiva salute. Il numero dei suicidi è aumentato del 17 per cento e la tendenza si è ulteriormente accelerata: più 25 per cento nel 2010 rispetto al 2009, e più 40 nel primo semestre del 2011 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Allora, il debito fino a dove? Cresciuto per ammortizzare lo choc del crollo finanziario e per compensare i privilegi conquistati dal capitale e dagli alti redditi, questo debito non è quello del 99 per cento della popolazione. Il prezzo richiesto per pagarlo non è accettabile: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e, infine, lacerare quello che resta di spese collettive che permettono di tenere insieme la società. Soprattutto, significherebbe abdicare la propria dignità accettare di sottoporsi ulteriormente al potere del capitale centralizzato sotto la finanza. Ovunque si esercita il ricatto con il debito pubblico, un fronte unico contro l'austerità può costruirsi. I diktat della finanza possono essere rifiutati. Questo significa interrompere i rimborsi - una moratoria - e stabilire chiaramente chi sono i creditori -attraverso un audit - alfine di definire la parte del debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata. Senza dubbio le banche e il sistema finanziario come funzionano adesso non reggerebbero il colpo: ma quali rimorsi potremmo avere? Esiste un'alternativa: nazionalizzare gli istituti finanziari e poi mettere in campo un sistema socializzato del credito (7).

* articolo apparso il 7 novembre 2011 sulla versione elettronica della rivista Contretemps (www.contretemps.eu). La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

1. Marshall Sahlins, Âge de pierre, âge d'abondance: l'économie des sociétés primitives, Gallimard, 1972 (prefazione di Pierre Clastres).
2. Maurice Godelier, Au fondement des sociétés humaines : Ce que nous apprend l'anthropologie, Albin Michel, 2007, capitolo 6.
3. Cfr per esempio Moses Finley, Économie et société en Grèce ancienne, La Découverte, 2007 e L'Économie antique, Minuit, 1975.
4. Cfr François Chesnais, Les dette illégitimes, Paris: Raisons d'Agir, 2011. L'introduzione è disponibile qui :http://www.contretemps.eu/lectures/bonnes-feuilles-%C2%AB-dettes-ill%C3%A9gitimes-%C2%BB-fran%C3%A7ois-chesnais.
5. La definizione della fiscalità ritenuta da questi autori è problematica perché include le trattenute sociali. Su questo punto vedi Philippe Légé, " Une nouvelle fiscalité " in Les Économistes atterrés, Changer d'économie !, Les Liens qui libèrent, uscita in gennaio 2012.
6. Conseil des prélèvements obligatoires, Entreprises et "niches" fiscales et sociales - Des dispositifs dérogatoires nombreux, octobre 2010, http://www.ccomptes.fr/fr/CPO/documents/divers/Rapport_de_synthese_Entre....
7. Cfr Frédéric Lordon, La crise de trop, Reconstruction d'un monde failli, Fayard, 2009. Un riassunto è disponibile qui: http://www.contretemps.eu/lectures/propos-dernier-livre-frederic-lordon.

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