Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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domenica 12 maggio 2013

Con l'attacco alla Siria, Israele aiuta il suo alleato Al-Qa'ida

- megachip -

Tel Aviv incoraggia i jihadisti sostenuti dall’Occidente
attacco-israeliano-siriadi Paul Joseph Watson - Prison Planet.
Al termine di una settimana in cui l'amministrazione Obama ha espresso l'intenzione di inviare armi pesanti ai ribelli siriani egemonizzati da Al-Qa'ida, Israele ha lanciato degli attacchi aerei all'interno del territorio siriano che serviranno solo a imbaldanzire proprio i miliziani jihadisti che hanno manifestato apertamente il loro desiderio di distruggere sia Israele sia gli Stati Uniti.
Razzi israeliani hanno bombardato zone alla periferia di Damasco, il 5 maggio di prima mattina, durante un raid fatto apparire come rivolto contro i missili iraniani diretti verso Hezbollah in Libano. Questo attacco israeliano ne seguiva un altro di pochi giorni prima, e ha portato a tre il numero di aggressioni di Israele alla Siria perpetrate finora quest'anno.

Il ministro dell'Informazione siriano Omran Zoabi ha risposto avvertendo che gli attacchi «Aprono la porta a tutte le possibilità», anche se non si prevede che Bashar Al-Assad ordini alcuna risposta militare. Così come è stato demonizzato negli ultimi due anni per rispondere a una sedizione armata, ogni tentativo di difendersi da parte della Siria fornirebbe agli Stati Uniti e a Israele il via libera per lanciare un’aggressione militare su larga scala.
Immaginate se degli aerei militari siriani sparassero razzi su Tel Aviv e distruggessero strutture militari israeliane. Israele tratterebbe istantaneamente una tale mossa come una dichiarazione di guerra e gli Stati Uniti si unirebbero per radere al suolo le città siriane in pochi giorni. Eppure Israele bombarda la Siria per due giorni e ci si attende che la Siria si rassegni e non faccia nulla.
Israele ha colto l'occasione per attaccare la Siria in tutta sicurezza poiché sa che l'impegno di Damasco nel combattere gli insorti dell’Esercito Siriano Libero significa che non sarà in grado di reagire, illustrando ancora una volta il rapporto simbiotico tra Israele e i terroristi di Al Qa'ida.
«Il nuovo attacco israeliano è un tentativo di sollevare il morale dei gruppi terroristici che annaspavano a causa dei colpi loro inflitti dal nostro nobile esercito », ha tuonato la TV siriana in risposta all'attacco, aggiungendo che l'aggressione era «coordinata con i terroristi.»
Con il lancio di attacchi che indeboliscono e distraggono Damasco dalla sua attenzione rivolta a sconfiggere i ribelli sostenuti dagli occidentali, Israele sta aiutando proprio gli stessi ribelli che avevano bruciato bandiere israeliane in pubblico e avevano promesso di schiacciare il regime sionista, una volta che avessero finito di rovesciare Bashar Al-Assad.
L'attacco di Israele alla Siria evidenzia ancora una volta il fatto che Al-Qa'ida è un'organizzazione sotto il controllo degli Stati Uniti e di Israele, utilizzata per destabilizzare i nemici di Israele nella regione. Non solo Israele ha sostenuto i ribelli egemonizzati da Al-Qa'ida in Siria, anche attraverso la creazione di ospedali da campo per i combattenti feriti, ma nel 2002 Israele fu sorpreso effettivamente a creare un gruppo di Al Qa'ida al fine di giustificare gli attacchi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Come abbiamo esaurientemente documentato, i combattenti dell'opposizione in Siria sono ora dominati da estremisti settari e jihadisti che hanno più volte sottolineato il loro odio per l'America e la loro fedeltà ad Al-Qa'ida.
Numerosi rapporti ora confermano che le persone responsabili di una pletora di atrocità, molte delle quali fanno parte del gruppo di Al-Qa'ida Jabhat al-Nusra che «ha ucciso numerosi soldati americani in Iraq», stanno dirigendo le forze ribelli filo-occidentali in Siria. Dopo che l'organizzazione è stata classificata come un gruppo terrorista dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 29 diversi gruppi di opposizione siriani sostenuti dagli USA hanno giurato fedeltà ad al-Nusra.
La tempistica degli attacchi israeliani rivela anche l’importanza attribuita al fatto che l'esercito siriano ha iniziato a vincere la guerra contro l'Esercito siriano libero, riprendendo aree chiave di città come Homs nelle ultime settimane.
Israele e gli Stati Uniti non si fermeranno davanti a nulla per eliminare i cosiddetti stati canaglia come la Siria e l'Iran, fino al punto di aiutare e armare jihadisti radicali che sostengono di essere in opposizione a Israele, ma che di routine aiutano proprio Israele a portare a compimento la sua agenda egemonica nel Medio Oriente.
Traduzione per Megachip a cura di Anna Mele.

lunedì 26 novembre 2012

STOP VIOLENCE AGAINST WOMEN DAY
Primary election od the left parties
No one of the candidates mentions the enormous military budget
F35 fighter 15 billion euro
eurofighter 8 billion
drones i.3 billion
10 frigates 5 billion
submarines i billion

venerdì 9 novembre 2012


DRONE
Without pilot  without morals  without dignity 
"the toddlers adore me…I remind them the kites of their dreams"
 

domenica 7 ottobre 2012

Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

di Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato. (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)

Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.

Un “gioco” che non ha potuto reggere più di tanto poiché, nella fase immediatamente apertasi dopo l’89, tutti gli equilibri che la Guerra fredda aveva messo a regime non potevano che entrare in rotta di collisione con gli ordinamenti che la nuova fase imperialista necessitava. La crisi, inoltre, ha accelerato la disintegrazione di tali assetti poiché, per le consorterie imperialiste, è diventato sempre più urgente conquistare postazioni di forza, politiche, economiche e militari al fine di giocare da una postazione vantaggiosa la mortale partita della competizione globale. L’attacco e la rimozione della Libia gheddafiana prima e l’operazione anti - Siria attuale rientrano esattamente in tale prospettiva. Dentro questo scenario, in veste di attore protagonista, vi è un grande assente: il movimento operaio e comunista.

Molto sinteticamente di fronte alle operazioni belliche condotte contro la Libia e ora prospettate verso la Siria a sinistra si sono delineate quattro posizioni:

A) la prima, decisamente più corposa, ha salutato la guerra come un evento forse deprecabile ma in fondo utile per rimuovere regimi antidemocratici e dittatoriali.
B) la seconda, quantitativamente non proprio irrilevante, è la posizione di coloro che si sono opposti e si oppongono tuttora all’uso della forza, senza se e senza ma, per motivi etico - morali.
C) la terza, non eccessivamente numerosa ma neppure poco consistente, identifica tutte le forze in gioco come borghesi e imperialiste e, pertanto, estranee agli interessi di classe delle masse proletarie, ponendo al centro del proprio ragionamento la piena autonomia della classe proletaria in aperta contrapposizione a tutte le frazioni borghesi in gioco.
D) infine, una quarta parte, si è schierata contro la guerra imperialista finendo, in sostanza, con il porsi a difesa dei governi attaccati.

venerdì 5 ottobre 2012

Dall’Europa al Medio Oriente attualità del «format jugoslavo

Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco
  
È più d’una suggestione: è il teatro europeo e mondiale che ogni giorno rappresenta un «format jugoslavo», ripetutamente utilizzato negli ultimi due anni. Con l’ultima guerra «umanitaria» della Nato in Libia, anche se ora, per la crisi in Siria, nonostante chiari venti di nuova guerra, pare difficile quanto esplosivo una pura e semplice copia-incolla del modello; poi, con un ruolo formativo nelle rivolte arabe dell’associazione Otpor, considerata a torto la protagonista della cacciata di Milosevic; e anche con le dichiarazioni di fine 2011 di Hillary Clinton che auspicavano «rivoluzioni arabe» in Cina. Mentre in Europa si rompono gli equilibri e si apre la contrapposizione dei paesi ricchi, «formiche», virtuosi verso i paesi poveri, «cicale», corrotti.
Così come all’interno di ogni paese europeo (Catalogna, il Nord italiano ecc.). Proprio come accadde nella Federazione jugoslava a partire dalla grave crisi economica interna del 1985 che ruppe la solidarietà istituzionale e fu prodromo delle divisioni violente nazionaliste. Mentre la Grecia invece dell’ingresso nell’Ue si vede riconsegnata alla turbolenta e marginale area balcanica d’appartenenza. Si direbbe una nemesi, solo a ricordare che appena dopo la caduta del Muro la prospettiva dell’Ue (allora ancora Cee) era quella di avere subito l’ingresso indolore della Jugoslavia post-titina, «diversa» dal blocco ex sovietico dell’Est.
E verso la quale invece si attivò, nonostante le rassicurazioni dei primi vertici di Maastricht, la «strategia» dei riconoscimenti delle indipendenze proclamate su base etnica. Senza mai dire invece che l’ingresso in Europa sarebbe stato garantito solo a condizione che fosse conservata l’unità della Federazione jugoslava. Ne parliamo con Lucio Caracciolo, direttore della rivista LiMes che, in questi giorni, propone un prezioso quaderno con la riedizione di materiali d’archivio e nuove analisi, dal significativo titolo «La guerra in Europa non è mai finita».
Come mai, ai vent’anni dalle guerra balcaniche, i paesi dell’ex Jugoslavia che si sono scannati per dividersi e per entrare come Stati separati (anche etnicamente) in Europa, risultano ora assai poco «europei», quanto a stabilità politica ed economica, a standard sociali, a rispetto dei diritti umani. E ad esercizio di democrazia (la metà della metà dei cittadini vota, l’astensione è ovunque il primo partito)?
La ragione è semplice: la natura non fa salti, la politica nemmeno. Non si possono annullare secoli di storia per il semplice fatto di aderire all’Ue o alla Nato. I Balcani non hanno una storia di democrazia e di libertà. Questo non vuol dire che non possano costruirla, ma le strutture sociali e politiche non si creano a comando. Richiedono tempo, perseveranza e soprattutto pace. Il primo nemico sono naturalmente le organizzazioni informali, o apertamente criminali, che esercitano importanti quote di potere in molti territori balcanici (e non solo).
Ora però l’Unione europea, invece di diventare un’entità politica sovranazionale appare di fattop più «balcanica», avendo introiettato, dentra la crisi del capitalismo e della finanza globalizzati, il principio della divisione tra stati (e tra classi) su chi deve pagare la crisi?
La costruzione europea è sempre stata basata sull’economia, nell’illusione, paradossalmente marxiana, che la struttura economica determinasse la sovrastruttura politica. La storia ha dato torto al «marxismo» di Monnet. Non avremo uno Stato sovranazionale europeo, se mai l’avremo, se non per decisione politica di alcune élite, poi suffragata dal popolo. Sull’economia ci si divide, non ci si unisce, in assenza di vincoli politici cogenti. In ogni caso il principio di solidarietà non si afferma spontaneamente, ma solo per scelta politica.
E se ora i paesi dei Balcani decidessero di non entrare più nell’Ue, vista la prospettiva concreta delle difficoltà economiche dell’Europa che si è alimentata delle divisioni balcaniche e non ha mai fatto molto per l’integrazione del sud-est europeo?
Può essere, e sarebbe anche logico, viste le aspettative enormi create dall’Europa e sull’Europa negli anni Novanta, poi miseramente naufragate. Sarebbe comunque prioritario, Europa o non Europa, che intanto quei paesi ritrovassero un minimo comune denominatore in alcuni campi, per evitare di ritrovarsi poi a combattersi, magari in una cornice comunitaria…Tanti anni fa LiMes parlava di Euroslavia, l’idea per me è ancora valida.
Vista la crisi dei trattati di pace, Dayton per la Bosnia-Erzegovina e quello di Kumanovo per il Kosovo indipendente unilateralmente, c’è il rischio fondato di un riaccendersi dei conflitti?
Il rischio c’è, anche se non mi pare immediato. Le ragioni e i torti che hanno originato i conflitti degli anni Novanta non sono state sradicate. C’è molta benzina sparsa sul terreno, e molti potenziali incendiari. Credo che la situazione più grave resti quella bosniaca, seguita da quella kosovara e da quella macedone, fra loro legate. Esistono poi mafie e cartelli criminali che potrebbero profittare, in certe circostanze, del riesplodere delle ostilità.
Quanto all’aspetto internazionale, dopo le profferte americane su una «rivolta violenta» in Cina, c’è l’attualità della guerra civile in Siria, dopoquella libica finita con con l’uccisione dell’ambasciatore Usa a Bengasi. Che altro dobbiamo aspettarci quanto a format balcanico?
I Balcani sono un caso a sé, la loro influenza sul mondo è modesta – e viceversa. Ma in assenza di un modello di integrazione spendibile su scala mondiale – e non ci sarà mai, temo – dovremo abituarci al riemergere carsico di conflitti alimentati da fattori tanto esterni quanto esogeni. Dove l’equilibrio del potere si rompe, è sempre possibile che attori ambiziosi o irresponsabili, magari anche animati da ideologie benevole (diritti umani), possano resuscitare lo spettro della guerra.

lunedì 1 ottobre 2012

Centomila pistole Beretta per l'esercito Usa

di Antonio Mazzeo - cadoinpiedi -

 

Maxi-commessa negli Stati Uniti per l'azienda leader italiana produttrice di armi da guerra leggere. Un'impresa che macina utili in ogni parte del mondo

            Maxi-commessa negli Stati Uniti d'America per l'azienda leader italiana produttrice di armi da guerra leggere. Il dipartimento di U.S. Army ha comunicato l'affidamento a Beretta USA Corporation, la società controllata dalla holding con sede negli States, di un contratto per il valore di 64 milioni di dollari per la fornitura di 100.000 pistole M9 calibro 9mm, la versione americana della famosa 92FS Parabellum. L'intera produzione avverrà nei prossimi cinque anni negli impianti Beretta di Accokeek, Maryland, dove sono attualmente impiegati 300 lavoratori.

"Questo ordinativo è un'ulteriore conferma dell'interesse e del supporto delle forze armate americane per la nostra pistola", ha dichiarato Ugo Gussalli Beretta, presidente di Beretta Holding. "La M9 rimane l'arma di riferimento di U.S. Army e supporterà le truppe sul campo per i prossimi anni". Entusiasta pure Gabriele de Plano, vicepresidente di Beretta USA Corporation, che ha dichiarato di "non vedere l'ora" di poter lavorare con l'esercito statunitense "per personalizzare l'attuale configurazione della pistola M9 con le soluzioni a disposizione per i nuovi modelli 92A1 e 96A1", ampliando l'offerta e i business.
Ad oggi, sono oltre 600.000 le Beretta M9 già consegnate alle forze armate e di polizia Usa. Il Dipartimento della difesa è uno dei clienti esteri più consolidati della holding fondata quasi cinquecento anni fa a Gardone Val Trompia (Brescia). La prima importante commessa risale al 1979, quando fu consegnata una partita di pistole modello 92 al reparto d'assalto speciale "SEAL Team 6" della Marina militare. Nel 1985 fu invece sottoscritto un contratto del valore di 75 milioni di dollari per la fornitura di 315.930 pistole M9 ai reparti dell'esercito, della marina, dell'aeronautica militare, del Corpo dei marines e della U.S. Coast Guard. Per avviare la produzione in serie delle pistole d'ordinanza, i Beretta dovettero costituire nel 1987 la corporation sussidiaria con sede negli Usa.

Due anni più tardi, giunse un ulteriore ordine di 50.000 pistole 92FS da parte della polizia federale e delle unità assegnate al pattugliamento e controllo delle frontiere. Altre 18.744 pistole modello 92FS furono consegnate nel 2002 alla U.S. Air Force, mentre tre anni più tardi Beretta Usa Corporation sottoscrisse 13 differenti contratti con il Pentagono, tra cui quelli per la fornitura di 60.000 pistole M9 all'aeronautica e all'esercito Usa e 3.500 pistole modello M9A1 e 140.000 special al Corpo dei marines. Nel settembre del 2007, U.S. Army e U.S. Navy fecero un nuovo ordine di 10.576 pistole 92FS.

Nel febbraio 2009, Beretta Usa Corporation ricevette dal Pentagono una commessa di 450.000 pistole M9 e relative munizioni, per un valore complessivo di 220 milioni di dollari, "il maggiore contratto d'acquisto di pistole dalla fine della Seconda Guerra Mondiale", come fu rilevato dalla stampa statunitense. Ventimila di quelle pistole furono poi trasferite da U.S. Army al ricostituito esercito iracheno.

La produzione di Beretta Holding S.p.a. copre ormai quasi tutta la gamma delle armi leggere: rivoltelle, doppiette e fucili a canne sovrapposte, fucili da caccia e sportivi, carabine, fucili d'assalto, pistole mitragliatrici e ad azione semiautomatica. Il noto Gruppo della Val Trompia dichiara di occupare 2.600 unità e controlla direttamente altre aziende che operano nel settore delle armi portatili (Sako, Uberti, Stoeger, Benelli Armi e Franchi). Il bilancio per l'esercizio 2011 di Beretta Holding ha evidenziato un utile netto consolidato di 31,2 milioni di euro (27 milioni nell'esercizio 2010). Il fatturato è stato pari a 481,8 milioni di euro con un +7% rispetto all'anno precedente. "Al conseguimento di questo risultato hanno principalmente contribuito le vendite al settore civile e sportivo, ma il settore difesa ed ordine pubblico conferma al 18% circa la propria incidenza sul giro d'affari complessivo", scrivono i manager nell'ultima relazione annuale. "Per quanto riguarda la distribuzione geografica del giro d'affari, i mercati esteri continuano a pesare per circa il 90% del fatturato consolidato; oltre il 45% del totale è riferibile al Nord America".

Le armi Beretta sono in dotazione alle forze armate e di polizia di innumerevoli paesi al mondo. In Italia, Polizia di stato, Carabinieri e Guardia di finanza sono armati con le 92SB. Nella confinante Francia, la Gendarmerie Nationale e l'Armée de l'Air hanno adottato invece il modello 92G (110.000 pistole consegnate a partire del 1987). In Spagna è stata la Guardia Civil a sottoscrivere nel 2002 un accordo con Beretta per la fornitura di 45.000 pistole 92FS. Quarantamila le pistole dello stesso genere consegnate invece alla polizia nazionale turca. Nell'aprile del 2007, la holding italiana ha pure firmato un contratto per la fornitura alla polizia di frontiera canadese delle pistole semiautomatiche Px4 Storm. Il fucile d'assalto Beretta ARX 160 è stato adottato di recente da alcune unità dell'esercito del Turkmenistan, mentre il fucile a pompa semiautomatico Benelli M3 è andato ad armare i militari neozelandesi. "La nuova fornitura all'esercito statunitense, il più importante del mondo, rappresenta per noi una sorta di passaporto per ottenere commesse di moltissimi altri paesi", ha dichiarato Carlo Ferlito, direttore generale di Fabbrica d'Armi Pietro Beretta. L'annuncio-speranza di chissà quali nuovi affari per gli insaziabili produttori e mercanti di strumenti di guerra "leggeri" delle valli bresciane.

Dal blog di Antonio Mazzeo

domenica 30 settembre 2012

Neocon.

Il neocon: "Qualcuno usi un trucco per costringerci alla guerra!"
clawson-false-flagdi Pino Cabras - Megachip.
Si sta diffondendo nei siti e nei social network di mezzo mondo la sbalorditiva performance di uno dei tanti cloni slavati della galassia neocon, Patrick Lyell Clawson, che il 26 settembre 2012 ha pronunciato un accorato appello per l’inganno e la guerra all'Iran. Il falco (una specie di morphing fra il Ricky Cunningham di Happy Days e Niccolò Machiavelli dopo una lobotomia), strilla affinché qualcuno prepari una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovino “costretti” a entrare in guerra con l’Iran. Potrete ascoltarlo con le vostre orecchie, e leggere la tempestiva traduzione nel video realizzato da Luogocomune.net, che qui riportiamo. Ma Clawson, chi era costui? Nato nel 1951, proprio in tempi da happy days, è un economista statunitense e studioso di questioni mediorientali. Attualmente è il Direttore della Ricerca presso il WINEP (Washington Institute for Near East Policy) uno dei vari pensatoi egemonizzati dai neocon.

Il WINEP è segnato da legami fortissimi con le classi dirigenti politiche, industriali-militari, mediatiche e dell’intelligence di USA e Israele. Di solito, Clawson scatena la sua prosa guerrafondaia in veste di caporedattore di «Middle East Quarterly», una rivista talmente bellicista che gli articoli sembrano battuti direttamente col mitra.

Nel cursus honorum di chi apparecchia la vostra prossima guerra mondiale non poteva mancare un periodo di lavoro presso il Fondo Monetario Internazionale (dal 1981 al 1985), per poi ricoprire un incarico di “senior economist” alla Banca Mondiale. Pur vivendo da sempre tra Shock Economy e bombardieri, il rosso Patrick ha mantenuto un candore quasi infantile, che potrete godervi in relax, dopo esservi agghiacciati e aver fatto scongiuri e manovre di sicurezza secondo le vostre rispettive abitudini. Buona lettura e buon ascolto. Si fa per dire.
Intervento di Patrick L. Clawson

Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l'Iran.
Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l'America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti. [...]
Qualcuno può pensare che Roosevelt volesse entrare nella II guerra mondiale, come ha suggerito David, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare Pearl Harbor.
Qualcuno può pensare che Wilson volesse entrare nella I guerra mondiale, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Lusitania.
Qualcuno può pensare che Johnson volesse mandare le truppe in Vietnam, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Golfo del Tonchino.
Non siamo entrati in guerra con la Spagna finché non c'è stata l'esplosione sul Maine.
E vorrei anche suggerire che Lincoln non sentì di poter chiamare l'esercito federale fino a quando Fort Sumter non fosse attaccato, e per questo motivo ordinò al comandante del forte di fare esattamente ciò che quelli del Sud Carolina dicevano che avrebbe provocato un attacco.
Quindi se di fatto gli iraniani non sono disposti al compromesso, sarebbe meglio che qualcun altro iniziasse la guerra.
Si possono sempre combinare altri metodi di pressione con le sanzioni. Ho citato ad esempio quell'esplosione del 17 agosto.
Potremmo anche aumentare la pressione.
Dopotutto, signori, i sottomarini iraniani vanno periodicamente sott'acqua, ma qualcuno un giorno potrebbe anche non riemergere, chissà come mai?
Potremmo fare diverse cose se vogliamo aumentare la pressione.
Non è una cosa che sto proponendo, suggerisco soltanto che qui non siamo in una situazione di sì o no, sappiamo che o le sanzioni avranno successo oppure andrà fatto qualcos'altro.
Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo.

Fonte: video
Qui il testo originale dell'intervento.
Traduzione a cura di Luococomune.

martedì 18 settembre 2012

Peep Show.

Noi e la guerra. Anzi, le guerre - rifondazione -

di Maria R. Calderoni
Noi e la guerra. Anzi, le guerre. Sapete cos'è un peep show? «Il peep show in sostanza è un tipo di erotismo on the spot. Invece di noleggiare o scaricare un film porno, il cliente va in certi locali specializzati, acquista un gettone e assiste, per lo più dietro un vetro, alle evoluzioni sessuali di professionisti, singoli o in coppia».
Ebbene, qualcosa di analogo avviene nel campo delle nostre "guerre moderne", vi era sfuggito? «Ritengo che la copertura mediale delle guerre contemporanee sia strutturalmente simile a un peep show”. Una copertura che «presuppone un pubblico planetario il quale con la sua presenza in diretta, e anzi partecipante, rende possibile la messa in scena della violenza armata.
Insomma un peep show militare globale».
Pressoché con questo incipit "inquietante", Alessandro Dal Lago nel suo nuovo libro - " Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà ", Cortina, pag. 220, € 13,50 - percorre e illustra la nostra colpevole inerzia e irresponsabilità davanti alle tante guerre che abbiamo guardato ma non "visto". Delle quali siamo stati spettatori, ma al di là del vetro.
Alessandro Dal Lago, professore di Sociologia della comunicazione all'Università di Genova, è un esperto del ramo, da anni si occupa di strategia militare e queste pagine sono insieme specialistiche ed emozionanti.
Tanto per cominciare, dobbiamo riflettere, come Foucault, «sul non detto o il deliberatamente taciuto di quella che si chiama "tradizione occidentale"». Volendo, anche "civiltà occidentale": dal momento che, appunto, «forse per la nostra supposta civiltà», noi saremmo «depositari di un senso della giustizia che va applicato mediante le nostre forze armate».
Quanti secoli ci separano dagli antichi romani? Tanti, ma non abbastanza da renderci troppo "diversi" da loro, su un certo terreno. Nel capitolo intitolato "La crudeltà degli antichi e dei moderni", l'autore descrive, con dovizia di riferimenti storici e letterari, «come si divertivano gli antichi romani»: i supplizi e le uccisioni atroci eseguiti in pubblico per il divertimento della plebe e dell'imperatore; le lotte all'ultimo sangue dei gladiatori ferocemente e grandiosamente allestite nei circhi straripanti di folla entusiasta. Già, anche nei libri di testo si è sempre glissato su «un aspetto della cultura di Roma antica: la ferocia o, meglio, la straordinaria indifferenza per la crudeltà».
Uccidere gli schiavi - considerati "strumenti parlanti" di una società basata sulla schiavitù - doveva sembrare legittimo, fisiologico (persino doveroso): in nome della legalità, della giustizia, della sicurezza e delle esigenze del potere (ci suona stranamente familiare...).
Noi moderni siamo certo diversi; ma, analizzando la nostra moderna, modernissima violenza bellica, si deve dire che ci troviamo di fronte «non già a un processo di incivilimento progressivo, ma a una differenziazione delle strategie di gestione della violenza e della spettacolarizzazione della violenza». Mutatis mutandis.
Molto toccanti i capitoli dedicati alle torture quando l'umanità è già arrivata alla fine del XVIII secolo («torace braccia e cosce gli furon squarciati. Nelle ferite gli fu versato pombo fuso. Lo cosparsero di olio bollente pece infuocata cera e zolfo. La mano gli fu bruciata via...», così per esempio venne torturato e ucciso a Parigi Damiens che aveva attentato alla vita di Luigi XV); alle esecuzioni capitali; alla Prima e Seconda guerra mondiale, quando quella stessa umanità ha già varcato il XX secolo («la massificazione di uomini e materiali, l'estensione dei fronti, la durezza incessante, il coinvolgimento di tutto ciò che è estraneo alla guerra, la terribilità crescente delle armi...»). Quando «nella guerra di trincea svanì qualsiasi idea positiva di progresso». Quando avvenne quello che Dal Lago racconta nel capitolo intitolato "l'incommensurabile". Perché «il Novecento è stato il secolo della guerra. Tutto quello che gli uomini si sono fatti da quando sono comparsi sulla terra, rimpicciolisce davanti ai più di cento milioni di morti del XX secolo, una cifra superiore alle vittime di tutte le guerre precedenti».
Guardiamo ma non "vediamo". «Volgere gli occhi da un'altra parte è oggi l'atteggiamento più diffuso davanti alla guerra». Nel XXI secolo, tra molto altro, l'Occidente ha infatti conquistato anche l'invisibilità" della guerra. «Dal 1991 ad oggi, i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, hanno combattuto in tre continenti (Iraq, Bosnia, Somalia, Serbia, Afghanistan, ancora Iraq, Libia, Pakistan ecc), alla media di una guerra ogni due anni circa». Eppure, nessuno le ha "viste". «Al di là del clamore estemporaneo delle cronache, si direbbe "che non siamo mai in guerra"». Quanto alla voce degli sconfitti, «come sempre, è scomparsa con loro».
Nostre guerre "mai "viste". «Oggi, l'invisibilità delle guerre in cui l'Occidente è coinvolto è arrivata a vertici a dir poco surreali. Le guerre vengono combattute nella massima indifferenza di gran parte delle popolazioni occidentali e rimosse con straordinaria rapidità». E, «mentre da più parti - nel momento in cui sto terminando questo saggio - si parla di un attacco di Israele (e forse degli Stati Uniti) contro l'Iran e alcuni caldeggiano un intervento occidentale contro la Siria, nessuno si ricorda più della guerra aerea della NATO in Libia. Era solo la primavera del 2011 e sembra un secolo fa».
Del resto, ora non le chiamano più nemmeno guerre. Ora le chiamano «interventi di polizia globale», scusate la falsificazione.

sabato 14 aprile 2012

«I ribelli ci uccidono. L’esercito deve restare»

Viviamo in Siria da più di sette anni, amiamo questo Paese e il suo popolo. Ci sentiamo indignati e impotenti di fronte al tipo di informazioni che circolano in Europa e fanno opinione, sostenendo le sanzioni internazionali, una delle armi più inique che l’Occidente usa per tenersi le mani pulite e dirigere comunque la storia di altri popoli.
Pulite fino a un certo punto: si moltiplicano le segnalazioni della presenza di personale militare inglese, francese (e di altri Paesi) a fianco degli insorti per organizzare le azioni di guerriglia, grave violazione internazionale che passa sotto silenzio.
Sono state raccolte firme e fondi per aiutare la “primavera” del popolo siriano.

Ma chi ha dato – in perfetta buona fede – offerte e sostegno della “liberazione” della Siria deve sapere che ha finanziato assassini inumani, procurando loro armi, contribuito alla manipolazione dell’informazione, fomentato una instabilità civile che richiederà anni per essere risolta. Sconvolgendo l’equilibrio in un Paese dove la convivenza era pane quotidiano. Perché intervenendo senza conoscere la realtà non siamo più liberi, ma funzionali ad altri interessi che ci manipolano.

Non è nostro compito fornire una lettura socio-politica globale della vicenda siriana, altri lo stanno facendo meglio di noi. E chi lo vuole davvero può trovare informazioni alternative. Noi ci limitiamo a raccontare solo ciò che i nostri occhi vedono, qui nel piccolo villaggio di campagna dove viviamo. E dove, quasi ogni notte, i soldati presenti nella piccola guarnigione che lo presidia sono attaccati. Sia dagli insorti presenti nella zona, sia da bande mercenarie che passano il confine siriano nel tentativo di sopraffare l’esercito e aprire un varco per il flusso di armi e combattenti. I militari rispondono? Certo, e la gente ne è contenta perché di armi e mercenari il Paese è già pieno.

Sta per scadere l’ultimatum per il ritiro dell’esercito, che qui nessuno – nel senso letterale del termine – vuole. La gente si sente sicura solo quando i militari sono presenti. Ormai le violenze compiute dai cosiddetti liberatori nelle città, nei villaggi, sulle strade, sono tante e così brutali che la gente desidera solo vederli sconfitti. Gli abusi sono continui: uccisioni, case e beni requisiti o incendiati, persone, bambini usati come scudi umani. Sono i ribelli bloccare le strade, a sparare sulle auto dei civili, a stuprare, a massacrare e rapire per estorcere denaro alle vittime? Invenzioni? La notte del Venerdì Santo, non lontano da dove abitiamo, hanno ucciso un ragazzo e ne hanno feriti altri due: tornavano alle loro case per celebrare la Pasqua. Il ragazzo morto aveva 30 anni ed era del nostro villaggio. Non sono i primi tra la nostra gente a pagare di persona. Ormai prima di spostarsi a fare la spesa o anche solo per andare a lavorare ci si assicura che l’esercito controlli la zona. Anche a noi è capitato di trovarci bloccati dalle sparatorie per tre ore in un tratto di autostrada e siamo riusciti a ripartire solo quando si è formato un corridoio di carri armati che proteggevano gli automobilisti in transito dai tiri dei rivoltosi.

giovedì 12 aprile 2012

La «riforma» dell'Articolo 11

di Manlio Dinucci - rifondazione -
Una «riforma strutturale profonda»: così il ministro Di Paola definisce la revisione dello strumento militare, presentata dal governo Monti su sua proposta. Che sia profonda non c'è dubbio. Da oltre vent'anni talpe bipartisan stanno scavando sotto l'art. 11 della Costituzione, che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

I lavori in galleria iniziano nel 1991, dopo che la Repubblica italiana ha combattuto la sua prima guerra, quella lanciata dagli Usa in Iraq. Sotto dettatura del Pentagono, il governo Andreotti redige il «nuovo modello di difesa» che stabilisce, quale compito delle forze armate, non solo la difesa della patria (art. 52), ma la «tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». Nel 1993 - mentre l'Italia partecipa all'operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentra quello Ciampi - si dichiara che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» al fine di «garantire il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici». Nel 1995, durante il governo Dini, si afferma che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere a misura dello status del paese nel contesto internazionale». Nel 1996, durante il governo Prodi, si sostiene che quello militare deve essere «uno strumento della politica estera». Nel 1999 - dopo che il governo D'Alema ha fatto partecipare l'Italia, sotto comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia - si enuncia «la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione esterna», compito per cui è adatto «il modello interamente volontario», ossia l'esercito di professionisti della guerra. Che si rivela prezioso per gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, sotto il governo Berlusconi. Qui si innesta il concetto strategico pentagoniano enunciato nel 2005 da Di Paola, in veste di capo di stato maggiore. Di fronte alla «minaccia globale del terrorismo», occorre «sviluppare capacità di intervento efficace e tempestivo anche a grande distanza dalla madrepatria». Le forze armate italiane devono operare nelle zone di «interesse strategico» che comprendono i Balcani, l'Europa orientale, il Caucaso, l'Africa settentrionale, il Corno d'Africa, il vicino e medio Oriente e il Golfo persico. La guerra contro la Libia, di cui Di Paola è nel 2011 uno degli artefici quale presidente del comitato militare Nato, conferma la necessità che l'Italia costruisca uno «strumento proiettabile», con spiccata capacità «expeditionary», attraverso una organica pianificazione. Quella che Di Paola vuole ora istituzionalizzare con il decreto legge, per creare forze armate più piccole ma più efficienti, con mezzi tecnologicamente più avanzati (tra cui l'F-35) e più risorse per l'operatività. Ciò è dovuto non alla «necessità di contenere i costi» a causa della crisi finanziaria, ma, come per l'art. 18, alla necessità delle oligarchie economiche e finanziarie, artefici della crisi, di rafforzare i loro strumenti di dominio. Con l'aggravante che si vuole smantellare, insieme a uno dei cardini dello Statuto dei lavoratori, uno dei principi fondamentali della Costituzione.

da Il Manifesto, Martedì 10 Aprile 2012

mercoledì 28 marzo 2012

Tempo di digiuno. Reportage dal Kosovo

Scritto da Alessandro Di Meo - Guerra e verità in contropiano. org - megachip -
Un interessante reportage dalle comunità serbe del Kosovo a 13 anni dall'inizio dei bombardamenti "umanitari" della Nato sulle popolazioni dell'ex Yugoslavia e dall'inizio dell'ennesima tragedia balcanica.

Padre Ilarion è un monaco ortodosso, vive nel monastero di Draganac, in Kosovo. Proviene dal monastero di Dečani, il più importante per la chiesa ortodossa serba. Nel pogrom antiserbo del marzo del 2004, più di 150 fra monasteri e chiese ortodosse, oltre a molte case e cimiteri, furono distrutti o incendiati dalla furia indipendentista kosovaro-albanese, che avrebbe avuto soddisfazione 4 anni dopo, il 17 febbraio 2008, quando il Kosovo si autoproclamò indipendente, subito riconosciuto dai paesi aderenti alla Nato.

A Draganac c’è tanto da sistemare. Dalla chiesa ai locali per i monaci, da quelli per gli ospiti a quelli per gli animali. Vicino al monastero, c'è una sorgente d'acqua che si crede benedetta. E quando, il primo venerdì dopo la Pasqua ortodossa si celebra la Vergine Maria, vengono in migliaia a prenderla. Moltissimi gli albanesi che, come in altri monasteri, cercano la grazia di Dio, anche se ortodosso…

Ma padre Ilarion si occupa anche di altro. Ad esempio, di tante famiglie serbe che vivono in condizioni assurde. Isolate dall’intolleranza del fanatismo indipendentista made in Usa, dall’oblio di mezzi di informazione per nulla interessati alle loro vite, isolate dalla natura che, a volte, le rende irraggiungibili. Come nei mesi scorsi quando due metri di neve hanno reso la loro vita ancora più drammatica. Per la mancanza di cibo, di acqua, per la difficoltà a portare loro un aiuto.
Queste famiglie ricevono un pasto al giorno dalla Cucina Popolare, una piccola organizzazione guidata da Svetlana, una donna serba che in questi anni è riuscita a garantire pasti giornalieri a circa 800 famiglie. Ricevono aiuti anche dal monastero ed è padre Ilarion che divide donazioni, sceglie beneficiari, le porta direttamente. La cosa che più sconvolge ma che, pure, incredibilmente riconcilia con la vita è vedere come queste famiglie siano piene di bambini!

Vedere come la vita scorra anche in questi posti, dove per arrivarci ti ci vorrebbe una di quelle jeep di ricche ONG umanitarie che sfrecciano per strade umanitariamente distrutte da bombe altrettanto umanitarie. E tu, che non ce le hai quelle jeep e per fortuna, in questi posti ci puoi arrivare solo col furgone di Radovan, del villaggio di Koš, vicino Osojane, in piena Metohija. Ci arrivi con le sue manovre, a volte improbabili, ma pure con la tua ostinazione. E pure con la tua rabbia. Si, serve anche quella.
Perché ti chiedi come mai nessuno racconti di questa gente, della loro vita. Ti chiedi del perché il vivere in queste condizioni non diventi grido di dolore da far sentire al mondo. Ti chiedi perché il Kosovo e la Metohija siano stati ridotti così, senza che nessuno abbia mosso un dito.

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