Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 11 giugno 2013

Come si sente una donna

    
Come si sente una donna

Pubblicato in - rifondazione -  10 giu 2013

di Claudia Regina -
É successo ieri. Esco dall’aeroporto. In una camminata di dieci metri vedo solo uomini. Taxisti fuori dalle macchine parlando. Funzionari in maglietta “Posso aiutarti?”. Un uomo con la cravatta, la sua valigetta e il cellulare in mano. Uomini diversi, sparsi in questi 10 metri di cammino. Andando per questi 10 metri mi sento come una gazzella passeggiando tra i leoni. Sono guardata da tutti. Mi misurano. Mi analizzano. Il mio corpo, i miei glutei, i miei seni, i miei capelli, le mie scarpe, la mia pancia. Tutti mi stanno guardando.
É successo quando avevo 13 anni. Praticavo uno sport tutti i giorni. Uscivo dalla palestra e camminavo per circa due isolati fino alla fermata dell’autobus alle sei di sera. Camminavo sul marciapiede quasi vuoto di una grande via. Di queste camminate mi ricordo due momenti memorabili di questa violenza urbana. Macchine che rallentavano quando si avvicinavano, e dentro si sentiva una voce maschile “Sei bella!”. Uomini soli che attraversavano il marciapiede, si guardavano indietro e dicevano “Che delizia”. Io avevo 13 anni. Portavo pantaloni lunghi, scarpe da tennis e maglietta. Adesso moltiplica questo per tutti i giorni della mia vita.
So che per gli uomini è difficile capire come questa possa essere violenza. Noi stesse, donne, ci abituiamo e lasciamo che sia cosí. Ci abituiamo per poter vivere la vita di tutti i giorni. Uno di questi giorni stavo seduta in spiaggia guardando il mare dal quale usciva una giovane. Passó vicino a un tipo che le disse qualcosa. Lei si allontanó e venne camminando verso di me. Le dissi “Buona sera”, lei disse che l’acqua era deliziosa e parlammo un poco. Le domandai se il tipo le avesse detto qualche stupidaggine. Le mi disse “Sí, peró siamo talmente abituate, vero? queste cose le ignoriamo automaticamente”. Il privilegio è invisibile. Per un uomo è possibile riconoscere il privilegio solo se c’è empatia.
Prova a immaginare un mondo dove, per 5 mila anni, tutti gli uomini fossero stati sottomessi, violentati, assassinati, limitati, controllati. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni solo le donne fossero scienziate, fisiche, capi di polizia, matematiche, astronaute, mediche, avvocate, attrici, generali. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni nessun rappresentante del tuo genere si sia distinto in teatro, nell’arte, nel cinema, in televisione. A scuola apprenderesti una storia fatta dalle donne, una scienza fatta dalle donne, un mondo fatto dalle donne.
Nel suo testo “Una stanza tutta per se” Virginia Woolf descrive il perché sarebbe stato impossibile per una ipotetica sorella di Shakespeare scrivere come lui. Woolf dice:
“Quando leggiamo di una strega bruciata, di una donna posseduta dal demonio, una saggia donna vendendo erbe […] credo che stiamo vedendo una scrittrice persa, una poetessa annullata”
Dall’inizio del patriarcato, da 5 mila anni, le donne non ebbero sufficiente libertá per essere scienziate o artiste. Woolf spiega:
“La libertá intellettuale dipende da cose materiali. […] E le donne sono sempre state povere, non solo per duecento anni ma dall’inizio dei tempi”
NDT Per un’analisi piú completa Claudia raccomanda un link in portoghese, io vi consiglio direttamente di leggerlo tutto, visto che si trova in qualsiasi biblioteca
… poi magari qualcuno o qualcuna riesce a mettere trovare online il pdf e mette il link nei commenti ;)
Sebbene il mondo stia cambiando, ancora esistono meno opportunitá e riconoscimenti perché le donne e le minoranze esercitino qualsiasi occupazione intellettuale. I lettori di una pagina Facebook sulla scienza ancora suppongono che il suo autore sia un uomo e commentatori televisivi non considerano le manifestazioni culturali che vengono dalle favelas come vera cultura. É vero: oggi la vita è migliore, soprattutto per le donne occidentali come me. Peró, sebbene sia una donna libera e di successo, che vive in una metropoli culturale, ancora sento sulla pelle le conseguenze di questi 5 mila anni di oppressione. E se tu volessi vedere questa oppressione non avresti bisogno di andare ai libri di storia. Devi solo accendere la televisione.
Rio de Janeiro, 2013. Una coppia viene sequestrata in un furgone. Le sequestratrici si collocarono uno strap on sporco che puzzava di merda e di muffa, e violentarono il ragazzo. Tutte loro, una per una, mettevano quel dildo enorme nel culo del giovane, senza preservativo ne’ lubrificante. La fidanzata, poverina, cercó di fare qualcosa peró la legarono e la presero a pugni e calci. Al leggere la notizia, ti immedesimi nella vittima (che soffrí una delle peggiori violenze fisiche e psicologiche esistenti) o in chi guarda? Naturalmente i generi sono scambiati, la violenza reale successe alla donna.
Di quante violenze sono oggetto solo perché sono una donna?
Nell’infanzia non mi lasciarono essere scout perché non era cosa da bambine. Mi violentarono a otto anni (io e per lo meno due terzi delle donne che conosco e che conosci tu hanno subito una violenza di questo tipo e probabilmente non l’hanno raccontato a nessuno). Ho sofferto durante tutta l’adolescenza perché non mi comportavo in maniera “femminile”. Perché non avevo le tette. Perché non avevo capelli lunghi e lisci. Da sempre la mia sessualitá fu repressa dalla famiglia, dalla societá e dai media. Qualsiasi cosa facessi male mi costava l’accusa di sfaticata.
In uno dei miei primi impieghi ascoltai che le donne non lavorano tanto bene perché sono molto emotive e soffrono di sindrome premestruale. In un altro lavoro il mio capo mi disse che avevo dei brutti capelli e mi pagó un parrucchiere perché me li allisciassi per essere piú presentabile per i clienti. Ho deciso di non essere schiava della depilazione e ricevo sguardi schifati quando mi metto i pantaloncini o le magliette senza maniche. Ho usato molto trucco solo perché la televisione e la pubblicitá fanno vedere donne truccate, e per questo è molto facile sentirsi brutte con il viso pulito.
Tu, uomo, sai cos’è il trucco? C’è un prodotto per fare la pelle omogenea, uno per nascondere le occhiaie, un altro per nascondere le macchie, uno per colorare le guance, uno per esaltare le sopracciglia, un altro per le ciglia, un altro per colorare le palpebre, un altro per colorare le labbra. Quante volte ti sei messo cosí tanta roba in faccia solo perché il tuo capo o al primo appuntamento ti vedranno brutto con la faccia pulita?
Quando sono in metropolitana mi posiziono in un luogo sicuro perché nessuno mi si strusci. Tu lo fai?
Quando vado a riunioni familiari mi chiedono perché sono cosí magra, che ho fatto con i capelli e se ho un fidanzato. A mio cugino chiedono cosa sta studiando e che lavoro fa.
In televisione il 90% delle pubblicitá mi denigrano. Quasi nessun film mi rappresenta o passa il Test di Bechdel. Tutte le donne sono mostrate con vestiti sexy, perfino le eroine che si suppone dovrebbero usare vestiti comodi per le battaglie. Le riviste mi insegnano che il mio obiettivo a letto é piacere a un uomo. Mentre tu, uomo, comparavi il tuo pisello con quello dei tuoi amici, a me, donna, insegnavano che masturbarsi è una cosa molto brutta e che se usavo minigonne non avrei meritato rispetto.
Quanto tempo ho tardato a liberarmi della repressione sessuale e a diventare una donna a cui piace scopare? Quanto tempo ho tardato per liberarmi a letto e provare piacere, mentre alcune delle mie compagne continuano a preoccuparsi se il loro partner vede la cellulite o il rotolo di ciccia e per questo non arrivano all’orgasmo? Quanto tempo ho tardato ad avere il coraggio di guardare un cazzo senza scopare a luce spenta? Quante volte ho ascoltato, mentre guidavo, un “ecco vedi, naturalmente era una DONNA”? Quante volte hai tagliato la strada a qualcuno e hai ascoltato un “ecco vedi, proprio un UOMO”?
Tutto questo per, a fine giornata, andare a cena in un ristorante e non ricevere il conto quando lo chiedo, perché da 5 mila anni sono considerata incapace. E tutto questo, CAZZO, per sentirmi dire che sto esagerando, che il maschilismo non esiste piú.
Questo è un riassunto di quello che soffro o corro il rischio di soffrire tutti i giorni. Io, donna bianca, eterosessuale, di classe media. Le donne nere soffrono piú di me. Quelle povere soffrono piú di me. Le orientali soffrono piú di me. Peró tutte soffriamo dello stesso male: nessun paese del mondo tratta le donne tanto bene come tratta gli uomini. Nessuno. Ne’ Svezia, ne’ Olanda, nemmeno l’Islanda.
In tutto il mondo civilizzato soffriamo violenze e abbiamo meno accesso all’educazione, al lavoro o alla politica.
In tutto il mondo siamo ancora le sorelle di Shakespeare.
E tu, lettore uomo, quando ti abbordano in maniera ostile per la strada, pensi “per favore, che non mi tolga il cellulare” o “per favore, che non mi stupri”?
da malapecora.noblogs.org

domenica 19 maggio 2013

Donne partigiane.


Ieri a Milano, tra via Barona e via Boffalora, hanno finalmente dedicato una targa pure a loro. E' la prima volta in Italia. Buona domenica...

sabato 16 marzo 2013

Papa Francesco, ma a noi donne che ci manca?

    
Papa Francesco, ma a noi donne che ci manca?

Pubblicato il 15 mar 2013

di Lidia Ravera -
Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.
Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?
Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
dal Fatto quotidiano

martedì 12 febbraio 2013

One billion rising: sale l’attesa per la danza planetaria contro la violenza sulle donne il 14 febbraio

     
One billion rising: sale l’attesa per la danza planetaria contro la violenza sulle donne il 14 febbraio

di Laura Eduati -
Una danza delle donne di tutto il mondo contro gli abusi e la violenza sessuale. E’ la One billion rising, flash mob planetario che nel pomeriggio del 14 febbraio portera’ milioni di donne a ballare nelle piazze al ritmo di “Break the Chain”, la canzone appositamente composta per l’evento lanciato dalla scrittrice e performer americana Eve Ensler, celebre per i suoi “Monologhi della vagina”. Una coreografia riadattata e organizzata dall”associazione LEI – Donne in Movimento (leidonneinmovimento@live.com).

Il video di Break the Chain sta ispirando coreografie e tutorial messi in scena da gruppi di donne che, ognuno nella propria citta’, si stanno impegnando per organizzare il ballo collettivo. Da Soweto a Los Angeles, da Manila a Roma danzatrici provette e danzatrici improvvisate provano e riprovano i passi mettendo sul web le loro performance.
E sta gia’ circolando una versione adatta per le disabili, che potranno comunque partecipare. Saranno specialmente le donne indiane a calamitare l’attenzione del One billion rising. Impegnate nella battaglia contro gli stupri impuniti, a loro Ensler ha recentemente dedicato un viaggio e una poesia dal titolo “Rising”: “Potrebbe accadere ovunque, ed e’ accaduto a Messico City, Manila, Munbai, Manhattan.
Uomini che nottetempo aspettano come lupi, sbavando per la preda, dietro quella porta verniciata male, pagando nessun prezzo, un po’ di dollari, o euro, rupie o pesos per averla, entrare dentro di lei, mangiarla, divorarla, e gettando via le sue ossa”.
A Roma il flash mob avverra’ accanto al Colosseo, sotto l’arco di Costantino. All’evento aderiscono le donne della convenzione No More che ha raccolto migliaia di firme e adesioni anche di politiche come Laura Puppato, Celeste Costantino, Rosa Calipari, Valeria Fedeli e Rosa Rinaldi, e che chiedono maggiore attenzione istituzionale per debellare la violenza maschile – prima di tutto, uno stabile finanziamento al Piano nazionale anti-violenza.
da Huffingtonpost.it

lunedì 7 gennaio 2013

Lidia Menapace senatrice a vita

7 gennaio 2013 -         

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di Monica Lanfranco su il Fatto Quotidiano
Con la morte di Rita Levi Montalcini c’è un posto vuoto tra i senatori a vita in Parlamento. Ha fatto bene Fausto Bertinotti a scrivere al Presidente Napolitano indicando per quel posto il nome di Marco Pannella. Pur essendo spesso in disaccordo, nella storia recente, con molte delle posizioni politiche dell’esponente radicale (per esempio rispetto alla sua visione dell’economia, o anche per le scelte di apparentamento politico) penso che la libertà delle donne e degli uomini in questo paese sia stata costruita anche e soprattutto con il contributo delle lotte dei radicali: Faccio, Aglietta, Pannella e Bonino in prima fila. Diritti civili e laicità, costantemente in bilico o messi in pericolo in Italia dal fondamentalismo cattolico, sono stati difesi e indicati come priorità anche da questi instancabili attivisti.
Dal momento che è facoltà del Presidente della Repubblica fare questa nomina, e che nella storia italiana oltre alla Montalcini solo un’altra donna, Camilla Ravera, ha fin qui ricoperto questa carica sta partendo dai social network una campagna affinchè un’altra protagonista della storia delle libertà delle donne e della democrazia abbia questo riconoscimento: Lidia Menapace. Non è la prima volta.
Sarebbe, per esattezza, la terza, nel giro di qualche anno, in cui si chiede che Lidia Menapace sia nominata senatrice a vita: petizioni, raccolte di firme, mediazioni politiche attraverso interlocuzioni di parlamentari furono fatte in precedenza durante i settennati di Scalfaro e di Ciampi, ma senza esito.
Classe 1924, partigiana senza armi per scelta, di origine cattolica, fondatrice de Il Manifesto, femminista e comunista mai dottrinale e dogmatica, è, come scritto da me e da Rosangela Pesenti nella voce a lei dedicata sull’Enciclopedia delle donne una anticipatrice.
Ed è veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.
E’ stata la prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo. Nella prefazione a Parole per giovani donne, (siamo ne 1993) sul perchè fosse così complicato dire ‘uomini e donne’ invece che usare il presunto neutro ‘uomini’ Lidia afferma: ”Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere.” Ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.
Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che “Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc” e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.
Nel suo Economia politica della differenza sessuale ha proposto una riflessione teorica intorno all’Economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita ‘lavoro di cura’, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.
Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma ‘occasionale’ dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. Attivamente pacifista ha proposto la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste.
Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.
Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.
La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione Comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, dal titolo Lettere dal Palazzo, edito da Marea così come la sua ultima fatica, la raccolta di articoli A furor di popolo.
“Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali” scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro.- E ancora –“ Molto mi ha giovato la lettura dei testi che le donne vengono scrivendo e pubblicando, ma più ancora – sto per dire – il poterle incontrare, il parlarsi di persona, vedere volti e gesti, inflessioni di voce e timbro di sorriso, sentire quanta parte della ricerca è andata persa per circostanze varie, quali orizzonti apre, quali motivazioni ha avuto”.

venerdì 28 dicembre 2012


IT IS ALL WOMEN'S FAULT
(according the Vatican twitter, scantly dressed women are responsible for the violence upon them)
SALE ! Suggestive dress plus pistol/knife/ etc. in one complete package, all inclusive
 
 

venerdì 21 dicembre 2012

Ocse, così le differenze di genere frenano il Pil

di Leopoldo Tartaglia e Silvana Cappuccio
Nei giorni scorsi l’Ocse ha presentato il rapporto Chiudere il gap di genere: agire ora (Closing the Gender Gap: Act Now) relativo alle persistenti differenze nella partecipazione al mercato del lavoro, nei ruoli dirigenziali e imprenditoriali e nelle condizioni salariali per le donne nei 34 paesi membri dell’organizzazione. Il rapporto mostra come, nella media dei paesi Ocse, a parità di lavoro e di posizione professionale le donne guadagnino il 16% in meno degli uomini. Differenza che sale al 21% nelle posizioni professionali più alte. Ancora, la media della differenza salariale tra uomini e donne in famiglie con uno o più figli sale al 22%, mentre scende al 7% per le coppie senza figli.
Le donne, in generale, pagano una penalizzazione salariale per avere figli, con una punta massima del 14% in Corea del Sud, mentre questa tendenza sarebbe quasi inesistente in Spagna e in Italia, dove, secondo i dati Ocse, il gap salariale sarebbe tra i più bassi. Ma questo dato “positivo” sarebbe, in realtà, il risultato dell’abbandono del mercato del lavoro da parte di una quota consistente di donne che riceverebbero i salari più bassi.L’Italia, infatti, è tra gli ultimi paese per partecipazione femminile al mercato del lavoro: solo il 51% contro una media Ocse del 65%. Solo due paesi dell’Ocse, Turchia e Messico, hanno un tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro più basso di quello italiano.
L’organizzazione parigina, poi, sottolinea l’importanza delle politiche dell’istruzione e della formazione, dei servizi sociali e della tassazione per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per il raggiungimento dell’eguaglianza salariale con i maschi. E, ancora una volta, le condizioni in Italia non sono particolarmente favorevoli: meno del 30% dei bambini sotto i tre anni usufruisce dei servizi per l’infanzia e il 33% delle donne italiane sono costrette al part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari, contro una media Ocse del 24%.
Anche nel settore manageriale e imprenditoriale il differenziale di genere è elevato: nel 2010 le donne erano un terzo dei manager e solo il 7% dei membri dei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa; nello steso anno le donne rappresentavano il 22% degli imprenditori con dipendenti, ma il loro reddito era solo la metà di quello dei maschi nella stessa categoria sociale. Se, a parità di altre condizioni, nel 2030 il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro raggiungesse quello maschile, nelle previsioni del dossier la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil procapite salirebbe dell’1% l’anno.

lunedì 26 novembre 2012

STOP VIOLENCE AGAINST WOMEN DAY
Primary election od the left parties
No one of the candidates mentions the enormous military budget
F35 fighter 15 billion euro
eurofighter 8 billion
drones i.3 billion
10 frigates 5 billion
submarines i billion

mercoledì 24 ottobre 2012

Stereotipi di genere e discriminazione in Tv. L'Italia è fuori legge

121024televisoredi Claudia Moretti - rifondazione -
E' ormai fatto notorio: la televisione italiana rappresenta la società in un modo irreale, macchiettistico quasi, rappresentando uomini e donne di un'Italia che non esiste, o non esiste più.
Uomini attempati vestiti in giacca e cravatta al fianco di giovani seminude, belle e mute. Non solo in programmi quali Veline, Ciao Darwin e Striscia la Notizia al centro di critiche da anni, ma anche in icone della modernità e dell'intellettualismo come Che tempo che fa (si pensi alla bella svedese Felipa Lageback che accanto, a Fazio, non ha altro ruolo se non quello di sorridere) o nella sagra nazional-popolare del festival di Sanremo. La donna rimane ai margini, subordinata, muta o tutt'al più sorridente, oggetto di sketch televisivi dove l'uomo è dipinto come un vecchio bavoso che seduce la giovane. Spesso inquadrata dal basso, deumanizzata.
Non si racconta, invece, la complessità della nostra società, le nuove generazioni che nulla hanno a che vedere con quel modello televisivo proposto.
Nulla di nuovo. Quel che è meno notorio è che tutto ciò è bandito da decenni dal nostro ordinamento internazionale e, dunque, anche in quello nazionale. La lotta agli stereotipi, infatti, rientra a pieno, negli obiettivi d'azione di pari opportunità ed è il corollario dei principi di pari dignità e di non discriminazione.

Ormai da oltre quarant'anni, le Nazioni Unite, hanno preso atto dell'esigenza di intervenire sulla rappresentazione di genere, approvando la Convenzione sui diritti delle donne CEDAW, ossia la Dichiarazione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata dall'Assemblea Generali nel 1979 e ratificata dall'Italia nel 1985).
Ecco quanto riporta l'articolo 5:
“Gli Stati prendono ogni misura adeguata:
a) al fine di modificare gli schemi ed i modelli di comportamento socioculturale degli uomini e delle donne e di giungere ad una eliminazione dei pregiudizi e delle pratiche consuetudinarie o di altro genere, che siano basate sulla convinzione dell'inferiorità o della superiorità dell'uno o dell'altro sesso o sull'idea di ruoli stereotipati degli uomini e delle donne
b) al fine di far sì che l'educazione familiare contribuisca alla comprensione che la maternità è una
funzione sociale e che uomini e donne hanno responsabilità comuni nella cura di allevare i figli e di
assicurare il loro sviluppo, restando inteso che l'interesse dei figli è in ogni caso la considerazione
principale”

Già negli anni '90 l'obiettivo posto dalla CEDAW viene ribadito e rafforzato nella Piattaforma di Pechino (1995, protocollo emanato in seno alla IV Conferenza Mondiale delle Donne organizzata dalle Nazioni Unite) dove si individuano varie aree critiche di azione e promozione dei diritti delle donne, tra cui anche una, rubricata Donne e Media. La comunità internazionale prede atto della diffusa permanenza di pregiudizi e di discriminazioni nella rappresentazione di genere nei mass media e stila l'elenco delle attività che sono richieste ai governi per superare gli stereotipi di genere.
Eccone alcuni passaggi salienti:
1. promuovere la ricerca e la formazione delle donne nel campo delle comunicazioni affinché possano, con il loro contributo ed intervento professionale rimediare alle scelte editoriali che danneggiano l'immagine femminile;
2. promuovere la formazione di comitati di controllo, formati da donne, dove si osservano i media e si raccolgono proteste e reclami;
3. promuovere il pluralismo culturale e la creatività al fine di dar conto delle numerose realtà che caratterizzano la donna, allontanandosi dai modelli steriotipati;
4. promuovere, a tutti i livelli istituzionali e non, l'innalzamento del livello di consapevolezza delle tematiche di genere e delle tematiche degli stereotipi sessisti.

Nel nostro Paese la Convenzione CEDAW è lettera morta. Ecco cosa emerge dalle raccomandazioni del Comitato Cedaw all'Italia del 26 luglio 2011:
“…[...]il Comitato esprime il proprio disappunto circa il fatto che lo Stato-membro non abbia sviluppato un programma completo e coordinato per combattere l’accettazione generalizzata di ruoli stereotipati tra uomo e donna, come raccomandato nelle precedenti Osservazioni Conclusive del Comitato. Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne.”

lunedì 22 ottobre 2012

martedì 25 settembre 2012

È il mondo di tutti, dicono le donne, cambiamolo

 

Comune-info per lo più pubblica articoli brevi, preferendo segnalare eventuali libri e link con i quali approfondire alcuni temi. Quella che segue è un’eccezione. Se non avete qualche minuto di tranquillità in più del solito rinviate questa interessante lettura, ne vale davvero la pena.
Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. Veronika Bennholdt-Thomsen dirige l’Institute of the Theory and praxis of subsistence a Bielefeld, in Germania ed è docente alla università di Vienna. Ha condotto molte ricerche su questioni di genere, sull’economie regionali e di antropologia sociale in Messico e in Germania. È autrice di numerosi libri sulle alternative di sussistenza in Europa e nel Sud del mondo. Questo scritto è la traduzione dell’intervento tenuto al congresso Prospettive della politica matriarcale, St. Gallen, in Svizzera, nel maggio 2011, da poco pubblicato su il sito dell’università Ca’Foscari di Venezia (unive.it). In modo profondo e brillante l’autrice analizza i nessi tra critica allo sviluppo (per capirci, quella di Ivan Illich, Jean Robert, Majid Rahnema, Vandana Shiva, André Gorz e Serge Latouche), questioni di genere (Geneviève Vaughan e altre studiose, attente ai valori delle società matriarcali) e cambiamento dal basso (John Holloway soprattutto ma anche Raúl Zibechi, Rebecca Solnit, Chris Carlsson, John Scott, Arundhati Roy, Miguel Benasayag, John Berger, Gustavo Esteva, Immanuel Wallerstein, Howard Zinn, Cornelius Castoriadis).

Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?
Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».
Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.
I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.
È essenziale un nuovo contratto sociale
Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.
Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.

giovedì 16 agosto 2012

Un corpo di donna va pur sempre bene – Note attorno all’immaginario della crisi

di SIMONA DE SIMONI - uninomade -

Si dice che l’estate sia il tempo delle letture leggere e a questo diktat sembrano piegarsi un po’ tutti producendo un peggioramento generale del già disastroso panorama giornalistico e “gossipparo” all’italiana. A questo fenomeno, che abusa della leggerezza trasformandola in stupidità, si accosta un’impennata di sessismo su cui vale la pena riflettere. L’incipit materiale per queste note estive lo offre la copertina del numero corrente di L’espresso: una giovane donna bruna, immersa nell’acqua marina fino alla coscia, orientata verso l’orizzonte ammicca al lettore-spettatore mediante una torsione del busto di centoottanta gradi circa. La sequenza corporea, dunque, mostra: sedere, seno destro di profilo, volto incorniciato dai capelli lunghi e scuri. Sul gluteo destro, grazie al costume leggermente scostato, si scorge – come tatuata – la bandiera greca. Ai piedi dell’immagine, in grande, la scritta “Un tuffo nella crisi” seguita da una breve didascalia esplicativa che informa il “lettore” sul contenuto del giornale.
Perché un corpo di donna anche per parlare di crisi? Per rispondere alla domanda bisogna togliersi dalla testa che il problema sia irrilevante, ovvero che l’immagine sia letteralmente insignificante. Per provare a comprendere la portata semantica e politica della figura, inoltre, è necessario sgomberare il campo anche dalle obiezioni di taglio meramente moralistico che tendono a rigettare l’immagine in quanto semplicemente inopportuna e offensiva. In ogni caso, non è certo la prima volta che sul corpo di una donna transita un messaggio politico più o meno esplicito. E se, una galleria di metafore femminili potrebbe narrare con efficacia la storia italiana e non solo, anche la crisi sembra richiedere un corpo-metafora adeguato, eventualmente cangiante e camaleontico. La sua versione estiva assume così le sembianze della “bellezza mediterranea” al mare, richiamando la tradizionale sovrapposizione tra il corpo delle donne e la terra.
La strategia comunicativa non è nuova. Spot vacanzieri di vario genere vi fanno ricorso da tempo: crociere, escursioni, villaggi vacanze, etc… sono spesso accostati al volto e al corpo di una donna dai tratti meridionali/mediterranei con l’invito a scoprire i segreti e misteri della terra messa in vendita o meglio in affitto, data la temporaneità delle imprese coloniali estive correnti. Coloniale, infatti, è l’immaginario mobilitato e, se la donna è il segno con cui si offre la terra, il messaggio ammicca alla possibilità che il vettore muti di segno, che la terra – una volta raggiunta – offra il corpo di una donna in carne e ossa.

venerdì 22 giugno 2012

Quando succede che il padrone ti licenzia perché sei donna


1santilli
di Linda Santilli
Il padrone oggi può tutto o quasi. Può pretendere che tu lavori 12 ore al giorno per 2 lire. Può licenziarti senza giusta causa perché ti sei assentato quando avevi l’influenza o perché sei troppo vecchio e il mercato si sa è competitivo, o perché sei minimamente sindacalizzato e rappresenti un pericolo. Questo è la scenario sociale in cui viviamo. Ma quando succede che il padrone ti licenzia senza tanti complimenti perché sei un donna stiamo parlando di un’altra storia. Quando succede che ti viene sbattuta la porta in faccia perché hai un corpo riproduttivo, la cifra di quel gesto, che pare sbucare dall’androne più buio di epoche passate, si carica di significati terribili. E comunque in Italia può succedere anche questo. E’ successo a tante, tantissime, di vivere quello che è capitato solo alcuni giorni fa ad una giovane donna di Silvi Marina in Abruzzo. Aveva il contratto in mano, un misero contratto interinale di quelli che non garantiscono nulla se non qualche manciata di euro giusto per un paio di mesi come è in uso oggi. Mancava solo la sua firma, era tutto a posto per l’agenzia Gi Group (l’agenzia che prende a prestito i lavoratori per l’azienda di turno, in questo caso l’azienda pubblica Aptr), ma il tipo addetto a confermare l’assunzione le strappa dalle mani il foglio quando si accorge che la ragazza è incinta. Sei incinta? Non se ne parla di darti il lavoro. Punto e a capo e avanti il prossimo. Come nulla fosse. Umiliazione? Discriminazione? Punizione? Tutte e tre le cose in un colpo solo? Fate voi. Certo è che ciò che si addensa in quel secco no è una enormità. Come fosse un magma di contraddizioni antiche, ingiustizie arcaiche appunto, le stesse contro cui le donne hanno fatto la loro rivoluzione cambiando il mondo. Ma il mondo a ben vedere non è poi cambiato così tanto se possono accadere ancora episodi simili. Non si tratta di schegge sporadiche, di piccoli fatti di cronaca isolati sebbene ripetuti. Si tratta del fatto che la nostra contemporaneità liquida e velocissima e fragilissima, posa su un substrato culturale che al contrario è roccioso e profondo che si chiama patriarcato, che innerva dei suoi meccanismi perversi, dei suoi dispositivi punitivi, ogni pezzetto di ciò che è in superficie, primo tra tutti il mercato e le sue regole. Insomma, quello che Fitoussi definisce come lo “scandalo etico del capitalismo contemporaneo” si basa proprio su questa alleanza a doppio filo tra il capitalismo ed il sistema di dominio più antico e sofisticato che la Storia conosca. E’ uno scandalo che qui da noi assume la caratteristica aggiuntiva della doppia morale, un tratto antropologicamente distintivo della nostra tradizione. Infatti come altro chiamarla se non doppia morale la maniera in cui il mercato ingloba le donne come merce privilegiata e disponibile al cannibalismo capitalista ma poi le risputa a pezzettini non appena il loro corpo si sottrae ai dispositivi di controllo e contrattacca e si mostra riproduttivo? E’ proprio questo corpo femminile potente e fuori dal controllo maschile, per il cui controllo storicamente ha origine il patriarcato, a rappresentare oggi un intralcio alle leggi che regolano l’economia dominante. Perché? Perché così come il mercato non ammette freni né vincoli a statuti e leggi che impediscano al suo flusso impetuoso di raggiungere ogni sfera dell’esistenza per divorarla, allo stesso modo non ammette rigidità di tempi e di spazi e di nulla. Come può ammettere quindi il corpo riproduttivo femminile che impone tempi e regole che rispondono solo alla vita?
E sempre di doppia morale nostrana trattasi – sebbene in salsa differente- quando una donna si trova costretta a vivere la maternità: o come fardello se la sceglie, o come possibile disonore se non la sceglie. Ma quasi sempre non può scegliere un bel nulla perchè, benché viviamo nel paese più cattolico e familista del mondo che straparla di madri, esso fa meno di nulla per sostenerle anzi al dunque si accanisce contro di loro.
Tornando alla donna di Silvi Marina. E’ possibile che abbia considerato di aver commesso un errore per non aver utilizzato, in occasione dell’incontro per la fatidica firma del contratto di lavoro, un ampio abito per nascondere la maternità come facevano le ragazze “disonorate” dell’800. Ma certo di fronte al no vigliacco del tipo non si è lasciata zittire, scegliendo la parola al silenzio. E’ un gesto importantissimo. Fondamentale. Non tacere. Lottare. Pretendere che l’agenzia che ha praticato una simile discriminazione venga penalizzata e ad esempio non abbia più accesso a contratti di appalti pubblici, come è il caso della GiGroup attualmente.
E ottenere quel lavoro che spettava e spetta a lei. Sarebbe la vittoria di un principio di civiltà.

venerdì 9 marzo 2012

La pasta al pomodoro della ministra Fornero

di ALESSANDRO ROBECCHI – micromega -
Pur abituati al peggio del peggio del peggio del peggio (e andate avanti voi), c’è da stentare a credere alle parole che il ministro Fornero ha rivolto ieri ad alcune ragazze e giovani donne precarie. Loro, perennemente escluse da ogni tavolo, sono andate direttamente a trovarla al ministero, occupando pacificamente la stanza del suo ufficio stampa.

Avvertita, la ministra Fornero non si è sottratta e, tornata al ministero, ha accettato di incontrare nove ragazze sotto i trent’anni, disoccupate, o precarie, o licenziate. Il racconto lo fa il Corriere della Sera e potete leggerlo qui. Tutto bene, verrebbe da dire: di fronte agli “occupanti”, nessun tafferuglio, né gas urticanti o manganellate. Ma la lezioncina no, quella non è stata risparmiata alle ragazze, anche considerato che era l’8 marzo. E allora ecco (le parole della ministra del welfare sono virgolettate così come le riporta il Corriere dalle testimonianze delle ragazze di OccupyWelfare).

Dice Fornero: “E’ un momento di crisi per tutti e tutti devono fare sacrifici”. Già, un po’ come se stesse parlando con Briatore. E di fronte alla richiesta di un salario minimo garantito ha affermato: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e che con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.

Non si capisce per quale distrazione la ministra del welfare si sia dimenticata di alcune cose: a) molti suonerebbero anche il mandolino; b) la pennichella subito dopo la pasta al pomodoro, ovviamente in attesa di andare a ritirare il lauto assegno; c) nemmeno nel tanto sbandierato sistema danese della flexsecurity c’è questo problema, perché là la pasta al pomodoro non sanno farla.

Insomma, dopo gli “sfigati”, dopo i giovani “che vogliono lavorare vicino a papà e mamma”, dopo “la monotonia del posto fisso”, un’altra geniale uscita dei prestigiosi tecnici al governo: niente salario minimo garantito perché se no vi sedete lì a mangiare gli spaghetti al sugo e chi si è visto si è visto. Non risulta che la ministra Fornero abbia smentito, né che abbia versato qualche lacrima. Probabilmente dirà presto che è stata “travisata”, come da tradizione. Intanto, nessuna notizia del fiasco di vino o della birretta che il welfare italiano non potrà darvi e vi aiuterebbe non poco ad “adagiarvi”. Complimenti.

Alessandro Robecchi

(9 marzo 2012)

8 marzo



La donna e' un donno che non meritiamo.

mercoledì 25 gennaio 2012

Donne, Lavoro e accumulazione di capitale.

Traduzione a cura della redazione di Connessioni
di Jayati Ghosh
Uno dei miti perduranti riguardo il capitalismo che continua ad essere perpetuato nei libri di testo di economia mainstream e in altre strategie pedagogiche è che l'offerta di lavoro sia qualcosa di esogeno al sistema economico. L'offerta di lavoro è tipicamente pensata, specialmente nelle teoria della crescita standard, come determinata dal tasso di crescita della popolazione, che a sua volta è vista come “al di fuori” del sistema economico piuttosto che in interrelazione con esso.

La realtà è, ovviamente, molto differente: l'offerta di lavoro è perlopiù il risultato di processi economici, non qualcosa di estraneo ad essi. Attraverso la sua storia, il capitalismo si è dimostrato abile nel far sì che le strutture di offerta di lavoro cambiassero in accordo con la domanda. La migrazione- che sia di schiavi, lavoro a contratto o liberi lavoratori- è stata strumentale a questo riguardo. L'uso di lavoro minorile, similmente, è stato sanzionato e incoraggiato o disapprovato e soppresso col variare delle condizioni economiche. Ma la capacità del capitalismo di generare il suo lavoro non è stata più evidente da nessun'altra parte che nel caso del lavoro femminile.


Le donne hanno fatto parte della classe lavoratrice sin dall'inizio del capitalismo, perfino quando esse non sono state riconosciute totalmente come lavoratrici nei propri diritti. Perfino quando esse non erano lavoratrici pagate, il loro contributo spesso sconosciuto e non retribuito alla riproduzione sociale, così come a molte attività economiche, è stato assolutamente essenziale per il funzionamento del sistema. Tutte le donne sono di solito lavoratrici, che siano o no definite o riconosciute come tali. In tutte le società, e particolarmente nei paesi in via di sviluppo, permangono attività non pagate (quali cucinare, pulire e altri lavori domestici, fornitura di bisogni essenziali della famiglia, cura dei bambini, dei malati e degli anziani, così come attività legate alla comunità) che sono largamente viste come responsabilità delle donne. Questa struttura di lavoro non pagato tende ad esistere perfino quando le donne sono occupate in lavoro fuori casa in cambio di un reddito, come lavoratrici dipendenti o autonome. Donne da famiglie povere che sono impegnate in lavoro fuori casa di solito non si possono permettere di assumerne altre per compiere quei compiti, perciò molto spesso questi sono passati alle giovani donne e alle donne anziane nella famiglia, o (questi compiti, ndt ) divengono un “doppio fardello” di lavoro per tali donne. Questi processi sono anche parte integrante del capitalismo: la produzione sia di valori d'uso che di valori di scambio da parte delle donne è essenziale per il processo di accumulazione e, se non altro, questa dipendenza è divenuta più marcata negli anni recenti.

domenica 11 dicembre 2011

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