Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta protester. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta protester. Mostra tutti i post

venerdì 21 settembre 2012

Italia, dov’è finita la protesta?

- Fonte - Donatelle Della Porta
 
Di fronte alla crisi e alle politiche di austerità, sembra che l’Italia non risponda più con grandi manifestazioni di protesta. Il rapporto con la politica si allontana e cambiano le dinamiche dei movimenti sociali nel nostro paese
Di fronte alle dure politiche di austerity che, già da tempo ma oggi con maggiore vigore, colpiscono ampie fasce di popolazione (“nove su dieci”, dimostra Mario Pianta), una delle domande spesso rivolte agli studiosi di movimenti sociali (così come ai loro attivisti) è: perché a fronte di una sfida così grande, la mobilitazione si mantiene limitata? Perché – diversamente da Spagna, Grecia e Stati Uniti, ma anche dall’Islanda prima di loro – c’è apparentemente così poca protesta?
Occorre innanzitutto osservare che la protesta c’è, cresce e si focalizza sui temi dei diritti sociali intrecciate con domande di democrazia reale. Una ricerca che abbiamo condotto (con Lorenzo Mosca e Louisa Parks) sulle proteste riportate su un quotidiano nazionale nel 2011, dimostra una mobilitazione non solo elevata, ma anche concentrata su temi sociali. Quasi la metà degli eventi di protesta riportati coinvolge lavoratori (in condizioni occupazionali stabili), oltre la metà se si aggiungono i precari (tabella 1). Più di un quinto coinvolgono studenti. Inoltre, se i sindacati sono ben presenti nella mobilitazione, attori importanti della protesta sono anche gruppi informali di movimenti sociali, centri sociali occupati e associazioni di vario tipo (tabella 2). Non a caso, le statistiche sugli scioperi segnalano un aumento del 25% nell’ultimo anno.
Tabella 1. Tipo di gruppo sociale coinvolto nell’evento di protesta (risposte multiple, percentuale di casi)
Gruppo sociale%
Lavoratori 47,3
Studenti 21,8
Cittadini (in generale) 13,6
Donne 10,9
Lavoratori precari 10,0
Immigrati o minoranze etniche 10,0
Intellettuali/artisti/giornalisti 10,0
Altri 10,0
Totale (N) 147

Tabella 2. Tipo di organizzazione coinvolte nell’evento di protesta (risposte multiple, percentuale di casi)
Tipo di organizzazione%
Gruppi di base 39,4
Sindacati 36,7
Partiti politici 33,9
Donne 15,6
Centri sociali 10,1
Attori istituzionali 5,5
Altri 3,7
Totale (N) 158

Se gli episodi di mobilitazione anti-austerity sono numerosi, è però vero che, negli ultimi mesi, sono mancate le grandi manifestazioni che avevano contribuito alla caduta del governo Berlusconi, segnalando tra l’altro che politiche neoliberiste non potevano essere imposte efficacemente da un capo di governo libertino, e variamente delegittimato. Il passaggio da Berlusconi a Monti non ha segnalato un mutamento di indirizzo delle politiche pubbliche, ma l’acquisto (a prezzi modici, a dire il vero) del sostegno ad esse di quella che era stata l’opposizione politica. Se il 15 ottobre 2011, con una grande capacità di mobilitazione, ha rappresentato un’eccezione, la sua evoluzione non ha facilitato la ripresa di un processo di aggregazione nella protesta – tutt’altro.
Una prima ragione della difficoltà nel mettere in rete le mobilitazioni esistenti può essere individuata nella crisi stessa. Ripetutamente, la ricerca sui movimenti sociali ha sottolineato che non è quando c’è più privazione (né assoluta, ne relativa) che la protesta aumenta, ma piuttosto quando maggiori risorse sono disponibili per chi vuole contestare le decisioni di chi governa. Già gli studi sul movimento operaio hanno rilevato che gli scioperi crescono con la piena occupazione, non quando aumenta la disoccupazione. Se l’insicurezza scoraggia l’azione collettiva, l’effetto depressivo della crisi non può che essere accentuato dal nuovo tipo di mercato del lavoro, e per le nuove figure produttive meno protette sul mercato del lavoro e sul luogo di lavoro. Chi è precario ha, certamente, più difficoltà a mobilitarsi in difesa dei suoi diritti, perché è più ricattabile, ha meno tempo libero, e spesso mancano gli stessi luoghi fisici di aggregazione che erano stati così importanti per il movimento operaio.
Se questo tipo di spiegazione, diciamo strutturale, ha qualche granello di verità, non ci aiuta però a capire perché in Spagna, Grecia, o negli Stati Uniti (ma anche in Italia in altri momenti) i gruppi più colpiti dalla crisi economica e dalle crescenti diseguaglianze prodotte dalle politiche neoliberiste (peraltro responsabili di quella stessa crisi) si sono mobilitati in momenti di protesta ampia e visibile (dagli Indignados a Occupy). I precari hanno, tra l’altro, in Italia protestato in maniera ampia e visibile, in particolare nella prima metà dello scorso decennio.
La ricerca sui movimenti sociali ci offre un’altra spiegazione, più specificamente applicabile al caso italiano. La protesta, per crescere, ha bisogno di alcune opportunità politiche. Fra di esse, fondamentale per i movimenti di sinistra è la posizione di potenziali alleati come partiti e sindacati, che sono importanti per estendere la mobilitazione, sia per le risorse logistiche che possono offrire sia, soprattutto, per la possibilità di accrescere l’influenza politica di chi protesta. È contro governi di centro-destra che la protesta di massa è stata più consistente è visibile, quando ha trovato il sostegno di partiti e sindacati. Ciò è tanto più vero in Italia dove, nonostante reciproche critiche, i rapporti tra movimenti e partiti di sinistra (quando c’erano) erano sempre stati intensi.
Se questi alleati c’erano contro Berlusconi, un governo di grande coalizione come il governo Monti ha drasticamente ridotto le opportunità di alleanze politiche. Non solo partiti che votano per il governo neoliberista e le sue politiche sarebbero alleati poco credibili per chi a quelle politiche si oppone, ma il governo in carica è anche riuscito a propagare efficacemente la sua auto-immagine di “governo tecnico”.
Che questa auto-rappresentazione abbia pochi appigli nella realtà è evidente, tra l’altro guardando alle carriere della maggior parte dei ministri all’interno di istituzioni non certo neutrali rispetto alle scelte politiche, così come nelle politiche di deregolamentazione, privatizzazione, e riduzione della volontà e capacità dello stato di intervenire a ridurre le diseguaglianze prodotte dal mercato.
Ma è anche evidente che l’autorappresentazione come governo tecnico abbia attecchito sulla stampa e oltre. Non solo i principali giornali nazionali inneggiano acriticamente al “super Mario”, ma istituzioni come quelle accademiche, che avevano in passato gelosamente custodito un’immagine di neutralità politica, offrono oggi, spesso e volentieri, un palcoscenico politico al capo di un governo che si autodefinisce tecnico, palcoscenico utilizzato poi per fare discorsi prettamente politici e ideologicamente neoliberisti.
Questa anomalia italiana contribuisce certamente a spiegare la difficoltà di mettere in rete i tanti rivoli della protesta – che pur, appunto, ci sono. Questa resistenza diffusa potrebbe comunque contribuire a una aggregazione e politicizzazione delle mobilitazioni, non solo attraverso la contestazione di specifiche politiche, ma anche sottolineando la natura – politica e neoliberista – di questo governo.

domenica 29 luglio 2012

Spagna

Oltre la paura: il movimento 15M scuote la Spagna
 - uninomade -
Appunti da una conversazione tra LAURA “GAELX” MONTERO, DAVID ARISTEGUI, VALENTINA LONGO e LAURA SCHETTINO
La Spagna è in fermento, mobilitazioni carsiche, che montano apparentemente in maniera invisibile ed esplodono improvvisamente, scuotono il paese dal torpore e dalla paura da più di un anno, dalla nascita del movimento degli indignados, che in terra iberica si autodenomina 15M. Il movimento, nato dall’occupazione della centrale piazza del Sol a Madrid il 15 maggio 2011, è andato via via ingrossandosi, decentralizzandosi, contaminandosi.
Da una protesta contro la vacuità della democrazia formale e la rivendicazione di una democrazia reale, poco a poco il 15M sta entrando sempre di più nel vivo di lotte che hanno a che vedere con la vita di cittadine e cittadini, in un paese che sta crollando sotto il peso della crisi e delle riforme politiche neoliberali. Un cambio reso possibile, e che si sta generalizzando, forse proprio per il modo in cui il movimento, con i suoi vari tentacoli, è andato progressivamente toccando i nodi critici che stanno emergendo prepotentemente con la crisi: casa, lavoro, educazione, sanità, politica. L’offensiva a tutto tondo del capitale e della classe politica che lo difende ha prodotto una risposta altrettanto articolata, anche se talvolta frammentata. Non si tratta di un avvicinamento corporativo o sindacale, o non solo, ma di un abbordaggio a tutto campo, che è partito in primo luogo dalla difesa del comune (insegnamento pubblico di qualità, uno degli slogan che più spesso si sentono), della vita degna (l’attenzione al lavoro di cura) che non ponga al centro l’accumulazione economica ma la qualità e sostenibilità della vita, la sanità come diritto universale, la casa. Le maree non si fermano: quella verde dell’educazione, quella nera dei funzionari, quella viola dei femminismi, quella rossa delle disoccupate e disoccupati. Maree colorate che dall’interno, parallelamente o eccedendo le forme organizzative del 15M, si nutrono reciprocamente e si contaminano.
Attacchi su tutti i fronti
Dall’esplosione della crisi la situazione economica e sociale è progressivamente peggiorata in Spagna. Nel paese iberico durante il primo trimestre 2012 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 24,4%, più di cinque milioni e mezzo di persone, i nuclei famigliari in cui nessun membro svolge lavoro salariato sono passati dal 3,2% del 2007 al 13,3% (da 390.000 a 1,7 milioni). La copertura delle prestazioni di disoccupazione è scesa dal 77,5% al 57%, in altre parole meno del 60% delle persone disoccupate ricevono qualche tipo di prestazione.
Nel frattempo aumentano vertiginosamente le espropriazioni, tra il 2007 e il 2011 circa 350.000 famiglie sono state sfrattate dalle proprie abitazioni. Secondo i dati del Consiglio Generale del Potere Giudiziario, nel primo trimestre del 2012 gli sfratti sono stati 18.424, il 18,5% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre secondo il PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca) durante il primo trimestre 2012 gli sfratti raggiungono i 46.559 casi.
Sul fronte dei tagli, si sono susseguiti nel corso dell’ultimo anno vari interventi. Sul lavoro, dopo aver approvato una riforma che prevede, tra le altre, un abbassamento del costo dei licenziamenti e l’aumento della flessibilità per i datori di lavoro, uno svuotamento della contrattazione collettiva e l’equiparazione tra l’agenzia pubblica di impiego e quelle private, è seguito un intervento da parte del governo che ha ridotto il sussidio di disoccupazione, aumentato l’IVA e tolto la tredicesima ai dipendenti pubblici. Quest’ultimo intervento è stato decisivo nel portare in piazza 500.000 persone a Madrid il 21 di luglio. Il settore educativo, di pertinenza regionale, è sottoposto a pesanti attacchi da parte dei governanti che ne minano alla radice la qualità, nella regione di Madrid le misure adottate prevedono che vi siano meno insegnanti per classi con più alunni, è stato decretato l’aumento del monte ore complessivo per professori e professoresse, così come sono cresciuti i fondi destinati alle scuole private, molte delle quali sono cattoliche. Per quanto riguarda il settore sanitario, la riforma recentemente approvata prevede che le persone migranti senza regolare permesso di soggiorno non possano godere dell’assistenza se non in caso di emergenza.

sabato 31 marzo 2012

Ieri la Grecia, oggi la Spagna, domani l'Italia ... e l'Europa??!!

di Marco D'Eramo - controlacrisi -
La marea spagnola
Ieri la Spagna ha incrociato le braccia ed è scesa in piazza. Ma quanti anni dovremo aspettare prima di poter scrivere che a proclamare lo sciopero generale e a invadere le piazze è stata l’Europa, non questo o quel paese?
Perché l’asimmetria è lampante. Da un lato c’è una destra europea che si muove all’unisono, con una concertazione continentale, con una meditata strategia transnazionale, con la tedesca Angela Merkel che fa campagna per il francese Nicolas Sarkozy: e non sottovalutiamo quest’appoggio elettorale, perché in esso vediamo il primo emergere di un vero partito conservatore europeo, di un’inedita dimensione partitica sovranazionale: in precedenza, a fare l’Europa erano stati Valéry Giscard d’Estaing (destra) ed Helmut Schmidt (socialdemocratico) e poi François Mitterrand (socialista) ed Helmut Kohl (democristiano), cioè Francia e Germania, non la destra o la sinistra delle due rive del Reno.
A questa nuova destra multinazionale – cui vanno iscritti d’ufficio l’inglese David Cameron, lo spagnolo Mariano Rajoy e il nostro Mario Monti – si dovrebbero contrapporre le diverse sinistre nazionali che invece si muovono ognuna per conto proprio e che, quando tentano un’iniziativa comune (come a Parigi il 17 marzo scorso), raggiungono tutt’al più una sintonia flebile e di facciata.
Stessa asimmetria sul terreno sociale. Da un lato i capitalisti o – come si ama dire oggi – «i mercati» che da anni sfruttano al meglio l’occasione della crisi economica per realizzare la «grande normalizzazione», per riportare la lancetta della storia a prima del 1929, per cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso tra capitale e lavoro. In Portogallo e in Spagna non ci sono articoli 18 da cancellare, ma il 23 marzo il Portogallo ha proclamato lo sciopero generale contro l’abolizione di ogni vincolo ai licenziamenti, e ieri è toccato alla Spagna protestare contro la flessibilità selvaggia che le è imposta; ma è sfuggito che mercoledì a scioperare contro la «riforma» delle pensioni erano gli insegnanti britannici che potranno ritirarsi solo a 68 anni, dopo aver pagato più contributi e ricevendo meno. Questi tre scioperi filmano a meraviglia quel che succede: da un lato una simultanea offensiva sovranazionale senza precedenti contro i diritti dei dipendenti salariati, dall’altro proteste slegate tra di loro e perciò destinate a soccombere.
Sia chiaro, è anche comprensibile la tentazione nazionalista o protezionista (come nel caso del candidato francese di sinistra Jean-Luc Mélenchon): mentre per la destra il potere non è solo quello dello stato ma anche quello del denaro che essa fiancheggia, l’unica leva di potere cui la sinistra può invece puntare è il controllo dell’apparato dello stato nazionale: se le rosicchiano anche quello, è inevitabile la sensazione di non avere in mano più niente tranne un guscio vuoto di sovranità. Per di più l’euro è una moneta unica che paradossalmente ha diviso invece di unire: ha esaltato le differenze e le irriducibilità tra i vari paesi rendendo più difficile concordare le iniziative tra le diverse sinistre: basti vedere la – variegata, ancorché sostanziale – subalternità delle varie «socialdemocrazie» al patto di stabilità fiscale che viene fatto loro ingoiare.
Ma quella nazionalista è una tentazione illusoria e vana. Finché i nostri partiti non si convinceranno che il terreno dello scontro è l’ìntera Unione e non il singolo paese, la partita rimarrà truccata (come in una storica ballata di Giovanna Marini) e non ci si potrà poi stupire se i cosiddetti tecnocrati esercitano sui ruderi della politica un dispotismo non si sa quanto illuminato.

giovedì 29 marzo 2012

La scommessa costituente del movimento greco.

Intervista a SPYROS (AK Atene) – di GIGI ROGGERO
- uninomade -
A partire dal 2006-2007 in Grecia si sono succeduti il movimento contro la riforma universitaria, l’anno successivo la rivolta seguita all’assassinio di Alexis Grigoropoulos, negli ultimi due anni e mezzo le lotte e la vera e propria insorgenza contro le politiche di austerity. A partire dal maggio del 2011, l’occupazione di piazza Syntagma sembra aver segnato l’apertura di un nuovo e ulteriore processo. Quali sono le dinamiche di sedimentazione soggettiva, ovvero le continuità e le differenze tra queste fasi di conflitto e movimento?

Se si vogliono individuare le genealogie o le radici di questi sei anni di lotte in Grecia, bisogna risalire al movimento autonomo radicale negli anni Ottanta e forse alla tradizione dei gruppi studenteschi di sinistra del decennio precedente. Comunque, nel 2006 dopo vent’anni c’è stato il primo movimento capace di mobilitare migliaia e migliaia di persone in una causa comune: è stato il primo passaggio nella radicalizzazione dei giovani in Grecia, verso un nuovo discorso e nuove pratiche. Il movimento ha avuto una piccola vittoria e alcune sconfitte, ma si può dire che nei fatti fu una vittoria perché ha congelato la finanziarizzazione dell’università greca, quantomeno l’ha rallentata notevolmente. Il 2008 è stato, credo, un momento di svolta nella storia europea. C’era stata la rivolta nelle banlieue francesi, ma non era stata contagiosa, non si era diffusa in differenti parti della società, per la particolare struttura urbana di Parigi o magari per altre ragioni. Qui persone differenziate, con condizioni di partenza diverse, sono state unite dalla rabbia. La rivolta del 2008 non aveva domande, all’inizio era solo un’espressione di rabbia, di una rabbia comune. Così, diversi soggetti, come i rifugiati e migranti di seconda generazione, sono entrati per la prima volta nella sfera politica e nello spazio pubblico, gli ultrà hanno interagito con la dimensione autonoma, centinaia di migliaia di studenti hanno autorganizzato le manifestazioni in tutta la Grecia al di fuori dei partiti e delle strutture politiche, le nuove tecnologie hanno permesso di diffondere le parole della rivolta e sono state ampiamente usate nell’organizzazione delle lotte. C’è stato un grande spettro di azioni, da quelle pacifiche a quelle molto violente e clandestine. E c’è stato un intero mese di vuoto governativo.

Ho provato a sintetizzare in poche parole quello che è successo nel 2008, è stato un movimento ambivalente e contradditorio, che ha portato all’evoluzione di molte persone e infranto tutti i vecchi sogni di molti anarchici e comunisti che sono gettati nella depressione, perché ha dato l’impressione che noi volessimo solo una grande notte di distruzione, provocando a partire da dicembre una sollevazione generale. Dopo l’azione di guerriglia urbana del gruppo Lotta Rivoluzionaria tutto il processo si è notevolmente rallentato ed è iniziata l’organizzazione della contro-rivolta dello Stato: dagli intellettuali alla polizia, sono state prese molte misure che continuano ancora oggi, con le nuove riforme del codice penale, della pianificazione urbana, dell’università.

giovedì 22 marzo 2012

La base del Pd si scalda su Facebook e la pagina del segretario viene presa d'assalto

- l'unita' -
Mai sopito in questi mesi, il malumore di quei sostenitori del Partito democratico che non hanno digerito il sostegno al governo Monti oggi è esploso di fronte all'annunciata riforma del mercato del lavoro. Sulle pagine del segretario Pier Luigi Bersani e, con accenti meno forti, su quella del responsabile economico del partito Stefano Fassina sono comparse oggi decine di messaggi durissimi verso il pacchetto Monti-Fornero ma soprattutto verso il Pd.

«Grazie compagno bersy per quello che fai per noi... ti ripagheremo con gli interessi alle urne», scrive Gianni. «Vergognatevi, siete gli artefici di questa macelleria sociale. Non dite più che lo fate per i nostri figli, non siete degni di dire questa parola avete massacrato anche i padri», dice Pierluigi. «Vergogna», scandisce Diego. «Traditori», rincara Luca. «Non vi voterò mai più», assicura Giovanni. E la pensa così anche Gianni: «Io ho sempre votato Pd ma questa volta se l'articolo 18 verrà modificato no». Duro anche Fabrizio: «Il mio voto lo hai perso...parole soltanto parole la casta unita contro noi lavoratori...vergogna...».

C'è chi se la prende anche con il vicesegretario. «Il fascista Enrico Letta ha già dato il consenso preventivo alla nuova porcata di Monti sponsorizzata da Napolitano», commenta Walter. Non tutti i messaggi si limitano al livore. C'è chi chiede correzioni in parlamento. «Con questa riforma che ha anche aspetti positivi, non vedo nulla che possa incentivare le aziende ad assumere con contratto a tempo indeterminato», spiega Mirco. «Questo governo è più serio del precedente, ma sembra accanirsi contro i lavoratori e i pensionati. Conto sull'azione del PD in parlamento per non svuotare l'art. 18», sottolinea Elvio. Ma da chi ancora crede nel Pd arriva un appello: Bersani tolga la fiducia a Monti. «Perchè non mandate a casa questo governo non eletto di vecchi arroganti? Andiamo a votare, vediamo cosa vogliono davvero i cittadini, o è questo che fa paura?, chiede Isabella. »La misura è colma, ma che ci stiamo a fare ancora in questa coalizione? Basta fuori dobbiamo tornare a navigare in mare aperto«, esorta Lorenzo. »Bersani ...se ci sei batti un colpo! E «stacca la spina».!«, scrive Bruno.

Tra gli elettori del Pd ci sono pochi dubbi: il governo Monti è la continuazione di quello Berlusconi. Una sorta di «Montusconi» autore di una riforma del lavoro che «nemmeno Sacconi e Brunetta...».

L'articolo 18 apre un solco tra gli umori del popolo democratico e il gabinetto Monti. Sui social network, l'appello al segretario Bersani è unanime: «Mandatelo a casa». «Basta far pagare sempre gli stessi», è il refrain a qui dà voce tra gli altri Fabio Viti.

I più allarmati, ovviamente, sono i lavoratori. In decine e decine di commenti, sul profilo Facebook di Bersani e del partito, vengono citati casi di crisi aziendali con il rischio di licenziamenti a breve. La riforma del governo sarebbe la stampella ideale. E i lavoratori, nonostante la posizione critica di Bersani, intestano le nuove norme al Pd stesso. Fabrizio Spinetti accusa i Democratici «di farsi mettere sotto da Alfano e Sacconi. Tirate fuori le p...», è il suo invito. E Andrea Del Bagno avverte che se passa la modifica dell'art.18 «con il vostro appoggio, non voteremo più Pd».

Tanti, tantissimi chiedono di togliere il sostegno a Monti. Luca Alfieri invita Bersani «se veramente vuole riconquistare la fiducia dei suoi elettori a staccare la spina al governo Monti!». «Via da questo governo», taglia netto Walter Giordana. I lavoratori si vedono alla mercè degli imprenditori. Stefano Zovasio contesta le politiche sul lavoro di impronta liberista.

«Per oltre un ventennio ci avete fatto credere che per rilanciare l'economia bisognava essere sottopagati. Risultato: siamo i meno pagati d'Europa e nonostante tutto siamo quelli che crescono di meno... Adesso cosa ci volete far credere? Che per crescere dobbiamo accettare i facili licenziamenti? Dopo cosa ci chiederete? Il C...? Ma fatemi il piacere!».

Molti gli inviti diretti a Pier Luigi Bersani. Come quello di Giorgia Faetti che lo accusa di aver «tergiversato per tutta la durata di questo teatrino sulla modifica dell'articolo 18». L'unica cosa che abbiamo capito, osserva, «è che noi lavoratori e le nostre famiglie siamo caduti in un baratro profondo e siamo diventati precari. La base è contro questo appoggio incondizionato al governo e siamo pronti a darvi battaglia nei luoghi di lavoro. O fate fare delle modifiche. O votate contro. Non ci sono alternative».

venerdì 9 marzo 2012

Una lettera dall'ospedale sotto controllo dei lavoratori a Kilkis

- senzasoste -
L'occupazione del nostro ospedale a Kilkis da parte dei lavoratori, è iniziata lunedi 20 febbraio. Questa occupazione non riguarda solo noi, medici e lavoratori dell'ospedale di Kilkis. Non viene fatta neanche per il sistema Sanitario Nazionale Greco (ESI), che è in realtà al collasso.

Facciamo questa lotta perché oggi sono in pericolo i diritti umani. E questa minaccia non è nemmeno diretta contro una nazione, o alcuni paesi, o alcuni gruppi sociali, ma contro le classi basse e medie in Europa, America, Asia, Africa e in tutto il mondo. Oggi la Grecia è l'immagine del domani in Portogallo, Spagna, Italia e in altri paesi del mondo.

I dipendenti dell'ospedale di Kilkis e della maggior parte degli ospedali e centri sanitari in Grecia non vengono pagati regolarmente, e alcuni vedono i loro stipendi tagliati a praticamente a zero. Un mio collega è stato trasferito in una clinica di cardiologia in uno stato di shock, quando si reso conto che, invece di prendere la paga abituale di 800 euro (sì, questo è lo stipendio mensile) da parte dello Stato, ha ricevuto una nota dove era scritto che non solo non verrà pagato per questo mese, ma deve restituire 170 euro. Altri dipendenti sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Chi di noi ottiene ancora uno stipendio li sostiene come può.

Questa è una guerra contro il popolo, contro tutta la comunità. Coloro che dicono che il debito pubblico della Grecia è il debito della popolazione greca mente. Non è il debito della gente. È stato accumulato dai governi, in collaborazione con i banchieri, per asservire il popolo. I prestiti alla Grecia non vengono utilizzati per gli stipendi, le pensioni e l'assistenza pubblica. È l'esatto opposto: salari, pensioni e fondi per l'assistenza sanitaria vengono utilizzati per pagare i banchieri.

Menzogne. Contrariamente a ciò che si predica, questi non vogliono una società libera da debiti. Creano i propri debiti (con l'aiuto di governi corrotti) e politiche a loro beneficio. La Grecia ha come primo ministro un banchiere affinché sia garantito che il "lavoro" verrà eseguito correttamente. Il nostro Primo Ministro Lucas Papadimos non è stato neppure eletto. Nominato dalla BCE e dei banchieri, con l'aiuto di politici corrotti europei e greci. Questa è la loro interpretazione del termine "democrazia".

Debiti causati da banchieri che creano denaro dal nulla e riscuotono interessi, semplicemente perché i nostri governi hanno dato loro questo diritto. E bisogna dire che chi devono pagare questo debito siamo voi ed io e i nostri figli e nipoti con i nostri beni personali e nazionali, con le nostre vite.

Non dobbiamo nulla. Al contrario debbono coloro che hanno fatto la loro fortuna grazie alla corruzione politica.

Se non apriamo gli occhi a questa verità, presto diventeremo tutti schiavi, e lavoreremo per 200 euro o meno al mese. Questo per quelli di noi che potranno trovare un lavoro. Gli altri saranno senza cure mediche, senza pensioni, senza casa e affamati, come accade ora a miei concittadini in Grecia. Migliaia di loro vivono in strada e affamati.

Non abbiamo intenzione di dipingere di nero la cosa ma questa è la verità. La situazione non si è creata a causa di incidente finanziario o monetario o di un errore. È l'inizio della brutta fase di un lungo processo che segue un piano ben meditato, un processo iniziato decenni fa.

Dobbiamo lottare insieme contro il progetto neoliberista. E adesso è ciò che facciamo qui a Kilkis, è quello che fanno in molte città di tutto il mondo.

Al momento non pensiamo di aprire un conto per aiuti finanziari. Tuttavia, potrebbe essere necessario fra alcuni mesi o settimane, se la situazione peggiora. In questo momento abbiamo bisogno soprattutto di sostegno morale e la pubblicità. Le lotte locali in tutto il mondo hanno bisogno di diffondersi e trovare un sostegno massiccio se vogliamo vincere la guerra contro il sistema corrotto. Se potete pensare a altri modi per diffondere notizie e idee, sarebbe meraviglioso.

Potete contattarci all'indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ancora una volta, non possiamo ringraziarvi abbastanza per i pensieri e le vostre parole gentili.

Cordiali saluti,

Leta Zotaki, direttore del reparto di radiologia dell'ospedale Kilkis, membro dei lavoratori dell'Assemblea generale presidente dei Medici Ospedalieri Kilkis (ENIK).

sabato 3 marzo 2012

Resistenza Partigiana. Agricoltura partigiana. Con Luca Abbà

Fonte: laterratrema
Luca Abbà lo abbiamo conosciuto in Val Susa e a La Terra Trema.
Luca è un agricoltore resistente, un partigiano, che ama il suo territorio e la vita.
Quanto gli è successo la mattina del 27 febbraio a Clarea è responsabilità diretta di chi ha voluto quel blitz, di tutti coloro che vogliono il TAV;
è un attacco vergognoso e ignobile.

FORZA LUCA!
PERCHE’ L’ORTO DEL SOLE E’ NO TAV
di Luca Abbà
“Diverse sono le motivazioni che hanno portato me e i miei collaboratori ad essere negli anni convinti attivisti della causa No Tav. Di seguito proverò ad elencarne le principali per poter rendere l’idea, a chi non si è adeguatamente informato sul tema, del perché la val di Susa sta diventando sempre più un “caso” nazionale.
Si sta parlando da circa venti anni del progetto di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Di fatto però non sono state ancora rese pubbliche delle valide motivazioni per costruire questa opera faraonica, si continuano a ripetere slogan tipo “progresso”, “Europa”, “sviluppo del Piemonte” ecc…
D’altro canto il movimento No Tav, affiancato da validi e autorevoli tecnici esperti, ha elaborato numerose ragioni che smentiscono totalmente l’esigenza di una nuova linea ferroviaria; inoltre sono stati evidenziati danni per l’ambiente e rischi per la salute dei territori coinvolti, compresa la città di Torino.
Sostanzialmente i motivi che rendono il TAV un progetto truffa sono di ordine ambientale, economico, trasportistico ed etico.
Danni ambientali: cantieri per almeno 15 anni con rumore, polvere, inquinamento dell’area e disagi alla viabilità; prosciugamento di sorgenti con lo scavo di gallerie, numerose discariche con materiali estratti anche pericolosi (amianto e uranio/radon); distruzione di suolo agrario; dispendio esagerato di risorse energetiche (petrolio e derivati)
Motivazioni economiche: i costi di costruzione esageratamente elevati si ripercuoteranno per anni sulle casse del denaro pubblico, con conseguente indebitamento e tagli ai servizi pubblici; si parla di 120milioni di euro per chilometro di ferrovia costruita, a preventivo e senza aver ancora cominciato i lavori.
Questione trasportistica: i dati reali di traffico danno in diminuzione progressiva la quantità di merce che viaggia tra Italia e Francia; la domanda di trasporto passeggeri è talmente bassa che negli ultimi anni sono stati addirittura annullati i treni che collegano direttamente Torino con Lione; la linea attuale peraltro, opportunamente gestita potrebbe trasportare una quantità di merci tripla rispetto a quella attuale senza il bisogno di una nuova ferrovia.
Ragioni etiche: ultime, ma non certo per importanza sono le ragioni etiche che spingono molti come me a pensare che un mondo senza TAV sarebbe possibile e senz’altro migliore. Infatti il TAV, e tutto l’apparato che lo supporta, rappresenta proprio bene il simbolo di un modello di società basato sulla frenesia, sul consumo, sullo sfruttamento e sullo spreco. Un modello che sacrifica la vivibilità dei territori sull’altare del profitto per pochi, che per nulla rispetta la Madre Terra che quotidianamente da milioni di anni è fonte di vita per uomini ed altri esseri viventi. Inoltre per costruire quest’opera non si esita a passare sulla testa di migliaia di persone che negli anni si sono opposte chiedendo che le loro ragioni venissero prese in considerazione.
Per tutto questo e per altro ancora da molti anni in Valsusa tanta gente impiega il proprio tempo nel discutere, informarsi, partecipare e organizzare iniziative per opporsi allo scempio del proprio territorio. Opponendosi con determinazione si è riusciti fino ad ora ad impedire e disturbare qualsiasi opera connessa al TAV e la questione ha assunto carattere nazionale vista la portata ampia delle motivazioni. Numerose sono state negli anni e soprattutto negli ultimi mesi le attestazioni di solidarietà e partecipazione da varie parti d’Italia.
Consapevoli di non avere altra scelta che vincere, continueremo la nostra battaglia per la libertà e la dignità fino a che il progetto non verrà accantonato definitivamente, e magari il risultato ottenuto allora sarà ancora più soddisfacente. Per quel che mi riguarda sono disponibile per chiarimenti ed approfondimenti”.

mercoledì 15 febbraio 2012

Perché adesso? Quale sarà il prossimo?

Conversazione tra Naomi Klein* e Yotam Marom**
sinistrainrete
Naomi Klein - Una delle cose più misteriose riguardo a questo momento è: “perché adesso?” La gente ha lottato contro le misure di austerità e ha urlato per un paio di anni contro gli abusi delle banche, facendo essenzialmente la stessa analisi: “Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”. Ma non sembrava proprio che acquistasse popolarità, almeno negli Stati Uniti. C’erano dimostrazioni e c’erano progetti politici e c’erano proteste come a Bloombergville. Ma, erano in gran parte ignorate. Non c’era davvero nulla su vastissima scala, nulla che realmente avesse un impatto significativo. E adesso, improvvisamente, questo gruppo di persone in un parco ha fatto esplodere qualche cosa di straordinario. Come lo spieghi, allora, dato che sei stato impegnato in OWS dall’inizio, ma anche nelle precedenti azioni contro l’austerità?

Yotam Marom – Ebbene, la prima risposta è: non ho idea , nessuno ne ha. Ma posso fare delle congetture. Penso che ci siano delle cose che si devono considerare con attenzione quando ci sono momenti come questi. Una sono le condizioni: disoccupazione, debito, sfratti, i molti altri problemi che deve affrontare la gente. Le condizioni sono vere e sono brutte, e non si possono simulare. Un altro tipo di base per questo tipo di cosa è quello che fa la gente che organizza per preparare momenti come questi. Ci piace fantasticare su queste insurrezioni e sugli importanti momenti politici – ci piace immaginare che vengano fuori dal nulla e che sia necessario solo questo – ma queste cose accadono se c’è dietro uno sforzo organizzativo enorme che viene fatto ogni giorno, in tutto il mondo, in comunità che sono realmente emarginate e che affrontano attacchi bruttissimi.

Quelli quindi sono i due prerequisiti perché si verifichino questi momenti. Ci si deve poi chiedere: quale è il terzo elemento che fa sì che tutto si realizzi, quale è ‘ il grilletto, la polverina magica? Beh, non sono sicuro della risposta, ma so che sensazione dà. La sensazione che qualche cosa è che si è aperto, una specie di spazio che nessuno sapeva esistesse, e quindi tutte le cose che prima erano impossibili, ora sono possibili. Qualche cosa che è stato come disintasato. Persone di tutti i tipi hanno proprio iniziato a vedere le loro lotte in questo qualche cosa, hanno iniziato a identificarsi con questo, hanno cominciato a sentire che era possibile vincere, che c’è un’alternativa, che le cose non devono essere sempre così. Penso che in questo caso questo sia l’elemento speciale.

NK – Pensi che ci sia una discussione organica riguardo al cambiare fondamentalmente il sistema economico? Cioè, sappiamo che esiste una forte, rabbiosa critica della corruzione e della conquista dal processo politico da parte delle grosse imprese commerciali. E’ in corso davvero un richiamo ad agire. Ciò che è meno chiaro è la misura in cui al gente si sta preparando a costruire davvero qualche altra cosa.

sabato 21 gennaio 2012

OWS: Occupy Everything.

Fonte: ciromainfo
Paolo Carpignano, sociologo che da molti anni vive a New York ed è impegnato nella sinistra americana, ha scritto questo articolo per Ciroma.info

Forse era nell’aria: l’aria di primavera dei paesi arabi, o l’aria della Puerta del Sol di Madrid, o del Rothchild Boulevard di Tel Aviv, tutti avvenimenti che presagivano un anno caldo a livello globale. Ma quando a New York è scoppiata Occupy Wall Street (la metafora della esplosione sembra moto più appropiata), si è avuta subito la sensazione che non si trattasse di una ventata di attivismo, di un altro episodio dell’ «anno della protesta» come lo ha definito Time magazine, ma di un avvenimento trasformatore, un «game changing», un cambiamento delle regole del gioco.
Non che nel contesto americano non ci fossero stati in quest’anno dei precedenti. Primo fra tutti, le grandi manifestazioni e l’assedio del Congresso dello stato del Winsconsin, nello scorso inverno. In quell’occasione si erano viste le prime crepe alla «risoluzione» neoliberale della grande crisi. Il governatore Scott Walker, forte di una vittoria elettorale finanziata da interessi a livello nazionale che volevano fare del suo stato un test della politica repubblicana conservatrice, e sulla scia dei successi del movimento del Tea Party e delle vittorie repubblicane al Congresso, aveva proposto un progetto di riforme strutturali tutte incentrate sulla politica dei sacrifici e sulla responsabilità fiscale; in realtà un attacco diretto a quello che rimaneva delle organizzazioni sindacali fra i lavoratori del pubblico impiego i cui contratti venivano di fatto abrogati. La reazione fu tanto inaspettata quanto massiccia tanto da essere chiamata la Piazza Tharir americana. Ma per quanto importanti e significative, le lotte riguardavano dei temi sostanzialmente difensivi, sindacali. Alla fine tutte le energie si sono concentrate sulle elezioni locali nel tentativo in parte riuscito di revocare le elezioni di alcuni deputati e dello stesso governatore, tutte attività ancora all’interno del sistema elettorale.

venerdì 16 dicembre 2011

Gli indignati conquistano la prima pagina.

di Andrea Marinelli. Fonte: ilmanifesto
Il manifestante è stato scelto come personaggio del 2011 per la rivista americana Time. È un manifestante generico, che nella sua immagine raccoglie insieme i ragazzi di Piazza Tahrir, al Cairo, e gli indignati newyorkesi di Zuccotti Park, attraversando mezzo mondo. Dal 1927, quando la copertina andò all'aviatore Charles Lindbergh, l'uomo che a bordo dello Spirit of Saint Louis volò solitario da Long Island a Parigi, la rivista americana assegna il prestigioso riconoscimento a chi ha avuto il maggiore impatto nell'arco dei dodici mesi. In questo anno di proteste e rivoluzioni che hanno fatto rialzare la testa a popolazioni per troppo tempo vittime di sanguinari regimi o di promesse non mantenute, la copertina di Time non poteva che essere dedicata a un altro spirito, quello dei manifestanti, persone che hanno dimostrato come «l'azione individuale possa portare a un cambiamento collettivo e colossale», spiega la rivista. «Nessuno poteva immaginare che il fruttivendolo tunisino che si diede fuoco in piazza in una cittadina che a malapena compare sulla cartina avrebbe fatto scoccare la scintilla delle proteste che hanno rovesciato i dittatori di Tunisia, Egitto e Libia e fatto vacillare i regimi di Siria, Yemen e Bahrain», scrive Time. «O che lo spirito di dissenso avrebbe spronato i messicani a lottare contro i cartelli del narcotraffico, i greci a marciare contro i propri leader irresponsabili, gli americani a occupare le piazze pubbliche per protestare contro la disuguaglianza dei redditi e i russi a schierarsi contro un'autocrazia corrotta». Da quando, un anno fa esatto, Mohamed Bouazizi si è dato fuoco a Ben Arous, lo spirito della sua protesta ha contagiato decine di paesi e milioni di persone, dimostrando però come tutte queste rivoluzioni abbiano qualcosa in comune. Nonostante fossero concepite «diversamente nelle diverse piazze, l'idea di democrazia era presente in ogni raduno», spiega la rivista. Il manifestante della copertina di Time incarna quindi la protesta, il dissenso, la contestazione e l'onda di indignazione che ha travolto i giovani della primavera araba e dell'autunno americano, in questa rivoluzione del ventunesimo secolo. «Ovunque, quest'anno, le persone si sono lamentate per il fallimento della leadership tradizionale e l'incoscienza delle istituzioni», questo sentimento collettivo «è la ragione per cui non abbiamo selezionato una persona quest'anno», spiegano a Time. «La leadership è venuta dal fondo della piramide, non dalla cima». Sono le piazze e le collettività a prendersi così il riconoscimento della rivista americana, che con questa copertina premia l'impegno partito dal basso e la lotta contro le eterne promesse non mantenute dei politici in tutto il mondo.
Il manifestante del 2011 ha avuto il merito di portare la sua protesta nelle piazze e nelle case di tutto il pianeta, cambiando il modo di combattere l'economia e le dittature. Le manifestazioni di questo anno di fuoco sono state diverse da quelle del 1968 e del 1989, sono state parte di un movimento globale, diffuso anche grazie alle nuove tecnologie.
«In tutto il mondo le proteste del 2011 hanno condiviso la consapevolezza della corruzione e il malfunzionamento del sistema politico ed economico, finte democrazie che giocano a favore di ricchi e potenti per impedire ogni cambiamento significativo».

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters