Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 26 giugno 2012

La storia si ripete due volte. La prima come tragedia e la seconda pure

Posted by keynesblog
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
Eugenio Montale (La Storia)
Fa venire i brividi il solo ricordare la storia di alcuni dei periodi più drammatici della Grande Depressione, come quella del 1937, quando il Presidente degli Stati Uniti Franco Delano Roosevelt abbandonò la politica di stimoli fiscali, troppo presto perché la ripresa economica non si trasformasse di nuovo in recessione.
Eppure quella storia sembra oggi del tutto dimenticata, scrive Paul Krugman nel suo editoriale di ieri sul New York Times. Meglio sarebbe però ricordare il 1931, l’anno in cui ci fu il grande crollo, del quale sempre più spesso anche gli economisti più tranquilli oggi parlano, prosegue. Ed in effetti ci sarebbe molto da imparare, poiché non poche sono le circostanze simili alla situazione attuale.
Tutto iniziò con una crisi bancaria in un piccolo paese, l’Austria. I costi del salvataggio bancario misero in serio dubbio la solvibilità dello Stato. Benché non fosse verosimile che la dimensione di quel problema avesse effetti sull’economia mondiale, il panico cominciò a diffondersi ovunque. Tutto questo dovrebbe risuonare molto familiare. Ma la vera lezione che dovrebbe essere appresa da tutta quella vicenda è quella delle politiche di intervento che hanno abdicato al loro ruolo. I governi a quel tempo più forti, Francia e Stati Uniti, avrebbero infatti potuto fare molto di più per limitare i danni di quella situazione. Ma le cose andarono molto diversamente, e ci fu un incredibile rimbalzo di responsabilità rispetto a chi dovesse intervenire.
Ecco, quel che sta accadendo ora è del tutto simile, afferma Krugman. Basta considerare come i leader europei stanno gestendo la crisi bancaria della Spagna (la crisi greca, la si può in tal senso non considerare perché è ormai una causa persa e perché in effetti è la crisi della Spagna che deciderà dei destini d’Europa). Così come l’Austria nel 1931, la Spagna ha oggi il suo sistema bancario in difficoltà che necessita di una ricapitalizzazione, ma lo stato iberico, proprio come quello austriaco di allora, si trova di fronte a problemi di insolvenza. Sembrerebbe quasi ovvio, dunque, quel che dovrebbe verificarsi: gli stati Europei creditori dovrebbero assumersi almeno un po’ del rischio che stanno fronteggiando le banche spagnole. Questo la Germania non lo farà, anche se la essendo la posta in gioco la sopravvivenza dell’euro l’assunzione di un po’ di rischio finanziario dovrebbe essere considerata piccola cosa.
E invece no, la “soluzione” europea è stata quella di prestare denaro al governo spagnolo affinché così potesse salvare le sue banche. Non ci è voluto molto perché i mercati finanziari si rendessero conto che tutto questo non risolveva, e quindi la Spagna è entrata in una situazione debitoria più pesante, mentre la crisi europea è ora più seria che mai.
HARD TIMES

lunedì 25 giugno 2012

La paralisi dei potenti e l’altra Europa


5europa
di Mario Pianta - rifondazione -
Il vertice dei 4 di Roma non ha deciso niente sui nodi di fondo: debito, recessione, democrazia. Al summit di Bruxelles si rischia il fallimento. Un'alternativa c'è. Se ne discuterà al forum internazionale "Un'altra strada per l'Europa", che si terrà nel Parlamento europeo il 28 giugno, in parallelo al Consiglio europeo
C’è poco di nuovo in quanto si è detto al vertice dei quattro maggiori paesi europei chiuso venerdi a Roma, e c’è molto di non dettosull’accelerazione della crisi europea. Tra quattro giorni a Bruxelles la stessa sceneggiatura sarà rappresentata di nuovo, questa volta a ranghi completi con 27 paesi, ma né la trama e né il finale dovrebbero riservare sorprese.
La prima “mezza notizia” è sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Alla fine del vertice perfino il “cattivo” ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che dieci paesi europei sono ora pronti a introdurla. Sarebbe una vittoria di chi chiede la Tobin tax da vent’anni; per quanto limitata a pochi paesi, aggirabile dalle strategie della speculazione e efficace a colpire sono una piccola parte delle attività della finanza, la tassa avrebbe un significato simbolico fondamentale. Per la prima volta in cinque anni di crisi, la finanza verrebbe colpita dalla politica. Non sarebbero più i governi a subire inermi ogni lunedì l’attacco della speculazione, ma sarebbe la finanza a subire un piccolo colpo. Non più – o meglio, non solo – banche private salvate dai soldi pubblici, ma nuove regole che limitano la speculazione. Il problema è che l’Europa rinuncia a una norma comune e passa a un’iniziativa di “cooperazione rafforzata” tra pochi paesi, e il Regno Unito di David Cameron – l’oppositore più ostinato - può tirare un respiro di sollievo. Vedremo se al Consiglio europeo del 28 giugnoquest’iniziativa verrà ufficializzata e introdotta rapidamente.
La seconda è la “non notizia” sulla responsabilità collettiva dell’Europa sul debito pubblico. L’ha chiesta timidamente Mario Monti, proponendo che il “fondo salva-stati” compri titoli spagnoli e italiani. Hollande è d’accordo, chiede prima la “solidarietà” e gli eurobond, poi la perdita di sovranità – difficile da digerire per la Francia. Merkel accoglie solo un’”unione fiscale” pensata come protettorato tedesco sulle politiche di bilancio degli altri paesi. Qui la “convertita” è la signora del Fondo monetario Christine Lagarde, che ha imbeccato il vertice europe chiedendo eurobond, “unione fiscale” e acquisti di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea: un’Europa che si dia una scossa e aiuti anche la ripresa Usa in tempo per la rielezione di Obama. La paralisi qui è destinata a continuare e la palla resta all’amletico Mario Draghi al vertice della Bce, l’unico con gli strumenti per intervenire davvero. Finora ha salvato soltanto le banche, rifiuta di sostenere massicciamente il debito pubblico e ha fatto infuriare i tedeschi chiedendo un’”unione bancaria” per poter sorvegliare la banche a rischio. Tra i potenti regna il disordine.
La terza è una notizia inesistente, i 130 miliardi per la “crescita”, che non si da dove vengano, dove vadano e come possano far uscire l’Europa dalla recessione.

Il ritorno


2506marx
dall'Unità.it
Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.
Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale.
Nuovi sentieri per la ricerca
Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, laMEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.
Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci. Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell’avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l’immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l’esigenza di dedicare le sue energie a studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi.

GEAB 66 - Comunicato pubblico

Come di consueto pubblichiamo in anteprima italiana la traduzione del comunicato pubblico del GEAB n. 66, la cui traduzione è a cura di Franco. Questo articolo è stato pubblicato il 19 Giugno 2012 su europe20201.
Secondo GEAB (che non si capisce mai se prevede o si augura), i prossimi mesi saranno decisivi ed un nuovo ordine europeo avrà luogo, i giochi sono fatti quindi non rimane altro che allacciarsi le cinture e vedere che succede...

Crisi sistemica globale/Allarme rosso

Settembre/Ottobre 2012: quando le trombe di Gerico suoneranno sette volte per il mondo di prima della crisi

LEAP/E2020 non ha mai visto, dal 2006 (l’inizio del suo lavoro sulla crisi sistemica globale), la convergenza cronologica di una tale serie di fattori così esplosivi e fondamentali (economia, finanza, geopolitica ...). Conseguentemente, nel nostro modesto tentativo di pubblicare una periodica "previsione metereologica” sulla crisi, dobbiamo dare ai nostri lettori un "allarme rosso". (Questo capitolo è pubblicato integralmente nel prosieguo della pubblicazione, ndt).

I tre shock economico-finanziari all’epicentro dello storico shock del Settembre/Ottobre 2012

Con riferimento ai tredici fattori che daranno il segnale della “fine del gioco” al mondo di prima della crisi (Settembre/Ottobre 2012), LEAP/E2020 ha scelto di concentrarsi su tre di questi fattori che, per la loro importanza, struttureranno l'impatto dello shock nel mondo economico, monetario e finanziario.

La convergenza cronologica delle quattro maggiori crisi geopolitiche, per i mesi di Settembre/Ottobre 2012

LEAP/E2020 intravede chiaramente i fattori di peggioramento, ed il rischio di esplosione, di queste quattro sorgenti di grande tensione strategica, che coinvolgeranno sia i soggetti internazionali che quelli regionali. Prendiamo inoltre atto della scomparsa, o del rapido indebolimento, di tutti i freni e di tutti i fattori di appeasement.
Raccomandazioni strategiche ed operative:
  • Valute: necessario un riposizionamento
  • Oro: mantenere la rotta
  • Borse: ultimo avvertimento prima del caos
  • Banche: grave pericolo

GEAB Dollar-Index (trimestrale) del Giugno 2012 – Senza precedenti dal 2006: il Dollaro USA è in aumento rispetto al paniere composto da Euro, Yen, Yuan, Real e USD

Questo indice, che misura il PIL in Dollari statunitensi, rende possibile ad esempio valutare il calo, molto significativo, dell'economia degli Stati Uniti rispetto ai principali attori dell'economia mondiale, a partire dal 2006, anno di riferimento. E per gli investimenti in tale valuta, dà una valida indicazione della perdita effettiva di valore delle attività in Dollari, a partire dallo stesso anno.

WHO IS AFRAID OF ALEXIS TSIPRAS?
… the ones who enjoyed 40 years of free market and disaster capitalism!

BITES (in italian MORSI) to generals
"GO ! "

domenica 24 giugno 2012

Forum dell’altra Europa per uscire dal tunnel

Democrazia, banche, crescita. Alcune idee alternative sul tavolo dell’incontro promosso per il 28 a Bruxelles
C’è poco di nuovo in quanto si è detto al vertice dei quattro maggiori paesi europei chiuso venerdì a Roma, e c’è molto di non detto sull’accelerazione della crisi europea. La prima “mezza notizia” è sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Alla fine del vertice perfino il “cattivo” ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che dieci paesi europei sono ora pronti a introdurla. Sarebbe una vittoria di chi chiede la Tobin tax da vent’anni; per quanto limitata a pochi paesi, aggirabile dalle strategie della speculazione e efficace a colpire sono una piccola parte delle attività della finanza, la tassa avrebbe un significato simbolico fondamentale. Per la prima volta in cinque anni di crisi, la finanza verrebbe colpita dalla politica. Non sarebbero più i governi a subire inermi ogni lunedì l’attacco della speculazione, ma sarebbe la finanza a subire un piccolo colpo. Il problema è che l’Europa rinuncia a una norma comune e passa a un’iniziativa di “cooperazione rafforzata” tra pochi paesi, e il Regno Unito di David Cameron – l’oppositore più ostinato – può tirare un respiro di sollievo.
La seconda è la non notizia sulla responsabilità collettiva dell’Europa sul debito pubblico. L’ha chiesta timidamente Mario Monti. Hollande è d’accordo, chiede prima la solidarietà e gli eurobond, poi la perdita di sovranità – difficile da digerire per la Francia. Merkel accoglie solo una “unione fiscale” pensata come protettorato tedesco sulle politiche di bilancio degli altri paesi. Qui la “convertita” è la signora del Fondo monetario Christine Lagarde, che ha imbeccato il vertice europe chiedendo eurobond, unione fiscale e acquisti di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea: un’Europa che si dia una scossa e aiuti anche la ripresa Usa in tempo per la rielezione di Obama. La paralisi qui è destinata a continuare e la palla resta all’amletico Mario Draghi al vertice della Bce, l’unico con gli strumenti per intervenire davvero. Finora ha salvato soltanto le banche, rifiuta di sostenere massicciamente il debito pubblico e ha fatto infuriare i tedeschi chiedendo una unione bancaria per poter sorvegliare la banche a rischio. Tra i potenti regna il disordine.
La terza è una notizia inesistente, i 130 miliardi per la “crescita”, che non si da dove vengano, dove vadano e come possano far uscire l’Europa dalla recessione.

L'Italia come la Grecia, truccò i conti per entrare nell'euro

Italia Grecia trucchi truccò i conti ingresso entrare euro europe unione monetaria Claudio Messora Byoblu Byoblu.com- byoblu -
A distanza di dieci anni si scopre che l'euro era basato su una colossale truffa ai danni dei cittadini, perché entrammo a farne parte grazie ai trucchi di "creativi giocolieri finanziari", come lo Spiegel definisce Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del tesoro del Governo Prodi, e grazie alla Germania che non voleva fossimo troppo competitivi. Helmut Kohl scelse volutamente di ignorare tutti i rapporti e le pressioni degli altri stati i quali, come l'Olanda, evidenziavano come non fossimo pronti, così come i drammatici appelli finali come quello di Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell'ambasciata tedesca a Roma, i quali sottolineavano come il nostro ingresso nella moneta unica si sarebbe tradotto in un disastro per noi e per gli altri. Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell'euro l'Italia era "sull'orlo della bancarotta finanziaria" e propose per due volte di rinviare la partenza dell'euro, ma la Germania rifiuto'.
L'Italia – si legge sul Times - rappresentava un "rischio speciale" per l'euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché "continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito", avvertì un memorandum profetico inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che l'Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l'Italia doveva entrare nella prima ondata. Ingannò, per questioni di mera opportunità politica, non solo l'opinione pubblica, ma anche la Corte Costituzionale di Karlsruhe. Alla fine con una combinazione di circostanze fortunate e di trucchi come la tassa sull'Europa, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht, ma molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica.

Questa, in sintesi, la verità storica del settimanale tedesco Spiegel, che nell'inchiesta di cinque pagine denominata "Operazione autoinganno" ha pubblicato le risultanze di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull'introduzione dell'euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell'ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell'esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

L'Italia, secondo queste carte e le testimonianze di gente come Juergen Stark, Horst Koehler e Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salva stati (Efsf), non sarebbe mai dovuta entrare nell'euro: Kohl, Prodi e Ciampi lo sapevano ma trascurarono volutamente, intervendo con trucchi di finanza funambolica, i dati e gli interessi degli italiani e degli europei.

Henry Kissinger: "Se non riesci a sentire i tamburi di guerra allora devi essere sordo"


NEW YORK - Stati Uniti - Con una notevole ammissione l'ex Segretario di Stato dell'era Nixon, Henry Kissinger, rivela ciò che sta accadendo in questo momento nel mondo e in particolare in Medio Oriente. Parlando dal suo lussuoso appartamento di Manhattan, l'anziano statista, che compirà 89 anni a maggio, con la sua analisi della situazione attuale, è molto più avanti del forum mondiale di geo-politica ed economia.
Di
 
"Gli Stati Uniti stanno tenendo a freno Cina e Russia, e l'ultimo chiodo nella bara sarà l'Iran, che è, naturalmente, l'obiettivo principale di Israele. Abbiamo permesso alla Cina di aumentare la sua forza militare e alla Russia di riprendersi dalla sovietizzazione, per dare loro un falso senso di spavalderia, questo creerà un crollo più veloce per tutti loro insieme. Siamo come un tiratore sveglio che sfida l'inesperto a prendere la pistola, ma quando ci prova, è bang bang. La prossima guerra sarà così grave che una sola superpotenza può vincere, e siamo noi gente. È per questo che l'UE ha tanta fretta di formare un superstato completo perché sanno che sta arrivando, e per sopravvivere, l'Europa dovrà essere un unico stato coeso. La loro urgenza mi dice che loro sanno benissimo che la grande resa dei conti è alle porte. Oh quanto ho sognato questo momento delizioso. "
"Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla il popolo".
 
Il Signor Kissinger ha poi aggiunto: "Se sei una persona comune, allora puoi prepararti per la guerra spostandoti verso la campagna e mantenendo una fattoria, ma devi portare con te le armi, perchè ci saranno in giro orde di affamati. Inoltre, anche se l'elite avrà i suoi ripari e rifugi speciali, deve essere altrettanto attenta durante la guerra, come i civili semplici, perché anche i loro rifugi possono essere compromessi".

Dopo una pausa di alcuni minuti per raccogliere i suoi pensieri, il signor Kissinger, ha continuato:

"Abbiamo detto ai militari che avremmo dovuto prendere più di sette paesi del Medio Oriente per le loro risorse e hanno quasi completato il loro lavoro. Sappiamo tutti cosa penso dei militari, ma devo dire che questa volta hanno obbedito anche troppo. Resta solo l'ultimo gradino, cioè l'Iran che sarà davvero l'ago della bilancia. Per quanto tempo la Cina e la Russia possono stare a guardare mentre l'America fa il repulisti? Il grande orso russo e la falce cinese saranno risvegliati dal loro sonno e questo accadrà quando Israele dovrà combattere con tutte le sue forze e le sue armi per uccidere più arabi che può. Se tutto andrà bene come speriamo, la metà del Medio Oriente sarà Israeliano. I nostri giovani sono stati addestrati bene più o meno nell'ultimo decennio sulle console dei giochi da combattimento, è stato interessante vedere il nuovo gioco Call of Duty Modern Warfare 3, che rispecchia esattamente ciò che avverrà nel prossimo futuro con la sua programmazione predittiva. I nostri giovani, negli Stati Uniti e in Occidente, vengono preparati perché sono stati programmati per essere buoni soldati , carne da cannone, e quando gli sarà ordinato di uscire in strada e combattere quei pazzi Cinesi e Russi, obbediranno agli ordini. Dalle ceneri noi costruiremo una società nuova, resterà solo una superpotenza, e sarà il governo mondiale che vince. Non dimenticare, gli Stati Uniti, hanno le armi migliori, abbiamo roba che nessun altra nazione ha, e diffonderemo quelle armi nel mondo, quando sarà il momento giusto."

Fine del colloquio. Il nostro giornalista viene scortato fuori dalla stanza dal sorvegliante di Kissinger.

Pubblicato da I Lupi di Einstein
THE SYRIAN SUMMER

sabato 23 giugno 2012

Focus. Cara banca, quanto ci costi

Fonte: Ombrerosse | Autore: Romina Velchi - controlacrisi - 
       
«Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione». La voce dal sen fuggita è quella di uno che quel sistema lo capiva eccome: Henry Ford. Ma ben prima di lui molti “ben informati” già avevano chiaro in testa che l'interesse delle banche va di qua e quello delle nazioni, cioè dei popoli, di là. Per esempio Sherman Rothschild, di mestiere banchiere, così parlava nel 1863 alla Kliemer, Morton e Vandergould di New York: «Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi». Ancora più lucido, benché agli albori del moderno sistema bancario, un altro Rothschild, Amschel Mayer, che nel 1773 così sentenziava: «Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere». Il fatto che sia passato qualche secolo, che in mezzo ci sia stata la nascita delle democrazie moderne e persino il New Deal, non tragga in inganno: più o meno le regole e la mission sono rimaste le stesse; la differenza è che gli strumenti sono oggi più raffinati (basta pensare ai derivati e ai subprime) e le conseguenze sono enormemente più catastrofiche a causa del fatto che il “finanzcapitalismo” (copyright di Luciano Gallino) opera su scala globale. Altrimenti non avrebbe alcun senso ciò che sta accadendo dal 2008, cioè dallo scoppio della crisi negli Usa, ad oggi. Ciò che sta accadendo è questo: in quattro anni, per “salvare” il sistema creditizio mondiale, quello stesso responsabile del disastro economico, sono stati spesi 3.500 miliardi, quanto basterebbe a pagare tutti i debiti di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo messi insieme. Si dice (e forse c'è anche del vero) che le banche servono alle economie: senza il credito le imprese si fermano e le famiglie arrancano. E dunque non le si può lasciar fallire, perché nel tracollo trascinerebbero con sé tutti gli altri. Il punto è: quali banche? E per quale scopo? Prendiamo l'ultimo caso, la spagnola Bankia. Si tratta di un colosso nato poco meno di un anno fa dalla fusione di varie casse di risparmio in gravi difficoltà per la bolla immobiliare, nel tentativo di risanare il sistema bancario iberico. L'operazione è salutata positivamente dagli esperti del settore: il gruppo è forte e risanato, si dice. Poiché però grandi investitori stranieri disposti ad accollarsi quote della banca non se ne trovano, parte la caccia disperata ai piccoli risparmiatori spagnoli che fanno arrivare nelle casse di Bankia poco più di tre miliardi, con il titolo valutato a 4,5-5 euro. Ma, al momento del debutto in Borsa, il 20 luglio scorso, il valore viene tagliato a 3,75 perché comincia ad emergere qualche dubbio sulla solidità di Bankia; undici mesi dopo il titolo crolla del 72% e la perdita per i raggirati risparmiatori spagnoli è di 2,2 miliardi di euro. La beffa? Ce n'è più di una. Il presidente Rodrigo Rato e il consigliere delegato Francisco Verdù Pons se ne sono andati incassando ciascuno un milione; Aurelio Izquierdo, direttore generale, ha lasciato Bankia con una buonuscita di 14 milioni; le grandi banche internazionali (da Jp Morgan a Deutsche Bank, da Unicredit a Barlays, da Bank of America-Merril Lynch a Lazard) si portano a casa quasi 146 milioni di euro per aver venduto le azioni di una banca nata fallita ai risparmiatori spagnoli (perché col cavolo che se le sono comprate loro...).

L'approfondimento. Lira sì, lira no, lira forse A colloquio con gli economisti Emiliano Brancaccio, Vladimiro Giacché, Guido Viale

Autore: Tonino Bucci
       
Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha pronosticato tre mesi di vita per la moneta europea, se non verranno prese misure adeguate. Anche George Soros, che di finanza s'intende, condivide la stessa previsione. Non sono profezie di sovversivi. Oggi come oggi, la principale causa di instabilità non sono né i movimenti di protesta né le sinistre radicali. Se nel giro di breve tempo la zona euro potrebbe deflagrare, ciò avverrà non per l'incombere di un “nemico esterno", ma per le contraddizioni sistemiche che caratterizzano l'assetto monetario dell'Ue. La valuta europea potrebbe crollare motu proprio, per via delle dinamiche conflittuali che si riproducono al suo interno. Tempo ce n'è poco, fosse pure soltanto per attuare quei correttivi in corso d'opera che anche i difensori dell'Ue ormai invocano. Tutti i provvedimenti attualmente oggetto di studio - fondi salvastati, eurobond, meccanismi blocca-spread, obbligazioni per finanziare grandi opere infrastrutturali, cessioni di sovranità dei paesi membri, integrazione del sistema bancario - richiederebbero riforme tutt'altro che trascurabili dei Trattati europei. E quindi tempo. Che manca.

L'instabilità del sistema è l'effetto delle risposte (inadeguate) che i vertici europei hanno dato nei confronti della crisi. Ed ecco l'interrogativo. Cosa accadrebbe se la zona euro dovesse implodere? A chi toccherebbe gestire l'uscita dall'area valutaria europea? E, soprattutto, sarebbe preparata la sinistra ad affrontare uno scenario del genere. Qualche giorno fa, dal suo blog, in un articolo a commento del voto greco, l'economista Emiliano Brancaccio ha aperto una discussione. «A pensarci bene non è affatto scontato che Syriza abbia pagato per la sua radicalità», quanto piuttosto per «l'assenza di una chiara opzione di uscita dall'euro». Cosa avrebbe fatto quel partito «se la Germania e le autorità europee avessero rifiutato di avviare una profonda rinegoziazione del debito»? Il leader di Syriza, Alexis Tsipras, «ha evitato di ammettere che, a quel punto, sarebbe stato costretto ad affrontare la crisi abbandonando la moneta unica europea e mettendo in discussione, se necessario, anche il mercato unico dei capitali e delle merci. Numerosi elettori greci potrebbero aver percepito questa ambiguità». L’unico modo per rendere credibile la richiesta di rinegoziazione del memorandum «doveva allora esser quello di ammettere l’ipotesi di una riconquista della sovranità monetaria del paese in caso di fallimento della trattativa. Ossia, una uscita dall’euro e al limite dal mercato unico europeo».

Fino a oggi le posizioni principali che hanno trovato cittadinanza nel dibattito politico sono fondamentalmente due: da un lato, quella dell'ortodossia liberista che sostiene le misure di austerità e il rigorismo monetario dell'establishment Ue; dall'altro, quella dei critici dell'attuale assetto monetario che vorrebbero cambiarne le regole in direzione di un'Europa più equa e sociale. C'è solo un punto sul quale le due posizioni convergono: nessuna delle due pone all'ordine del giorno l'uscita dall'euro. Men che mai l'opzione del ritorno alla lira trova spazio nei programmi delle sinistre di alternativa europee e non ci vuol molto a comprenderne il motivo. L'abbandono dell'euro può risultare attraente per una parte del mondo imprenditoriale. L'effetto di svalutazione della moneta nazionale ch'esso comporta, favorirebbe le esportazioni, ma eroderebbe il potere d'acquisto dei salari, a detrimento dei redditi medio-bassi. Non a caso, in questi giorni sta prendendo quota nel Pdl - per iniziativa dello stesso Berlusconi - un fronte antieuropeista, pronto a cavalcare un certo consenso che esiste nel paese circa l'idea di tornare alla lira.
Non necessariamente dovrebbe avvenire così, sostiene però Brancaccio. «La storia ci dice che nel momento in cui viene a deflagrare un sistema di cambi fissi irrevocabili - e la zona euro è un sistema di questo tipo - vi sono diversi modi attraverso i quali si può uscire da esso. Semplificando al massimo, esistono modi che potremmo definire “di destra” e modi che potremmo definire “di sinistra”. Un modo di “destra” è quello di lasciare che i capitali possano liberamente fuggire dal paese, e di scaricare interamente sui salari il costo della svalutazione della moneta». E quali sarebbero i meccanismi di “sinistra” per evitare che il peso di un'eventuale fuoriuscita dall'euro gravi tutto sui lavoratori? «Si potrebbero recuperare i vecchi sistemi di limitazione della circolazione dei capitali e, al limite, delle merci, che sussistevano negli anni Cinquanta e che sono stati poi via via smantellati. L’attuale informatizzazione delle transazioni renderebbe oltretutto anche più facili i controlli. Sistemi di questo tipo consentirebbero di governare la svalutazione e il suo impatto sui salari. C’è poi una questione che attiene alla proprietà estera o nazionale dei capitali di un paese, a partire dai capitali bancari. Un’eventuale uscita dalla zona euro implica una svalutazione dei capitali e quindi la possibilità, per soggetti esteri, di effettuare “shopping a buon mercato”. Assecondare gli acquisti da parte di investitori esteri oppure limitarli non è una scelta indifferente per le condizioni future dei lavoratori».

La lezione di Syriza

Fonte: Ombrerosse | Autore: Paolo Ferrero
       
Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori.

Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce.

Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi.

Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento.

Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente.

THE GENERALS' DILEMMA

venerdì 22 giugno 2012

L’esperimento Grecia

di Raffaele Sciortino

La Grecia è stata usata finora come un vero e proprio laboratorio di “terrorismo fiscale” da parte dei poteri forti europei e internazionali. Bene, l’esperimento non è riuscito: questo il significato principale del voto di domenica.
Una vittoria di Pirro dei fautori del memorandum, così i commentatori ufficiali meno costretti nel ruolo di imbonitori. In effetti, non solo la sinistra avanza di brutto, non solo più del 50% dei voti è esplicitamente contro l’accettazione della politica lacrime e sangue. Lo stesso voto al centro-destra ha per l’elettorato di ceto medio-piccolo -non parliamo ovviamente di borghesia compradora, clientele politiche e apparati di sicurezza- una valenza soft di ricontrattazione verso Bruxelles cui si è tolta l’arma di ricatto “non volete l’euro”. Riconoscendo tutto questo, non a caso il WSJ lamenta che la mancata affermazione odierna di Syriza paradossalmente potrebbe favorirne prossime vittorie.
L’esperimento non è riuscito non perchè la società greca non si sia impoverita enormemente, con rischio di implosione e sconforto, o perché la blanda ricontrattazione del memorandum cui a questo punto sia Berlino che il nuovo-vecchio governo ad Atene potrebbero accedere cambierà di molto le cose. Ma i greci non si sono piegati, e l’hanno manifestato anche sul piano elettorale dopo, attenzione, l’esplosione sociale del 12 febbraio scorso (quando, durante il voto parlamentare per il memorandum, ci fu una vera e propria battaglia di strada intorno a piazza Sintagma portata avanti da un fronte sociale realmente trasversale di mezzo milione di persone solo nella capitale).
In effetti, questo voto viene dopo due anni di dure lotte contro un attacco generale che ha tolto qualunque illusione a chi a diverso titolo si era fatto trascinare dall’economia del debito fino a interiorizzarne i dispositivi. Ma è anche un voto attraversato dai primi tentativi di ricostruzione dal basso di reti sociali di riproduzione, spesso di vera e propria sopravvivenza, precedentemente risucchiate nel gioco della “finanza facile”.
Tre elementi cruciali emergono. Primo, la spinta a farsi maggioranza-di rimando anche sul piano elettorale- di chi si oppone, da diverse condizioni sociali, alla devastazione seguita allo scoppio della bolla speculativa e alle ricette lacrime e sangue. È questa una polarizzazione per salti assai promettente.
Secondo: è divenuta percorribile nella coscienza dei più l’idea che ricontrattare dal basso i “crediti” non solo si può ma, a differenza dei piani di risanamento che uccidono il malato, è l’unica strada effettivamente realistica. Per sopravvivere, non fuori ma dentro l’euro -ogni altra ricetta è solo un’agonia più o meno lenta- e per far leva intelligentemente sul punto in cui l’avversario è più fragile: la paura di un nuovo Lehman moment. Così, contro la propaganda main stream che vuole i greci contro l’euro e, del caso, responsabili del crollo della costruzione europea -al coro si è unito anche il neogalletto Hollande- il voto ha saputo rovesciare questo ricatto nel punto cruciale: non siamo noi a voler uscire dall’Europa, siete voi a distruggerla.

Sinistra, ci vuole una strategia per uscire dall'euro


 uscire euro
Intervista all'economista Emiliano Brancaccio di Tonino Bucci
Dovevano essere un test fondamentale per l'euro. Invece le elezioni greche, neanche finito di contare i voti, sono passate in second'ordine. Come se niente fosse, dal giorno dopo sono ripartiti gli attacchi speculativi ai titoli di stato spagnoli. Persino il fatto che in Grecia abbia vinto un partito programmaticamente favorevole all'austerità, non ha prodotto alcun effetto tranquillizzante sui mercati finanziari. Da quanto accaduto bisogna trarre due conclusioni: la prima è che i fattori di crisi dell'euro non vengono dai movimenti di protesta o dalle sinistre radicali come Syriza. La crisi viene dall'instabilità sistemica e dalle contraddizioni interne allo stesso assetto monetario esistente. Secondo, il successo delle forze politiche che intendono perseguire programmi di austerità, non è affatto risolutivo di quella crisi, la quale anzi si riproduce nella zona euro secondo dinamiche proprie. Da qui allo scenario di un'eventuale deflagrazione - diciamo motu proprio - della moneta unica, il passo è breve. Detto in altri termini, il rischio che l'assetto monetario possa crollare su stesso nel giro di pochi mesi è un'ipotesi verosimile.Cosa succederebbe in uno scenario del genere? Quali forze e nell'interesse di chi governerebbero eventualmente l'uscita dall'euro? L'economista Emiliano Brancaccio, commentando l'esito del voto greco, ha lanciato sul proprio blog una tesi che spariglia le carte in tavola. «A pensarci bene - scrive l'economista - non è affatto scontato che Syriza abbia pagato per la sua radicalità». La mancata vittoria di Syriza, secondo Brancaccio, sarebbe dovuta all'assenza di una chiara opzione di uscita dall'euro. Cosa avrebbe fatto quel partito «se la Germania e le autorità europee avessero rifiutato di avviare una profonda rinegoziazione del debito»? Il leader di Syriza, Alexis Tsipras, «ha evitato di ammettere che, a quel punto, sarebbe stato costretto ad affrontare la crisi abbandonando la moneta unica europea e mettendo in discussione, se necessario, anche il mercato unico dei capitali e delle merci. Numerosi elettori greci potrebbero aver percepito questa ambiguità».
La fragilità sistemica interna rende probabile il rischio di deflagrazione della moneta unica da qui a un paio di mesi. Dobbiamo cominciare a ragionare su questo scenario?
"Lo sviluppo dei movimenti di protesta può accelerare la crisi della zona euro, ma le determinanti di questa crisi dipendono dai conflitti tra capitali europei e dalle tensioni che questi provocano sulla tenuta dell’Unione monetaria europea. Come più volte la signora Merkel ci ha ricordato, l’Unione è stata edificata su basi competitive. Il fondamento dei Trattati europei non è certo la solidarietà tra i popoli, ma la concorrenza tra capitali. Nel corso degli anni tale concorrenza è andata accentuandosi, e ha provocato una crescita degli squilibri nei rapporti commerciali tra paesi europei. La Germania, in particolare, ha accumulato surplus commerciali verso l’estero, vale a dire eccessi sistematici di esportazioni sulle importazioni. Di converso, l’Italia e gli altri paesi periferici dell’Unione hanno accumulato deficit commerciali, cioè eccessi di importazioni sulle esportazioni. Questi squilibri hanno determinato un accumulo di crediti verso l’estero da parte della Germania e una corrispondente crescita dei debiti verso l’estero da parte dei paesi periferici dell’Unione. Debiti, è bene ricordarlo, sia pubblici che privati. Prima del 2008 la crescita economica mondiale trainata dalla finanza statunitense rendeva questi squilibri tollerabili. Ma da quando il regime di accumulazione globale trainato da Wall Street è entrato in crisi, le divaricazioni interne all’Unione monetaria europea si sono rivelate insostenibili. E le politiche restrittive che sono state finora adottate non hanno contribuito ad attenuare le divaricazioni. Anzi, in alcuni casi le hanno accentuate".

Quando succede che il padrone ti licenzia perché sei donna


1santilli
di Linda Santilli
Il padrone oggi può tutto o quasi. Può pretendere che tu lavori 12 ore al giorno per 2 lire. Può licenziarti senza giusta causa perché ti sei assentato quando avevi l’influenza o perché sei troppo vecchio e il mercato si sa è competitivo, o perché sei minimamente sindacalizzato e rappresenti un pericolo. Questo è la scenario sociale in cui viviamo. Ma quando succede che il padrone ti licenzia senza tanti complimenti perché sei un donna stiamo parlando di un’altra storia. Quando succede che ti viene sbattuta la porta in faccia perché hai un corpo riproduttivo, la cifra di quel gesto, che pare sbucare dall’androne più buio di epoche passate, si carica di significati terribili. E comunque in Italia può succedere anche questo. E’ successo a tante, tantissime, di vivere quello che è capitato solo alcuni giorni fa ad una giovane donna di Silvi Marina in Abruzzo. Aveva il contratto in mano, un misero contratto interinale di quelli che non garantiscono nulla se non qualche manciata di euro giusto per un paio di mesi come è in uso oggi. Mancava solo la sua firma, era tutto a posto per l’agenzia Gi Group (l’agenzia che prende a prestito i lavoratori per l’azienda di turno, in questo caso l’azienda pubblica Aptr), ma il tipo addetto a confermare l’assunzione le strappa dalle mani il foglio quando si accorge che la ragazza è incinta. Sei incinta? Non se ne parla di darti il lavoro. Punto e a capo e avanti il prossimo. Come nulla fosse. Umiliazione? Discriminazione? Punizione? Tutte e tre le cose in un colpo solo? Fate voi. Certo è che ciò che si addensa in quel secco no è una enormità. Come fosse un magma di contraddizioni antiche, ingiustizie arcaiche appunto, le stesse contro cui le donne hanno fatto la loro rivoluzione cambiando il mondo. Ma il mondo a ben vedere non è poi cambiato così tanto se possono accadere ancora episodi simili. Non si tratta di schegge sporadiche, di piccoli fatti di cronaca isolati sebbene ripetuti. Si tratta del fatto che la nostra contemporaneità liquida e velocissima e fragilissima, posa su un substrato culturale che al contrario è roccioso e profondo che si chiama patriarcato, che innerva dei suoi meccanismi perversi, dei suoi dispositivi punitivi, ogni pezzetto di ciò che è in superficie, primo tra tutti il mercato e le sue regole. Insomma, quello che Fitoussi definisce come lo “scandalo etico del capitalismo contemporaneo” si basa proprio su questa alleanza a doppio filo tra il capitalismo ed il sistema di dominio più antico e sofisticato che la Storia conosca. E’ uno scandalo che qui da noi assume la caratteristica aggiuntiva della doppia morale, un tratto antropologicamente distintivo della nostra tradizione. Infatti come altro chiamarla se non doppia morale la maniera in cui il mercato ingloba le donne come merce privilegiata e disponibile al cannibalismo capitalista ma poi le risputa a pezzettini non appena il loro corpo si sottrae ai dispositivi di controllo e contrattacca e si mostra riproduttivo? E’ proprio questo corpo femminile potente e fuori dal controllo maschile, per il cui controllo storicamente ha origine il patriarcato, a rappresentare oggi un intralcio alle leggi che regolano l’economia dominante. Perché? Perché così come il mercato non ammette freni né vincoli a statuti e leggi che impediscano al suo flusso impetuoso di raggiungere ogni sfera dell’esistenza per divorarla, allo stesso modo non ammette rigidità di tempi e di spazi e di nulla. Come può ammettere quindi il corpo riproduttivo femminile che impone tempi e regole che rispondono solo alla vita?
E sempre di doppia morale nostrana trattasi – sebbene in salsa differente- quando una donna si trova costretta a vivere la maternità: o come fardello se la sceglie, o come possibile disonore se non la sceglie. Ma quasi sempre non può scegliere un bel nulla perchè, benché viviamo nel paese più cattolico e familista del mondo che straparla di madri, esso fa meno di nulla per sostenerle anzi al dunque si accanisce contro di loro.
Tornando alla donna di Silvi Marina. E’ possibile che abbia considerato di aver commesso un errore per non aver utilizzato, in occasione dell’incontro per la fatidica firma del contratto di lavoro, un ampio abito per nascondere la maternità come facevano le ragazze “disonorate” dell’800. Ma certo di fronte al no vigliacco del tipo non si è lasciata zittire, scegliendo la parola al silenzio. E’ un gesto importantissimo. Fondamentale. Non tacere. Lottare. Pretendere che l’agenzia che ha praticato una simile discriminazione venga penalizzata e ad esempio non abbia più accesso a contratti di appalti pubblici, come è il caso della GiGroup attualmente.
E ottenere quel lavoro che spettava e spetta a lei. Sarebbe la vittoria di un principio di civiltà.

Il rischio dell'implosione dell'Europa


1gianni
di Alfonso Gianni - rifondazione -
Il primo ce lo abbiamo sotto gli occhi. La situazione economica nell’Eurozona è pessima e le previsioni future pure. Si oscilla dalle valutazioni più ottimiste dell’Iwf, l’importante centro di ricerca dell’università di Kiel in Germania – che prevedono una discesa del Pil nell’Europa a 17 dello 0,4% nel 2012 (per l’Italia -1,7%) e una modesta crescita dello 0,9% nell’anno successivo (+0.4% per l’Italia) – a quelle ancora più pessimistiche di Oxford Economics che vede il nostro paese in calo quest’anno del 2,3% e di un ulteriore 0,2% nel 2013. E’ evidente che in un quadro così fosco più d’uno si interroga se conviene ancora al nostro paese rimanere nella moneta unica, quando è chiaro che chi ne trae il massimo vantaggio è solo la Germania.
Il secondo motivo, al primo strettamente collegato, è che il populismo di destra è tutt’altro che sconfitto nel nostro paese come nel resto d’Europa e non gli pare vero di cavalcare un sentimento antieuro che rischia di diffondersi facilmente nelle classi popolari. Il terzo motivo è assai più malizioso e quindi probabilmente più reale. Come ha recentemente osservato anche Nouriel Roubini, molti industriali, finanzieri e società del nostro paese hanno accumulato ingenti quantità di euro all’estero dopo una vita di evasioni fiscali e di trafugamento di capitali all’estero, facilitati dai vari condoni. Se si tornasse alla nostra antica moneta nazionale si verificherebbe un doppio movimento: da un lato queste fortune giacenti all’estero potrebbero venire rivalutate e dall’altro le passività domestiche verrebbero conteggiate in una lira svalutata. Al contrario i depositi in euro derivanti dai risparmi delle famiglie, gli stipendi e le pensioni dei lavoratori a reddito fisso cadrebbero vittima della svalutazione. Nel contempo, avendo poco da esportare, dopo anni di declino produttivo, la nostra economia trarrebbe troppo modesti vantaggi dal ritorno alla lira, comunque non tali da compensare la perdita di valore dei redditi dei meno abbienti.
Il guaio è che il continuo prevalere delle dottrine rigoriste alimenta ogni tentativo di fuga dalla moneta unica. Del resto soluzioni di questo tipo, anche se per altri fini e con maggiore raffinatezza teorica, sono coltivate anche nel campo della sinistra d’alternativa. La crisi si sta avvitando su sé stessa e i vertici internazionali, con quello del prossimo fine giugno saremo a 25, passano invano, quando non sono del tutto negativi. Nemmeno una piccola moderazione del “rapacismo” della grande finanza è riuscita ad andare in porto. Gli ultimi dati che ci provengono da Mediobanca sono sconvolgenti. Il peso dei titoli derivati sul Pil europeo è tornato ad aumentare: era il 42,8% nel 2009, era poi sceso al 41,3% nell’anno successivo, per rimbalzare al 53,2% alla fine del 2011, pari a 5.854 miliardi di euro. Intanto la distanza fra il sud e il nord dell’Europa si approfondisce sempre più. L’Europa a due velocità più che una soluzione futura – per chi ci crede – è già una triste realtà.

Riflessioni da Rio+20


[di Alex Zanotelli] - sudnet -
“Benvenuti a Rio+20”. Con questa scritta a caratteri cubitali siamo stati accolti all’aeroporto di Rio per il vertice sul pianeta Terra convocato dall’Onu (20-22 giugno). Come missionari comboniani abbiamo deciso di ritrovarci insieme nel contesto del Vertice per riflettere sul tema pianeta Terra, che ci tocca direttamente. La Terra infatti non sopporta più l’homo sapiens, il cosiddetto sviluppo e questo sistema economico finanziario che vive depredando il pianeta e rendendo i poveri sempre più poveri.
Sono arrivato la notte del 18 giugno nella Baixada fluminense, uno dei quartieri più violenti di Rio, dove vive e opera una comunità comboniana. Così ho avuto subito il sentore di che cos’è “l’altra Rio”. Una sensazione diventata ancora più netta il mattino seguente, attraversando in autobus la città. Mi sono parse chiare due città, spesso una di fronte all’altra: la Rio degli impoveriti e la Rio dell’opulenza. Va notato che il vertice Onu dei capi di stato si tiene a Barra de Tigiuca, la parte bene di Rio. Io invece mi sono recato subito a Aterro de Flamengo per partecipare alla Cupola dos Povos che ha trovato spazio nel lungomare Bahia da Gloria.
Due vertici. La Cupola dos Povos fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. Mentre la “Cupola dos Ricos” è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid.
“Loro sono al centro, a Tigiuca”, ha detto il prof. Bonaventura de Souza. “Il circo del’Onu”, li ha definiti il prof. Martinez-Alier, che non decide mai nulla!”. Infatti l’impressione che abbiamo ora è che il Vertice della Terra rischia di essere un altro fallimento. Fra l’altro non hanno partecipato né Obama né la Merkel.
Ma la speranza non viene da lì, viene invece dai poveri, dagli indigeni, dalla cittadinanza attiva. E’ stato incredibile per me trovare Aterro de Flamengo così tanta vivacità, dibattiti, reti, campagne… Un’immensa fiera dell’inventiva umana, di culture, di associazioni…
E’ la stessa impressione che ho avuto quella stessa mattina partecipando ad un dibattito, promosso da Rigas (Rete italiana per la giustizia sociale e ambientale), sui nuovi paradigmi necessari per rispondere alle sfide della giustizia non solo distributiva ma anche ambientale. Vi hanno partecipato il teologo brasiliano Leonardo Boff, lo spagnolo prof. J. Martinez-Alier, l’economista portoghese Bonaventura de Souza, il coordinatore di Rigas Giuseppe de Marzo. Lavori presieduti da Marica de Pierri, dell’associazione “A Sud”, nella sala strapiena del Musero di arte moderna.
“Il Pil non può più essere l’indicatore per l’economia, ha detto il noto economista Martinez, dobbiamo andare verso la prosperità senza crescita, secondo quanto teorizzato dall’economista Usa Tim Jakson”. Martinez ha avuto parole di elogio e di sostegno per le due esperienza latinoamericane diEcuador e Bolivia.
Boff è partito citando Einstien: “Non si può pensare che chi ha creato la crisi trovi anche la soluzione”. Né si può accertate come principio etico quello del nostro vivere bene occidentale perché “questo ha significato vivere male per miliardi di persosne”. Per uscire dall’attuale crisi, Boff ha elencato 4 principi fondamentali: a) ogni essere ha un valore intrinseco che deve essere rispettato; b) il dovere di prendersi cura di ciò che ci circonda; c) una responsabilità planetaria; d) cooperazione e solidarietà universali. Ha sottolineato che non si può produrre per accumulare ma solo per condividere.
Giuseppe de Marzo ha ribadito che l’attuale crisi nasce dal non aver riconosciuto la natura e i diritti della Madre Terra. Ha urlato: “Noi siamo la terra. Basta con la crescita”.
Personalmente ho portato a conoscenza dell’assemblea le lotte popolari italiane sull’acqua con il referendum e sui rifiuti con la resistenza alle megadiscariche e agli inceneritori, per muoverci invece verso il riciclaggio totale.
Infine il prof. De Souza ha definito la green economy “il cavallo di Troia del capitalismo mondiale” e ha messo tutti in guardia tutti che “bisogna cambiare il potere prima di prenderlo”.
Questa di Rio è stata una tavola rotonda molto valida che prelude a tanti incontri. Provocazioni queste importanti anche per noi comboniani, a Rio siamo una trentina, che dobbiamo riuscire ad includere pienamente queste tematiche nel nostro fare missione.

Alex Zanotelli
19 giugno 2012, Rio de Janeiro

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