
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
Eugenio Montale (La Storia)
Fa venire i brividi il solo ricordare la storia di alcuni dei periodi più drammatici della Grande Depressione, come quella del 1937, quando il Presidente degli Stati Uniti Franco Delano Roosevelt abbandonò la politica di stimoli fiscali, troppo presto perché la ripresa economica non si trasformasse di nuovo in recessione.di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
Eugenio Montale (La Storia)
Eppure quella storia sembra oggi del tutto dimenticata, scrive Paul Krugman nel suo editoriale di ieri sul New York Times. Meglio sarebbe però ricordare il 1931, l’anno in cui ci fu il grande crollo, del quale sempre più spesso anche gli economisti più tranquilli oggi parlano, prosegue. Ed in effetti ci sarebbe molto da imparare, poiché non poche sono le circostanze simili alla situazione attuale.
Tutto iniziò con una crisi bancaria in un piccolo paese, l’Austria. I costi del salvataggio bancario misero in serio dubbio la solvibilità dello Stato. Benché non fosse verosimile che la dimensione di quel problema avesse effetti sull’economia mondiale, il panico cominciò a diffondersi ovunque. Tutto questo dovrebbe risuonare molto familiare. Ma la vera lezione che dovrebbe essere appresa da tutta quella vicenda è quella delle politiche di intervento che hanno abdicato al loro ruolo. I governi a quel tempo più forti, Francia e Stati Uniti, avrebbero infatti potuto fare molto di più per limitare i danni di quella situazione. Ma le cose andarono molto diversamente, e ci fu un incredibile rimbalzo di responsabilità rispetto a chi dovesse intervenire.
Ecco, quel che sta accadendo ora è del tutto simile, afferma Krugman. Basta considerare come i leader europei stanno gestendo la crisi bancaria della Spagna (la crisi greca, la si può in tal senso non considerare perché è ormai una causa persa e perché in effetti è la crisi della Spagna che deciderà dei destini d’Europa). Così come l’Austria nel 1931, la Spagna ha oggi il suo sistema bancario in difficoltà che necessita di una ricapitalizzazione, ma lo stato iberico, proprio come quello austriaco di allora, si trova di fronte a problemi di insolvenza. Sembrerebbe quasi ovvio, dunque, quel che dovrebbe verificarsi: gli stati Europei creditori dovrebbero assumersi almeno un po’ del rischio che stanno fronteggiando le banche spagnole. Questo la Germania non lo farà, anche se la essendo la posta in gioco la sopravvivenza dell’euro l’assunzione di un po’ di rischio finanziario dovrebbe essere considerata piccola cosa.
E invece no, la “soluzione” europea è stata quella di prestare denaro al governo spagnolo affinché così potesse salvare le sue banche. Non ci è voluto molto perché i mercati finanziari si rendessero conto che tutto questo non risolveva, e quindi la Spagna è entrata in una situazione debitoria più pesante, mentre la crisi europea è ora più seria che mai.










«Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione». La voce dal sen fuggita è quella di uno che quel sistema lo capiva eccome: Henry Ford. Ma ben prima di lui molti “ben informati” già avevano chiaro in testa che l'interesse delle banche va di qua e quello delle nazioni, cioè dei popoli, di là. Per esempio Sherman Rothschild, di mestiere banchiere, così parlava nel 1863 alla Kliemer, Morton e Vandergould di New York: «Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è contrario ai suoi interessi». Ancora più lucido, benché agli albori del moderno sistema bancario, un altro Rothschild, Amschel Mayer, che nel 1773 così sentenziava: «Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere». Il fatto che sia passato qualche secolo, che in mezzo ci sia stata la nascita delle democrazie moderne e persino il New Deal, non tragga in inganno: più o meno le regole e la mission sono rimaste le stesse; la differenza è che gli strumenti sono oggi più raffinati (basta pensare ai derivati e ai subprime) e le conseguenze sono enormemente più catastrofiche a causa del fatto che il “finanzcapitalismo” (copyright di Luciano Gallino) opera su scala globale. Altrimenti non avrebbe alcun senso ciò che sta accadendo dal 2008, cioè dallo scoppio della crisi negli Usa, ad oggi. Ciò che sta accadendo è questo: in quattro anni, per “salvare” il sistema creditizio mondiale, quello stesso responsabile del disastro economico, sono stati spesi 3.500 miliardi, quanto basterebbe a pagare tutti i debiti di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo messi insieme. Si dice (e forse c'è anche del vero) che le banche servono alle economie: senza il credito le imprese si fermano e le famiglie arrancano. E dunque non le si può lasciar fallire, perché nel tracollo trascinerebbero con sé tutti gli altri. Il punto è: quali banche? E per quale scopo? Prendiamo l'ultimo caso, la spagnola Bankia. Si tratta di un colosso nato poco meno di un anno fa dalla fusione di varie casse di risparmio in gravi difficoltà per la bolla immobiliare, nel tentativo di risanare il sistema bancario iberico. L'operazione è salutata positivamente dagli esperti del settore: il gruppo è forte e risanato, si dice. Poiché però grandi investitori stranieri disposti ad accollarsi quote della banca non se ne trovano, parte la caccia disperata ai piccoli risparmiatori spagnoli che fanno arrivare nelle casse di Bankia poco più di tre miliardi, con il titolo valutato a 4,5-5 euro. Ma, al momento del debutto in Borsa, il 20 luglio scorso, il valore viene tagliato a 3,75 perché comincia ad emergere qualche dubbio sulla solidità di Bankia; undici mesi dopo il titolo crolla del 72% e la perdita per i raggirati risparmiatori spagnoli è di 2,2 miliardi di euro. La beffa? Ce n'è più di una. Il presidente Rodrigo Rato e il consigliere delegato Francisco Verdù Pons se ne sono andati incassando ciascuno un milione; Aurelio Izquierdo, direttore generale, ha lasciato Bankia con una buonuscita di 14 milioni; le grandi banche internazionali (da Jp Morgan a Deutsche Bank, da Unicredit a Barlays, da Bank of America-Merril Lynch a Lazard) si portano a casa quasi 146 milioni di euro per aver venduto le azioni di una banca nata fallita ai risparmiatori spagnoli (perché col cavolo che se le sono comprate loro...).
Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha pronosticato tre mesi di vita per la moneta europea, se non verranno prese misure adeguate. Anche George Soros, che di finanza s'intende, condivide la stessa previsione. Non sono profezie di sovversivi. Oggi come oggi, la principale causa di instabilità non sono né i movimenti di protesta né le sinistre radicali. Se nel giro di breve tempo la zona euro potrebbe deflagrare, ciò avverrà non per l'incombere di un “nemico esterno", ma per le contraddizioni sistemiche che caratterizzano l'assetto monetario dell'Ue. La valuta europea potrebbe crollare motu proprio, per via delle dinamiche conflittuali che si riproducono al suo interno. Tempo ce n'è poco, fosse pure soltanto per attuare quei correttivi in corso d'opera che anche i difensori dell'Ue ormai invocano. Tutti i provvedimenti attualmente oggetto di studio - fondi salvastati, eurobond, meccanismi blocca-spread, obbligazioni per finanziare grandi opere infrastrutturali, cessioni di sovranità dei paesi membri, integrazione del sistema bancario - richiederebbero riforme tutt'altro che trascurabili dei Trattati europei. E quindi tempo. Che manca.
Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori.
La Grecia è stata usata finora come un vero e proprio laboratorio di “terrorismo fiscale” da parte dei poteri forti europei e internazionali. Bene, l’esperimento non è riuscito: questo il significato principale del voto di domenica.


[di Alex Zanotelli] -