Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 17 luglio 2012

Europa, ancora un vertice quasi inutile.

di Vincenzo Comito

Dopo l'euforia di Bruxelles, qualche riflessione a freddo induce al pessimismo. Più che per il poco che si è fatto, il vertice sarà ricordato per quel che non ha fatto per bloccare la speculazione e avviare davvero la crescita

“…il piano dell’Unione Europea (concordato a Bruxelles) è una soluzione decisiva che usa dei soldi che non esistono per comprare dei titoli che non verranno ripagati e questo attraverso un meccanismo sul quale bisogna ancora mettersi d’accordo…”
Vincent Cignarella, dal Wall Street Journal
Premessa
Può essere utile cercare di analizzare i risultati degli ultimi accordi di Bruxelles diversi giorni dopo l’evento, dopo in particolare che la fretta presente nei commenti a caldo di molti osservatori può ormai lasciare il campo ad una riflessione più analitica e più consapevole. Nel frattempo, la presunta vittoria di Monti al vertice ha persino apparentemente fermato una possibile crisi di governo in Italia, mentre la altrettanto presunta sconfitta della Merkel sta suscitando le ire di una parte dell’opinione pubblica tedesca, del partito cristianodemocratico bavarese, nonché dei governi olandese e finlandese. In realtà a noi sembra che si sia trattato, alla fine, dell’ennesimo vertice sui problemi dell’euro che lascia ancora una volta le cose come stavano; questo, salvo qualche non decisivo passo avanti, che serve a fermare per qualche giorno o al massimo per qualche mese una crisi che sembra sul fondo inarrestabile – qualcuno ha parlato di un treno che avanza lentamente verso il burrone- e continua ad essere senza sbocchi apparenti.
Lo scudo anti-spread
Monti si è recato al vertice di Bruxelles chiedendo un intervento automatico del fondo salva- stati nel caso in cui i tassi di interesse sui titoli pubblici di un paese superassero certi livelli predefiniti. In realtà, c’è da ricordare che questa possibilità di intervento esisteva già prima anche se non era mai stata usata e quindi da questo punto di vista non si è in realtà discusso di niente di sostanzialmente nuovo.
Tanto rumore per nulla, dunque? In gran parte sì. Ma almeno apparentemente le condizioni fissate per l’intervento sembrano a prima vista meno pesanti di prima, almeno secondo l’interpretazione di Monti, cosa che peraltro non è ancora certo sicura; i paesi nordici e forse anche la stessa Germania sembrano poco inclini ad accettare tale interpretazione. In ogni caso, per accedere operativamente al programma, l’Italia sarà soggetta al monitoraggio della Commissione Europea e della BCE.
Ma ci troviamo poi di fronte ad un ulteriore e difficile passo. Il fondo salva stati non avrà certamente le risorse necessarie per intervenire adeguatamente sul mercato in caso di necessità, tanto più dopo gli impegni nei confronti di Grecia, Portogallo, Irlanda ed ora Spagna e Cipro, forse anche con la Slovenia in un prossimo futuro. Bisogna ricordare che il totale dei debiti pubblici italiani e spagnoli si aggira intorno ai 2800 miliardi di euro e che quindi il fondo salva stati, per essere credibile, dovrebbe avere una dotazione di almeno 2500 miliardi e/o avere la possibilità di accendere prestiti per importi molto rilevanti presso la BCE, cosa cui i paesi nordici si oppongono fortemente. Nelle attuali condizioni il fondo potrebbe avere a disposizione, per intervenire sul mercato dei titoli, si e no 150 miliardi di euro, un’inezia. A questo proposito P. De Grauwe, della London School of Economics, ha mostrato nei giorni scorsi come le decisioni prese potrebbero persino destabilizzare gli stessi mercati dei titoli pubblici di vari paesi.
Alla fine, come ha anche scritto W. Munchau sul Financial Times, per l’Italia non è cambiato niente e, aggiungiamo noi, non ci sono in ogni caso soldi per salvare l’Italia e le conseguenze dell’accordo potrebbero essere per altro verso persino catastrofiche.

THE CASTE
the Goldman Sachs & Madoff

I primi due mesi di governo di Francois Hollande

- chatait -
1) Abolizione del 100% delle auto blu
"Un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure."

2) Con i 345 milioni di euro risparmiati, apertura il 15 agosto 2012 di 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia, assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”.

3) Abolizione dello scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) ed emanazione di un urgente decreto presidenziale per un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno.

4) Assunzione di 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione.

5) Eliminazione di sovvenzioni statali alla Chiesa Cattolica per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e varo (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali.

6) Istituzione del “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare parecchi quattrini della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociali.

7) Abolizione di tutti i sussidi governativi a riviste, giornali, fondazioni e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate.

8) Agevolazioni fiscali alle banche che offrono crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi; tassa supplementare su chi offre strumenti finanziari.

9) Decurtazione del 25% dello stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800mila euro all’anno.

10) Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme single” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande.

Tutto questo senza toccare il pareggio di bilancio. Lo spread addirittura è sceso, arrivando a 101. L’inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte.

Hollande, Qualcosa di Sinistra.

lunedì 16 luglio 2012

Roubini: nel 2013 banchieri avidi "impiccati nelle strade"

Roubini: nel 2013 banchieri avidi "impiccati nelle strade"
Banchieri avidi. Lo sono sempre stati. Nulla cambierà a meno di sanzioni legali. Il problema spread continuerà a intensificarsi. Necessaria una monetizzazione illimitata e non sterilizzata da parte della Banca centrale europea. Purtroppo impossibile. Ecco che il 2013 sarà un altro anno difficile, con la possibilità che si abbatta una "tempesta perfetta globale": crollo dell’Eurozona, nuova recessione negli Stati Uniti, guerre in Medio Oriente, pesante crollo della crescita in Cina e nei grandi mercati emergenti.
Questa la visione pessimista del noto professore di economia Nouriel Roubini. Dr. Doom è tornato.
"Nulla è cambiato dalla crisi finanziaria. Gli incentivi per le banche sono per agire in modo truffaldino - fare cose che sono o illegali o immorali. L'unico modo per evitare questo è rompere questo grande supermercato finanziaro. Non ci sono muraglie cinesi e massicci conflitti di interesse".
I banchieri
"I banchieri sono avidi - lo sono stati per 1000 anni".

Sulle sanzioni

"Dovrebbero esserci sanzioni penali. Nessuno è andato in prigione sin dalla crisi finanziaria globale. Le banche fanno cose che sono illegali e nel migliore dei casi vengono schiaffeggiate con una multa. Se alcune persone finiscono in carcere, forse sarà una lezione per qualcuno - o qualcuno verrà impiccato per le strade".

Banche troppo grandi per fallire

"Ci sono più conflitti di interesse oggi di quattro anni fa. Le banche erano già troppo grandi per fallire, ora sono ancora più grandi. Le cose vanno peggio - non migliorano".

Sul Summit Ue

"Il vertice è stato un fallimento. I mercati si aspettavano molto di più. O si ha una qualche sorta di debito comune (per ridurre lo spread), o si ha una monetizzazione del debito da parte della BCE, o il bazooka dei fondi EFSF / ESM deve essere quadruplicato - altrimenti gli spread su Italia e Spagna salterebbero in aria giorno dopo giorno. In caso contrario si avrà un'altra crisi più grande non in sei mesi da oggi, ma nelle prossime due settimane".

Sulla Bce che salva il mondo

"Il solo ente capace di fermare questo è la BCE, che ha bisogno di fare una vera e propria monetizzazione non sterilizzata in quantità illimitata, che è politicamente scorretto da dire e costituzionalmente illegale da fare".

Sul debito in comune

"Non è solo la Germania a dimostrarsi un paese forte, ma anche altri principali tra cui i Paesi Bassi, Austria e Finlandia. La Finlandia non vuole nemmeno accettare la mutualizzazione indiretta delle passività (fondi EFSF / ESM)".

Trascinarsi i problemi

"Entro il 2013 la capacità dei politici di rimandare le soluzioni ai problemi diminuirà, e nella zona euro il treno non deraglierà più a rilento, ma a grande velocità. Gli Stati Uniti sembrano vicini a una fase intermedia tra stallo della crescita e recessione economica. La Cina sembra prossima a quanto definito un atterraggio duro, mentre i grandi emergenti (BRIC: Brasile, Russia, India e Cina) registrano un forte calo della crescita. E infine c’è il pericolo di una possibile guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran - che raddoppierebbe il prezzo del petrolio nel giro di una sola notte".

Il 2013 sarà peggio del 2008

"Peggio perché come nel 2008 ci sarà una crisi economica e finanziaria, ma a differenza del 2008 si è a corto di contromisure. Nel 2008 si potevano tagliare i tassi di interesse, fare QE1, QE2, varie misure di stimolo fiscale, e tanto altro. Oggi i QE stanno diventando sempre meno efficaci perché il problema è di solvibilità, non di liquidità. I disavanzi di bilancio sono già troppo grandi e non è possibile salvare le banche, perché 1) c'è una forte opposizione politica, e 2) i governi sono prossimi a essere insolventi - non possono salvarsi da soli, figuriamoci salvare le banche. Il problema è che siamo a corto di conigli da tirare fuori dal cappello".

COME SI ESCE DALL'EURO? Intervista a Claudio Borghi

Non paghi il canone? Resti al buio!

Non paghi il canone? Resti al buio! - byoblu - 
Alberto Bagnai Economia Economics
Non paghi il canone Rai? Ti tagliano l'elettricità. Questa la nuova proposta che da Palazzo Chigi potrebbero lestamente tramutare in legge per recuperare 5-600 milioni di supposta "evasione", con la scusa che, in questo modo, la Rai potrebbe abbandonare la competizione pubblicitaria con Mediaset e tornare a fare contenuti di qualità. Tutto chiaro, signori? L'ennesima scommessa, un gioco d'azzardo: "facciamo schifo e lo sappiamo, ma ora vi costringeremo a pagare, precettandovi come i peggiori delinquenti e arrivando a lasciarvi al buio anche se è inverno e fa freddo, bambini compresi, e poi vi promettiamo che faremo buon uso dei vostri soldi, in un qualche futuro lontano e ideale, tornando a fare TG che informano, trasmissioni culturali che istruiscono, talk non pilotati, smettendo di mandare via le voci produttive ma scomode.". Sì, e noi crediamo alla Befana!
Il Servizio Pubblico c'è già: si chiama internet e ce lo costruiamo da soli. Non abbiamo bisogno della vostra spazzatura dorata. Volete tagliarci la luce se abbiamo un monitor e ci rifiutiamo di pagare alla Enel il corrispettivo aggiuntivo per tenere in vita un carrozzone di intrallazzoni faccendieri dediti all'inciucio, al mantenimento in caldo della poltrona, al servilismo d'accatto, alla distruzione dell'informazione? E questa sarebbe l'austerity? Lo spread tra la rete e la televisione pubblica, in Italia, non sta a 400 punti, ma a quattrocentomila! Noi siamo il mercato, siamo la vostra troika, e i soldi non ve li diamo, a meno che non operiate una serie di riforme "lacrime e sangue" (leggi "cultura e informazione") tali da lasciare in mutande tutto l’establishment della vostra macchina propagandistica e da rendervi meri nastri trasportatori di idee, senza deformazioni, senza storpiature ad uso e consumo del potente di turno, del colletto bianco che ha il potere di darvi uno stipendio e ricoprirvi di oro e di potere.

Noi vogliamo un servizio pubblico dove la parola "pubblico" stia ad indicare che è di nostra proprietà ed afferisce alle nostre esigenze di informazione, come una volta sanciva il Trattato di Amsterdam, non che sia costruito per rubare risorse e destinarle all'indottrinamento del popolo-pecora.

Noi vogliamo un servizio pubblico che sia simile, così tanto simile a internet, che allora basterebbe destinare tutti questi soldi allo sviluppo delle infrastrutture di rete e all'incentivazione delle nuove forme di veicolazione della cultura, come blog, videoblog e web-tv, che guarda caso, per funzionare, hanno proprio bisogno dell’elettricità che volete tagliare.

Che ne è, piuttosto, del progetto di portare internet nelle case usando l'infrastruttura delle linee elettriche? Che ne è della banda larga? Che ne sarebbe di voi, se l'informazione non fosse ostaggio delle testate giornalistiche che pagate profumatamente con centinaia di milioni di euro di fondi pubblici? Che ne sarebbe di voi, se solo una parte infinitesimale di queste risorse arrivassero a blog come questo, per istituire un dibattito vero, ampio, paritario tra le forze intellettuali oneste di questo paese?

Ma voi andate avanti così, non preoccupatevi: vedrete che prima o poi ve la daremo noi, l'austerity. Più prima che poi..


AFTER THE FAKE CIVILIAN'S MASSACRE ...
... It worked for Irak

Versailles

di Elisabetta Teghil - sinistrainrete -

Il primo alleato della Francia socialdemocratica è l’Italia di Monti. L’avversaria dichiarata di entrambe, al di là delle manifestazioni di facciata, è la Germania di Merkel.

Forse, le chiavi di lettura che abbiamo utilizzato finora si rivelano inadeguate per capire quello che sta succedendo in Europa.

Se vogliamo leggere gli avvenimenti europei attuali, dovremmo cominciare da due punti fermi.

Uno ci riguarda da vicino. Monti, alla sua età, fa quello che sa fare e che ha fatto in tutta la sua vita, cioè il funzionario delle multinazionali anglo-americane e l’uomo di fiducia degli organismi sovranazionali che, delle prime, sono espressione ed emanazione.

L’altro è che è in atto una guerra per la ridefinizione dei rapporti di forza fra Stati e multinazionali che vede gli Stati Uniti e l’Inghilterra alleati all’offensiva.

Il motivo occasionale nell’immediato, è il profondo deficit statale e privato che gli Stati Uniti e l’Inghilterra hanno accumulato.

L’altro motivo, quello di fondo, è il carattere specifico del capitalismo che è autoespansivo e che ha bisogno, non solo di distruggere le forme economiche altre, ma anche di sottomettere gli amici/rivali.

Nella realizzazione compiuta dell’autoespansione non ci potrà essere che uno Stato del capitale e una multinazionale per settore o ambito.

Questo è il senso di quello che sta succedendo in Europa, dell’attacco all’Europa, alla sua, sia pur incompiuta, sovranità e della “scoperta” di un debito che pure c’è sempre stato, ma che oggi assume un’importanza che non ha mai avuto nel passato e che, comunque, è irrisorio se paragonato a quello anglo-americano.


La vittoria di Hollande a Parigi sta a Berlino come la caduta di Trebisonda sta a Bisanzio.

L’obiettivo finale è la Germania perché, è vero, è quella che dà l’imprinting all’Europa.

Perciò, disarticolare l’Europa passa, necessariamente, attraverso l’assoggettamento economico della Germania.

Quest’ultima è una potenza economica, ma è un paese occupato militarmente dagli Stati Uniti e i costi delle numerose basi americane sono a carico dei tedeschi, come, del resto, in Italia.

Si vuole sconfiggere la Germania e ,attraverso questa, l’Europa e si portano a pretesto le nequizie del sistema economico e bancario tedesco che terrebbe in scacco e sotto ricatto tutto il resto dell’Europa.

Non sta a noi difendere la Germania, però troviamo stridenti gli argomenti, portati a sostegno dell’attacco nei suoi confronti, di quelli che pure dicono di essere keynesiani, perché, se c’è un paese dove questi principi sono applicati è proprio la Germania. Tradotti in parole povere , stipendi alti e forte presenza del welfare in cambio della pace sociale.

Allora vediamo che il vero contendere è la natura asimmetrica della politica tedesca rispetto agli interessi anglo-statunitensi.

domenica 15 luglio 2012

E se l'Italia fosse una banca?

- sbilanciamoci -
di Andrea Baranes
Recessione, spread, disoccupazione? Ecco come venirne fuori, in un attimo e senza sacrifici. Aboliamo l'Italia. Tutto qui. Chiudiamo una volta per tutte lo Stato, con tanto di inno e bandiera, e trasformiamoci in una banca. Ecco alcuni dei primi vantaggi.
1. L'Italia ha dovuto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione. Le banche non hanno nessun vincolo del genere.
2. Per eludere i pochi accordi esistenti (vedi Basilea), le banche possono cartolarizzare i loro attivi e spostarli nel sistema bancario ombra. Basterebbe quindi spostare metà del debito pubblico italiano in un sistema statale ombra, per avere per magia un rapporto debito/Pil al 60% e rientrare nei parametri di Maastricht.

3. Prima ancora, mentre gli Stati si sono impegnati al 60% di rapporto debito/pil, molte banche europee lavorano tranquillamente e da anni con leve finanziarie superiori anche a 40 a 1, ovvero con debiti che sono il 4.000% del loro patrimonio.
4. Secondo le nuove regole europee, se l'Italia non rispetta gli impegni va punita e multata. Nessuna banca responsabile della crisi ha ad oggi pagato un euro di multa.
5. Le banche hanno ricevuto liquidità illimitata all'1% dalla Bce. Gli Stati per finanziarsi devono rivolgersi ai mercati, ai tassi decisi dagli speculatori. Per statuto, la Bce non può aiutarli.
6. Non è solo la liquidità della Bce. Le banche in difficoltà vengono inondate di soldi. Quanti aiuti europei sono diretti a contrastare la disoccupazione o sostenere il welfare? Il vertice di fine giugno ha previsto 120 miliardi di euro per tutta l'Ue, in gran parte soldi già stanziati. Bruscolini rispetto alle migliaia di miliardi ricevuti dalle banche dal 2008 a oggi.
7. Soldi, aiuti e piani di salvataggio per le banche arrivano senza nessuna condizione, né a bloccare la speculazione, né su cosa finanziare (ad esempio le rinnovabili e non i combustibili fossili). Nel caso (molto più raro e difficile) in cui gli Stati ottengano qualche aiuto, al contrario, questo arriva a condizioni durissime, com'è avvenuto in Grecia nei mesi scorsi.
8. Le banche possono immettere nel sistema quantità illimitate di denaro, in particolare grazie ai derivati, che oggi rappresentano oltre il 70% del circolante. Agli Stati aderenti all'euro è proibita l'emissione di denaro.
9. Da mesi stiamo combattendo per abbattere lo spread e ridurre il tasso sui titoli di Stato. Le banche il tasso se lo fissano da sole, manipolandolo all'occorrenza (per informazioni, rivolgersi alla Barclays).
10. L'unico obiettivo degli Stati è quello di dare fiducia ai mercati e di compiacerli. Al contrario banche e finanza non hanno nessun vincolo e nessun impegno verso governi o cittadini. Devono unicamente massimizzare i propri profitti.
Per riassumere, da Stato italiano a Italia Bank Ltd., e da domani si fa festa. Finché le cose vanno bene moltiplichiamo i profitti, quando vanno male, per continuare a garantire profitti in doppia cifra e alimentare la speculazione basta spremere i cittadini e il pubblico. Ah, già, quale pubblico?

da Sbilanciamoci

APPELLO: Una rottura democratica per l’Europa

In meno di due anni le classi dirigenti europee, per fronteggiare la crisi economico-finanziaria, hanno centralizzato a passo di carica i poteri decisionali dell’UE costruendo una governance che non rivela tanto il tradizionale deficit democratico quanto una vera e propria fuga dalla democrazia. Chi decide nell’UE?
Per avere una risposta basta leggere le Conclusioni dell’ultimo Consiglio Europeo e si vedrà, per prendere un solo esempio, che a preparare le prossime tappe dell’Unione economica e monetaria sarà un gruppo formato dal Presidente del Consiglio Europeo, da quello della Commissione, dell’Eurogruppo e della BCE.
Essi prepareranno le misure indicando modi e tempi della loro attuazione – si legga il punto 4 delle Conclusioni. Gli stessi Stati, che Dieter Grimm ha sempre definito essere i ‘signori dei trattati’, saranno solo consultati così come consultato sarà il Parlamento europeo.
Nell’Unione Europea decide ormai una vera e propria oligarchia, che risponde ai ‘voti’ del mercato finanziario. Per modificare disposizioni fondamentali non si ricorre neppure alle procedure semplificate dell’articolo 48 del Trattato di Lisbona, secondo cui un ‘qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio europeo progetti’ di modifica.
Ora perfino queste disposizioni vengono disattese perché si attiva un gruppo di tecnocrati che proporranno loro al Consiglio europeo se e quali modifiche apportare ai Trattati che gli Stati avranno il solo compito di presentare ai Parlamenti per la ratifica.
Chi decide le sorti dei popoli europei non può e non deve essere un’oligarchia, bensì i cittadini europei. Su questa torsione oligarchica non stupisce il silenzio della Commissione (essendone parte), stupisce il silenzio del Parlamento Europeo che accetta di essere ancora una volta declassato al ruolo di organo consultivo. Tutto questo ci spinge a lanciare un vero e proprio allarme democratico.
Il Consiglio Europeo ha confermato e rafforzato la costruzione, ormai in stato di forte avanzamento, di un edificio che, senza precedenti nella storia delle democrazie, ha distrutto le fondamenta dello stesso Stato borghese, quelle costruite sulla base del “ no taxation without rapresentation “.
Si sta realizzando un sistema monetario, fiscale e bancario in funzione di un’economia di mercato che deve essere altamente competitiva sulla scena del capitalismo globalizzato. E se ne affida la direzione ad una struttura tecnocratica del tutto priva di un mandato popolare e sottratta a ogni forma di controllo, anche delle istituzioni rappresentative.
Con l’approvazione del Fiscal Compact un altro passo decisivo si va compiendo dopo quelli realizzatisi con il Semestre Europeo, il Patto euro plus, il Six pack, e ora con le nuove misure del two pack tese ad imporre una sempre più stringente disciplina fiscale.
Finanche l’ideologia del modello sociale europeo viene giudicata obsoleta – come ha dichiarato ripetutamente Mario Draghi -, e le politiche liberiste, per destrutturare i fondamenti della condizione materiale e dei diritti del lavoro, per demolire il welfare, per privatizzare i beni comuni, richiedono la distruzione della democrazia, anche di quella rappresentativa.
Le stesse elezioni non avvengono più in un clima di garanzie dato che si svolgono sotto il permanente ricatto della crisi dei ‘debiti sovrani’ e del minaccioso andamento dei mercati finanziari.
Il voto in Grecia si è tenuto sotto il ricatto del Memorandum della troika e della minaccia di fallimento dello Stato. Il metodo intergovernativo, ispirato dal funzionalismo, ha portato alla costruzione di una tecnocrazia autoritaria al servizio dei mercati.
L’opposizione alle scelte economiche e sociali imposte sotto spada di Damocle del debito − ingiuste e inefficaci, se per inefficaci ci si riferisce al benessere sociale e non a quello dei predatori − deve accompagnarsi ad una altrettanto forte mobilitazione per non subire un ulteriore vulnus nella vita democratica dei popoli europei.
È necessaria una rottura democratica. Rottura democratica che si basa sulla contestazione della tecnocrazia e delle sue imposizioni, a partire dal Fiscal Compact, e sull’attivizzazione di un processo Costituente Democratico di un’altra Europa. Questo processo si realizza attraverso la costruzione storica del demos che, come afferma Etienne Balibar, è necessariamente un demos sociale aperto e non etnico e che, dunque, si nutre di una democrazia innervata di diritti sociali e di libertà delle persone.
Facciamo appello perché si costituisca una vasta coalizione di forze associative, politiche, sindacali, ma anche di singoli cittadini, che si riconosca nella domanda di democrazia europea e che trovi in un’assemblea − da tenere nell’ambito di Firenze 10+10 – una sede in cui far confluire attorno ad un nucleo di rivendicazioni concrete la pluralità di voci che in questi mesi si sono levate.
Importante che tale schieramento sia realmente transnazionale, ricordando in particolare l’importanza dell’Europa centrale e orientale, e che contribuisca ad innovare le pratiche politiche di movimenti, partiti, e sindacati.
Perché la democrazia non dipende solo dalle istituzioni, ma anche dalla capacità di sviluppare nuove pratiche politiche transnazionali da parte della cittadinanza attiva.
Vogliamo anche rivolgerci a quegli esponenti della istituzioni locali che si battono contro le misure di austerità perché prendano parte a questa coalizione per la democrazia europea. Si potrebbe così avviare un percorso per costituire una Convenzione europea dei Cittadini in grado di spezzare la passività e di provocare una permanente e democratica contestazione dei metodi tecnocratici e autoritari. Anche le elezioni del 2014 possono essere utilizzate per sottrarre all’oligarchia di Bruxelles e Francoforte la ‘signoria sui Trattati’, e per affidare al PE un mandato per l’elaborazione di una Carta guidata dai principi del costituzionalismo democratico, da sottoporre a referendum europeo.
Tommaso Fattori, Lorenzo Marsili, Roberto Morea, Roberto Musacchio, Franco Russo, Patrizia Sentinelli

WikiLeaks claims court victory against Visa
Icelandic court rules that payment processor broke contract laws by blocking credit card donations to whistleblowing site

sabato 14 luglio 2012

L’austerità è smentita dai fatti. Il manifesto di Krugman per il buon senso in economia

Posted by keynesblog
Pubblichiamo, tradotto in italiano, il manifesto di Paul Krugman e Richard Layard pubblicato oggi dal Financial Times e sul sito manifestoforeconomicsense.org. Sebbene nelle premesse si rivolga solo agli “economisti mainstream”, i contenuti sembrano convergenti con molte delle analisi e delle proposte avanzate anche in altre parti della teoria economica. Ma soprattutto è un attacco alla visione del rigore e dell’austerità in stile anni ’30 oggi tornata prevalente.

Un Manifesto per il [buon]senso economico

Più di quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930. Queste idee, da tempo smentite, comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata.

Questi errori hanno messo radici profonde nella coscienza pubblica e forniscono il sostegno pubblico per l’eccessiva austerità delle attuali politiche fiscali in molti paesi. Quindi i tempi sono maturi per un manifesto in cui gli economisti mainstream offrano al pubblico una analisi dei nostri problemi maggiormente basata sulle evidenze.
Le cause. Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni – come la Grecia – questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa.
La natura della crisi. Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell’Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma – proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 – si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un’altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico.
La risposta appropriata. In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo.
Il grande errore. Dopo aver risposto bene nella prima e acuta fase della crisi economica, la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato.

Caro economista italiano, ti scrivo...

Caro economista italiano, ti scrivo...

di Yanis Varoufakis
Caro Collega, come te, suppongo, anch’io sono cresciuto con le immagini in bianco e nero di un’ Europa meridionale che lottava per emergere dalle miserie degli anni tra le due guerre.
Come te, la mia mente è ancora piena di immagini di gente duramente messe alla prova dalla vita, che cercava di rinascere emigrando in paesi lontani, come nel film “Ladri di biciclette” o film greci simili, in cui intere sequenze comiche giravano intorno alla figura di un uomo adulto che desiderava ardentemente una torta al formaggio o un dessert. Comunque, arrivò poi il tempo in cui questi ricordi ed immagini di profonda povertà e privazione svanirono al punto da annullare la forza comica di simili scenette.
Le nostre società, l’Italiana e la Greca, abbandonarono la tradizione culturale dei De Sica, Fellini, Koundouros e Kakoyiannis per scendere pian piano nel buco nero della volgare era Berlusconiana. Nel corso di questi anni di “crescita” e di consumismo, molti di noi speravano che le nostre società potessero trovare in se stesse la capacità di riscoprire l’equilibrio perduto; cercare cioè di far convivere la pancia piena con un cinema decente preferendolo al crasso stile di vita che la televisione ci mostrava.

Ahimè, non ci siamo riusciti. Prima di poter raggiungere un tale equilibrio (presumendo che lo si potesse raggiungere) si è abbattuto su di noi un nuovo 1929. E’ accaduto nel 2008 quando, proprio come nel 1929, crollò la Borsa di Wall Street, la valuta comune del tempo (nel 1930 era il Gold Standard, nel 2010 l’Euro) iniziò a rivelare le sue debolezze e in breve tempo le nostre ‘élites’ finanziarie fallirono clamorosamente nella capacità di rispondere razionalmente alla marcia trionfante della Crisi. Dopo soli due anni da quando la Crisi si è abbattuta sul mio Paese, la Grecia, ci siamo ritrovati nonostante tutto nella capacità di rapportarci adeguatamente a quelle sequenze comiche degli anni 50-60 dove persone bramavano una torta al formaggio e sognavano un dessert.

Da giovane, quando studiavo economia, ricordo che avevo difficoltà a capire perché i governi del periodo tra le due guerre, dal ’29 in poi, avessero così miseramente fallito nel bloccare il disagio economico che ci condusse poi tragicamente alla seconda guerra mondiale. Leggevo dell’impegno del Presidente Hoover nel ridurre drasticamente le spese pubbliche e nel tagliare salari in un momento in cui l’economia statunitense stava implodendo e proprio non riuscivo a capire come lui e i suoi allegri consiglieri potessero appoggiare una simile idiozia. Semplicemente mi rifiutavo di credere che fossero uomini malvagi che volevano il male della loro gente. Ma allo stesso tempo non riuscivo a capire come fecero a convincere se stessi che le loro azioni davvero potessero dare sollievo al loro sofferente elettorato.

Bene, sono passati tanti anni da allora ma poi ho capito. Guardando il nostro Governo in Grecia dall’inizio della crisi del debito in atto, osservando i capi europei approvare e adottare una politica rovinosa dopo l’altra, alla fine ho capito.

Se ci pensi, è un po’ quello che è accaduto negli Stati Uniti verso la fine degli anni ’60-inizio ’70. Al Pentagono, brillanti generali capirono perfettamente che la guerra nel Vietnam non poteva essere vinta. E che mandare altre truppe a combattere nella giungla, bombardare con il napalm le città vietnamite inasprendo ulteriormente lo sforzo bellico era del tutto inutile. Sappiamo benissimo, grazie agli sforzi eroici di Daniel Ellsberg, che ognuno di loro e anche gruppi di loro sapevano quali erano stati gli errori commessi. Eppure non riuscirono a coordinarsi tra loro e a sincronizzare le loro opinioni per concordare un cambiamento di rotta. Un cambiamento che avrebbe salvato migliaia di vite Americane, centinaia di migliaia di vite vietnamite, per non parlare delle ingenti somme di denaro speso.

Qualcosa di simile a quello che succede oggi ad Atene, a Roma, a Francoforte, a Berlino e a Parigi. Non è vero che la nostra classe dirigente è ignara del fatto che l’Europa sia come un treno che sta lentamente deragliando con in testa il vagone Grecia seguito dai vagoni Irlanda e Portogallo e, a seguire, i più grandi vagoni Spagna, Italia, Francia e, per finire, la stessa Germania. No, io credo che tutto questo loro lo hanno bene in mente, proprio come i generali americani avevano ben chiara l’immagine delle scene finali a Saigon – con gli elicotteri che caricavano gli ultimi americani dal tetto dell’Ambasciata USA. Ma proprio come i generali americani, essi non riescono a coordinare le loro opinioni in un’unica risposta politica intelligente. Nessuno di loro ha il coraggio di parlare quando entrano nelle sale conferenza dove si prendono decisioni importanti, per paura di essere accusati di troppa “morbidezza” o di essersi arresi. Così restano muti, mentre l’Europa brucia, sperando che il fuoco si estingua da solo, mentre sanno, nel profondo del loro cuore, che questo non potrà accadere.

E mentre esitano e Atene, Roma, Madrid, Lisbona e Dublino bruciano, le nostre società stanno sprofondando in un pantano dove muoiono le speranze e le prospettive, dove le esistenze si impoveriscono e dove i soli vincitori sono i misantropi, i cinici, quelli che cercano il capro espiatorio nella forma dell’ “alieno”, l’Ebreo, il “diverso”, l’ “altro”. Mentre si stanno letteralmente spegnendo le luci nel mio Paese, con famiglie che “scelgono” di avere la fornitura di elettricità discontinua in modo da poter comprare il cibo tutti i giorni, criminali pattugliano le strade in cerca del “nemico”. L’ideologia nazista sta avendo un’altra rinascita, come anche la fame e le privazioni, e infetta ancora una volta il nostro tessuto sociale. E mentre le nostre istituzioni, i nostri sindacati, le nostre organizzazioni e principi culturali si trasformano in gusci vuoti, il campo è libero per i bigotti, i razzisti, gli sfruttatori del disagio generale e della disperazione. Ahimè, l’uovo del serpente è riapparso di nuovo in Europa e per le stesse ragioni per cui apparve allora.

Il tuo Paese ed il mio condividono molto di più di questa triste storia anche se dimentichiamo di ammetterlo. Prima della guerra, entrambe le nostre società diedero vita e tollerarono regimi fascisti. Il tuo Mussolini ed il mio Metaxas possono anche esser finiti a farsi la guerra uno con l’altro, ma entrambi erano il prodotto di fallimenti politici e disastri economici molto simili al comune destino che assilla attualmente i nostri due paesi. Sento che oggi in Europa è al lavoro una strana geografia: l’Irlanda continua a dire che non è come la Grecia, il Portogallo ripete che non è come l’Irlanda, la Spagna urla che non è come il Portogallo e, ovviamente, l’Italia vuole credere di non essere come la Spagna. Faccio appello a te: dobbiamo smettere di negare i nostri comuni disagi. Ovviamente, l’Italia non è la Grecia, ma nonostante questo, i guai crescenti in cui l’Italia si trova oggi, proprio mentre ti scrivo, è inutile separarli o distinguerli dai guai in cui versa oggi il mio Paese. La nostra “malattia” ha provocato forse una febbre maggiore di quella che avete voi ora ma, credimi, si tratta dello stesso virus. Domani, forse, la vostra febbre salirà ai livelli della nostra febbre di oggi.

Molte persone che conosco al di fuori della Grecia, compresi colleghi economisti, fanno l’errore di pensare che la Grecia stia vivendo attualmente una profonda recessione. Lasciami dire che questa non è una recessione. Questa è una depressione. Qual è la differenza? Le recessioni sono semplici flessioni. Periodi di attività economica ridotta e di maggiore disoccupazione. Come noi insegniamo ai nostri studenti, le recessioni stanno al capitalismo come l’Inferno sta alla Cristianità: sgradevole ma essenziale perché il “sistema” funzioni. Periodi di recessione possono risultare risolutivi e provvidenziali poiché “spazzano via” dall’ecosistema economico tutto ciò che non è efficiente, tutte le aziende che non dovrebbero esistere, i prodotti non più di moda, le tecniche di produzione obsolete, insomma, per usare una metafora, tutti i dinosauri.

Ma quello che avviene oggi in Grecia non è affatto una recessione! In Grecia, oggi, tutti stanno andando giù: l’efficiente e l’inefficiente, il produttivo e l’improduttivo, le imprese redditizie e quelle in perdita. Conosco fabbriche che esportano tutto quello che producono a clienti soddisfatti, carichi di commesse, con un’invidiabile tradizione di utili; ebbene, oggi si trovano sull’orlo della bancarotta. Perché? Perché i fornitori esteri non accettano più le loro garanzie bancarie necessarie perché si riforniscano di materie prime, poiché nessuno ha più fiducia delle Banche Greche. Con i circuiti bancari ormai spezzati, questa crisi sta affondando ogni possibile imbarcazione, buona o meno buona che sia, come per assicurarsi che niente resti più in superficie.

E più si riducono i salari, più aumentano le tasse, più si riducono gli aiuti alla disoccupazione, più grande si fa la voragine in cui tutti stanno sprofondando. Se qualcuno volesse spiegare il concetto del “circolo vizioso”, la Grecia di oggi è un perfetto oggetto di studio.

Tra me e te, da professore economista a professore economista, devo confessarti un profondo senso di vergogna per la mia professione. Tu sai che altri accademici spesso ci definiscono dei “sismologhi”, insinuando che siamo come loro inutili ed incapaci nel prevedere il fenomeno che studiamo.

E’ proprio così. Come professione, non siamo mai stati capaci di avvisare il mondo di un imminente cataclisma. Forse alcuni economisti isolati lo hanno anche fatto ma, purtroppo, un orologio rotto segna l’ora giusta solo due volte al giorno. No, come corpo di scienziati ci siamo dimostrati incapaci tanto quanto i sismologhi nel saper dire dove, quando e con quale intensità colpirà il prossimo terremoto.

Pensaci un momento: dietro ogni nefasta operazione CDO di cartolarizzazione del debito (CDO - collateralized debt obligation), dietro qualsiasi operazione d’ingegneria finanziaria, s’intravedeva l’ombra di qualcuno di noi. Dietro ogni politica economica responsabile della crescita a “schema di Ponzi” (cioè “falsa”) prima del 2008, troviamo sempre la figura di un qualche rinomato e rispettato economista che stava lì a dare la copertura ideologica alla politica adottata.

Dietro tutte le misure di austerità che vengono prese oggi, misure che soffocano le nostre società, ancora una volta troviamo nostri colleghi accademici, i cui modelli e teorie conferiscono autorevolezza e giustificazione alle politiche che vengono imposte alla popolazione. In breve, io e te siamo colpevoli di ciò che stanno soffrendo le persone in Grecia e in Italia. Anche se non condividevamo quei modelli economici in particolare, non abbiamo fatto abbastanza per avvertire il mondo della loro potenziale “tossicità”. Davvero, noi siamo colpevoli.

La settimana scorsa una mia ex-studentessa, malata di cancro, non riusciva più a trovare i farmaci per la chemioterapia di cui ha bisogno, a causa della rottura dell’accordo tra lo stato e l’ordine dei farmacisti (sono in sciopero perché lo stato non li paga da diciotto mesi). Un gruppo di noi suoi ex-professori (tutti economisti) ci siamo messi d’accordo e abbiamo raccolto il denaro necessario per pagare i suoi farmaci a prezzo intero. Per quanto utile sia stato questo gesto, non ci esonera. La nostra colpa resta, uguale a com’era prima di questo gesto. Perché noi eravamo quelli che insegnavano agli studenti l’efficacia dei mercati finanziari, noi avevamo permesso all’era del sistema finanziario “alla Ponzi” di essere definita “La Grande Moderatrice”, noi avevamo chiesto ai nostri studenti di aver fiducia nella capacità delle istituzioni finanziarie di dare il giusto prezzo al rischio. Noi ci siamo seduti lì a guardare mentre i nostri studenti leggevano nei loro libri di testo la grande menzogna che i mercati si autoregolano e che la miglior cosa che uno stato possa fare è di liberare il campo e lasciare che i mercati compiano il loro miracolo. Sì, caro collega, le nostre teste dovrebbero penzolare al pubblico ludibrio. Anche se, individualmente, abbiamo talvolta messo in discussione la “saggezza” convenzionale del nostro mestiere.

Prima di concludere questa lettera, vorrei evocare un’immagine duratura con cui descrivere il modo in cui si sente oggi la mia gente, la gente della Grecia. Ti ricordi il brillante film di Fellini E la nave va? Ti ricordi i profughi di guerra sul ponte, che l’equipaggio trattava con sufficienza? Mi fermo qui nella loro descrizione. Sono certo che ricordi il modo in cui Fellini li dipinse magistralmente. Ecco, è così che si sentono oggi i Greci, e per un motivo preciso anche, dato il ruolo di capro espiatorio che gli è stato affibbiato, come fosse il primo pezzo del domino che cade portandosi appresso una lunga catena di altri pezzi, minacciando l’intera Europa con una versione post-moderna di un tempo passato.

Con tristezza.
Sinceramente tuo.
Yanis Varoufakis

Madrid 11 luglio 2012





THE 14th of JULY
THE REGAIN OF LA BASTILLE
5 protesters at the G.8 in Genoa convicted for 50 years in jail
None of the police officers responsible of the massacre at Diaz school will go to prison

venerdì 13 luglio 2012

L’elemosina

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
           Francoforte vede «incertezza» e «peggioramento» nell’economia, problemi enormi sui mercati finanziari, ma si preoccupa di «flessibilizzare» e svalorizzare il lavoro. La volatilità delle obbligazioni «ai livelli di prima di Lehmann Brothers»
Lo sguardo che la Bce posa sulle popolazioni d’Europa all’inizio del terzo millennio è ancora quello di chi decideva – tre secoli fa – di recintare in enclosures le «terre comuni» d’Inghilterra. C’è infatti un passaggio del Bollettino mensile, pubblicato ieri, che «consiglia» ai vari governi di «incoraggiare la flessibilità dei mercati del lavoro e la moderazione salariale, in modo da agevolare la riallocazione settoriale dei lavoratori in esubero, favorire la creazione di posti di lavoro e ridurre così la disoccupazione». Il suggerimento arriva subito dopo la constatazione che «in vari paesi la correzione al ribasso dei salari è stata modesta, e ciò malgrado l’aumento della disoccupazione, a indicazione della necessità di ulteriori riforme che favoriscano la flessibilità dei salari».
Non c’è quasi bisogno di tradurre: i salari si sono abbassati troppo poco e questo non aiuta la «riallocazione» di chi perde il lavoro, quindi dovreste agire sul piano legislativo. L’«apprezzamento» per una controriforma del mercato del lavoro che taglia – tra le altre cose – gli ammortizzatori sociali non potrebbe essere più sincera; tutta quella gente che non potrà più contare su una cassa integrazione o mobilità «lunga» sarà costretta ad accettare qualsiasi lavoro e qualsiasi salario. E infatti l’Aspi (nuova denominazione dell’indennità di disoccupazione) disegnato da Elsa Fornero può esser revocato se non si accetta un lavoro retribuito il 20% in meno dell’Aspi stesso (in pratica, a seconda dei periodi, tra i 600 e gli 800 euro lordi).
Come ai tempi delle enclosures, dunque, si creano a tavolino, lucidamente e senza una lacrima, quei recinti e corridoi che dovrebbero incanalare le greggi umane verso «datori di lavoro» che potranno pagarli pochissimo. Allora si cacciavano i contadini dalle campagne e li si spingeva verso le nascenti manifatture cittadine; oggi si «flessibilizza» chi aveva un «posto fisso», lo si rende facilmente licenziabile, per fare di tutti – «equamente» – dei precari disposti a tutto, per pochi euro.
È il passaggio socialmente più scabroso di un documento come al solito molto cauto nel fotografare il momento economico. L’«incertezza» regna sovrana, con una «congiuntura» che resta debole o in aperta recessione (ma la Bce preferisce parlare di «stagnazione nel primo trimestre»). Ma in ogni caso gli indicatori segnalano che nel secondo, appena concluso, c’è stato «un nuovo indebolimento dell’espansione economica». Un eufemismo per dire contrazione.
Naturalmente, in questo quadro le «pressioni inflazionistiche» sono pressoché nulle, al punto che unici pericoli possono arrivare dal prezzo dell’energia (specie se dovesse aumentare la tensione in Medioriente) e, non troppo paradossalmente, da «ulteriori incrementi delle imposte dirette, dovuti all’esigenza di risanare i conti pubblici».
I rischi veri vengono dal «mercato obbligazionario», quindi fondamentalmente dai titoli di stato di tutta Europa (esclusa la Germania e pochi altri piccoli paesi del grande Nord). Qui «la volatilità» di prezzi e rendimenti «rimane elevata e attualmente si colloca su livelli vicini a quelli prevalenti poco prima del fallimento di Lehmann Brothers». L’unico conforto, per la Bce, viene dal fatto che questo livello preoccupante resta comunque inferiore a quello registrato a fine 2011, quando – per esempio – lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi raggiunse quota 575 punti, imponendo a Berlusconi l’inevitabile passo indietro.
A medio periodo, l’istituto di Francoforte spera in una «graduale ripresa della zona euro», ma non può ignorare che questa «dinamica» è condizionata dalle «tensioni in alcuni mercati del debito sovrano» (in parole povere: Grecia, Portogallo, Spagna e Italia), che inevitabilmente pesano anche su «condizioni di credito», «processi di aggiustamento dei bilanci» ed «elevata disoccupazione».
Rispetto all’Italia, per esempio, i «processi di aggiustamento» rischiano di impattare duramente il settore delle costruzioni, indebolito dall’introduzione dell’Imu e dalla «graduale cancellazione delle detrazioni fiscali a favore dell’investimento nel settore residenziale». Un effetto immediatamente recessivo, dunque, ma che può trasformarsi a breve in una svalutazione generale del patrimonio immobiliare. Ovvero l’esplosione di un’altra «bolla» che peserebbe non solo sulle famiglie, ma anche sui bilanci delle banche, che hanno proprio gli immobili, in genere, come «garanzia» dei prestiti erogati.

La finanza non cambia, la società va difesa.

di Claudio Gnesutta

"Non esistono soluzioni facili e immediate alla crisi". Nella relazione della Banca dei regolamenti internazionali, una conferma del fatto che la crisi è strutturale e che non ci sono margini nel sistema per riattivare la crescita. È per questo che l'unica strada è cambiare strada

“Chi spera in una soluzione facile e immediata continuerà a essere deluso: soluzioni di questo tipo non esistono.” L’affermazione è della Banca dei Regolamenti Internazionali (82a Relazione annuale, 24 giugno 2012, p. 8), istituzione internazionale il cui compito è di promuovere la collaborazione tra le banche centrali.
L’interpretazione delle Bri è di particolare interesse poiché scaturisce da un’analisi attenta e convincente del processo in atto. Il punto cruciale del quadro interpretativo è individuato – in modo non inedito – nel fatto che la crisi sia una crisi di indebitamente generalizzato e che il processo in atto e le prospettive future derivano dai comportamenti “normali” dei singoli soggetti indotti a privilegiare a ricostituire il proprio equilibrio patrimoniale. Non è certo una novità che le famiglie siano indebitate e siano costrette a risparmiare per rientrare dai loro debiti; che le imprese utilizzino i loro profitti per ridurre l’indebitamento piuttosto che finanziare nuovi investimenti; che il settore pubblico sia sotto pressione per realizzare avanzi correnti e ridurre il debito accumulato nel passato; che le banche e le altre istituzioni finanziarie, appesantite da titoli tossici e dalla perdita di valore di crediti e titoli, siano indotte a utilizzare i redditi correnti per ammortizzare le perdite prima di pensare ad espandere il credito all’economia. Il fatto che tutti i settori dell’economia registrino la medesima situazione segnala che non vi sono margini all’interno del sistema in grado di riattivare la crescita; la crisi è sistemica, di un intero sistema economico e sociale dai carenti meccanismi autoregolatori.
Non si tratta certamente di una novità, se non per il fatto che proviene da un’autorevole istituzione mainstream. Non dovrebbe sorprendere nemmeno l’implicazione che “lentezza del processo di deleveraging in tutti i maggiori settori dell'attività economica contribuisce a spiegare perché la ripresa nelle economie avanzate sia stata così debole”. È evidente che “i tentativi di aggiustamento di ciascun gruppo peggiorano la posizione degli altri” dato che “il settore finanziario esercita pressioni sui governi e rallenta la riduzione dell'indebitamento da parte di famiglie e imprese. I governi, a causa del deterioramento della loro affidabilità creditizia e dell'esigenza di risanare conti pubblici, stanno minando la capacità di recupero degli altri settori. Infine, il processo di deleveraging di famiglie e imprese incide negativamente sulla ripresa di governi e banche”. Una crisi da indebitamento generalizzato comporta inevitabilmente una compressione generalizzata della domanda e quindi dei redditi creando una situazione paradossale in cui l’obiettivo prioritario di ridurre l’indebitamento comporta una compressione dei redditi che impedisce la riduzione del debito. Un’osservazione che, ampiamente sviluppata per il debito pubblico, vale per tutti i settori generando non uno ma “molteplici circoli viziosi.” Un messaggio più chiaro di così non si potrebbe avere per una classe dirigente europea che, incapace di vedere gli effetti complessivi del meccanismo in atto, si trincera dietro a giudizi moralistici (talvolta fondati) sulla correttezza dei comportamenti altrui e propone (in maniera infondata) come prioritario un intervento per mettere ordina in casa propria.
Le difficoltà non si esauriscono qui, poiché nonostante quanto è successo vi è la preoccupazione che le principali banche continuino “ad accrescere la leva finanziaria” (espandendo le operazioni in derivati, ovvero le loro posizioni speculative) “senza prestare la debita attenzione alle conseguenze di un possibile fallimento”. Pare che stiano “gradualmente riassumendo il profilo di elevata rischiosità che le caratterizzava prima della crisi”, ovviamente sempre nella convinzione che, qualsiasi cosa succeda, sarà il settore pubblico a farsi carico della loro insolvenza.
Dall’analisi presentata, tre aspetti dovrebbero balzare immediatamente all’attenzione di qualsiasi autorità di politica economica.

L’alternativa all’austerità

il manifesto | Autore: Guido Viale
       
A otto mesi dall’insediamento del governo Monti bisognerebbe chiedersi: l’economia italiana sta meglio o peggio? E sta meglio o peggio la democrazia ad essa legata a doppio filo? Quanto a occupazione, redditi popolari e del lavoro, servizi sociali stiamo sicuramente peggio; ma siamo ripagati in termini di migliori prospettive? Abbiamo subito un decreto Salvaitalia, ma, usando gli indicatori di chi ci governa, spread e rapporti debito/Pil e deficit/Pil, il paese non si è allontanato di un centimetro dal baratro. Abbiamo subito due decreti per la crescita – il terzo è in arrivo – che hanno massacrato servizi, pensioni e lavoratori del privato e del pubblico impiego; ma, a parte le cifre a suo tempo sparate dal premier tecnico (le ricordo: Pil +11% per cento; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18), ci stiamo avvicinando – per usare la sua metafora – più alla Grecia che alla Germania. O forse anche la Germania sta avvicinandosi a noi.
Infatti la differenza rispetto a otto mesi fa c’è: allora era in bilico un ristretto numero di Stati dell’Ue, tra cui non si sapeva se includere o no anche l’Italia. Oggi è l’intera costruzione dell’Unione Europea a trovarsi sull’orlo di un baratro, senza che la sua governance si mostri disposta o capace di imporre una svolta: meno che mai in termini di sostenibilità o di equità. Ma non va più tanto bene neanche l’economia tedesca, che pure è stata la principale beneficiaria dell’euro: sono sue le banche che avevano lucrato di più sull’indebitamento pubblico e privato dei paesi oggi stremati dal debito; e quei debiti hanno finanziato quasi metà del suo export, mentre l’altra metà di quell’export è stata facilitata da una moneta svalutata dalla debolezza di altri paesi dell’eurozona. Poi le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. L’economia degli Stati Uniti non recupera e quelle dei paesi emergenti ripiegano: sfuma così per l’Europa la speranza di una ripresa indotta dall’esterno. Peggio ancora se introduciamo nello scenario anche la crisi ambientale: Rio+20 ha reso evidente quanto la crisi economica abbia fatto arretrare le prospettive di sostenibilità messe all’ordine del giorno dal summit di venti anni fa.
La seconda cosa da chiedersi è se tutto ciò sia solo frutto di politiche sbagliate, restrittive invece che espansive, cioè dell’applicazione di una cattiva teoria, come sembrano sostenere molti economisti di matrice keynesiana; o se non emerga invece un’intrinseca insostenibilità dell’economia-mondo così come si è andata configurando nel corso degli ultimi decenni. La finanziarizzazione dell’economia è conseguenza diretta del progressivo allontanamento dei centri di comando del capitale dal lavoro e dalle sedi in cui esso si svolge. Delocalizzazioni e diffusione di subappalto, subfornitura e precariato hanno caratterizzato l’evoluzione del sistema nel corso degli ultimi decenni; un processo reso possibile dalla libera circolazione di merci e capitali e dal web, che consente il governo a distanza di progetti, impianti, fornitori e clienti.
Questa trasmigrazione del potere dall’economia reale alla finanza ha coinvolto, non senza la loro complicità, anche Stati e governi, che hanno visto in questa delega il mezzo più efficace per contenere i salari e la spesa pubblica impegnata nel welfare. Di qui quel trasferimento di una quota consistente di Pil (mediamente il 10 per cento) dai redditi da lavoro ai profitti e alla rendita registrato in tutte le economie occidentali nei tre ultimi decenni. Ma è un vicolo cieco: la compressione dei redditi da lavoro riduce la domanda e deprime produzione e Pil mentre il sostegno della domanda con politiche salariali e monetarie espansive comprime i profitti e mette in forse i trasferimenti di risorse mediati dal debito. Un equilibrio tra queste spinte contrapposte non è stato trovato; né aiutano a trovarlo la crisi ambientale e l’aumento delle diseguaglianze territoriali sociali e di genere.
Ma – terza domanda – se così è, se riprendere la strada dell’espansione economica percorsa decenni fa non è più possibile, dove si va? Dove ci portano l’euro e la governance dell’Ue? Ovvero, che differenza c’è tra questa austerità senza crescita imposta dai vincoli finanziari – che peggiora sempre più la vita di chi lavora, dei tanti senza lavoro né reddito, e la tenuta stessa di un numero crescente di imprese – e le conseguenze di una bancarotta di Stato (il default)? Sono cose che si intrecciano in modo sempre più stretto, come in Grecia, che un default negoziato l’ha già attraversato (anche se hanno cercato di non chiamarlo così) e altri ne ha in vista. Ma se questa è la prospettiva per i cosiddetti Pigs, e per gli altri Stati che ogni giorno si aggiungono alla lista, non sarebbe il caso di affrontare tutti insieme, con una piattaforma comune, un inevitabile scontro con il potere ex lege dell’alta finanza (vedi caso Barclays)?
Per questo le politiche espansive e le loro ipotetiche conseguenze benefiche non possono essere trattate come opzioni disponibili alle compagini politiche in campo. Bisognerebbe studiare piuttosto i problemi connessi alla costruzione di un’alternativa radicale al potere della finanza. Per esempio: con che strumenti e quali conseguenze si possono affrontare situazioni estreme, come quelle già in atto in Grecia, o che vanno delineandosi in Portogallo – e domani, chissà? – in assenza delle leve tradizionali di politica economica? Cioè senza accesso al deficit spending, con la paralisi degli investimenti privati, con una contrazione di redditi da lavoro e consumi, alle prese con continui tagli della spesa pubblica. Possono servire, per contrastare queste situazioni, il prelievo sulle transazioni finanziarie, maggiori tasse su redditi e patrimonio dei ricchi e una redistribuzione della spesa pubblica tra capitoli diversi del bilancio. Ma è urgente aprire un dibattito su possibilità, potenzialità e modalità di un processo di riconversione radicale, promosso dal basso, in forma partecipata, visto che dall’alto niente di buono è in arrivo. Che è poi una road map per riprendere in mano le proprie vite.
Partendo dal fondo: una vera spending review per eliminare gli sprechi – ma anche per stabilire che cosa è spreco e che cosa non lo è – e per decidere adeguamenti occupazionali e formativi e, eventualmente, trasferimenti da servizi ridondanti a servizi carenti di personale dovrebbe coinvolgere in un dibattito articolato servizio per servizio tutto il personale della Pubblica amministrazione e una adeguata rappresentanza delle diverse platee di utenti. Nelle aziende in crisi e in quelle che non hanno più mercato o che producono cose inutili o nocive come armi o Suv, è urgente avviare un pubblico confronto con le maestranze, ma che coinvolga anche le comunità, i governi locali e l’imprenditoria tutta – pubblica, privata, cooperativa, sociale o potenziale – dei territori di riferimento su possibilità e potenzialità (soprattutto occupazionali) di una riconversione. Non si tratta solo di progettare nuovi processi produttivi, ma anche e soprattutto di trovare in quegli stessi territori, o altrove, la domanda necessaria a sostenere le nuove produzioni. I mezzi del trasporto pubblico – di massa e personalizzato – gli impianti e i materiali per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica, la difesa degli assetti idrogeologici e la prevenzione antisismica, il recupero degli edifici dismessi, la valorizzazione dei beni culturali e, soprattutto, un’agricoltura ecologica a km0 e un’alimentazione più sana possono essere i motori di questi processi. Si può cominciare subito a porre il problema, azienda per azienda, o in ogni territorio. Oppure si deve aspettare, come in Argentina, che i padroni abbandonino impianti e lavoratori per poi ricominciare faticosamente a produrre nelle fabbriche requisite quello che si sarebbe potuto continuare a fare prevenendone la chiusura? Ma è nei servizi pubblici locali (servizio idrico, rifiuti, energia, mobilità, mense e mercati, nidi e assistenza) che vanno innescate già ora le prime forme di riconversione gestionale. Certo per tutte queste cose ci vogliono risorse; ma senza programmi e progetti chiari non ha nemmeno senso rivendicarle.
Poi, anche e soprattutto nella vita quotidiana è possibile avere di più con meno: il paniere dei nostri consumi è pieno di sprechi, dal cibo che scartiamo a molti imballaggi, dai gadget agli stili di vita imposti; ma una conversione in questo campo non può essere affidata solo alle scelte individuali; deve essere oggetto di progetti di autoeducazione collettiva e di accordi diretti tra produzione e consumo in cui i governi locali possono giocare un ruolo decisivo. Infine, per alimentare l’economia di un territorio, l’introduzione di monete locali non convertibili – o di sistemi di scambio fondati su crediti e debiti certificati – può concorrere a contenere gli effetti depressivi delle strette fiscali, creditizie e salariali: si tratta di soluzioni già in vigore in diverse comunità colpite dalla crisi e ampiamente diffuse nel periodo tra le due guerre del secolo scorso. Oggi il ricorso alle tecnologie elettroniche potrebbe renderle più efficaci e diffuse. Se si intraprendono tutte queste cose diventa possibile sostenere le conseguenze di una moratoria o di una ristrutturazione unilaterali del debito pubblico, comunque preferibili a un’austerità senza sbocco, al termine della quale non c’è che una catastrofe di tipo greco. O no?

Le due austerità: Berlinguer vs Monti


L’austerità è un modo di essere. In questo senso Enrico Berlinguer e Mario Monti hanno, almeno in apparenza, non poco in comune in termini di garbo e sobrietà.Ma l’austerità è stata, e resta oggi, anche un progetto politico. In quanto progetto economico e culturale l’austerità berlingueriana degli anni Settanta e quella montiana dei Giorni nostri non hanno assolutamente nulla in comune.
“Austerità occasione per trasformare l’Italia”, così venne intitolato l’intervento di Berlinguer, ristampato anche di recente, in un convegno al teatro Eliseo nel 1977. Fu un intervento criticato da intellettuali di larghe vedute come Norberto Bobbio
e in modo particolarmente duro dai socialisti dell’epoca che vi leggevano il segno di un’ispirazione pretesca e moralizzatrice assolutamente fuori sintonia con lo spirito dei tempi.
Quali erano le premesse dalle quali prendeva le mosse il leader comunista? L’idea di fondo era che nella prima metà degli anni Settanta tre cambiamenti epocali avevano sconvolto la società italiana ed europea: in primo luogo le travolgenti conquiste del movimento operaio nel secondo biennio rosso del ’68-’69; poi la fine del sistema di Bretton Woods con il ridimensionamento della centralità del dollaro; e infine l’uscita dei Paesi del Terzo Mondo dallo stato di minorità, così come reso evidente dalla shock petrolifero del ’73. Queste tre sfide necessitavano di risposte all’altezza. Occorreva muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato su una riduzione della crescita dei consumi e della produzione in modo da lasciar spazio ai popoli emergenti e concentrarsi verso gli investimenti nella cultura, nei servizi alla persona, nella mobilità pubblica. Il processo avrebbe potuto comportare qualche sacrificio salariale per la classe operaia, ma in cambio di una rivoluzione produttiva che non avrebbe intaccato ma semmai accresciuto i diritti dei lavoratori e di una trasformazione produttiva dell’economia che avrebbe posto l’accento sulla qualità piuttosto sulla quantità. Tutto ciò si legava a discorsi che in parallelo facevano i più innovativi fra i leader socialdemocratici dell’epoca – da Palme a Brandt a Kreisky – nonché intellettuali in tutto il mondo, da Ivan Illich allo stesso Pasolini della critica al neofascismo dei consumi.
A ben vedere si trattava anche di una critica al tradizionale impostazione socialdemocratica che era, e ancora oggi sembra restare, più interessata alla redistribuzione dei proventi della crescita che alla qualità di questa crescita e alla partecipazione diretta alla gestione di produzione e servizi.Cos’è invece l’austerità di Monti? L’austerità montiana non è altro che la presa d’atto delle classi dirigenti finanziarie e produttive europee che il modello di crescita occidentale, ed europeo in particolare, non è più in grado di sostenere in tutto il Continente la spesa statale in stipendi e servizi pubblici.
L’idea è dunque quella che i Paesi europei “periferici” tirino la cinghia in termini salariali, occupazionali, nonché in termini di riduzione della spesa pubblica fino al punto di invogliare nuovamente i capitalisti ad investire. Come locuste i capitalisti dovrebbero allora calare in massa nell’Europa periferica, o semplicemente sbloccare le ricchezze accumulate in attesa di tempi migliori, grazie ad un abbassamento delle tutele dei lavoratori, del peso della tassazione e a nuove opportunità innescate con la privatizzazione di servizi e concessioni in precedenza forniti dalla Stato. La politica dell’austerità montiana, dettata da una miscela ideologica proposta in primo luogo dalla Banca centrale europea e dalla Germania, diventa così il coronamento del trentennio neoliberista.


FRANCE HAVING A SECOND THOUGHT ABOUT THE CONTROVERSIAL LYON-TURIN HIGH SPEED TRAIN

Soft o hard ...

Soft o hard, il memorandum arriverà anche qui in Italia. Parola di Monti
Sta suscitando grande inquietudine nei palazzi della politica lo spettro evocato dal presidente del Consiglio subito dopo l'Ecofin: il fantasma del Memorandum. Monti non ha per nulla escluso che, nel caso di spread fuori controllo, l'Italia possa chiedere soccorso al Fondo salvastati; anzi, per la prima volta ieri ha dato l'impressione che prima o poi ciò potrà accadere. Una cosa che si attende ormai da tempo. Prima ti costringono a tagliare e a fare le riforme per comprimere i diritti, poi ti stringono definitivamente il cappio al collo con il Memorandum.

Anche se Monti ha precisato che per l'Italia non sarebbe comunque un'umiliazione, cioè che a differenza della Grecia dovremmo sottoscrivere con l'Europa una lista di impegni molto meno gravosa, in pratica la conferma di «un memorandum in versione light», si tratta sempre di cedere ai ricatti dei 'capi' d'Europa, dalla Bce all'Ue.

Proprio come accadde in Grecia, l'eventuale Memorandum dovrebbe essere sottoscritto non solo dal Parlamento uscente, ma da tutti i leader impegnati nella campagna elettorale... Ci sarà da divertirsi...

giovedì 12 luglio 2012

VOTI A PERDERE

Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi
       
Il più sguaiato dei tribuni e il più felpato degli editorialisti di questi tempi hanno una cosa in comune. Si lamentano che i politici, tutti, non lavorano abbastanza. Bene. Per una volta possono darsi pace, dando uno sguardo ai calendari della camera e del senato. Stanno lavorando. Per la precisione stanno votando a testa bassa un decreto via l'altro, una fiducia e un'altra ancora. Questo è il «lavoro» che è ridotto a fare il parlamento, e dovrà farlo per tutto luglio e anche agosto. Il presidente della Repubblica che con altri governi tuonava contro l'eccesso dei decreti e delle fiducie e che, con i tecnici già in sella, aveva promesso «un vaglio rigoroso», non interviene. Anzi, quando interviene lo fa per rimproverare il parlamento e respingere ogni critica al governo.

Tra la camera e il senato c'è una fila di undici decreti da convertire, con argomenti che variano dal terremoto agli italiani all'estero, dalla crescita alla sanità alle dismissioni e con scadenze che non vanno oltre la fine del mese venturo. Poi ci sono anche un paio di leggi delega. Deputati e senatori della strana maggioranza sono lì che votano. Dissentire non possono, perché altrimenti sale lo spread. Modificare neppure, perché piomba la questione di fiducia. Si va avanti così ed è interessante verificare - dal sito del ministro per i rapporti con il parlamento - come il governo abbia sempre avuto bisogno della fiducia sui suoi provvedimenti tranne che per la ratifica dei trattati internazionali o la proroga delle missioni militari.

Questo è lo stato dei rapporti di forza tra l'esecutivo e il parlamento oggi, questa è la condizione reale del Palazzo: dove la retorica anticasta disegna il centro del (malvagio) potere c'è invece un seggio elettorale permanente che può solo accendere la luce verde. Poi uno si domanda cosa abbiano in testa quelli che questa situazione vogliono perpetuare, e chiedono a Monti di restare a palazzo Chigi anche dopo le elezioni. O, peggio, quelli che vogliono riformare la Costituzione perché il governo ha troppo pochi poteri e dev'essere «rafforzato».

Naturalmente, i più impegnati in quest'opera di devastazione del potere legislativo sono proprio alcuni parlamentari. Quello che avviene a proposito di riforme istituzionali e legge elettorale lo dimostra. E non sempre sono i peggiori a fare danni. Per esempio, l'idea di sciogliere il dilemma della forma di governo chiamando i cittadini a un bel referendum sul semipresidenzialismo di antico sapore craxiano è un'idea del Pd. Democratica è anche un'altra trovata di genio, stavolta sulla legge elettorale. Il parlamento non decide? Male, anzi bene. Si può affidare ai cittadini il compito di scegliersi la legge elettorale con un referendum «deliberativo» (un altro) che metta in gara i vari sistemi: volete voi l'uninominale? il doppio turno? lo scorporo? preferite il metodo D'Hondt o quello Hare? Dopo di che il parlamento potrebbe anche chiudere per inutilità. Con dei difensori così non ha bisogno di altri nemici.

ENOUGH! WE CAN'T HELP THE BANKS WITH OUR BLOOD
BASTA!  NON POSSIAMO AIUTARE LE BANCHE COL NOSTRO SANGUE

mercoledì 11 luglio 2012

La vera dittatura

Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio
        In nome della grande crisi si sta configurando un’Europa a due velocità. Sul piano economico e su quello sociale. Obiettivo: spremere il lavoro fino all’ultima goccia di sudore. Perché una parte della sinistra lo avalla senza riserve?
Le parole sono pietre, pensava uno dei nostri maggiori, non per caso dimenticato. E sono importanti, aggiunse Nanni Moretti in un memorabile dialogo di Palombella rossa. Per questo non convincevano, nei recenti anni bui del Cavaliere, le analisi che discorrevano a giorni alterni di un nuovo regime e di un nuovo fascismo, ferma restando, ovviamente, l’estrema gravità di quanto è accaduto in questo paese nell’ultimo ventennio. È discutibile che sia una buona idea alzare i toni e forzare i concetti. Ed è tutt’altro che ovvio che spararla grossa aiuti a far comprendere e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Più probabilmente gli eccessi sortiscono l’effetto opposto, come scoprì a proprie spese il pastorello di Esopo che si divertiva a terrorizzare il villaggio urlando per scherzo «Al lupo! Al lupo!».
Oggi però qualche dubbio insorge. Si provi a riflettere sul nuovo ordine europeo che sta prendendo forma sotto i nostri occhi con il pretesto della grande crisi. L’Europa a due velocità che sta nel cuore e nella mente dell’establishment tedesco prevede una rigida gerarchia tra i paesi forti (che esportano merci e capitali aggiogando gli altri alla catena del debito e sfruttando sul mercato finanziario i vantaggi della propria potenza) e i paesi deboli, intrappolati nella prigione di una moneta unica costruita su misura nell’interesse dei più ricchi, e privati della possibilità di sfruttare la debolezza della propria valuta e di utilizzare la spesa in debito come meccanismo di redistribuzione e di sviluppo.
Le due velocità non riguardano soltanto i rapporti internazionali, ma anche quelli sociali, all’interno dei singoli paesi. Come ci rammenta Luciano Gallino, la lotta di classe funziona ancora, anche se sembra ricordarsene solo il capitale. Ricchi e poveri (detentori di capitale e gente costretta a campare di salario, stipendio o pensione) esistono, in proporzioni diverse, in tutti i paesi. E corrono ovunque a velocità diverse. Un capitalista greco (o italiano o spagnolo) andrà sempre molto più veloce di un operaio tedesco, anche se Atene sta sprofondando all’inferno per colpa di Berlino. Troppo spesso si perde di vista l’intreccio tra piano nazionale e piano internazionale, nonostante sia uno snodo cruciale della dominazione coloniale, sulla quale la storia degli ultimi due secoli avrebbe dovuto renderci edotti. La metropoli europea (la Germania, sino a ieri con l’attivo sostegno di Francia e Stati uniti) domina il continente anche attraverso i proconsoli (o i Gauleiter) di cui dispone in periferia. I quali governano, per così dire, su suo mandato, col compito di garantire, se non il consenso, almeno l’obbedienza delle popolazioni ai diktat della cosiddetta Unione europea.
Ma veniamo alla sostanza. A che cosa serve questo nuovo ordine? Detto in volgare, a spremere il lavoro (le classi medie, oltre a quello che un tempo si chiamava proletariato) sino all’ultima goccia di sudore e di sangue. Se la si smettesse una buona volta di cianciare di ripianamento del debito e si cominciasse a dire pane al pane, si parlarebbe di una gigantesca rapina a mano armata. Indubbiamente molto adatta a governanti virili, decisi, freddi e insensibili agli scrupoli di un melenso umanitarismo. Quando si dice «debito pubblico», si lascia intendere che siamo tutti indebitati, ma la verità è che una parte di questo paese, a cominciare dai padroni delle banche, possiede il 63% del debito italiano. Questi sono creditori, non debitori. Ci si vuol spiegare una volta per tutte come hanno fatto costoro ad accumulare questo credito, chi e perché glielo ha consentito? E si vuol dire con chiarezza agli italiani che l’Italia non è affatto povera, ma un paese diviso tra moltissimi sempre più poveri e pochi, pochissimi, sempre più ricchi, che oggi impongono agli altri il proprio volere? Si vuol chiarire che tutte le scelte del governo (contro sanità e pensioni, salvo quelle d’oro, per esempio) e tutte le sue non-scelte (contro i patrimoni) dipendono dalla ferma volontà di tutelare i grandi creditori?
Chiamando in causa entità celesti («i mercati», «l’Europa») ed evocando lo «stato d’eccezione», si prendono decisioni «per il bene del paese» che incidono drammaticamente sulla vita e forse sulla morte di milioni di persone e che non hanno altra logica fuor che quella di remunerare a tassi usurari il capitale privato concentrato nelle mani di una oligarchia (una casta di cui non si parla mai) sempre più ristretta. Sino a ieri la sporca faccenda degli «esodati» è parsa il non plus ultra. Dopo le farneticazioni della Fornero sul non-diritto al lavoro e la ripresa del piano Brunetta contro gli statali sappiamo che dobbiamo aspettarci ben di peggio. Chi crede ancora che esistano argini o tabù non ha davvero capito con chi abbiamo a che fare. A noi l’idea di una società che prevede stermini per fame o malattia (si vedano i tassi di mortalità infantile negli Stati uniti) fa orrore, ma non dovremmo essere tanto sicuri che essa non appaia a qualcuno l’immagine più adeguata della modernità. Dopo tutto, fu uno dei padri della sociologia contemporanea a sostenere che la «sovrabbondanza numerica degli uomini» rispetto ai mezzi di sussistenza «rende necessaria l’eliminazione ininterrotta di coloro ai quali appartiene una meno forte capacità di conservarsi».
Non ci sono stivali né olio di ricino. E nemmeno campi di prigionia, salvo per i migranti. Ma quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è precisamente ciò di cui parlava Gramsci quando si domandava perché l’Europa tornasse «alla concezione dello Stato come pura forza» e chiamava in causa la «saturazione della classe borghese». La quale, incapace di coniugare remunerazione del capitale e sviluppo sociale, «non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa» recuperando «la concezione di casta chiusa» propria dell’aristocrazia feudale.
Certo, considerando le cose sul medio-lungo periodo, le scelte della cosiddetta classe dirigente italiana appaiono folli. Chi ha capitale e potere si sta arricchendo a tutto spiano grazie alla crisi, ma ritrovarsi in un paese allo stremo non sarà comodo per nessuno. Di questo passo, la periferia europea (l’Europa mediterranea e orientale, oltre all’Irlanda) sarà popolata da eserciti di poveri, disposti a lavorare per un’elemosina ma incapaci di comprarsi le merci prodotte in cambio di un salario da fame. E non è affatto detto che sarà tanto facile governare un’Europa così. Questi non sono gli Stati uniti: non ci sono i dividendi di un impero da distribuire alla plebe né un radicato individualismo (oltre che una lunga frequentazione con la schiavitù) a legittimare la miseria di massa. Non è un caso che in Italia per mettere in riga il movimento operaio si sia dovuto ricorrere al fascismo, e che per ridurre in servaggio mezza Europa Hitler abbia scatenato la guerra.
Ad ogni modo, che la destra sociale e politica avalli, legittimi e mascheri ideologicamente questa nuova guerra civile, è del tutto naturale. Non lo è affatto che a stare al gioco e a nobilitarlo con la retorica del «risanamento» e del «rigore» sia una parte della sinistra, ancorché la più moderata. E qui bisogna che ci si capisca una buona volta. Sono trent’anni che si racconta la favola della responsabilità e dei «sacrifici» che presto finiranno e poi sarà meglio per tutti. Cominciarono la Cgil ai tempi di Lama e il Pci di Berlinguer. Vogliamo fare finalmente i conti di questa brillante operazione? I conti economici, ma anche quelli sociali e politici, considerato che in trent’anni il lavoro ha perso – a stare bassi – oltre 150 miliardi di euro e gran parte dei diritti conquistati con le lotte; che le retribuzioni lorde in Italia sono sotto la media dell’Europa a 27 (non parliamo di quella a 17); che l’Italia ha privatizzato beni e imprese pubbliche per oltre 110 miliardi (più o meno quanto la Thatcher); che la componente maggioritaria della sinistra politica si è ridotta a coabitare nello stesso partito con quella che per oltre cinquant’anni è stata la sua controparte.
C’entra questa storia con quello che stiamo vivendo in questi giorni? C’entra eccome, perché delle due, l’una. O l’on. Bersani la smette di avallare le scorrerie della speculazione, le pretese della troika europea e la «macelleria sociale» del governo (Squinzi) e comincia finalmente a dire che il suo partito sosterrà solo misure che vadano nel senso della restituzione al lavoro della ricchezza sociale che gli è stata sottratta in questi decenni. Oppure è davvero inutile che si scaldi per convincerci che il Pd sostiene Monti nell’interesse generale o che corra dagli operai della Fiom a promettere che si batterà per una maggiore giustizia sociale. Oggi il principale compito della politica è rispondere alle persone che chiedono lavoro e rispetto dei propri diritti. Ma per poterlo assolvere si deve cominciare a dire le cose come stanno e smetterla di fabbricare veli d’ignoranza che impediscono al 99% della società di capire questa crisi cos’è, da dove nasce e chi veramente la sta pagando. Mai come in questo momento la verità è stata una necessità politica, se non proprio una forza rivoluzionaria.
Ps. Il presidente del Consiglio ha reagito alle critiche di quello della Confindustria accusandolo di essere un pericolo pubblico. Che cosa avrebbe detto la «grande stampa» se a reagire in modo così tollerante e civile fosse stato Berlusconi? Possibile che a nessuno più stia a cuore almeno la libertà di opinione?

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