Dopo l'euforia di Bruxelles, qualche riflessione a freddo induce al pessimismo. Più che per il poco che si è fatto, il vertice sarà ricordato per quel che non ha fatto per bloccare la speculazione e avviare davvero la crescita
“…il piano dell’Unione Europea (concordato a Bruxelles) è una soluzione decisiva che usa dei soldi che non esistono per comprare dei titoli che non verranno ripagati e questo attraverso un meccanismo sul quale bisogna ancora mettersi d’accordo…”
Può essere utile cercare di analizzare i risultati degli ultimi accordi di Bruxelles diversi giorni dopo l’evento, dopo in particolare che la fretta presente nei commenti a caldo di molti osservatori può ormai lasciare il campo ad una riflessione più analitica e più consapevole. Nel frattempo, la presunta vittoria di Monti al vertice ha persino apparentemente fermato una possibile crisi di governo in Italia, mentre la altrettanto presunta sconfitta della Merkel sta suscitando le ire di una parte dell’opinione pubblica tedesca, del partito cristianodemocratico bavarese, nonché dei governi olandese e finlandese. In realtà a noi sembra che si sia trattato, alla fine, dell’ennesimo vertice sui problemi dell’euro che lascia ancora una volta le cose come stavano; questo, salvo qualche non decisivo passo avanti, che serve a fermare per qualche giorno o al massimo per qualche mese una crisi che sembra sul fondo inarrestabile – qualcuno ha parlato di un treno che avanza lentamente verso il burrone- e continua ad essere senza sbocchi apparenti.
Lo scudo anti-spread
Monti si è recato al vertice di Bruxelles chiedendo un intervento automatico del fondo salva- stati nel caso in cui i tassi di interesse sui titoli pubblici di un paese superassero certi livelli predefiniti. In realtà, c’è da ricordare che questa possibilità di intervento esisteva già prima anche se non era mai stata usata e quindi da questo punto di vista non si è in realtà discusso di niente di sostanzialmente nuovo.
Tanto rumore per nulla, dunque? In gran parte sì. Ma almeno apparentemente le condizioni fissate per l’intervento sembrano a prima vista meno pesanti di prima, almeno secondo l’interpretazione di Monti, cosa che peraltro non è ancora certo sicura; i paesi nordici e forse anche la stessa Germania sembrano poco inclini ad accettare tale interpretazione. In ogni caso, per accedere operativamente al programma, l’Italia sarà soggetta al monitoraggio della Commissione Europea e della BCE.
Ma ci troviamo poi di fronte ad un ulteriore e difficile passo. Il fondo salva stati non avrà certamente le risorse necessarie per intervenire adeguatamente sul mercato in caso di necessità, tanto più dopo gli impegni nei confronti di Grecia, Portogallo, Irlanda ed ora Spagna e Cipro, forse anche con la Slovenia in un prossimo futuro. Bisogna ricordare che il totale dei debiti pubblici italiani e spagnoli si aggira intorno ai 2800 miliardi di euro e che quindi il fondo salva stati, per essere credibile, dovrebbe avere una dotazione di almeno 2500 miliardi e/o avere la possibilità di accendere prestiti per importi molto rilevanti presso la BCE, cosa cui i paesi nordici si oppongono fortemente. Nelle attuali condizioni il fondo potrebbe avere a disposizione, per intervenire sul mercato dei titoli, si e no 150 miliardi di euro, un’inezia. A questo proposito P. De Grauwe, della London School of Economics, ha mostrato nei giorni scorsi come le decisioni prese potrebbero persino destabilizzare gli stessi mercati dei titoli pubblici di vari paesi.
Alla fine, come ha anche scritto W. Munchau sul Financial Times, per l’Italia non è cambiato niente e, aggiungiamo noi, non ci sono in ogni caso soldi per salvare l’Italia e le conseguenze dell’accordo potrebbero essere per altro verso persino catastrofiche.
Vincent Cignarella, dal Wall Street Journal
PremessaPuò essere utile cercare di analizzare i risultati degli ultimi accordi di Bruxelles diversi giorni dopo l’evento, dopo in particolare che la fretta presente nei commenti a caldo di molti osservatori può ormai lasciare il campo ad una riflessione più analitica e più consapevole. Nel frattempo, la presunta vittoria di Monti al vertice ha persino apparentemente fermato una possibile crisi di governo in Italia, mentre la altrettanto presunta sconfitta della Merkel sta suscitando le ire di una parte dell’opinione pubblica tedesca, del partito cristianodemocratico bavarese, nonché dei governi olandese e finlandese. In realtà a noi sembra che si sia trattato, alla fine, dell’ennesimo vertice sui problemi dell’euro che lascia ancora una volta le cose come stavano; questo, salvo qualche non decisivo passo avanti, che serve a fermare per qualche giorno o al massimo per qualche mese una crisi che sembra sul fondo inarrestabile – qualcuno ha parlato di un treno che avanza lentamente verso il burrone- e continua ad essere senza sbocchi apparenti.
Lo scudo anti-spread
Monti si è recato al vertice di Bruxelles chiedendo un intervento automatico del fondo salva- stati nel caso in cui i tassi di interesse sui titoli pubblici di un paese superassero certi livelli predefiniti. In realtà, c’è da ricordare che questa possibilità di intervento esisteva già prima anche se non era mai stata usata e quindi da questo punto di vista non si è in realtà discusso di niente di sostanzialmente nuovo.
Tanto rumore per nulla, dunque? In gran parte sì. Ma almeno apparentemente le condizioni fissate per l’intervento sembrano a prima vista meno pesanti di prima, almeno secondo l’interpretazione di Monti, cosa che peraltro non è ancora certo sicura; i paesi nordici e forse anche la stessa Germania sembrano poco inclini ad accettare tale interpretazione. In ogni caso, per accedere operativamente al programma, l’Italia sarà soggetta al monitoraggio della Commissione Europea e della BCE.
Ma ci troviamo poi di fronte ad un ulteriore e difficile passo. Il fondo salva stati non avrà certamente le risorse necessarie per intervenire adeguatamente sul mercato in caso di necessità, tanto più dopo gli impegni nei confronti di Grecia, Portogallo, Irlanda ed ora Spagna e Cipro, forse anche con la Slovenia in un prossimo futuro. Bisogna ricordare che il totale dei debiti pubblici italiani e spagnoli si aggira intorno ai 2800 miliardi di euro e che quindi il fondo salva stati, per essere credibile, dovrebbe avere una dotazione di almeno 2500 miliardi e/o avere la possibilità di accendere prestiti per importi molto rilevanti presso la BCE, cosa cui i paesi nordici si oppongono fortemente. Nelle attuali condizioni il fondo potrebbe avere a disposizione, per intervenire sul mercato dei titoli, si e no 150 miliardi di euro, un’inezia. A questo proposito P. De Grauwe, della London School of Economics, ha mostrato nei giorni scorsi come le decisioni prese potrebbero persino destabilizzare gli stessi mercati dei titoli pubblici di vari paesi.
Alla fine, come ha anche scritto W. Munchau sul Financial Times, per l’Italia non è cambiato niente e, aggiungiamo noi, non ci sono in ogni caso soldi per salvare l’Italia e le conseguenze dell’accordo potrebbero essere per altro verso persino catastrofiche.





Il primo alleato della Francia socialdemocratica è l’Italia di Monti. L’avversaria dichiarata di entrambe, al di là delle manifestazioni di facciata, è la Germania di Merkel.















Il più sguaiato dei tribuni e il più felpato degli editorialisti di questi tempi hanno una cosa in comune. Si lamentano che i politici, tutti, non lavorano abbastanza. Bene. Per una volta possono darsi pace, dando uno sguardo ai calendari della camera e del senato. Stanno lavorando. Per la precisione stanno votando a testa bassa un decreto via l'altro, una fiducia e un'altra ancora. Questo è il «lavoro» che è ridotto a fare il parlamento, e dovrà farlo per tutto luglio e anche agosto. Il presidente della Repubblica che con altri governi tuonava contro l'eccesso dei decreti e delle fiducie e che, con i tecnici già in sella, aveva promesso «un vaglio rigoroso», non interviene. Anzi, quando interviene lo fa per rimproverare il parlamento e respingere ogni critica al governo. 
