Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 7 settembre 2012

Syriza, una luce in Europa

 
di Hilary Wainwright - Fonte -
La difesa del welfare in Parlamento e l'attività nel sociale, un'organizzazione aperta a chiunque voglia un'alternativa al capitalismo. Ecco come la sinistra più forte d'Europa sta creando un «modello». Con uno stile politico inedito
Nella maestosa cornice del parlamento greco, Alexis Tsipras, il presidente di Syriza, la coalizione radicale di sinistra, apre il primo incontro dei suoi 71 deputati con il suo caratteristico mix di freddezza e giovialità. Nello stesso momento in tutto il paese gli attivisti organizzano assemblee di quartiere, aprono "cucine solidali" e bazar, lavorano in centri medici volontari, proteggono gli immigrati dagli attacchi di Alba dorata, il nuovo partito fascista che ha guadagnato il 7 per cento dei voti alle elezioni, fondano le correnti di Syriza dentro il sindacato, lavorando alla transizione da una coalizione di 12 organizzazioni politiche (con 1,6 milioni di voti) a un nuovo tipo di partito.
Nel mezzo di tutto questo i militanti trovano il tempo di cucinare, ballare, dibattere e organizzare un festival anti-razzista di tre giorni. Il festival, ora alla sua sedicesima edizione, è stato creato per affrontare, nelle parole del suo fondatore Nicos Giannopolous, «la crescita di nazionalismo e razzismo nei primi anni Novanta». Nei suoi obiettivi, principi organizzativi nonché nella pluralità delle forze culturali che promuove, il festival simboleggia la forza della società civile internazionale che Syriza ha contribuito a costruire e di cui è essa stessa in buona parte frutto. Sono state coinvolte nell'organizzazione dell'evento più di 250 tra organizzazioni e partiti e più di trentamila persone di ogni età ed etnia si sono riversate nello spazio "ancora" pubblico del parco Goudi ad Atene.
L'obbiettivo comune di queste attività è trasformare il sostegno elettorale per Syriza in una forza sociale per il cambiamento, oltre a incrementarne la forza lungo il percorso sentiero elettorale che conduce al governo. Quando alle prime elezioni del 6 maggio 2012 Syriza ha ottenuto il 17 per cento dei voti molti attivisti sono rimasti sbalorditi. Soltanto tre anni prima con il 4.7 per cento dei voti l'alleanza aveva passato per un soffio la soglia di sbarramento del 3 per cento che limita l'entrata in parlamento. Alle seconde elezioni del 17 giugno 2012, i voti per Syriza sono cresciuti fino al 27 per cento, e la gente di Syriza ha iniziato a immaginare l'arrivo al governo.
Dimitris Tsoukalas, uno dei nuovi deputati di Syriza proveniente dal Pasok - la principale forza di centro-sinistra dalla sua fondazione nel 1974 - era a capo del sindacato dei bancari, ha dato le dimissioni dal Pasok il giorno prima che il Presidente George Papandreou firmasse il memorandum d'intesa sulle riforme di politica economica con Fmi, Commissione Europea e Banca Centrale Europea. Tsoukalas è poi entrato nella coalizione "No al memorandum", per contrastare il Pasok alle elezioni regionali nell'Attica, la regione nella quale il voto del Pasok è crollato dal 40 al 23 per cento. Tsoukalas è cauto: «Il voto può essere come la sabbia». E Nuova Democrazia, il principale partito di destra greco, arrivato primo alle elezioni di giugno, è stato capace di raccogliere i frutti della paura di fronte alla crisi e alla possibilità di una vittoria di Syriza.

Le origini del cambiamentoDa dove viene questa organizzazione politica, radicata nei movimenti e impegnata per cambiare lo stato? La struttura del nuovo partito dovrà essere discussa dai militanti vecchi e nuovi nei prossimi sei mesi. Ma tutti concordano che i fondamenti di Syriza non debbano cambiare. Syriza, fondata nel 2004, segue il successo di una nuova generazione di attivisti provenienti dal partito di sinistra Synaspismos, inclusi Alexis Tsipras e Andreas Karitzis. Questa generazione si è formata nei movimenti per una globalizzazione alternativa nati all'inizio di questo secolo, che hanno portato alle grandi manifestazioni di Genova nel 2001 e al Social forum mondiale ed europeo. L'esperienza del Social forum, incluso il Forum sociale greco, è stata decisiva nell'allontanare la cultura della nuova sinistra greca dalla fedeltà ad una particolare ideologia, in favore invece di pluralismo, collaborazione democratica, apertura e convinzione dell'importanza di proposte alternative.
Questa cultura ha attecchito su un terreno fertile. I giovani di Syriza sono la prima generazione che ha rifiutato il capitalismo dopo la caduta dell'Unione Sovietica; il loro impegno è per costruire un'alternativa, piuttosto che proporre un modello già elaborato da altri. «Cerchiamo di trovare un'altra strada», dichiara Karitzis. «Credo che ci sia bisogno del potere politico dello Stato, ma ciò che risulta decisivo è quello che si fa a livello dei movimenti e della società prima di assumere il potere.

giovedì 6 settembre 2012


OBAMA OR ROMNEY?
The world holding his breath about their programmes

Ricette per il welfare

di Grazia Naletto - Fonte -
Salute, istruzione, casa, pensioni. I diritti sociali, visti solo come costi, non sono più per tutti. Come fermare la deriva? Siamo in apertura di anno scolastico: ragazzi, famiglie, docenti e dirigenti scolastici dovranno confrontarsi con l’eredità dei decreti Gelmini e i tagli imposti dalla spending review. Ovvero: tagli a tempo pieno e attività extradidattiche, aumento dei costi delle mense scolastiche e delle tariffe mensili dei servizi per l’infanzia. Solo per fare alcuni esempi.
Ciò accade nel contesto di un dibattito pubblico sulle caratteristiche e gli effetti della crisi a dir poco schizofrenico: da un lato (e giustamente) le inchieste sulle aziende in crisi, sulla crescita della povertà e della disoccupazione giovanile, sulla dilatazione della povertà, sulla crescita delle disuguaglianze economiche e sociali; dall’altro la visibilità pressoché esclusiva delle opinioni di “tecnici”, governativi e non, a sostegno di quella che viene proposta come “l’unica via di uscita” dalla crisi: quella dell’austerity e del contenimento della spesa pubblica, in primo luogo di quella sociale.
Tale schizofrenia non è certo casuale: risente di un dibattito internazionale egemonizzato dalla teoria neoliberista che ha imposto l’assioma dell’esistenza di una relazione di incompatibilità tra welfare ed efficienza economica. Così, a partire dagli anni ’80, i governi europei hanno eroso sistematicamente le garanzie offerte dal sistema di welfare. È stato messo in discussione il principio che sta alle fondamenta dello stato sociale: la scelta universalista in base alla quale lo Stato è tenuto a farsi carico di alcuni bisogni sociali fondamentali (salute, istruzione, abitazione, pensioni) trasformandoli in diritti per tutti.
In Italia l’argomentazione in base alla quale questa scelta sarebbe indotta dai costi eccessivi delle politiche pubbliche non regge: la spesa sociale italiana è nella media europea e non si capisce perché i soldi mancano per gli asili e le scuole pubbliche, per l’edilizia pubblica residenziale, per gli ospedali, ma ci sono se si tratta di partecipare alle “missioni umanitarie”, di finanziare nuovi sistemi d’arma o le scuole private.
È opinabile anche l’argomentazione secondo la quale il privato garantirebbe una “migliore efficienza”: di sicuro sino ad oggi i tagli ai servizi sociali hanno significato un aumento dei costi per i cittadini (si pensi soltanto al vero e proprio ruolo di sostituzione del welfare svolto dalle assistenti familiari, per lo più straniere, i cui costi ricadono sulle famiglie).
Infine risulta più che discutibile la tesi che individua nella spesa pubblica un “costo” che ostacola la crescita economica: investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, riorganizzare i sistemi di protezione sociale territoriale, intervenire a sostegno delle persone non autosufficienti, significa anche creare lavoro e favorire l’innovazione del nostro sistema produttivo, oltre che sostenere la coesione sociale (si leggano i molti contributi pubblicati su www.sbilanciamoci.info).
I cambiamenti demografici, le trasformazioni nel mondo del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, la crescita dell’occupazione femminile, le migrazioni pongono certo il problema di misurarsi con bisogni sociali in aumento e di tipo nuovo. Ma la risposta sta in un diverso utilizzo delle risorse, nel riorientamento e nella riqualificazione dell’intervento pubblico, anziché nella sua costante riduzione.
La difesa dell’intervento pubblico nelle politiche sociali rappresenta dunque una via da seguire: ci sono servizi e attività che non possono essere consegnate al mercato. Di conseguenza, un sistema fiscale ispirato ai principi di progressività ed equità (l’introduzione di una patrimoniale seria sulle rendite e i grandi patrimoni e di una tassa sulle transazioni finanziarie), resta lo strumento fondamentale per finanziare servizi che devono essere garantiti a tutti.
Ambito strettamente connesso alle politiche di welfare, inoltre, è quello del mercato del lavoro: la deregolamentazione introdotta in Italia negli ultimi anni, lungi dall’aver prodotto un aumento dell’occupazione, ha comportato danni crescenti in termini di coesione sociale. Né certo i contenuti della recente riforma del lavoro, che ha modificato l’art.18 e innalzato i costi dei rapporti di lavoro atipico (rinunciando all’annunciata riduzione delle tipologie di lavoro “flessibile”, evitando di abbassare i costi del rapporto di lavoro dipendente e di ampliare il sistema di protezione sociale per i lavoratori precari), sembrano mutare le linee seguite sino ad oggi.
È dunque necessario un welfare nuovo che sappia rispondere alle nuove necessità di una società che a causa della crisi vede aumentare le persone precarie, povere e sempre più sole. Poiché siamo i primi a diffidare delle “ricette facili”, torniamo a discuterne collettivamente a Capodarco dal 7 al 9 settembre.

La terza via di Sbilanciamoci!

di Giulio Marcon - Fonte -

Il dibattito politico non affronta il merito dei problemi economici e sociali. La politica dimentica i soggetti sociali e il loro disagio. Per discutere dei contenuti e delle alternative concrete, la campagna Sbilanciamoci! riunisce associazioni, esperti e movimenti alla decima edizione della “Contro-Cernobbio”, a Capodarco di Fermo

Dalle discussioni estive sulle alleanze politiche in vista delle prossime elezioni e sulle prospettive di governo sta mancando completamento il merito: il programma e gli obiettivi che sarebbe necessario darsi per fronteggiare la crisi e avviare un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. E scompaiono – dal dibattito politico – da una parte la società con le sue sofferenze e dall'altra i soggetti (il lavoro, i movimenti, la società civile) che dovrebbero essere il perno di un cambiamento radicale del paese.
Prevale, per parafrasare – modificandolo – il detto gramsciano, una logorante “guerra di posizionamento” in cui a farla da padrone sono le continue mosse e giravolte tattiche, le battute e la loro esegesi, il detto e il non detto, gli equilibrismi sul nulla, i minuetti che cambiano di tonalità ogni giorno, le foto più o meno sfocate: cioè il rito di una politica autoreferenziale a destra come – ahinoi – a sinistra. Nella migliore delle ipotesi con l'obiettivo di andare a governare (ma per fare cosa?), nella peggiore di prendere qualche voto in più e garantire posti, prebende, accontentare clientele e cordate.
Nel merito, tutto il dibattito (quando c'è) si sta riducendo ad essere a favore o contro il “montismo” (la scelta è scontata), come se si trattasse di una sorta di mantra che ci evita di affrontare le questioni concrete che abbiamo sul tappeto e che Sbilanciamoci ed altri hanno posto in questi mesi: il modello di sviluppo che vogliamo (i SUV a Mirafiori o i bus della Irisbus, il Ponte sullo stretto o le piccole opere, i treni per i pendolari o i trafori delle alpi, i pannelli solari o il carbone, i diritti del lavoro o la flessibilità?), la redistribuzione necessaria della ricchezza contro le rendite e la finanza (la patrimoniale, la tobin tax, ecc.), una politica economica espansiva e keynesiana invece di un'austerity tutta sulle spalle della povera gente.
Tra un inconcludente programma elettorale di 281 pagine (quello dell'Unione del 2006) e una generica “carta d'intenti” (quella del PD – e forse del centro sinistra – di un mese fa dove accanto a belle parole come uguaglianza, beni comuni e lavoro sono riproposte le vincolanti compatibilità europee dell'austerity) ci dovrà pur essere una “terza via”.
È quella che Sbilanciamoci prova ad avanzare (con proposte specifiche e concrete) nella tre giorni della sua “controcernobbio” a Capodarco di Fermo (per info: www.sbilanciamoci.org) mettendo al centro, da una parte la critica ed il superamento del paradigma neoliberista (quello che, dopo un po' di restyling verrà riproposto negli stessi giorni a Cernobbio) che ci ha portato alla crisi e che ancora ne sta dominando l'orizzonte e dall'altra la costruzione di un'economia diversa fondata sul lavoro, la qualità sociale ed i diritti, la sostenibilità ambientale, i saperi. Quello che interessa sono i contenuti e le scelte di merito, gli schieramenti vengono dopo. La stagione delle cooptazioni e dei collateralismi – per una gran parte dei movimenti – è finita per sempre. Non ci si può che associare alla Fiom quando dice che non vuole dar vita ad una forza politica, né tanto meno dare un endorsement a qualcuno dei soggetti in campo.
Magari facendo molta più attenzione a quello che succede in Europa e cominciando a dire che il problema non è se continuare o meno la politica di Monti, ma se fare o meno quella di Hollande e a capire che si sta propagando un diffuso rifiuto delle politiche di austerity, come ci daranno testimonianza (dopo la Grecia) le prossime elezioni nella ultraliberista Olanda. Ed è proprio per questo che l'agenda dei contenuti e delle proposte che Sbilanciamoci rilancerà a Capodarco per un “cambio di rotta” si ricollega ai due forum promossi in collaborazione con il manifesto il 28 giugno ed il 9 luglio scorsi per un'altra Europa. Si esce dalla crisi – in Italia ed in Europa – rimettendo al centro il lavoro ed i diritti, il welfare e la conoscenza, la sostenibilità e l'ambiente. Il neoliberismo e le politiche di austerity hanno fallito: si tratta di mettere in cantiere un progetto di radicale cambiamento dell'economia e di costruzione di una vera democrazia in Italia come in Europa. Sono queste le sfide – più che le schermaglie politiciste e i tatticismi sugli schieramenti – che ci piacerebbe affrontare nei prossimi mesi.

mercoledì 5 settembre 2012

Italo Calvino. La camicia dell'uomo contento.


IPSE DIXIT



«Un Re aveva un figlio unico e gli voleva bene come alla luce dei suoi occhi. Ma questo Principe era sempre scontento. Passava giornate intere affacciato al balcone, a guardare lontano.

    – Ma cosa ti manca? – gli chiedeva il Re. – Che cos’hai?

    – Non lo so, padre mio, non lo so neanch’io.

    – Sei innamorato? Se vuoi una qualche ragazza dimmelo, e te la farò sposare, fosse la figlia del Re più potente della terra o la più povera contadina!

    – No, padre, non sono innamorato.

    E il Re a riprovare tutti i modi per distrarlo! Teatri, balli, musiche, canti; ma nulla serviva, e dal viso del Principe di giorno in giorno scompariva il color di rosa.

    Il Re mise fuori un editto, e da tutte le parti del mondo venne la gente più istruita: filosofi, dottori e professori. Gli mostrò il Principe e domandò consiglio. Quelli si ritirarono a pensare, poi tornarono dal Re. Maestà, abbiamo pensato, abbiamo letto le stelle; ecco cosa dovete fare. Cercate un uomo che sia contento, ma contento in tutto e per tutto, e cambiate la camicia di vostro figlio con la sua.

    Quel giorno stesso, il Re mandò gli ambasciatori per tutto il mondo a cercare l’uomo contento.

    Gli fu condotto un prete: – Sei contento? – gli domandò il Re.

    – Io sì, Maestà!

    – Bene. Ci avresti piacere a diventare il mio vescovo?

    – Oh, magari, Maestà!

    – Va’ via! Fuori di qua! Cerco un uomo felice e contento del suo stato; non uno che voglia star meglio di com’è.

    E il Re prese ad aspettare un altro. C’era un altro Re suo vicino, gli dissero, che era proprio felice e contento: aveva una moglie bella e buona, un mucchio di figli, aveva vinto tutti i nemici in guerra, e il paese stava in pace. Subito, il Re pieno di speranza mandò gli ambasciatori a chiedergli la camicia.

    Il Re vicino ricevette gli ambasciatori, e: – Sì, sì, non mi manca nulla, peccato però che quando si hanno tante cose, poi si debba morire e lasciare tutto! Con questo pensiero, soffro tanto che non dormo alla notte! – E gli ambasciatori pensarono bene di tornarsene indietro.

    Per sfogare la sua disperazione, il Re andò a caccia. Tirò a una lepre e credeva d’averla presa, ma la lepre, zoppicando, scappò via. Il Re le tenne dietro, e s’allontanò dal seguito. In mezzo ai campi, sentì una voce d’uomo che cantava la falulèle. Il Re si fermò: "Chi canta la Faluella non può che essere contento!" e seguendo il canto s’infilò in una vigna, e tra i filari vide un giovane che cantava potando le viti.

    – Buon dì, Maestà, – disse quel giovane. – Così di buon’ora già in campagna?

    – Benedetto te, vuoi che ti porti con me alla capitale? Sarai mio amico.

    – Ahi, ahi, Maestà, no, non ci penso nemmeno, grazie. Non mi cambierei neanche col Papa.

   – Ma perché, tu, un così bel giovane…

    – Ma no, vi dico. Sono contento così e basta.

    – "Finalmente un uomo felice!", pensò il Re. – Giovane, senti: devi farmi un piacere.

    – Se posso, con tutto il cuore, Maestà.

    – Aspetta un momento, – e il Re, che non stava più nella pelle dalla contentezza, corse a cercare il suo seguito: – Venite! Venite! Mio figlio è salvo! Mio figlio è salvo –. E li porta da quel giovane. – Benedetto giovane, – dice, – ti darò tutto quel che vuoi! Ma dammi, dammi…

    – Che cosa, Maestà?

    – Mio figlio sta per morire! Solo tu lo puoi salvare. Vieni qua, aspetta! – e lo afferra, comincia a sbottonargli la giacca. Tutt’a un tratto si ferma, gli cascano le braccia.
    L’uomo contento non aveva camicia.» - Italo Calvino

Un debito lungo 150 anni – Piero Bevilacqua (Il Manifesto)

- fonte -

Anche all’indomani dell’Unità d’Italia, i nostri governanti pensarono di far fronte ai debiti contratti per le guerre d’indipendenza mettendo in vendita il patrimonio pubblico. Oggi si tratterebbe di una vera e propria svendita, viste le condizioni del mercato. Inoltre, il nostro Paese ha il 60% del patrimonio artistico dell’umanità. E va difeso dal mercato
È già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine di questo giornale (3 aprile 2012) contro questa scelta si levò la voce di un giurista dell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un «manifesto» del 1867, elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinquennale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale «Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente» da conservare anche per le future generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare. Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione. L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie. Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’800. Come ha ricordato la Biasillo, nel 1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del Governo Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo due.
Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. È un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

La ritirata

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In Europa è scattata la sirena dell' "Ognuno per sé e l'euro per tutti". Le continue manovre, incontri istituzionali, vertici europei, nuove elezioni e rimozioni di primi ministri che si sono susseguiti in questi anni hanno avuto un primario, e non dichiarato obiettivo: diminuire il rischio di Francia e Germania verso i Paesi indebitati. Quindi verso Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda: i PiGS. In caso di default dell'Italia e della Spagna l'intero sistema economico europeo potrebbe infatti collassare. Persino la piccola Grecia, con un Pil del 3% rispetto a quello dell'intera UE, ha messo in pericolo la stabilità delle banche francesi. Banche e investitori esteri hanno venduto a piene mani i titoli dei maiali che sono stati comprati dalle banche dei maiali grazie al prestito di mille miliardi di euro erogato alle banche dalla BCE. Il debito sta ritornando al Paese di emissione, mentre gli investimenti dall'estero verso i PIGS si stanno prosciugando. Dalla crisi finanziaria del 2008 le banche tedesche si sono alleggerite di 301 miliardi di esposizione verso i PIGS, le banche francesi di 204 miliardi. Francia e Germania sono quindi a metà del guado. La Germania ha tagliato del 49,7% l'esposizione verso i Paesi mediterranei e l'Irlanda, e la Francia del 33,4%. Ancora due anni e per loro il rischio PIGS e, di conseguenza il rischio euro, saranno annullati. Forse, allora il loro interesse al mantenimento della moneta cosiddetta unica, cosiddetta in quanto adottata solo da alcuni Paesi europei, diminuirà. L'esposizione PIGS di Francia e Germania è scesa di circa 45 miliardi verso la Grecia, di 170 verso l'Italia, 153 Spagna, 19, 5 Portogallo, 119 Irlanda. Un buon lavoro, indubbiamente, ottenuto però con la recessione dei PIGS e il loro continuo sprofondare nella disoccupazione e nella chiusura delle aziende. Il fenomeno della vendita di titoli dei PIGS sta accelerando. Solo nell'ultimo anno circa il 10% dei titoli pubblici in circolazione di Italia e Spagna sono stati venduti dalle banche estere e ricomprati dalle banche italiane e spagnole. Un altro prestito di 1.000 miliardi di euro della BCE alle banche dei PIGS, finanziato in gran parte proprio dai PIGS!, e il problema sarà risolto. Euro o non euro!
[Fonte: Financial Times; BIS]

La città dove la disoccupazione è allo 0% e l'affitto costa 15 euro

Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati
- cadoinpiedi -

 
Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati
Una insolita isola socialista che resiste alla crisi in Spagna. Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati.

Juan Manuel Sánchez Gordillo, che ha dominato le prime pagine nei giorni scorsi dopo aver condotto un "spesa proletaria" di cibo nei supermercati per consegnarlo ai bisognosi insieme al Sindacato Andaluso dei Lavoratori (SAT), è certamente un leader singolare all'interno della classe politica spagnola.

Eterodosso tra gli eterodossi, le sue azioni passate hanno attirato critiche anche nei ranghi di Izquirda Unida di cui fa parte dal 1986 la sua organizzazionenel quadro del Blocco Andaluso-IU.

Insieme a Diego Cañamero, Sánchez Gordillo è stato un leader storico del Sindacato dei Lavoratori del Campo (SOC), la spina dorsale della corrente SAT. Inoltre, dal 1979 è il sindaco di Marinaleda, una piccola città di circa 2.600 abitanti tra Cordova e Siviglia (chiamata la "padella dell'Andalusia" per il caldo, NdT) dove negli ultimi 40 anni ha esercitato una egemonia autorevole ed assoluta. Il sostegno e l'impegno degli abitanti del paese ha contribuito a lanciare un vero e proprio esperimento politico ed economico, una specie di isola socialista nel mezzo della campagna andalusa.

La rossa Marinaleda ha camminato attraverso la storia della Spagna, con la transizione, con l'entrata in Europa e la caduta dell'Unione Sovietica, fino al ventunesimo secolo. Infine, è arrivata la crisi economica e questa città andalusa ha avuto la possibilità di verificare se la sua utopia particolare, atuata in 25 chilometri quadrati, sia davvero un'alternativa ai mercati.

L'attuale tasso di disoccupazione a Marinaleda è pari a 0%. Gran parte degli abitanti sono impiegati nella Cooperativa Humar - Marinaleda SCA, creata dagli stessi lavoratori, dopo anni di lotta. Per molti anni, i contadini hanno occupaato le terre di Smoky, dove oggi sono organizzati in cooperativa, e spesso sono stati sfrattati dalla Guardia Civil. Infine, nel 1992 raggiunto il loro obiettivo: "la terra a chi la lavora" e la proprietà divenne della cooperativa. Sul loro sito web è scritto in chiaro che il suo "obiettivo non è il profitto privato, ma la creazione di posti di lavoro con la vendita di prodotti agricoli sani e di qualità".

Tutti gli stipendi della cooperativa sono uguali: circa 1.200 euro al mese. Nei loro campi si coltivano fagioli, carciofi, peperoni rossi (pipas) e olio extravergine di oliva, controllati dai lavoratori in tutte le fasi della produzione. Il terreno, che si trova nella Vega Genil, di proprietà della "comunità", e hanno anche una fabbrica di conserve, un mulino, serre, strutture di allevamento e un negozio. I salari di tutti i lavoratori, non importa quale sia la loro posizione, è di 47 euro al giorno, sei giorni alla settimana, al ritmo di 1.128 euro al mese per 35 ore settimanali.

Una Merkel «no global»

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
        
«I mercati non sono al servizio del popolo, bruciano il lavoro». Draghi: «l’acquisto di titoli di stato a breve è nel mandato Bce, ma metteremo condizioni ferree»
La Merkel ha indossato per un giorno i panni no global per riconquistare i suoi scalpitanti alleati cristiano-sociali di Baviera. Nelle stesse ore Mario Draghi, presidente della Bce, veniva «controinterrogato» dagli eurodeputati all’interno del Parlamento europeo sulle misure che sta per prendere per «salvare l’euro».
L’udienza di Bruxelles era a porte chiuse, così il Draghi-pensiero è stato riportato da volenterosi deputati. Poi, in serata, le agenzie hanno potuto ascoltare il discorso registrato. La notizia-bazooka è che la Bce considera l’acquisto dei titoli di stato «fino a tre anni» come perfettamente legittimo alla luce dei trattati europei; «non è creazione monetaria», ha precisato. La distinzione è sulle scadenze: se la Bce comprasse bond a lungo termine «ci troveremmo in una situazione molto delicata, ma se compriamo titoli a breve termine, con scadenza a 1, 2 o anche tre anni, l’effetto di finanziamento monetario è quasi nullo». Insomma, «ciò che la Bce sta facendo è la strada per rispettare il nostro mandato: mantenere la stabilità dei prezzi».
Ma ha anche avvertito che la Bce non può farlo «in una situazione molto frammentata com’è quella attuale dell’eurozona, caratterizzata da paesi in cui c’è molta liquidità e paesi in cui ce n’è poca». In questa realtà «i cambiamenti nei tassi di interesse riguardano solo un paese, al massimo due; ecco perché dobbiamo ricostruire l’eurozona» superando la frammentazione.
Quindi la Bce si appresta ad acquistare bond (spagnoli e italiani, in primo luogo) «sul mercato secondario», ma imponendo allo stesso tempo «condizionalità strette e effettive» ai paesi interessati. Perché è vero che «certi paesi hanno fatto sforzi enormi per le riforme economiche, ma non possiamo escludere» che possano fermarsi a causa della «fatica del risanamento».
Ma davvero questa operazione non è «creazione di moneta»? Nelle alchimie contabili si nascondono molti diavoli; se la Bce conteggia i titoli di stato a breve termine come «massa monetaria», allora l’affermazione ha un senso. Ma molti economisti potrebbe legittimamente affermare che si tratta solo di un gioco di parole che copre la creazione di nuova moneta. In ogni caso, il segnale politico è stato chiaro («la Bce interverrà presto», con le borse subito a festeggiare), delineando in parte le proposte che giovedì lo stesso Draghi presenterà al board di Francoforte.
Nel pacchetto ci sarà probabilmente anche una proposta di sorveglianza bancaria molto digeribile per i tedeschi, che non vogliono assolutamente l’occhio critico della Bce a curiosare sulle loro landesbanken. Draghi ha parlato infatti di una «soluzione mista», con Francoforte a vigilare sui 25 (o forse qualcuno in più) grandi istituti «a rischio sistemico», mentre le circa 6.000 banche di dimensioni medio-piccole dovrebbero restare nel recinto delle banche centrali nazionali.
Draghi ha inoltre bocciato l’ipotesi che il fondo salvastati Esm possa ricevere una licenza bancaria: «sarebbe un finanziamento diretto agli stati». Ha così tolto di mezzo l’ultimo teorico appiglio a una improbabile bocciatura dell’Esm da parte della Corte costituzionale tedesca, la cui sentenza attesa il 12 settembre. Lo stesso ministro delle finanze, Wolfgang Schaeuble, si è detto ieri «sicuro» di una sentenza positiva.
È stata invece Angela Merkel a seminare panico tra i paladini del liberismo finanziario: «i mercati non sono al servizio del popolo», negli ultimi cinque anni «hanno consentito a poca gente di arricchirsi a spese della maggioranza». Addirittura «non bisogna consentire ai mercati di distruggere i frutti del lavoro della gente». Possibile sia lo stesso premier che ha consegnato la Grecia e il suo popolo alla devastazione generale? Certo che sì. I governi, secondo il suo discorso di ieri, «non devono dipendere dai mercati a causa del loro debito eccessivo». Ma se si sono indebitati troppo allora bisogna riportarli sulla retta via, a suon di «riforme strutturali» dolorose, vendita degli asset pubblici, privatizzazioni, ecc.
«La vera questione riguardo alla democrazia è questa – ha spiegato – possiamo in Germania e in Europa vincere le elezioni quando congiuntamente stabiliamo di avere finanze solide e quando non spendiamo più di quello che incassiamo?». Sorge il sospetto che chi non rispetta la seconda frase dovrà fare a meno anche della democrazia, ritrovandosi un «programma di governo» scritto altrove e contro.

Nei sotterranei, di una collina a Longare (Vicenza),

Plutone riemerge dagli inferi
di Manlio Dinucci
«Site Pluto» (sito Plutone) era, durante la guerra fredda, il maggiore deposito di armi nucleari dello U.S. Army in Italia. Nei suoi sotterranei, all'interno di una collina a Longare (Vicenza), si tenevano oltre 200 ordigni nucleari «tattici»: missili a corto raggio, proiettili di artiglieria e mine da demolizione. Pronti a scatenare l'inferno nucleare sul territorio italiano. Dismesso ufficialmente nel 1992 come deposito, il sito è stato in parte adibito a comunicazioni satellitari. È andato, cioè, quasi in letargo. Ora però Plutone si sta risvegliando, pronto a riassumere la sua piena funzione bellica. Sono in corso lavori all'interno del suo perimetro recintato e presidiato.
Il progetto prevede la costruzione di un edificio di 5mila m2, in cui saranno addestrati con tecnologie d'avanguardia i soldati Usa, soprattutto quelli della 173a brigata di stanza a Vicenza. Nessuno sa però quali reali attività si svolgeranno dietro il suo muro di «protezione», alto 6 metri. Né, tantomeno, a quale uso saranno adibiti i sotterranei del sito. Continuano così i misteri di Plutone, sotto la cappa del segreto militare, garantito al Pentagono dagli accordi segreti tra i due governi. Nessun mistero, invece, sul fatto che la riattivazione del sito rientra nel rafforzamento dell'intera rete di basi militari Usa nel territorio di Vicenza: qui si è insediato lo U.S. Army Africa e la potenziata 173a brigata è stata autorizzata nel 2007 dal governo Prodi a costruire una nuova base nell'area del Dal Molin. Si apre a questo punto uno scenario ancora più inquietante: come dichiarato da Francesco Cossiga il 28 febbraio 2007 al senato, la 173a brigata è «strumento del piano di dissuasione e di ritorsione, anche nucleare, denominato Punta di diamante». Gli Usa - conferma la Federazione degli scienziati americani in un rapporto del maggio 2012 - mantengono 50 bombe nucleari per aereo ad Aviano (Pordenone) e 20 a Ghedi Torre (Brescia). Non sono residuati bellici della guerra fredda, ma efficienti bombe B-61, oltre dieci volte più potenti di quella di Hiroshima, che a lotti verranno sostituite da una nuova bomba nucleare, la B61-12, molto più potente. Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l'attacco nucleare: F-16 statunitensi ad Aviano e Tornado italiani a Ghedi Torre. L'aeronautica italiana ha partecipato all'esercitazione Usa di guerra nucleare «Steadfast Noon», nel maggio 2010 ad Aviano e nel settembre 2011 a Volkel AB in Olanda. Non è quindi escluso che il riesumato «Site Pluto» servirà anche a esercitazioni di guerra nucleare ed eventualmente, di nuovo, come deposito e centro di manutenzione di armi nucleari. Soprattutto quando gli F-16 e i Tornado verranno sostituiti dai caccia F-35 di quinta generazione, per i quali è stata progettata la nuova bomba nucleare B61-12. Al cui lancio si prepareranno anche gli F-35 italiani. L'Italia continuerà così a violare il Trattato di non-proliferazione che ha sottoscritto, impegnandosi solennemente a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente». Questo e altro si cela nei sotterranei di «Site Pluto», sulla cui superficie verrà costruito un edificio che, si garantisce, sarà a basso impatto ambientale, dotato di pannelli fotovoltaici per non inquinare.
il manifesto 4 settembre 2012
 
HISTORY OF ITALY
THEY CAN’T TALK
(Judges Falcone and Borsellino, killed by mafia)
THEY WAN’T TALK
(President Napolitano and former Justice minister Mancuso. Connection between state and mafia still a mistery)

La compagna Angela

compagna Angela di Alessandro Robecchi
La stagione dei testacoda è lunga e complessa. Il “compagno” Fini che mandava a quel paese il principale era già una follia. Il “compagno” Monti che usava la parola “equità” era una visione. E ora, come dovremmo catalogare il duro attacco della “compagna” Angela Merkel nientemeno che al moloch più potente e inafferrabile del pianeta, il famigerato mercato che tremare il mondo fa? “I mercati non hanno servito il popolo”, ha detto la Merkel in Baviera, ospite dei soci-cugini della Csu. Una frase che probabilmente in tedesco suona benissimo, ma che pareva credibile soltanto – finora – se detta un secolo e mezzo fa da un filosofo con grossa barba e idee chiare non ancora passate di moda. Invece no. A tuonare contro i mercati che “hanno permesso a pochi di arricchirsi e invece hanno impoverito la maggioranza” è proprio Angela Merkel, e come testacoda non c’è male davvero. Contrordine, liberali! Avete presente quella manina che tutto sistema, che tutto livella, che lasciata senza regole se la lasci fare sistema tutto lei tipo Padre Pio in stato di grazia che fa il miracolo? Ecco, invece era una falce sterminatrice, una specie di veleno che frega i molti per far felici pochi, pochissimi, anzi, che possono essere felici solo nella misura in cui gli altri patiscono. Liberisti di tutto il mondo, pentitevi! Se lo dice Angela, che del mercato ha fino a ieri tenuto la bandiera, la spada e i cordoni della borsa (chiedete ai greci!), allora i casi sono due. O il testacoda è clamoroso e inaudito – qualcosa che potrebbe cambiare gli equilibri europei, se non mondiali – oppure la tattica comanda, le elezioni si avvicinano, la Merkel e la sua Cdu annusano aria di disastro, e le parole in libertà non sono una peculiarità solo italiana. La seconda ipotesi sembra la più probabile, ovvio, anche se la tentazione di alzare il ditino e dire: “Noi lo diciamo da sempre” è forte. Ma c’è un’altra possibilità da prendere in considerazione. Che la “compagna” Merkel, campionessa di un mercato finora florido e vincente (industria, manifattura, fabbriche, prodotti), veda alfine lo strapotere di un altro mercato: finanza, speculazione, strumenti avvelenati di economia senza produttori. Insomma: ecco il padrone di un’economia materiale che si accorge (era l’ora!) che un altro mercato – non meno cinico, non meno baro – lo minaccia da vicino. Questo spiegherebbe il plurale (i mercati), ma rivelerebbe anche una vecchia immutabile realtà: che nel mondo del Capitale, ognuno è proletario a qualcun altro, che il mercato alla fine frega tutti, anche gli alfieri del mercato che tirano i cordoni della borsa agli altri. Può sembrare giustizia, alla fine, ma è un abbaglio: è la solita ingiustizia del mercato, singolare o plurale che sia.

martedì 4 settembre 2012

L’impunità di una finanza irriformabile

La crisi non ha colpevoli e la finanza non si fa processare. Scoppiano scandali a ripetizione, ma nulla limita il suo potere. La via d’uscita? Meno finanza, più regole, controllo dei governi. E magari un Tribunale internazionale

L’unica buona notizia è che alcune banche europee si avviano a chiudere i fondi specializzati che avevano messo in piedi per investire nel settore delle derrate alimentari, scommettendo sui prezzi internazionali di grano, soia, caffé, cacao etc. Da anni organizzazioni non governative denunciano la natura speculativa di tali fondi e gli effetti negativi che hanno avuto sui problemi di alimentazione nel mondo, aumentando l'incertezza per i produttori e i costi per chi deve importare cibo nel Sud del mondo. La speculazione continua invece immutata sulle materie prime, il petrolio, i metalli e le altre commodities; nulla cambia per i fondi delle stesse banche che scommettono sui prezzi di questi beni.
Si tratta di un raro successo dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di un sistema bancario che – a cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria – è rimasto incredibilmente impermeabile alle critiche, ai tentativi di riforma, alle richieste di limitare comportamenti speculativi e super-stipendi. L'arroganza della finanza è cresciuta in parallelo alla frequenza degli scandali che negli ultimi mesi hanno investito ogni settimana banche europee e americane. Ci sono tre tipi di episodi “spiacevoli”: quelli relativi all’innovazione finanziaria, le operazioni speculative sbagliate, gli imbrogli verso i clienti, le autorità di controllo, gli stessi azionisti.
Knight Capital, una società finanziaria statunitense, ha messo a punto un nuovo software per il trading automatico sui titoli; il malfunzionamento del sistema appena installato ha portato a 440 milioni di dollari di perdite in una sola ora di funzionamento. Qui, per fortuna, non ci sono state “vittime” al di fuori dell'azienda, ma l'importanza dei sistemi automatizzati di acquisto e vendita sui mercati finanziari – progettati per speculare su margini minimi, ridurre al massimo i tempi, moltiplicare i volumi – sta rendendo l'intero sistema sempre più volatile e vulnerabile. È il risultato dell'ossessione verso l'innovazione finanziaria che ha segnato questi decenni, non solo in termini di nuovi processi – come i programmi di trading automatizzati – ma anche nei nuovi prodotti finanziari che sono stati “inventati”: cartolarizzazioni, derivati, cdo sintetici e al cubo, e così via. Tutte innovazioni che hanno arricchito ogni volta non l’economia, ma i banchieri, e che hanno reso le attività finanziarie sempre più estese, instabili, rischiose. E' stato l'ex capo della Federal Reserve Paul Volcker a sostenere qualche tempo fa che l’unica innovazione finanziaria utile creata in questo dopoguerra è stata quella del bancomat.
La seconda questione è l'impunità di cui gode la finanza. Nessun banchiere ha dovuto rispondere a un tribunale dei soldi che hanno fatto perdere alle proprie banche e ai clienti, nessuno ha dovuto rispondere di banche e aziende portate alla rovina, della crisi che si è estesa a tutta l'economia, dell'ostinazione con cui hanno ferocemente avversato – sui media, nei palazzi del potere, con la distribuzione dei finanziamenti alle voci “amiche” – i pur timidi tentativi dei governi e dei politici di porre un limite alle loro avventure.
L’ultimo caso riguarda la Goldman Sachs; negli Stati uniti la banca ha pagato una penalità di 550 milioni di dollari per compensare i suoi presunti misfatti – un’inezia rispetto ai profitti che essa è in grado di produrre in un anno – e i suoi dirigenti sono stati liberati da ogni possibile indagine penale. Non ancora sicuri dell'impunità sono invece i vertici della Barclays e di dodici altre banche internazionali implicate nello scandalo sulla manipolazione dei dati utilizati per definire il Libor, il tasso interbancario stabilito a Londra da cui dipendono i tassi che i clienti pagano alle banche in molti paesi. Sono in corso inchieste in Gran Bretagna e Stati Uniti e il presidente della Barclays ha dovuto dimettersi.

Hamburger University

The Homeless Adjunct - sinistrainrete -

Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi.
Qualche anno fa, Paul E. Lingenfelter iniziò la sua relazione sul definanziamento della pubblica istruzione scrivendo: “Nel 1920 H.G. Wells scrisse: ‘La storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe.’ Credo che fosse nel giusto. Niente è più importante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo della diffusione e dell’efficacia dell’istruzione, in particolare dell’istruzione superiore. Io dico con particolare attenzione all’istruzione superiore, ma non perché la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e quella secondaria siano meno importanti. Il successo ai vari livelli di istruzione dipende, ovviamente, da ciò che è accaduto prima. Ma bene o male, la qualità dell’istruzione post-secondaria e della ricerca influisce sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione ad ogni livello.”
Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.
Per spiegare il mio punto di vista devo andare indietro nel tempo. Torniamo agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, 1950, quando il G.I. Bill (una legge che tra le altre cose consentì ai soldati reduci dalla Seconda Guerra Mondiale di studiare gratuitamente nelle università. Fonte Wikipedia, NdT) e il costo contenuto – talvolta gratuito – delle università crearono un’ondata di studenti universitari in tutto il paese. Questa ondata continuò a crescere durante gli anni ’60: le università erano il cuore di un intenso dibattito pubblico, di passione per l’apprendimento e del coinvolgimento attivo dei cittadini nelle problematiche di quei tempi. Durante questo periodo il corpo docente era fiorente, gli studenti avevano accesso a una ricca varietà di aree tematiche e la possibilità di un apprendimento ampio. Gli studi umanistici erano il cuore dell’istruzione universitaria e gli studenti venivano introdotti a filosofia, antropologia, letteratura, storia, sociologia, religioni, lingue e culture straniere. Certo, successe anche qualcosa d’altro, a partire dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Sessanta: le sommosse e il crescente numero di cittadini che partecipavano al dissenso popolare, contro la guerra del Vietnam, contro il razzismo, contro la distruzione dell’ambiente in una cultura sempre più aziendalizzata, contro la misoginia, contro l’omofobia. Quali furono gli incubatori di gran parte di quella rivolta? In quali luoghi si riunirono un gran numero di persone istruite, intellettuali e capaci di farsi sentire? Nei campus universitari. E a chi non piacque il risultato degli anni ’60? Alle aziende, ai guerrafondai, a quelli nella nostra società che vorrebbero tenerci divisi sulla base della nostra razza, del nostro genere, del nostro orientamento sessuale.
Ho il sospetto che, se fosse stato possibile, questi gruppi sarebbero stati contenti di chiudere le università. Distruggerle completamente. Ma un paese che afferma di avere valori democratici non può chiudere le sue università. Ciò rivelerebbe qualcosa su quel paese in contrasto con l’immagine che essi vogliono darne – quella di un paese di libertà, giustizia, opportunità per tutti. Quindi, come si fa a uccidere le università del paese senza farsi scoprire? Come a tutti i bambini cresciuti durante la Guerra Fredda, mi è stato insegnato che i paesi comunisti nella prima metà del XX secolo rinchiudevano i loro studiosi, intellettuali e artisti in campi di prigionia, chiamati “campi di rieducazione”. Da adulto, ho capito che i grandi gruppi di interesse americani disprezzano queste persone proprio come faceva (a loro dire) il comunismo. La differenza è che, invece di fare una cosa così ovvia come gettarle in prigione, qui quelle stesse persone vengono ridotte in miseria. Il risultato è lo stesso. La povertà disperata controlla e infine spezza le persone efficacemente quanto un carcere ….. e alcune ricerche dicono che funziona anche MEGLIO.
Quindi: ecco la ricetta per l’assassinio delle università, e se quello che sto descrivendo non è esattamente ciò che è alla radice di tutti i problemi del nostro sistema di istruzione superiore ditemelo. (Perché quello che sto dicendo è più stato recentemente applicato anche alla scuola pubblica.)

Una Syriza, l’Italia se la merita!

Fonte: micromega | Autore: GIACOMO RUSSO SPENA
       
 Rompere con il “montismo” e con l’inciucio ABC (Alfano-Bersani-Casini) per costruire qualcosa di nuovo. Qualcosa che adesso ancora non c’è, almeno in Italia. Syriza, il partito della sinistra alternativa che in Grecia per poco non ha vinto le elezioni “pilotate” dall’alto dall’Europa, è un modello riproponibile da noi? Ieri sera a Venezia Paolo Ferrero (Federazione della Sinistra), Alexis Tsipras (Syriza) e Maurizio Landini (Fiom) – in un confronto pubblico – ne hanno discusso trovando alla fine molti punti di convergenza, almeno sulle politiche da contrastare in Europa: no ai diktat imposti dalla troika, no all’austerity, “che la crisi la paghi chi l’ha generata”. Si è parlato di difesa del Welfare, di nuovi diritti da introdurre (civili e sociali) e soprattutto di lavoro e di reddito. “Bisogna costruire una lista di sinistra per le prossime elezioni: che parta dall’opposizione al governo Monti, che sia unitaria, democratica e partecipata, contro le politiche economiche europee, con un programma chiaro di alternativa, popolare e senza nessun settarismo” le parole di Ferrero. Con Tsipras che invitava la sinistra nostrana a non “cannibalizzarsi”. In effetti il rischio c’è. Ed eccome.
Stracciata la foto di Vasto – dove si abbracciavano Bersani-Vendola-Di Pietro – la costruzione di un nuovo centrosinistra che faccia “cose serie” (per riprendere un appello lanciato da alcune personalità qualche settimana fa) sembra un’ipotesi sempre più remota. Il Pd – con il sostegno al governo tecnico e con l’approvazione di nefaste leggi come il fiscal compact o la modifica dell’art 18 o la riforma delle pensioni – è intenzionato ad essere il perno di una sinistra riformista “aperta ai moderati”. Ovvero dopo il voto, intesa con Casini. Sel, convinta da sola di riuscire a spostare a sinistra l’asse del Pd e sconfiggere l’ala montiana dei “democratici”, sta puntando tutto sulle primarie. Scelta molto azzardata, anche perché divide.
Non sarebbe stato meglio costruire prima un polo dell’alternativa – con un programma serio – che solo successivamente magari si sarebbe confrontato col Pd? E così, in Italia, siamo nel guado. Non si riesce a creare una coalizione che rilancerebbe diritti manomessi e difenderebbe il welfare smantellato. Un cartello che vada oltre i partiti con a capo una personalità della società civile, un volto nuovo (Landini?). Il movimento arancione di De Magistris, Idv, Sel, Federazione della Sinistra, Fiom, società civile, movimenti per l’acqua pubblica, No-Tav… eppure i soggetti non mancano. Ma, si sa, la sinistra è tafazziana e Syriza in Italia forse resterà un’utopia o sicuramente non raggiungerà quelle percentuali ottenute in Grecia. Peccato.
La sinistra d’alternativa ad oggi sembra chiusa tra l’incudine e il martello: tra la coalizione riformista (Pd-Sel-socialisti + Udc) e Grillo. Che l’autunno caldo cambi gli scenari? Che la discontinuità netta con Monti sia un perno per le future alleanze?
Giacomo Russo Spena
(3 settembre 2012)

Legge miracolosa: le banche hanno 2,5 miliardi in più

- Fonte -
di Lorenzo Dilena
Mai sentito parlare di «trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio»? In soldoni, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per saldare qualsiasi tipo di tributo. È l’effetto di un codicillo in aiuto delle banche in perdita, introdotto da Tremonti e poi confermato da Monti. Ma solo adesso se ne cominciano a vedere gli effetti. Così mentre partite Iva e Pmi attendono da anni rimborsi fiscali e pagamento delle forniture, quest’anno i cinque maggiori istituti avranno un beneficio superiore a 2,5 miliardi. Gli esperti di fisco la chiamano «trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in crediti di imposta». In concreto, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per pagare qualsiasi tipo di tributo. Anche le ritenute mensili sugli stipendi dei dipendenti.
Il “comma 55”. Siamo nel campo in cui brilla da sempre il genio del Tremonti tributarista. Ed è proprio sotto l’egida di Giulio Tremonti ministro dell’Economia che il miracolo si compie: poste contabili destinate a rimanere congelate per quasi un ventennio si tramutano magicamente in crediti d’imposta veri e propri. E liquidissimi. Non è il fisco dei sogni ma l’effetto di un codicillo del decreto Milleproroghe 225/2010: il “comma 55” dell’articolo 2, confermato e perfezionato dal governo Monti, e che solo adesso comincia a dispiegare i suoi effetti. Per svariati miliardi di euro. Pioveranno, in gran parte, su un gruppo piuttosto ristretto di contribuenti.
Contribuenti speciali. Il “comma 55” circoscrive l’ambito di applicazione alle «attività per imposte anticipate» relative alle svalutazioni di crediti, all’avviamento e altre attività immateriali come marchi, brevetti, etc., deducibili su più anni. Detta così, sembra una possibilità aperta a tutte le imprese. In realtà, dietro i rimandi normativi si scopre che le svalutazioni di crediti interessate sono solo quelle degli «enti creditizi e finanziari». Quanto all’avviamento, anche se la norma è generale, nei fatti si tratta di una voce di bilancio quantitativamente rilevante per i gruppi bancari, reduci da anni di fusioni e acquisizioni a caro prezzo. Nel complesso, dunque, una norma su misura.
Sulle perdite delle banche balsamo per svariati miliardi. L’unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società si sia chiuso in perdita. Esattamente, quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le maggiori banche italiane: Unicredit ha chiuso con un rosso di 9,2 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 8,19 miliardi, Mps 4,7 miliardi, Ubi Banca 1,84 miliardi, il Banco Popolare 2,25 miliardi. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta è in grado di stimare che quest’anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera 2,5 miliardi di euro. La norma, frutto di un’azione di lobby da parte dell’Abi, l’associazione delle banche presieduta dall’avvocato Giuseppe Mussari, è testualmente giustificata «in funzione anche della prossima entrata in vigore del nuovo accordo di Basilea», che inasprisce i requisiti di solidità patrimoniale delle banche.
Lobby bancaria. La ragione accampata dall’Abi è che le banche italiane siano penalizzate rispetto alle concorrenti estere. In questo, c’è del vero, ma chi in Italia non è fiscalmente penalizzato rispetto all’estero? Ai fini fiscali, per esempio, le svalutazioni dei crediti alla clientela (che labanca effettua quando ritiene chenon recupererà per intero la somma prestata) non sono interamente deducibili nell’esercizio in cui avvengono: la normativa fissa un limite dello 0,30% del totale crediti in bilancio,. La parte restante della svalutazione può essere dedotta «in quote costanti nei 18 esercizi successivi», e nel frattempo finisce in una specie di fondo dell’attivo, chiamato «attività per imposte anticipate» (Dta, Deferred tax assets, nel gergo degli analisti). Nell’immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili. D’altra parte, il fatto che per esigenze di gettito il fisco costringa a spalmare su più anni costi che in base ai principi contabili sono di competenza di un singolo esercizio, è questione comune a tutte le imprese. Il miracolo tremontiano è stato rendere le “Dta” delle banche, illiquide e di durata quasi ventennale, qualcosa di immediatamente spendibile per compensare, nel modello F24, i debiti verso il fisco.

Una notte di 40 ore


di Paolo Giordano - rifondzione -
Il pullman che ci porta a Sabra e Shatila è di quelli turistici: bianco, nuovo, lucidato in ogni parte — così ingombrante che al primo tentativo di svolta nelle stradine anguste del campo rimane incastrato in diagonale, bloccando il traffico nelle due direzioni. Una pessima figura. Noi passeggeri — una ventina, di nazionalità diverse e per la maggior parte di carnagione chiarissima — scendiamo in fila, imbarazzati, e abbandoniamo l’autista al suo destino, mentre una folla di abitanti innervositi gli cresce intorno. Il nostro ingresso nell’area palestinese di Beirut non è stato dei più appropriati, né dei più sobri. Certo, non l’atteggiamento che si dovrebbe adottare varcando la soglia di uno dei luoghi di più grave sofferenza al mondo.

Nei giorni precedenti la visita mi domandavo quale senso avesse una gita tanto macabra, in un quartiere dove — intuivo — non avrei trovato altro che condizioni di vita esasperate e dove avrei avvertito la presenza della morte violenta aleggiare ancora greve nell’aria. Se non fosse stato qualcun altro a propormi l’esplorazione, è probabile che non l’avrei neppure considerata fra le numerose attività da svolgere in pochi giorni a Beirut. Sapevo del massacro, emi accorgevo di quanto vicino in linea d’aria fosse accaduto rispetto al quartiere chiassoso di Hamra dove alloggiavo, ma non mi sarei mai sognato di andarne a cercare le tracce. Eppure, quando la proposta è stata avanzata, la curiosità è esplosa forte in me, figlia di quel connubio micidiale fra ripugnanza e fascino oscuro che la contemplazione della mostruosità umana sa creare. Ho scelto dalla valigia i vestiti meno appariscenti e lasciato in stanza la macchina fotografica.

Nel settembre del 1982 ero ancora immerso nel tepore del liquido amniotico, dentro il ventre di mia madre. In quella fine estate diedi prova di una fretta eccessiva e, per scongiurare un parto al quinto mese, lei venne costretta a letto, a riposo assoluto, per il resto della gravidanza. Mio padre decise di ospedalizzarla in casa: trasformò la camera matrimoniale in una clinica arrangiata, medicinali e siringhe in ordine sopra il comodino, la boccetta della flebo appesa a una scala di alluminio. Ignoro se tra i comfort di cui aveva dotato la stanza vi fosse anche un televisore e, quindi, se il 13 settembre mia madre poté vedere le immagini delle ultime truppe italiane che, insieme a francesi e americani, si allontanavano dalle coste del Libano per rientrare in Italia, liete di lasciarsi alle spalle una nazione abbastanza stabile. Di sicuro, alcuni giorni più tardi, ricevette con il resto del mondo la notizia di ciò che nel frattempo era accaduto al riparo dallo sguardo di tutti dentro il cuore palestinese di Beirut. Quando le ho domandato se si ricordasse del massacro di Sabra e Shatila, mi ha risposto pronta: certo che me ne ricordo. Ero incinta di te.

Ecco, a grandi linee, che cos’era successo a molti chilometri di distanza dall’ospedale arrangiato dove io giocavo ad afferrarmi i piedi. Dopo la partenza delle forze internazionali, il Libano passa sotto il controllo d’Israele, che ha ricevuto mandato di preservare la sicurezza nel Paese e, contestualmente, il divieto di entrare nella parte ovest della capitale. Il 15 settembre, quando i nostri militari sono già a casa a scrollarsi di dosso il Medio Oriente, accade qualcosa d’imprevisto: un ordigno esplode nella sede del partito falangista e il suo leader, nonché neoeletto presidente del Libano, Bashir Gemayel, muore nell’attentato. L’esercito israeliano infrange l’accordo e sconfina in Beirut ovest, affermando il buon proposito di contenere i disordini seguiti all’omicidio. Il campo palestinese di Sabra e Shatila, dal quale erano già stati allontanati molti dei combattenti e buona parte degli uomini in generale e dove pertanto restava una popolazione indifesa, viene circondato dalle milizie di Ariel Sharon, che non lasciano più entrare o uscire nessuno. Solo 250 falangisti (che si dice attendessero il loro momento da prima della morte di Gemayel) attraversano con disinvoltura i posti di blocco e la sera del 16 si sparpagliano per il campo, illuminato a festa dai razzi israeliani che piovono lentissimi dal cielo. Per quaranta ore i soldati passano di casa in casa e arrestano, stuprano, torturano, ammazzano, smembrano ogni essere umano che riescono a stanare. Per quaranta ore, il tempo infinito di un giorno e due notti, danno libero sfogo alla fantasia nel compiere ogni sorta di nefandezze, con l’agilità di un branco di tigri che impazza in un pollaio. Poiché sanno che non sarebbe educato lasciarsi dietro tutto quel disordine, si affrettano a scavare delle fosse comuni e le inzeppano di cadaveri, altri li ammassano sui camion agricoli diretti verso il confine — verranno trovati sui bordi delle strade, come sassi per segnare la via. La notizia dell’eccidio in atto trapela piano in un mondo ancora sprovvisto di Internet e, comunque, gli israeliani vietano a chiunque l’accesso al campo fino alla mattina del 18. Con tutta calma, viene ucciso un numero imprecisato di persone, soprattutto anziani, donne e bambini: a oggi, quel numero è stimato senza troppa accuratezza come superiore a 3.000.

Cosa fanno i banchieri che hanno innescato il terremoto finanziario?


di Giorgio Faunieri - ilfattoquotidiano - rifondazione -
Non solo Draghi e Monti. I tedeschi hanno la guardia alta e la memoria lunga con tutti. Naturale, quindi, che a cinque anni esatti dallo scoppio della bolla dei mutui concessi senza garanzie reali, i cosiddetti subprime, che sono stati la causa remota della crisi che stiamo vivendo ancora oggi, il quotidiano economico tedesco Handelsblatt nei giorni scorsi sia andato a vedere che cosa fanno oggi “i piromani” che hanno dato fuoco alle polveri della crisi del debito. Stanno ovviamente tutti bene e nessuno passa le proprie giornate in galera. Vale comunque la pena ricordare i loro nomi e le loro facce, perché gran parte della colpa di quanto sta accadendo ora è proprio di questi signori. Richard Fuld Conosciuto tra gli addetti ai lavori come “il Gorilla di Wall Street”, l’ex ad di Lehman Brothers ancora non si capacita come mai il governo di Washington abbia lasciato fallire solo la “sua” banca:
“Da quando è successo, mi chiedo come mai abbiano lasciato cadere solo me”, dice a proposito del più grande fallimento nella storia delle bancarotte mondiali che nel settembre del 2008 ha dato inizio alla crisi finanziaria globale. Sotto la guida di Fuld, che nel corso della sua carriera presso la banca d’affari americana ha incassato compensi per complessivi 500 milioni di dollari, Lehman Brothers si concentrò sull’acquisto di mutui subprime – cioè associati a garanzie basse o nulle dei debitori – e sulla loro successiva rivendita, non prima però di averli impacchettati in “obbligazioni salsiccia”, le famose Mortgage Backed Securities (Abs) che una volta diffuse hanno infettato buona parte della finanza globale. Dopo il 15 settembre 2008, Fuld ha lavorato per l’hedge fund Matrix Advisor, uno dei tanti “fondi locusta”, come sono stati comunemente ribattezzati quei fondi d’investimento che operano con l’obiettivo di spremere valore da una società per poi uscire e andarsene a cercarne un’altra per ricominciare il ciclo. Come le locuste, appunto. Successivamente Fuld è passato per Brokerhaus Legend Securities, da cui ha dato le dimissioni all’inzio di quest’anno. Intanto ai creditori Lehman arriveranno circa 65 miliardi di dollari, contro richieste per oltre 300 miliardi.
Maurice “Hank” Greenberg A lungo amministratore delegato di Aig, allora la più grande assicurazione al mondo, Greenberg trasformò la compagnia nella maggior emittente di Credit default swap (le assicurazioni contro il crack di una società o di uno Stato), un’attività molto redditizia fino al crollo di Lehman Brothers. Dopo il fallimento della banca d’affari, di Aig non rimase che un mucchio di macerie, il cui salvataggio allo stato americano è costato 180 miliardi di dollari. Oggi Greenberg lavora per la società di private equity CV Starr & Co, il cui nome viene dal fondatore di Aig, Cornelius Vander Starr.
Stan O’Neil L’ex amministratore delegato di Merrill Lynch ha fatto lievitare gli utili della banca d’affari americana puntando sui derivati legati ai subprime, ovvero strumenti speculativi basati su crediti di dubbia qualità. Nel giugno del 2006 ne aveva a bilancio per ben 41 miliardi di dollari. Quando il castello di carte è crollato, Merrill Lynch è stata salvata da Bank of America sotto la regia della Federal Reserve e del governo di George W. Bush. Noto perché aveva al suo seguito alcuni bodyguards il cui unico compito era quello di chiamargli l’ascensore, Stan O’Neil ha lasciato Merrill Lynch con una buonuscita di 160 miliardi di dollari e oggi siede nel consiglio di amministrazione di Alcoa, il gigante Usa dell’alluminio che in Italia sta facendo molto parlare di sé per la dismissione dell’impianto sardo dopo aver ricevuto, in 15 anni, 3 miliardi di aiuti dallo Stato italiano.

lunedì 3 settembre 2012

L'agro biodiversità italiana sta sparendo

di Nicoletta Fagiolo -beppegrilloblog -
"Fin dagli albori dell'agricoltura, 10.000 anni fa, circa 80.000 specie di piante delle 300.000 presenti sulla terra sono state coltivate per l'alimentazione. Oggi, solo 150 specie sono ancora prodotte, 12 delle quali forniscono circa il 75% della nostra alimentazione e 4 di esse più della metà di quello che mangiamo.
La varietà sparisce dai nostri campi ed anche dalle nostre tavole. Dal 1900 l'Europa ha perso il 70% della diversità della sua produzione alimentare, un dato che sale al 93% negli Stati Uniti. 30.000 varietà vegetali sono scomparse nel corso dell'ultimo secolo, una specie continua a morire ogni sei ore. Il dilemma, chiamato "il flagello della uniformità", suscita un dibattito di vecchia data, iniziata nel 1936 dal Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. Da allora, i ricercatori continuano a sottolineare l'estrema vulnerabilità causata dalla standardizzazione genetica." Nicoletta Fagiolo
dott. Pietro Perrino, già direttore dell' Istituto del Germoplasma del CNR di Bari: "La banca del germoplasma di Bari è unica in Italia, la seconda in Europa e tra le prime dieci nel mondo per dimensioni e standard di conservazione, però purtroppo naviga in cattive acque."
Il Passaparola di Nicoletta Fagiolo:
Nicoletta Fagiolo: "Mi chiamo Nicoletta Fagliolo, sono una film maker e per quanto riguarda questa questione del germoplasma anche io non sapevo che cosa fosse, fino a che non ho iniziato a scrivere un film su Nikolaj Vavilov, che fu uno scienziato russo che creò la prima banca dei semi mondiale, negli anni venti.
Perché la necessità di una banca di semi e del germoplasma? Era un concetto molto difficile anche per me, ma ho realizzato che un po’ come per un pittore che ha bisogno di una paletta di colori per lavorare, anche un agricoltore ha bisogno della varietà genetica all’interno di una specie, o anche tra le specie, per creare e coltivare specie nuove. Vavilov fu proprio il primo a capire l’importanza di questa varietà in quanto questa è più presente dove ognuna delle nostre specie che mangiamo ha le sue origini. Fu lui a scoprire, per esempio, che la patata ha la sua origine in Perù. Perché lì? Perché ci sono 7 mila varietà di patate! O la mela in Kazakistan, il mais in Messico. Preservare queste varietà è molto importante perché già all’epoca, negli anni venti, si era accorto che stavano sparendo, che c’era questo fenomeno dell’erosione genetica. Erosione genetica che poi con la rivoluzione verde degli anni 60, la prima rivoluzione verde, andò sempre più peggiorando.
La rivoluzione verde era l'introduzione di specie ibride, che però erano semplificate a livello genetico e si potevano coltivare a grandi estensione producendo tantissimo. Ma oggi scientificamente si è provato che non è vero che la monocultura riesce a produrre di più, ma anzi è proprio la policoltura, cioè dunque più specie in un campo riesce a essere più produttivo.
Uno dei grandi miti da sfatare è il fatto della produzione. Noi oggi, a livello mondiale, produciamo per 11 miliardi e siamo 6. Dunque ogni volta che sentiamo dire che bisogna produrre di più perché c’è la fame nel mondo, etc., è una grande balla, in realtà bisognerebbe produrre molto di meno. Il vero problema è la ridistribuzione, il fatto che le persone non riescono a consumare. Tanto è vero che lo stesso Amartya Sen, economista premio nobel dell’economia, ha studiato e ha scritto che dal 1937 non c’è più una carestia al mondo che non sia creata dall’uomo: non sono più carestie naturali. L’esempio eclatante degli anni '80 della fame in Egitto, Etiopia: nello stesso momento in cui si hanno le carestie questi paesi stanno esportando cibo! Dunque non è una questione di produzione, anzi dovremmo forse produrre meno e distribuire meglio!
Esistono quindi due scuole scientifiche per il miglioramento dell'agricoltura: la trans genetica e gli OGM (questa ultima evoluzione della ingegneria genetica), e il metodo più tradizionale.
Dovremmo chiederci perché mangiare già gli OGM quando a livello mondiale sono stati fatti soltanto 17 studi eppure in America si mangia.
Anche in Italia già si stanno mangiando, i nostri animali mangiano gli OGM. Quando intervistai il direttore dell’IGV di Bari gli dissi se noi non vogliamo mangiare gli OGM e lui mi fermò dicendomi: 'li state già mangiando, è solo che non lo sapete'.

 
THE TREMBLING CRICKET
Comedian turned politician Beppe Grillo (cricket) is on the target of many offended left and right politicians

domenica 2 settembre 2012

Il Nobel Desmond Tutu: "Processare Blair e Bush al tribunale dell'Aja"

- controlcrisi -
L’arcivescovo Desmond Tutu ha chiesto che l'ex premier britannico Tony Blair e l'ex presidente Usa George W. Bush vengano processati al tribunale dell'Aja per crimini di guerra per i danni causati dal conflitto in Iraq. Le loro colpe, afferma, sarebbero infatti equivalenti a quelle ''dei loro colleghi africani e asiatici che hanno dovuto rispondere delle loro azioni'' alla corte internazionale.
Secondo Tutu, premio Nobel per la pace per il suo impegno contro l'apartheid in Sudafrica, Blair e Bush avrebbero mentito circa le armi di distruzione di massa e l'azione militare che porto' alla deposizione di Saddam Hussein. Tutto cià avrebbe creato le condizioni per l'attuale guerra civile in Siria oltre a creare i rischi per un conflitto mediorientale piu' ampio con il potenziale coinvolgimento dell'Iran.
In un articolo per l'Observer, Tutu afferma: ''I leader degli Usa e della Gran Bretagna si sono inventati le ragioni per comportarsi come dei bulli di quartiere e dividerci ancora di piu'. Ci hanno portato sull'orlo del precipizio su cui ora ci troviamo, con lo spettro della Siria e dell'Iran di fronte a noi''.

America folle

Fonte: il manifesto - controlacrisi -
Autore: Alessandro Robecchi

Naturalmente sono virili manifestazioni di abilità anche la caccia alle balene e le scommesse sui combattimenti di galli, ma credo che il migliore e più edificante spettacolo dell’uomo – insieme ai bombardamenti a tappeto – siano le convention repubblicane americane. È sempre un piacere speciale vedere alcune centinaia di uomini bianchi ricchi sostenere la supremazia dell’uomo bianco ricco sul resto del genere umano e animale. Come sempre, il programma è entusiasmante: meno stato e più pezzi di merda armati di fucili a pompa. Più pistole per tutti, così se un pazzo entra al cinema a fare una strage, gli spettatori possono rispondere al fuoco, e si riscoprono le vere radici americane. Meno welfare e più darwinismo sociale. E anzi (argomento che piace al candidato vicepresidente Paul Ryan), basta con l’assistenza sociale, che ha rammollito la solida tempra dei pionieri e dei cow-boys. Un po’ come se le mamme consigliassero ai bambini di leccare i marciapiedi per fabbricarsi solidi anticorpi. Poi, durante la toccante cerimonia, alcune decine di milionari con mogli bionde, prendono ad agitare la Bibbia, a sostenere che tutto è stato creato in sei giorni, che l’individuo, se ha buoni muscoli, volontà, intraprendenza, una Colt ben oliata e soprattutto un padre miliardario, può andare lontano. Il candidato presidente, il mormone Romney guida le danze. Il vice Ryan porta i devoti baciapile del tea party. Qualche altro imbecille si occupa di temi etici, come il fatto che se una donna rimane incinta dello stupratore vuol dire che non era stupro, ma che lei ci stava e dunque non può abortire. Poi c’è Condoleezza Rice, quella i cui tailleur tanto eccitavano Carlo Rossella, una capace di perdere malamente la guerra dicendo che la sta vincendo. Insomma, un bel campionario di squilibrati che si candida a guidare la seconda potenza mondiale, e di cui ora per un paio di mesi ci verranno narrate le gesta da alcuni acuti osservatori, atei devoti, baciapile di complemento, bianchi e ricchi pure loro, che ci ammoniranno col ditino alzato: «Voi non capite l’America».

LA NOTTE DEI SENZA DIMORA 2012



Da undici anni a questa parte, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre, un manipolo di volontari, dissidenti e semplici ma indignati cittadini in varie piazze italiane cerca di trascinare i passanti e di convincerli a dormire per strada. È una notte senza dimora, è La Notte dei Senza Dimora, un evento nato perché “imparare è un’esperienza, tutto il resto è informazione” (Albert Einstein).

Finora abbiamo contato sullo sforzo delle associazioni partecipanti, quest’anno ci sarà bisogno dell’aiuto di tutti per allestire la piazza, invitare gli artisti, preparare la cena e come sempre dire un no forte e marcato alla povertà divenuta miseria.

Il 17 ottobre è la giornata mondiale Onu di lotta contro la povertà, una giornata dedicata alla riflessione, allo scambio di idee ma anche alla condivisione e all’azione diretta. Chiunque abbia dormito una notte all’addiaccio e abbia sperimentato la luce dei lampioni infilata nelle pupille in fase rem, quel sassolino maledetto incastrato tra le scapole nell’esile distanza tra il sacco a pelo e la strada, non sarà più in grado di camminare e guardare con disgusto e incomprensione chi vive in questo modo quotidianamente.

La Notte dei Senza dimora è un evento cui si arriva per gradi: si apre il 17 settembre con una conferenza stampa per richiamare l’attenzione dei media a una maggiore sensibilità, anche linguistica, sui temi della povertà. Si prosegue il 5 ottobre con una conferenza formativa aperta a tutti, ma soprattutto ai giovanissimi, per avvicinarsi senza paure né reticenze ai problemi sociali e al mondo del volontariato in generale. Si conclude il 17 ottobre con la Notte vera e propria: una cena offerta a tutti, una piazza gremita di gente per parlare, ascoltare, cenare e ballare a ritmo di musica e poi tutti nei sacchi a pelo, in silenzio, per provare sulla propria pelle cosa significhi vita per strada e per manifestare in maniera visibile contro le politiche delle disuguaglianze.

IN CAMBIO DEL SOSTEGNO DATO A “LA NOTTE DEI SENZA DIMORA 2012” A TUTTI I CO-PRODUTTORI L'ASSOCIAZIONE ORGANIZZATRICE FORNIRA' UN INVITO PERSONALE ALL’EVENTO E UN COUPON DA UTILIZZARE PER LA CENA IN PIAZZA
EX ANCHORMAN EMILIO FEDE IS FOUNDING A NEW PARTY CALLED
“WE WANT TO LIVE”

EMILIO FEDE:” I WANTED TO LIVE”
Emilio Fede is, at present, indicted for favouring prostitution of a minor in the framework of the so-called Rubygate scandal, involving Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, dental hygienist Nicole Minetti and Karima El Mahrug Ruby Rubacuori

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